ADIR - L'altro diritto

ISSN 1827-0565

Capitolo quinto
Migranti e polizia

Giulia Fabini, 2011

Introduzione

Fin qui ho toccato una serie di argomenti in apparenza anche molto distanti gli uni dagli altri. Sono partita raccontando come la "paranoia" di "ordine e sicurezza" abbia avuto origine negli Stati Uniti a partire dagli anni Ottanta e secondo quali dinamiche abbia preso piede anche in Italia nel corso degli anni Novanta. Ho presentato il diritto penale del nemico, come livello più teorico del discorso, analizzandolo come torsione del diritto originata dall'entrata in scena della sicurezza in un ambito, quello giuridico, a cui non apparteneva. Sono poi passata a distinguere la logica che muove le politiche di sicurezza dalla logica che muove l'operato delle forze di polizia, che pure quelle stesse politiche di sicurezza sono chiamate ad applicare, soffermandomi ad analizzare le pratiche di polizia sulla base soprattutto di un filone della sociologia inglese. Ho infine mostrato quanto, a mio parere, la legislazione sull'immigrazione attualmente in vigore in questo paese, pur avendo solide radici nella cultura penale italiana, possa essere considerata a tutti gli effetti diritto penale del nemico.

Tutti questi argomenti sono, nel mio ragionare, legati da un filo conduttore. Una sottile linea rossa li percorre e rende indispensabili gli uni alla comprensione degli altri.

Questo il piano sul quale si muove la riflessione: se la legislazione sull'immigrazione attualmente in vigore in Italia può essere considerata a tutti gli effetti diritto penale del nemico (come sostengono Caputo e Pepino), se il diritto penale del nemico altro non è se non la forma ultima che certe politiche della sicurezza hanno assunto (Krassmann), se è la polizia l'istituzione chiamata in ultima istanza all'applicazione di queste stesse politiche di sicurezza, se la logica, o meglio le logiche del disordine che muovono l'operato delle forze di polizia è ben differente dalla logica di "legge e ordine" che muove l'elaborazione di certe politiche di sicurezza (Palidda), allora non mi resta che andare a vedere, attraverso la ricerca sul campo, che tipo di applicazione la normativa sulle identificazioni e le espulsioni sta avendo in questo momento in Italia. L'ipotesi messa in discussione è che si possa parlare di diritto penale del nemico nelle misure in atto nella gestione dell'immigrazione irregolare in Italia, e in questo caso ci si chiederà se l'utilizzo di tale strumento abbia in qualche modo potenziato i poteri delle forze di polizia in quest'ambito.

Credo che per comprendere o quanto meno ragionare intorno a ciò che sta succedendo in Italia rispetto alle politiche migratorie in questo particolare periodo storico, obiettivo ultimo di questa tesi, non basti guardare alla legislazione, ma piuttosto alle pratiche attraverso le quali si presume tale legislazione venga messa in atto.

Dunque, mi concentrerò sui micromeccanismi in atto, raccogliendo gli elementi necessari e applicando la sociologia della polizia presentata nel terzo capitolo alla loro interpretazione. Ritengo infatti che, al fine di comprendere davvero ciò che accade, sia improprio continuare a ragionare sul piano del "dover essere" (cosa che una riflessione che si muove intorno alla sola analisi - che sia teorica, che sia storica, che sia anche filosofica - della legislazione, mi costringerebbe a fare) e che sia meglio quantomeno tentare di passare a ragionare sul piano dell'essere, che vale a dire ragionare riguardo ciò che effettivamente accade.

Ritengo che, in ambito di immigrazione -ma forse anche in generale-, "ciò che è" non corrisponda a ciò che la legge prescrive, ma piuttosto a "ciò che la polizia decide" nel momento in cui viene chiamata all'applicazione delle norme. Emerge da un articolo di Caputo (2004) che una delle questioni fondamentali connesse alla disciplina sull'immigrazione è che alcune fattispecie di reato non sono definibili a priori. Scrive Caputo che in casi del genere "sarà alla [discrezionalità] degli operatori di polizia che spetterà il compito di riempire di casi concreti una fattispecie dai contenuti assolutamente indefinibili a priori. Sarà dunque l'autorità di polizia a svolgere -sulla base delle cd. "regole del disordine" - un ruolo decisivo nella concreta delimitazione dell'area della illiceità penale: alla riduzione della sfera valutativa del giudice riconducibile alle norme sopra richiamate, corrisponde qui un'esaltazione del ruolo dell'autorità di polizia nella gestione del fenomeno migratorio".

I meccanismi di controllo in atto nel nostro paese sono, a mio parere, il risultato del connubio tra le pratiche di polizia nella gestione del disordine e la legislazione vigente: la mia ipotesi è che la logica che sottende la prassi in atto non sia la stessa che sottende né la legislazione su carta né le pratiche di polizia.

Ecco allora che arriviamo a parlare di migranti e polizia.

1. La ricerca empirica

La gestione dell'immigrazione avviene principalmente tramitepratiche di polizia, le quali però sono legate a doppio filo alla legislazione vigente: l'operato di polizia deve infatti generalmente muoversi entro i confini tracciati dalle leggi (anche se ciò spesso non risulta essere vero), ma allo stesso tempo interferisce, tramite le proprie logiche, con le logiche della legislazione su carta che, come tale, finiscono per non esistere affatto.

La ricerca empirica da me svolta non ha la pretesa di essere esaustiva, ma è più che altro un primo sguardo su una realtà assai complessa, uno sguardo sui meccanismi di funzionamento (e le logiche che tali meccanismi nascondono) che entrano in gioco nelle interazioni tra migranti e polizia.

E' una ricerca di tipo qualitativo, basata su di una serie di interviste condotte a migranti ed operatori della polizia municipale, entro il territorio comunale di Bologna, che ho assunto come studio di caso in vista di un ragionamento di più ampio respiro. Ho scelto la polizia municipale tra le forze dell'ordine perché questa, a Bologna, e stando al parere della quasi unanimità degli intervistati, riveste un ruolo assolutamente di primo piano nella gestione del fenomeno migratorio. Ma è questo un argomento su cui tornerò tra breve.

Gli intervistati sono stati ascoltati solo su un particolare frangente dell'interazione, a mio parere essenziale: il momento del controllo dei documenti. Ritenevo infatti al momento dell'inizio della ricerca, e ritengo tuttora, che sia questo il momento più comune entro il quale avviene l'interazione tra le due parti, e durante il quale molte cose fondamentali vengono decise (1). Che sia un momento molto comune lo dimostra anche una ricerca effettuata da Dario Melossi dalla quale, mettendo a confronto i fermi a piedi effettuati sugli stranieri e sugli italiani, emerge che i primi vengono fermati con una frequenza di dieci volte maggiore rispetto ai secondi (Melossi, 2000).

Dunque, ai migranti è stato chiesto quante volte sono stati fermati dalla polizia e dove; se vengono fermati spesso, se sono mai stati trovati senza documenti (facendo riferimento sia ad un documento di identità che al permesso di soggiorno) ed eventualmente cosa è successo loro; se notano delle differenze di comportamento tra i vari corpi di polizia, come vengono approcciati, se vengo fermati a piedi, se sono soli o in gruppo quando succede. Se si sono fatti un'idea di come funziona la legislazione in Italia.

Agli operatori di polizia municipale, intervistati in un secondo momento, dopo aver raccolto una serie di considerazioni personali costruite sulla base delle testimonianze raccolte, è stato chiesto di raccontare la controparte della vicenda. Innanzitutto, quali sono le competenze della polizia municipale a Bologna nel contesto del controllo dell'immigrazione (poiché non è chiaro se questi abbiano le stesse competenze della polizia di stato in questo specifico settore); qual'è nello specifico, la circostanza più frequente di interazione; poi se capita spesso loro di effettuare controllo dei documenti, in che occasione capita, e come decidono su chi effettuarlo e perché. Quali sono le decisioni che prendono di fronte ad un immigrato irregolare; quali sono i problemi che riscontrano più in generale nell'applicazione della legislazione.

Il quadro che emerge è piuttosto variegato, e riserva anche delle sorprese rispetto a l'ipotesi di partenza, in base alla quale supponevo che gli agenti agissero quasi esclusivamente sulla base di retoriche di senso comune. Le esperienze degli intervistati sono a volte anche piuttosto diverse, conseguenza degli svariati aspetti che partecipano dell'interazione, e a volte sia all'interno del gruppo dei migranti che all'interno dei gruppi degli operatori di polizia vengono presentate testimonianze in contraddizione tra loro. Il quadro è quindi variegato nel senso che non è riconducibile ad una sola esperienza. Tracciare una sorta di storia collettiva, quindi, sembra difficile. Dico sembra perché in definitiva lo si può fare: è una storia collettiva che presenta al suo interno numerose variabili, molti elementi comuni, e allo stesso tempo una sorta di imprevedibilità, data dal fatto che gli esiti dell'interazione dipendono dai soggetti che entrano nella stessa.

Mi sembra comunque di essere riuscita ad individuare alcune caratteristiche di questa interazione e di poter interpellare almeno alcuni tratti del meccanismo in atto.

2. Il gruppo campione

Sono stati intervistati, in totale sedici migranti provenienti da varie zone e undici operatori di polizia municipale appartenenti a vari reparti.

Per quanto concerne il gruppo dei migranti, ho cercato di ridurre le variabili in modo da essere quanto più scientificamente corretta possibile. Tra tutte le possibili, ne ho dunque inizialmente trattate due: 1) come e se incide la linea del colore nel controllo di polizia; 2) che peso riveste la condizione di regolarità o irregolarità giuridica. A queste, nel corso della ricerca se n'è aggiunta una terza, inizialmente esclusa, ovverosia il fattore età all'interno dell'interazione.

Al fine di trattare la prima questione, ho cercato di selezionare intervistati provenienti da quattro aree geografiche differenti: la zona del Pakistan e dell'India, la zona del Maghreb, la zona dell'Africa Subsahariana, la zona dell'Europa orientale. Si sono escluse dalla ricerca persone che provengono dall'estremo oriente, ovverosia dalla Cina, sulla base dell'ipotesi che queste difficilmente subiscono controlli dei documenti da parte della polizia. Quest'ipotesi trova conferma nella testimonianza di un operatore il quale giustifica il fatto di non prestare attenzione ai migranti di origine cinese perché "non lo portano a pensare chissà cosa":

n.6. "...Diciamo che nei confronti della polizia le problematiche con i cinesi di fatto non ne ho mai avute. Ho interagito, non tantissimo, abbiamo fatto anche qualche denuncia...però abbiamo forse colpito sempre gli aspetti più marginali, quindi, tra virgolette miserabili

D. Ma marginali, tipo?

n.6. Della devianza dico cioè il piccolo venditore oppure il parrucchiere abusivo ...sì"

n.6. "Devo dire effettivamente che un cinese non mi porta a pensare chissà cosa, magari sbagliando anche, perché comunque sappiamo che certi traffici, estesi anche abbastanza a livello europeo, sono gestiti dai cinesi. Però personalmente il massimo di confronto è stato entrare nei laboratori clandestini dove vengono sfruttate le persone, dove ci sono dei cunicoli dove dormono un metro per due [...] ...ecco però non mi porta ad intervenire sicuramente. Cosa che se vedo uno zingaro, o un senegalese con una borsa, o un maghrebino che mette una cosa in bocca...magari è una caramella, però se lo vedo con un tossico ad un metro...in condizioni di sicurezza ti porta, è brutto da dire perché non è una bella cosa, ma in condizioni di sicurezza ti assicuro che è così. Cioè, nella nostra attività è così. Soprattutto in certi luoghi dove si consuma, si spaccia se vedo un maghrebino che è seguito da tre tossici fanno cinquecento metri poi girano girano girano chiaramente aspetto il momento in cui intervengo. Il cinese no."

(operatore n.6, reparto pubblica sicurezza)

E' interessante che questo poliziotto ammetta di non considerare il migrante cinese come fonte di pericolo nonostante sappia bene che invece molti traffici illegali anche importanti vengono compiuti proprio dalla comunità cinese. Egli perciò ammette che la valutazione della pericolosità della persona eventualmente da fermare avviene, in questo caso, a livello inconscio, aldilà di ogni ragionamento razionale. Da questa testimonianza si deduce inoltre che non si può ricondurre ad una spiegazione unica il tipo di controllo a cui è sottoposto il gruppo dei migranti cinesi e quello a cui sono invece sottoposti tutti gli altri migranti.

Ho escluso dalle interviste, per una ragione affine, anche donne e i giovani di seconda generazione. Questo perché ritengo che le dinamiche del controllo che entrano in gioco contestualmente a questi due gruppi siano diverse e per certi versi ancora più complesse di quelle che io ho provato ad indagare.

Tengo in particolare a chiarire l'esclusione delle donne dal presente lavoro. Da un lato ho cercato quanto più possibile di avvicinarmi, con il mio campione, al prototipo dello straniero criminalizzato, ovvero maschio, giovane, dai tratti riconoscibili. Ho scelto di escludere le donne dalla presente ricerca perché ritengo che queste vengano in genere fermate in misura minore dalla polizia (questa è una mia ipotesi di partenza, che credo vada comunque confermata tramite un'apposita ricerca) in ragione di due motivazioni principali: da un lato perché, molto banalmente, trascorrono meno tempo fuori casa rispetto a quanto non facciano gli uomini, e dall'altro proprio perché, altrettanto banalmente, non sono uomini. Cosa significa questo? Le donne, in generale, sono sottoposte ad un diverso tipo di controllo all'interno della società: molto spesso ad esempio il controllo della donna è delegato alla famiglia di appartenenza. Ciò che intendo affermare è che non si può spiegare il tipo di controllo che questa categoria subisce usando un'unica chiave di lettura: le donne possono essere, almeno, "mogli", "prostitute" o "badanti". Se sono mogli (io credo) è probabile che vengano sottoposte al controllo familiare, che non escano molto di casa, che non siano integrate all'interno della società, anche per un fattore linguistico, e magari siano arrivate in Italia tramite il ricongiungimento familiare. Se sono badanti, non c'è nessun interesse a che se ne monitori la regolarità giuridica, perché quella della badante è una figura indispensabile all'interno della società italiana. Se sono sex workers è probabile che vengano fermate e controllate (questa categoria è tra le tre la più affine per frequenza di controlli a quella dei giovani maschi), tuttavia non mi sembra corretto nemmeno in questo caso cercare di spiegare il fenomeno usando la medesima chiave di lettura che ho deciso di utilizzare per il controllo del maschio giovane. Insomma, credo che per spiegare il controllo istituzionale sulla figura della donna migrante andasse usata una diversa chiave di lettura, troppo complessa e ricca per poter essere inserita in questa ricerca che già mi sembra piuttosto variegata. Non volendo perciò semplificare la questione di genere, o peggio ancora non considerarla affatto intervistando anche delle donne migranti e facendo finta che il fattore "genere" non incidesse nell'interazione con la polizia, né volendo tanto meno relegarla a margine, magari accennando qualche valutazione superficiale, ho deciso di escluderla completamente. Meglio trattarla con tutta l'attenzione che merita in un'altra occasione.

Invece ho escluso dal campione i giovani di seconda generazione perché la variabile dell'irregolarità giuridica era indispensabile all'interno della mia ricerca, dal momento che ciò che principalmente cerco di indagare è come un poliziotto reagisce di fronte ad un migrante senza permesso di soggiorno, ovvero come applica o disapplica la legislazione.

Per quanto riguarda l'età, inizialmente avevo deciso di selezionare giovani maschi tra i 25 e i 35 anni. In realtà la media dell'età degli intervistati è più alta di quanto stabilito inizialmente, perché ho intervistato alcune persone anche tra i 40 e i 50 anni. Fattore che si è rivelato interessante, perché ha messo in luce anche quanto l'età incida sulla selettività dei controlli di polizia.

Infine ho proceduto alle interviste senza sapere, in partenza, se l'intervistato fosse in possesso del permesso di soggiorno o meno. Nella stragrande maggioranza dei casi le situazioni di irregolarità riscontrate riguardavano un passato più o meno prossimo: pochi tra gli intervistati si trovavano al momento dell'intervista in una situazione di irregolarità giuridica. Circostanza spiegabile con il fatto che chi è irregolare qua in Italia sarà probabilmente più restio a farsi avanti per raccontare la propria storia, ancora di più se l'argomento di discussione sono proprio le forze dell'ordine e l'esperienza di ognuno in quanto a controllo dei documenti, identificazioni, CIE, tribunali, carcere. In ogni caso, poiché molti degli intervistati sono stati irregolari in passato, ho potuto raccogliere varie testimonianze di come un operatore di polizia si comporta di fronte ad un migrante irregolare, di come cioè viene applicata la legislazione sull'immigrazione.

Andando nello specifico sono state intervistate due persone provenienti dal Marocco, di 28 e di 38 anni, una dalla Tunisia, 28 anni, quattro da Senegal (di 26, 34, 44 e 48 anni), tre dal Pakistan (di 36, 42 e 56 anni) due dall'Afghanistan (23 e 28 anni), una dal Brasile (30 anni circa), due dall'Eritrea (32 anni e 30 anni circa) e una dalla Romania di 48 anni. Poiché alcuni degli intervistati desiderano rimanere anonimi userò solo le iniziali del nome.

I poliziotti intervistati in questa ricerca invece, tutti operatori di polizia municipale, o polizia locale che dir si voglia, sono undici, donne e uomini, che fanno parte di cinque diversi reparti: reparto attività produttive, reparto Reno, reparto Porto, reparto Sicurezza, reparto S. Vitale. E' questo un fattore importante, perché ogni reparto ha delle competenze specifiche, che li porta quindi a trovarsi a contatto con i migranti in misura maggiore o minore, a seconda delle competenze o delle zone, cosa che andrò a spiegare nello specifico nel prossimo paragrafo.

Le interviste rilasciate dalla polizia municipale sono a titolo anonimo, ragion per cui ho deciso di indicare ognuno di loro semplicemente tramite un numero, seguendo l'ordine analogico delle interviste.

Vorrei fare una precisazione per quanto riguarda la tecnica scelta per questa ricerca, ovvero la tecnica delle interviste. E' chiaro che le interviste, soprattutto quelle alla polizia ma sicuramente anche quelle fatte ai migranti, sono piene di filtri. Ovverosia, è chiaro che è molto difficile che una persona sia in grado di raccontare l'oggettivo svolgimento dei fatti. Più probabilmente racconterà ciò che gli è successo così per come se lo ricorda, magari omettendo consapevolmente dei particolari, o magari riportando unicamente il proprio punto di vista. Anche perché non potrebbe essere altrimenti! Sono ben conscia del fatto che altre tecniche, quale quella dell'osservazione partecipante, mi avrebbero sicuramente avvicinata di più al reale svolgimento dei fatti, e questo massimamente per quanto riguarda la polizia. Tuttavia, questioni di tempo e di fattibilità mi hanno portata a optare per le interviste.

Molte volte mi sono sentita ripetere dagli operatori di Polizia Municipale che bisogna per forza procedere all'identificazione di un migrante irregolare altrimenti sarebbe omissione di atti d'ufficio. E ciò mentre gli occhi dicevano una cosa diversa, mentre il sottinteso portava a tutt'altra direzione e mentre avevo già raccolto varie testimonianze dei migranti che mi avevano raccontato tutt'altra storia. Fortunatamente qualcuno si è sbottonato e mi ha raccontato come stanno effettivamente le cose. Resta il fatto però che, seppur con i dovuti filtri, queste interviste gettano comunque luce su aspetti dell'interazione in studio che mi sono tornati molto utili. Infatti mi sono stati raccontati aspetti, sia da parte dei migranti che dei poliziotti, che per chi vive certe situazioni quotidianamente sono ovvietà, sono banalità, ma che diventano elementi degni di interesse per chi invece guarda a quelle stesse situazioni con occhio esterno.

Nel prossimo paragrafo, prima di passare alla ricerca vera e propria, mi soffermerò sugli aspetti della Polizia Municipale in Emilia-Romagna. Soprattutto cercherò di definire l'ambito di competenza, sia da un punto di vista normativo che nella prassi, di questo corpo di polizia nel terreno del controllo dell'immigrazione irregolare, basandomi su alcuni testi, ma soprattutto sulle interviste raccolte.

3. La polizia dell'ultimo metro: competenze della polizia municipale in ambito di immigrazione

"noi siamo la polizia dell'ultimo metro" ed è una buona metafora. La nostra attività di polizia, del nostro corpo, rispetto a com'è l'assetto generale della attività di polizia in Italia, è veramente quella dell'ultimo metro. Noi abbiamo una presenza pressante, a volte anche soffocante per come viene percepita, nel controllo del territorio anche minuto. La strada il mercato il giardino la piazza il banchetto il negozio. Non abbiamo una struttura tale da fare attività di altissima investigazione: dobbiamo spazzar la strada. (operatore n.7, reparto pubblica sicurezza)

Mi sembra necessario introdurre questa ricerca specificando quali siano le competenze della Polizia Municipale in generale e nell'ambito della gestione dell'immigrazione in particolare. Questa istituzione ha infatti subito notevoli cambiamenti nel corso degli ultimi anni, a livello nazionale e ancor di più a livello regionale nonché comunale. L'accresciuto ruolo dell'operatore di Polizia Municipale sembra essere un dato di fatto. E' una tendenza che si spiega con l'elevata importanza che ha assunto il controllo del territorio negli ultimi anni: un certo tipo di "criminalità", ovverosia quegli atti di piccola inciviltà urbana hanno acquisito una risonanza, nella cronaca e nei discorsi dei politici, probabilmente mai avuta prima. E di fronte a questo tipo di allarmismo è assolutamente prevedibile che chi si occupa di "spazzare la strada" finisca con l'avere, agli occhi della cittadinanza e dei politici di turno, un nuovo tipo di importanza, e compiti e poteri proporzionati alla stessa. Riporto una lunga citazione da un lavoro di Rossella Selmini sulla Polizia Locale in Emilia-Romagna in cui i vari fattori, causa del cambiamento, vengono presentati in maniera chiara e puntuale: le Polizie Municipali,

Nate come guardie municipali in periodi diversi nelle diverse città italiane già nel secolo corso, pressoché abolite poi durante il periodo fascista e riapparse nel secondo dopoguerra con la denominazione "vigili urbani", nel corso dell'ultimo decennio la loro rilevanza nella gestione dei problemi della città è enormemente cresciuta, a causa di diversi fattori. In primo luogo, l'introduzione dell'elezione diretta dei sindaci ha rafforzato il ruolo - già rilevante nella storia italiana - delle città e conseguentemente delle polizie che in questo ambito spaziale si muovono in modo prioritario. In secondo luogo, la riforma costituzionale del titolo V della costituzione nel 2001 ha dato nuovo impulso, anche grazie al riconoscimento di competenze regionali, alla loro crescita professionale e organizzativa. Altri importanti fenomeni sociali che hanno accompagnato il paese nel corso degli ultimi vent'anni, come l'emergere della domanda di sicurezza da parte dei cittadini, la crescente localizzazione delle politiche di sicurezza stesse, la generale tendenza [...] al decentramento di funzioni e compiti dal governo centrale ai governi locali, hanno fatto di queste forze di polizia uno degli attori principali del nuovo scenario della sicurezza urbana, sempre più costruito su una infrastruttura di controllo amministrativo del territorio e di prevenzione più che di interventi repressivi e penali. (Selmini, 2010, p.13).

3.1. Normativa incerta e vecchie rappresentazioni

La domanda a cui prima di tutto bisogna rispondere è: in cosa la Polizia Municipale si differenzia dalle altre forze dell'ordine presenti in Italia, quindi: quali sono i suoi compiti, le sue competenze? E' questo un tassello di non trascurabile interesse, ma anche di difficile definizione.

E' un ambito di difficile trattazione, soprattutto perché, come scrive Rossella Selmini in uno studio approfondito condotto sul territorio della Regione Emilia-Romagna (2), la Polizia Municipale opera sulla base di una normativa incerta e in continua ridefinizione. Non solo: nella percezione comune l'espletamento di funzioni non meramente amministrative da parte di un operatore di polizia Municipale è sentito come una specie di abuso di potere. Ad esempio in molti non credono che tali agenti abbiano la facoltà di chiedere i documenti, un dato che emerge dalla ricerca di Selmini, ma che ho riscontrato anche nella testimonianza di un signore senegalese che ho intervistato:

D. Hanno il potere di fermarti a piedi o fanno anche controlli...?

BA. Loro, loro ti fermano quando sei in macchina. Non è che ti fermano per strada per dirti di darmi i documenti perché non penso che possano.

(BA, Senegal, 48 anni)

Il fatto è che sopravvive, con più o meno forza, l'immagine dell'operatore di Polizia Municipale come vigile urbano, come colui che fa multa per divieto di sosta, che ferma al semaforo per il controllo della patente e del libretto di circolazione, o che dirige il traffico con paletta e fischietto: una presenza costante ma poco invadente, e con pochi poteri. Forse qualcuno a cui chiedere informazioni quando non ci si ricorda la strada. E questa immagine contrasta con quella a cui forse dobbiamo iniziare ad abituarci, ovvero dell'operatore che svestite le spoglie del vigile, scambia paletta e fischietto con un'arma (agli ausiliari di Pubblica sicurezza, proprio come agli agenti, è consentito il porto d'armi senza licenza) e con quel po' di poteri di polizia giudiziaria che gli consentono di farsi controllore non più del solo traffico, ma di tutto il territorio comunale.

Stando a quanto si afferma in una dispensa in uso presso la Scuola Interregionale di Polizia Locale (3), gli addetti a questo servizio sono agenti di polizia amministrativa, agenti di polizia giudiziaria, agenti di polizia stradale, nonché ausiliari di Pubblica Sicurezza. Cosa significa? In qualità di agenti di polizia amministrativa, come si legge dal documento di cui sopra, sono "chiamati, nell'ambito del loro territorio di competenza - e questo è importante, a garantire, nelle materie in cui i Comuni esercitano funzioni amministrative, il rispetto delle leggi e dei regolamenti, nazionali e regionali, e dei provvedimenti adottati dagli organi istituzionali del Comune; sono, quindi, chiamati ad accertare gli illeciti amministrativi e ad applicare le relative sanzioni amministrative" (Nassisia, p.9). In qualità di agenti di polizia giudiziaria, invece, possono svolgere attività di investigazione, che comporta "prendere notizia dei reati, impedire che vengano portati a conseguenze ulteriori, ricercarne gli autori, compiere gli atti necessari per assicurare le fonti di prova" (ivi). Nel primo caso, l'operatore dipende dal Sindaco, il quale ha potere di direttiva nei suoi confronti, mentre nel secondo dall'Autorità Giudiziaria. Gli operatori di Polizia Municipale, in qualità di agenti di polizia stradale, sono preposti al controllo della viabilità limitatamente al territorio comunale. Infine, ed è forse questo l'aspetto meno conosciuto della loro attività, l'essere ausiliari di Pubblica Sicurezza fa sì che essi collaborino, nell'ambito delle proprie attribuzioni, con le forze di Polizia di Stato. Ciò può avvenire solo su motivata richiesta delle competenti Autorità e previa disposizione del Sindaco. La qualifica di ausiliario di Pubblica Sicurezza è conferita ad personam dal Prefetto e fa sì che il personale, nell'esercizio di tale funzione, dipenda operativamente dalla competente Autorità di pubblica sicurezza.

Di queste funzioni, stando sempre alla ricerca di Selmini, tra le attività che rientrano nell'area di polizia amministrativa sarebbero in calo quelle di tipo preventivo, mentre presenterebbero un andamento discontinuo tendente comunque al calo quelle di tipo sanzionatorio. L'attività di polizia giudiziaria sarebbe invece in crescita, tanto che il numero delle persone fotosegnalate è più che raddoppiato dal 2003 al 2008, passando da 1270 a 2970 (4).

Tornerei su un punto appena accennato all'inizio del paragrafo: così come la domanda sociale di sicurezza che viene dal territorio condiziona enormemente le funzioni e il ruolo della polizia Municipale, anche le decisioni del sindaco (5) giocano un ruolo di primo piano. Come scrive ancora Selmini infatti "sono soprattutto questi ultimi a determinare ruolo e immagine della Polizia Municipale, che da loro dipende [...] nei limiti del quadro giuridico dato..." (Selmini, 2010, p.15). Questo perché sono soprattutto le c.d. politiche di sicurezza urbana, di chiara competenza dei sindaci, ad aver introdotto nella attività quotidiana delle polizie municipali elementi di novità e spesso di tensione. Vi sarebbero due tipi di sindaci, a cui corrispondono due diverse letture della Polizia Municipale: o come polizia di comunità (caratterizzata da un approccio pro-attivo ai problemi della sicurezza e da una conseguente espansione "generalista" delle funzioni) o come polizia urbana (caratterizzata da un approccio prevalentemente reattivo e che di conseguenza tende a riprodurre a livello locale il modello delle Polizie Nazionali). Il sindaco che abbraccia il primo modello circoscriverà il campo di attività a quello "della prevenzione nello spazio pubblico e alla gestione del disordine urbano o della piccola criminalità. La loro [degli operatori di PM] professionalità sarà maggiormente basata sulle capacità di relazione, di comunicazione e di soluzione dei problemi, sulla gestione del conflitto, sul dialogo con i cittadini e sulla collaborazione con le altre agenzie del governo locale e nazionale" (ivi). Nel secondo caso il Sindaco privilegerà compiti di dissuasione e controllo del territorio, utilizzando gli stessi mezzi della sicurezza e dell'ordine pubblico, sostenendo un ruolo della Polizia Municipale via via più repressivo.

Ovviamente, come tutti i modelli puri, anche questi non trovano completa realizzazione nella realtà, e più che altro si potranno individuare, da caso a caso, elementi dell'uno e dell'altro modello.

Mi sembra evidente che a Bologna, pur con la compresenza di elementi da entrambi i modelli, prevalga, nella gestione della sicurezza urbana, l'idea di una polizia urbana con funzione prevalentemente repressiva, almeno per quanto riguarda la gestione del fenomeno migratorio. Di questo ho trovato conferma nelle interviste condotte agli operatori di Polizia Municipale facenti parte di diversi reparti (dalle attività produttive, alla pubblica sicurezza, ai reparti di quartiere): anche se essi si dicono polizia di prossimità mi sembra evidente che la prossimità serva più che altro ad individuare meglio di altri come e dove realizzare l'azione repressiva.

3.1.1. Polizia Municipale a Bologna: come gli operatori interpretano il loro ruolo

Essendo il mio studio di caso limitato al comune di Bologna, ho voluto farmi raccontare dai diretti interessati come interpretano il loro ruolo, che tanto mi sembrava ambiguo. Ritenevo di trovare un buon grado di incertezza tanto nel definire i confini del proprio ambito di competenza, quanto nell'individuare elementi di distinzione tra la Polizia Municipale e quella Statale e le altre forze di Polizia. Invece, e inaspettatamente, gli intervistati hanno dimostrato di avere ben chiaro quali siano le loro competenze, e tendono nella quasi totalità dei casi ad interpretare il proprio ruolo al massimo delle sue potenzialità, vale a dire che nella generalità dei casi tendono ad usare al massimo grado i poteri che la normativa (e, come vedremo, la prassi) riconosce loro. Tale tendenza emerge con particolare chiarezza nel brano qui di seguito, nel quale l'intervistato afferma che non intercorra nessuna differenza tra polizia di stato e polizia municipale:

D: Parlando di polizia di stato e municipale io dico che non si capisce bene quali siano le differenze nelle competenze tra le due forze dell'ordine...

n.2. Nessuna. La polizia di stato comprende tutto il territorio nazionale, la polizia municipale...ma poi più che altro riguarda gli operatori. Cioè, io sono un agente...ho le qualifiche di polizia giudiziaria all'interno del comune di Bologna, fuori dal comune di Bologna sono un cittadino normale come lo sei tu. Quindi non ho più alcun potere, [...] sostanzialmente fuori dal territorio comunale sono un cittadino come gli altri. [...] Abbiamo le stesse qualifiche tranne di pubblica sicurezza: io sono ausiliario, loro sono agenti di pubblica sicurezza, ufficiale a seconda del grado che ricoprono all'interno della loro struttura. Noi invece siamo...anche il comandante nostro non è un ufficiale di pubblica sicurezza ma è un agente di pubblica sicurezza.

(operatore n.2, reparto attività produttive)

L'unica differenza che l'intervistato ammette esservi tra i membri della polizia di stato e quelli della polizia municipale è che i primi sono ufficiali di pubblica sicurezza, mentre i secondi sono ausiliari, il che significa che sono gerarchicamente sottoposti agli altri nella gestione dell'ordine pubblico. La differenza che intercorre tra le due figure è meglio spiegata nel prossimo brano:

D. E quindi in quel caso qual'è la differenza, tra essere ausiliare ed essere ufficiale?

n.2 In teoria nessuno, in pratica in caso di ordine pubblico prendiamo ordine dalla questura. Cioè un poliziotto qualsiasi...qualsiasi, insomma, non l'ultimo entrato! In caso di ordine pubblico...cioè, l'autorità di pubblica sicurezza è la questura o il prefetto. Quindi sono prefetto e questore. E i sindaci nei comuni dove non c'è né una caserma dei carabinieri né nessuna forza di polizia, è il sindaco. Sennò è la forza di polizia presente. In situazione di ordine pubblico comanda la polizia di stato. Sempre e comunque. Anche sui carabinieri, sulla guardia di finanza sono tutti subordinati al funzionario della polizia di stato, quello con la fascia tricolore. Allo stadio c'è sempre uno...cioè, non lo indossa sempre, ma in caso...se salta fuori il putiferio ce l'ha. Si mette la fascia tricolore e lui è la persona che comanda su tutti quelli presenti in quel momento. Lui dà ordini a tutti anche se non sono abituati alle guardi giurate se ci fossero potrebbero utilizzarle.

D. E questo mi dicevi per questioni di pubblica sicurezza...

n.2 No, sono...abbiamo varie qualifiche. Siamo pubblici ufficiali, quindi è pubblico ufficiale anche quello che controlla, quello che ti chiede l'abbonamento sull'autobus, quello dell'atc. [...] E poi ci sono gli agenti di polizia giudiziaria che siamo tutti, tutti quelli che hanno qualifiche...in Italia sono tutti, l'attività sanitaria per la loro materia, i vigili del fuoco per la loro materia, eh...veterinari per la loro materia

D: anche i veterinari?

n.2. Mi sembra anche i veterinari, ma per la loro materia. Sono limitati, mentre io ho poteri di polizia giudiziaria estesi a tutto, noi, le forze dell'ordine, polizia, carabinieri, guardia di finanza, guardia forestale, guardia provinciale abbiamo tutti la qualifica di agente di polizia giudiziaria, o ufficiale a seconda del grado che si ricopre nella struttura. E...che è quello che comunque applica tutto quello che è l'aspetto penale, la polizia giudiziaria. E poi ci sono gli agenti di pubblica sicurezza. Che applicano tutte le leggi che riguardano la pubblica sicurezza. [...] E questo è un altro aspetto: noi come polizia municipale abbiamo tutte le qualifiche, esattamente come la polizia i stato.

D. Anche quelle di pubblica sicurezza?

n.2. Anche quelle di pubblica sicurezza! Infatti giriamo armati perché siamo agenti di pubblica sicurezza.

D. Ma certo. Ma questo solo a Bologna o in ogni città?

n.2. Ci sono comuni in cui la qualifica...è per quello che siamo ausiliari di pubblica sicurezza. Che poi non è così, qui c'è una diatriba. Che adesso non soffermarti sul termine esatto perché io sul tesserino ho scritto ausiliario di pubblica sicurezza, nel decreto prefettizio sono agente di pubblica sicurezza. Io il decreto ce l'ho a casa e nel decreto c'è scritto che siamo agenti di pubblica sicurezza. E la legge dice che abbiamo che possiamo avere, la legge quadro sulla polizia municipale dice che possiamo avere funzioni ausiliare di pubblica sicurezza, cioè andare in giro col manganello. Quindi portare armi e fare queste cose qua [...]

(operatore n.2, reparto attività produttive)

3.2. Le competenze in ambito d'immigrazione

Andando più nello specifico di questa ricerca, anche in ambito di immigrazione le competenze di polizia municipale e polizia di stato sarebbero le stesse,

... operare con cittadini extracomunitari di fatto non è questione di competenza, è questione di legge. Io ho qualifiche di polizia giudiziaria esattamente come la polizia di stato.

(operatore n.2, reparto attività produttive)

L'essere polizia giudiziaria attribuisce agli operatori della Polizia Municipale, sebbene entro i confini del territorio comunale, tutti i poteri che sono anche della Polizia di Stato, e che a volte crediamo essere propri solo di quest'ultima e dei carabinieri. In realtà la questione è abbastanza controversa, soprattutto perché, come abbiamo più volte detto, il settore è attualmente in corso di trasformazione, e non è facile, né per la cittadinanza, né per i migranti, né per i poliziotti stessi, adeguarsi con prontezza alla nuova immagine. Tale incertezza emerge in questa intervista:

D. Quali ritieni che siano le competenze della polizia municipale nell'ambito dell'immigrazione?

n.1. Non è facile rispondere perché sono un po' nebulose anche le competenze della polizia municipale, perché in teoria noi come polizia giudiziaria abbiamo le stesse competenze della polizia di stato, e comunque il decreto sull'immigrazione dobbiamo applicarlo anche noi, e se troviamo un cittadino straniero non in regola con la legislazione vigente dobbiamo intervenire. E quindi insomma direi che non c'è differenza da quel punto di vista tra noi e la polizia

(operatrice n.1. Settore attività produttive)

Credo dunque sia utile rivolgermi di nuovo alla ricerca sulla polizia locale dell'Emilia-Romagna, condotta dal Servizio Politiche per la sicurezza e la Polizia Locale.

Nello studio svolto da Selmini sulle funzioni della polizia municipale, l'attività di "identificazione degli stranieri" compare, insieme a quella di "accompagnamento degli stranieri al confine", nell'area di polizia giudiziaria (6). Rientra tra le attività importanti, messe in pratica dalla Polizia ma non previste dalla Legge come tipiche. Viene effettuata infatti dal 71,3% (tab.1) delle strutture (7), ed è comunque un'attività molto rilevante, poiché svolta con alta frequenza (Selmini, 2010, prosp. 1, p.128-129). Sembra inoltre essere un'attività in espansione poiché, a fronte del fatto che ancora è comunque un'attività marginale rispetto al lavoro complessivo, acquisisce sempre maggiore rilevanza (tab.2). Inoltre solo una piccolissima percentuale, ovvero l'8,8% (ibidem, tab.3, p.132-133) di coloro che la ritengono parte delle attività svolte non crede sia di competenza della PM. Leggermente diverso il discorso riguardante l'accompagnamento di stranieri al confine. E' infatti questa un'attività svolta solo dal 7% (tab.1) delle strutture, e con una frequenza molto molto bassa (prosp.1). Ciononostante la maggioranza degli intervistati, ovverosia il 60% (tab.2), la considera come un'attività marginale rispetto al carico di lavoro complessivo ma che acquista sempre maggiore rilevanza. Ugualmente interessante il fatto che mentre qualcuno ha dei dubbi rispetto al fatto che l'identificazione degli stranieri rientri nell'ambito di competenza della PM, nessuno di coloro che ha inserito l'accompagnamento al confine tra le attività svolte sembri aver sollevato lo stesso dubbio anche verso quest'ultima (tab.3).

3.2.1. Dal punto di vista degli operatori: polizia di prossimità

Riassumendo, "l'identificazione degli stranieri" viene eseguita dagli operatori di Polizia Municipale, e a pieno diritto. Questa lettura è stata più volte confermata anche dagli operatori ascoltati nell'ambito di questa ricerca:

D. Quali sono le competenze della polizia municipale, naturalmente in ambito di immigrazione, visto che è questo ciò di cui mi sto occupando io in questo momento? Della polizia municipale in generale e del tuo reparto, reparto attività produttive, in particolare.

n.3. Certo. In generale sono compiti di identificazione di polizia di pubblica sicurezza e tutti i casi in cui la legge prevede l'accertamento dell'identità e l'accertamento degli illeciti. Quindi, gli illeciti di tipo amministrativo oppure a carattere penale per i reati. Abbiamo lo stesso identico tipo di competenze che ha la polizia di stato e le altre forze dell'ordine

(operatrice n.3, reparto attività produttive)

E anzi, c'è anche qualcuno che ritiene che la polizia municipale, proprio perché radicata sul territorio, abbia anche dei vantaggi in più rispetto alle altre:

D. Tu sei del reparto...

n.6. Sicurezza.

D. Allora io ti chiederei quali sono le competenze in ambito d'immigrazione della polizia in generale e in particolare del tuo reparto.

n.6. Molto lunga la faccenda da poter dire con poche parole. Diciamo che per una che non è del settore noi svolgiamo le stesse cose che svolge i reparti operativi della polizia e dei carabinieri. Infatti molto spesso lavoriamo con loro e svolgiamo qualsiasi tipo di attività come la loro, dalle intercettazioni telefoniche anche le perquisizioni gli arresti per spaccio al controllo sullo sfruttamento della prostituzione nomadi riciclaggio...facciamo le stesse cose. In più, se posso dire, noi siamo del territorio, quindi io sono 15 anni che sono su Bologna e non mi hanno mai trasferito

D. E ne deriva dei vantaggi...

n.6. Può essere che ne derivi dei vantaggi perché io conosco, ho molti più feedback sul territorio, amici e quant'altro, confidenti...per l'attività lavorativa sicuramente il rapporto fiduciario con la popolazione è importante.

(operatore n.6, reparto pubblica sicurezza)

Uno degli aspetti che più caratterizza la polizia municipale è infatti l'essere profondamente radicata nel territorio, ed essere quindi la più adatta, tra le forze di polizia presenti nel nostro paese, ad essere polizia di prossimità. Questo almeno stando a quanto ne dicono sia molti tra i dirigenti di Polizia Municipale nella regione (Selmini, 2010, p.93) sia molti tra gli intervistati:

n.6. siamo una polizia di prossimità, cioè ci occupiamo della microcriminalità di piccoli fatti di reato di devianza sociale e quindi aldilà di cosa ne dicono i politicanti e via dicendo la polizia di prossimità è la polizia locale, quindi se uno orina contro una fontana o contro un muro oppure disturba oppure fa schiamazzi o...solitamente il primo intervento viene svolto dalla polizia municipale.

(operatore n.6, reparto pubblica sicurezza)

n.7. "...noi che abbiamo un radicato servizio di controllo del territorio, con i servizi di prossimità, l'operatore che ha il suo settore e che continua a girare per quel settore, si vede tutte le facce matura delle prime informazioni che fanno già da filtro selezione: e se il tizio si trova sempre lì a tal ora in tal posto e non si capisce cosa fa, perché non va a lavorare e compagnia bella comincia a maturarsi una zona di sospetto per cui magari un certo giorno viene fatto un bel controllo approfondito "ma tu chi sei" fa parte del mestiere del poliziotto di prossimità."

(operatore n.7, reparto pubblica sicurezza)

Quindi, la polizia municipale vede se stessa sicuramente come polizia di prossimità. Innanzitutto, diamo una definizione di cosa questo vuol dire, riprendendo la definizione che ne vine data in un manuale per la Polizia di Stato (8): è "una nuova filosofia d'azione nel lavoro di poliziotto che, pur continuando a porre in primo piano i tradizionali settori della sicurezza pubblica e del rispetto della legge, muta i consueti moduli operativi ed amplia gli obiettivi di fondo del proprio agire" (p.43), nel senso che l'agire preventivo della polizia segue un'ottica quasi educativa "che parte da una conoscenza approfondita delle specificità esistenti sul territorio e punta ad anticipare i problemi sociali cercando di allontanare o di far scemare le tensioni direttamente dall'interno" (p.44). Tale obiettivo però richiede al poliziotto di essere costantemente a contatto e con il territorio, e con le componenti sociali che lo abitano, e di averne una conoscenza approfondita. Richiede altresì ottime capacità di relazione da parte dei poliziotti stessi. L'obiettivo che accompagna il concetto di polizia di prossimità non è solo l'affermazione di una situazione di legalità diffusa, ma anche la salvaguardia della pace sociale. In altre parole, il poliziotto non si deve limitare più al mero contrasto degli atti criminosi, di quelli insomma che hanno rilevanza penale, ma anche di tutti quei comportamenti, detti antisociali, che possono essere conflitti di vicinato, infrazioni scolastiche, problemi di degrado, "suscettibili di minare alle fondamenta la situazione di pace sociale presente in un determinato territorio". Il timore è infatti che dai comportamenti, pur se non sanzionati da leggi penali, rivelino un disprezzo "un disprezzo per le regole di condotta generalmente condivise o per le autorità vigenti nelle diverse istituzioni della società civile, se non una mancanza totale di rispetto nei confronti degli altri", e se ignorati possono creare insicurezza e minare appunto la pace sociale nel territorio.

3.3. Non di tutta l'erba un fascio: l'elemento d'imprevedibilità

Voglio concludere questo paragrafo con un elemento di dissonanza. Infatti, in coda a tutte le testimonianze e le riflessioni fin qui presentate, che ritengo comunque valide, credo sia scientificamente onesto riportare anche la testimonianza, decisamente fuori dal coro, di uno degli ultimi intervistati che, in maniera del tutto inaspettata, sostiene che l'unico compito della polizia municipale sia il controllo della viabilità, mentre tutti gli altri sarebbero poteri che non competono a questo corpo.

D. Ma adesso mi stai parlando soprattutto del controllo su strada, è quello che ti capita più di frequente di fare?

n.10. Allora, noi come controllo di polizia municipale, locale, facciamo i controlli inerenti ad una infrazione commessa, perché noi non abbiamo, noi non siamo titolari di ordine pubblico. Siamo lì...noi non possiamo fermare chicchessia per strada e chiedere i documenti, non è una nostra facoltà. Quindi noi ci imbattiamo piuttosto in controlli stradali. Oppure su infrazioni commesse al regolamento comunale. Diciamo che loro di infrazioni al regolamento comunale ne commettono pochissime, non sono persone che creano dei grossi problemi tipo imbrattamento quelle cose lì loro non le commettono assolutamente.

[...]

D. Quindi non ti capita spesso di fare controlli dei documenti agli stranieri?

n.10. Allora i documenti stranieri, i controlli vengono fatti sempre inerenti alla circolazione stradale. Comunque ambito di nostra competenza. Perché noi come polizia municipale possiamo chiedere i documenti soltanto su infrazione. Non possiamo chiedere a chiunque di esibirci i documenti senza giustificato motivo, non abbiamo questa facoltà.

(operatore n.10, reparto s.Vitale)

Tale lettura è in parte confermata e in parte smentita dalla collega dello stesso reparto, che ho intervistato subito dopo:

D. ...Mi spiegava il tuo collega che non reputa che il controllo dell'immigrazione faccia parte delle competenze della polizia municipale. E che il controllo avviene soprattutto su strada. E' l'unica testimonianza di questo tipo che ho incontrato fino ad ora...

n.11. Diciamo che per quanto riguarda noi sicuramente in generale rispetto alla polizia di stato e i carabinieri è prioritario il controllo sulla strada perché il controllo della viabilità, il controllo delle soste, il rilievo degli incidenti ti portano a svolgere la maggior parte dell'attività in ambito del controllo della strada per intenderci. Poi da lì scaturiscono anche situazioni diverse relative anche ai controlli dei documenti degli immigrati e così via...per cui sì, non è diciamo la nostra priorità ma è una delle nostre competenze, senza ombra di dubbio

D. Quindi immagino che capiti fare l'identificazione di stranieri, il controllo dei documenti, il semplice fermare una persona vedere capire chi è se è in regola con il permesso di soggiorno cose del genere...

n.11. Certo.

(operatrice n.11, reparto s.Vitale)

E i due si dividono anche nel tentativo di dare una spiegazione della minore frequenza con cui compiono controlli dei documenti. Mentre infatti l'operatore n. 10 sostiene che il fatto di effettuare pochi controlli della regolarità giuridica dei migranti dipenda anche dalla circostanza per cui nel quartiere di loro competenza la componente migrante sarebbe scarsamente presente,

"...con Piazza Verdi abbiamo a che fare con studenti, studenti universitari, spaccio di droga. Ed extracomunitari ce ne sono veramente pochi. Più che altro tutti hanno un negozio, in giro ce ne sono veramente pochi, ecco. Ce ne sono alcuni che sono un po', fanno la vita dei barboni, ma quelli ce ne sono veramente saranno 10- 25 persone".

(operatore n.10, reparto s.Vitale)

la sua collega porta avanti una diversa lettura delle cose:

D. No, perché credo che incida comunque il fatto che, credo, il quartiere s. Vitale sia una zona in cui la presenza dell'immigrazione è minore...

n.11. Mah, no.

D. Prima parlavo con i tuoi colleghi del reparto porto e invece loro la sentono molto come questione...

n.11. Ma guarda, io credo che sia molto una questione soggettiva, nel senso che anche nel mio reparto ci sono colleghi che ogni giorno escono e portano a casa l'intervento di polizia giudiziaria. Perché fanno tanti controlli. Fanno tanti controlli, e quindi perché si occupano, riempono la giornata lavorativa di quello e...poi ripeto, non è che non capita. Capita. Però se devo dire che percentualmente le persone controllate siano in maggior parte clandestine... no. Cioè, capita di trovare la persona, ma in percentuale abbastanza...non so, se devo quantificare quei numeri potrei dire, non so, l'uno per cento, ecco.

(operatrice n.11, reparto s.Vitale)

Un ultimo stralcio di questa anomala intervista ci può aiutare a mettere in luce un ulteriore aspetto:

n.10. "... la convinzione nostra è che possiamo fermare chi vuoi, ma noi siamo ausiliari, non siamo ...solo il testo unico di pubblica sicurezza consente all'operatore di fermare chicchessia, ma noi non lo siamo. Non è una nostra facoltà".

(operatore n.10, reparto s.Vitale)

Questo brano dimostra con particolare forza quanto dietro le istituzioni e dietro i meccanismi che queste mettono in atto ci siano sempre e comunque i soggetti, e sono proprio i soggetti, con le loro scelte e il loro sistema di idee, l'elemento di imprevedibilità che entra nella relazione, anche quella tra migrante e polizia. Ovvero una relazione contraddistinta teoricamente dalla fissità della Legge. Dunque, anche in questo studio di caso, molto di come l'operatore deciderà di agire dipende non solo da quali sono le competenze che egli, come addetto al servizio di Polizia Municipale, detiene ma, forse ancora di più, da come egli interpreta il proprio ruolo.

D. Sei del reparto attività produttive? La prima domanda mi hai già risposto, ovvero quali credi che siano le competenze della polizia municipale in ambito di immigrazione...

n.2. Quali credo che siano o quali sono per legge?

D. Quali sono...

Per legge tutte.

D. Quali credi che siano perché cercando di capire quella che ho intuito essere una sovrapposizione e confusione di competenze tra polizia municipale e polizia di stato, e comunque mi sembra ci sia una discussione interna alla polizia municipale per capire cosa può fare, cosa non può fare...

n.2. No, la discussione interna alla polizia municipale, mi dispiace che lo registri, spero che rimanga qua, la discussione interna alla polizia municipale riguarda al fatto più per che cosa si vuole fare. Io...ci sono dei colleghi che dicono "sono entrato per mettere delle cose sui verbali, io la gente non l'arresto"...perché non vuol fare il poliziotto! Però le competenze che la legge, con le nostre qualifiche ci da sono esattamente quelle della polizia di stato: uguali. Abbiamo gli stessi obblighi e gli stessi poteri. Che poi dopo per motivi di accordi per motivi istituzionali vengano o non vengano fatte delle cose ecco questo qui viene confuso spesso su quello che possiamo o che non possiamo fare. [...] Cioè, è tutto ...la legge dice delle cose, ...lascia tutto ...lascia molto margine di discriminazione, che viene utilizzato a seconda di chi vuole o non vuole fare le cose, non essendo mai specificato. Ma i limiti e gli obblighi che ci derivano dalla legge sono esattamente gli stessi della polizia di stato.

(operatore n.2, reparto attività produttive)

4. Buongiorno, documenti

n.8. Allora, diciamo che il primo approccio che noi abbiamo deve essere un approccio deciso quasi duro ma voce ferma in modo da far capire alla persona che comunque tu sei attento. E' questo che deve capire: che sei attento e che non gli dai modo di: uno reagire, due non è un termine ma fammelo passare, obbedire. Dopodiché quando l'abbiamo fermato e quindi spesso cerchiamo se siamo in due che siamo sempre in due di battezzarne uno e braccarlo, quindi uno davanti ed uno dietro. Quando l'abbiamo più o meno chiuso o tra due macchine nel caso di un parcheggio o contro un muro cerchiamo...gli chiediamo i documenti e cerchiamo sempre in maniera decisa, gli chiediamo cosa ha nelle tasche e di sua spontanea volontà, perché dev'essere così, lui tira fuori tutto quello che ha. Questo è un primo modo per tra virgolette per svestirlo per renderlo per spogliarli dalla sua aggressività, cercare di intimorirlo, e spesso, spesso, se non sono delinquenti abituali ma è così perché e...la maggior parte sono disperati: e quindi non sono delinquenti abituali e questo per noi è un vantaggio. Perché noi siamo polizia municipale e non siamo polizia, quindi secondo me non ancora preparati ad affrontare quelli che sono delinquenti abituali. E...dopodiché se non hanno nessun documento o chiamiamo una macchina per portarlo via o lo portiamo via noi con un a macchina stando uno dietro. Di solito cerchiamo di non usare le manette, di non ammanettarlo sennò fa resistenza perché diciamo che l'ammanettamento è uno strumento sicuramente una sicurezza per noi ma toglie molto della dignità dell'altra persona. Questo se non fa resistenza noi non lo facciamo. Poi io però per me, poi ci sono degli altri colleghi che la pensano in maniera diversa, però cerchiamo di non usare le manette per una persona anche se non ha i documenti. Poi bisogna veder come si pone quest'altra persona, però se sono dei disperati la linea che mi do è quella ovviamente di stare sempre attento e all'erta infatti l'operazione che non facciamo è quella di cercare di non togliergli la ribs. Poi dovremmo fare anche la perquisizione personale, quella dovremmo farla subito ma intanto diamo a lui una possibilità di... insomma, gli diano una possibilità di essere, di cercare, di trovare una... non un dialogo, ma comunque di cercare di venirgli incontro senza essere troppo aggressivi. Decisi, ma non aggressivi. Questo è il nostro, cioè il nostro, quello che penso. E spesso operiamo così perché sappiamo che in quella zona, per la conoscenza del territorio che abbiamo, in quella zona ci sono molti disperati. (intervistato 8, reparto Porto)

Come spiegavo nell'introduzione a questo capitolo, dell'interazione tra migranti e polizia, ho voluto studiare un frangente, ovvero quello del controllo dei documenti, reputando che fosse uno dei momenti più frequenti di incontro tra le due parti, e anche uno dei più impattanti nella vita della persona migrante in Italia. Impattante sia per chi si trova irregolare in Italia, sia per chi si trova qui "autorizzato" da un regolare permesso di soggiorno. Infatti, inaspettatamente, non è tanto la paura di essere presi, individuati come irregolari e rimandati a casa ciò che contraddistingue il sentimento che molti tra i migranti portano con sé mentre attraversano le strade di questa città, poiché è radicata la convinzione che "se non ho fatto niente non possono farmi niente, anche se sono irregolare",

MO. Io mai, mai ho avuto paura della polizia, mai mai. Perché so che io sono pulito e non mi fanno niente, solo perché non ho documento, che mi fanno? Niente.

D: no, secondo la legge purtroppo potrebbero, però tu sai che non lo fanno, chiaro.

MO. Mah, no, basta che sei un po' pulito, possono vederti sulla faccia se sei pulito. Solo se vogliono romperti..hehe.

(MO, Marocco, 28 anni)

PA. Ma mi hanno fermato anche altre volte, che ho fatto un incidente in autostrada, mi hanno portato anche lì, fermato ...ma hanno visto che non avevo fatto niente, non avevo fatto niente... di penale, non ho mai venduto, di vendere droga non l'ho mai fatto, non ho fatto niente di grave.

(PA, Senegal, 26 anni)

Ovviamente questo non vale per tutti: chi più di altri ha subito il controllo, chi ha ricevuto il foglio di via in passato, o magari è già finito in CIE, un certo timore mostra di averlo:

MA. ...La polizia mi hanno imparato soltanto a distruggere, a darti questa paura questa ansia, perché ogni volta che li vedi ti viene un timore veramente che no ti so neanche spiegare...

D. perché non sai mai come potrebbe andare...

MA. Infatti. Adesso ormai, io per fortuna...qua l'unica cosa che ti può creare soprattutto dei problemi è hai fatto galera una volta qua. Sì, lì sei fottuto. Sì perché ogni problema c'è un definitivo che ti aspetta. Io ti faccio un esempio: se mi prendono e mi portano in galera per un fatto e tipo mi danno sei mesi, sono sicuro che non si fermeranno a questi sei mesi perché mi hanno fermato tante e tante volte con tanti fogli di via, solo che non mi hanno mai fermato per un reato quindi non mi possono fare niente, perché non ho fatto galera. Ma se ti fermano oggi...

perché secondo me uno non viene qua veramente per diventare delinquente, veramente! con tutto che sia marocchino o che sia...

(MA, Senegal, 34 anni)

In ogni caso, anche più forte della paura è la sensazione di una costante discriminazione agita nei loro confronti. I prossimi due brani sono rappresentativi di cose che mi sono sentita ripetere da molti tra gli intervistati:

D. Ti da fastidio che ti controllano che ti chiedono...

RA. Sì, è una cosa che non fermano tutti. Magari un ragazzo italiano che sta andando, non fermano lui ma fermano me.

A me da fastidio che magari sto passando in un gruppo di cinque sei ragazzi, magari no italiani, loro fermano per forza per controllare, in quel momento mi danno fastidio. Perché non controllate tutti? Attiro solo straniero io e perché mi controllano?

(RA, Pakistan, a Bologna da 7 anni)

IR. ...Ci sono paesi civili, Germania in Svizzera, lì andate. Se non fai qualche stronzata sei sempre il benvenuto, eh? Invece qua o tu fai qualche stronzata o non lo fai, così appena ti ferma ti tratta così come sei uno stronzo come sei un pezzo di merda, veramente. Mi piange il cuore, però è così.

Dopo una vita una persona che sta qui, i figli nascono qua, cresce qua, tutta la giovinezza la usa qui, però dopo si sente queste cose o provi queste cose non è una bella situazione.

D. Anche perché nel senso tu sei italiano quanto me e sei in Italia tanto quanto me

IR. Sì, però tu aprirai molte più porte che io, perché tu sei nata in Italia e io non sono mai nato qua... [...] Sì, subito pensano che questo qua spaccia la droga, che ci sono gente che fanno questo mestiere in giro. Sì, però non sono tutti spacciatori! Come gli italiani, famoso, Italia famoso per mafia. Però non siete tutti mafiosi, porca miseria...uguale così musulmani non sono tutti terroristi, non sono tutti spacciatori. Quindi ci sono cose che bisogna capirle, bisogna vederle, non deve trattare...io non tratto una persona come mafiosa! Fino a che tu non fai qualcosa di strano, qualcosa che dimostri che sei mafioso. Quindi quando una persona la fermi non deve trattare questo qua come se per forza deve essere un mafioso, o deve essere un terrorista, o uno spacciatore di droga, non puoi! Tu solo devi controllore come comporta, come è bravo, come è giusto, no? Invece non è così. Tu dici, "guarda, qual'è il problema segnorita. Ecco qua i documenti, però parlano "vieni fuori!". Solo lingua magari come persona che non capisce nulla. Sempre quel discorso lì, che trattano una persona che non capisce nulla che è arrivata oggi in Italia, una che vive qua da una vita, trattamento uguale! Anzi, appena dici una cosa, ti dicono: tu stai zitto. Veramente, eh? Tu non puoi spiegargli, dirgli: "signori, qual'è il problema? Posso aiutarvi?". No! Non puoi dire. Appena dici una cosa cominciano a gridare. No va bene. Questo è veramente trattamento stranissimo. Non sono tutti così, preciso questo, eh? Però la maggior parte sono così.

(IR, Pakistan, 42 anni)

E in questo non c'è differenza tra chi si trova in Italia regolarmente e chi invece no: tra gli uni come tra gli altri permane infatti quel senso di insofferenza derivante dal fatto di continuare a venire fermati, anche quando finalmente si è riusciti a regolarizzare la propria posizione giuridica. Tornerò su questo aspetto in seguito.

Per adesso vorrei cercare di presentare una storia collettiva, costruita sulla base delle testimonianze raccolte, che riveli come, quanto, dove, i migranti vengono fermati per il cosiddetto controllo documenti. E' una storia collettiva che si muove lungo direttrici comuni a tutti gli intervistati, e che allo stesso tempo devia in alcuni punti. In effetti, così come sono molti i punti in comune tra una storia e l'altra, anche le differenze sono parecchie.

L'immagine del migrante che, per la semplice ragione di essere fisicamente individuato come straniero, viene fermato per un normale controllo documenti mentre cammina da solo per strada, e poi portato in questura per l'identificazione e l'eventuale espulsione se trovato irregolarmente in Italia, è una situazione tipo che difficilmente trova riscontro nella realtà. Tanto per cominciare, come mi raccontano in molti, il controllo innanzitutto raramente avviene quando si è soli:

MA. E' difficile camminare, io non mi ricordo è rarissimo che cammino così e mi fermano. E' molto molto molto raro. Tutte le volte che mi hanno fermato magari eravamo in un gruppo, o succede qualcosa, qualcuno magari tipo un nero ha rubato qualcosa, è partita una denuncia e tutti i neri che prendono li portano per vedere.

(MA, Senegal, 34 anni)

TU. Una volta sola lo hanno fermato da solo, ed erano i carabinieri. Anche perché, sostiene lui, poche volte fermano se sei da solo.

(TU, Tunisia, 28 anni)

D: Di una cosa sono curiosa, ma quando ti fermano sei da solo o sei con qualcuno?

MO. sì, ti fermano di più quando sei con qualcuno. Tre o quattro, o due. Due meno. Mi hanno fermato molte volte, ma mi capita sempre con qualcuno, o...sempre perché vedono due...per quello.

(MO, Marocco, 28 anni)

In secondo luogo, la scelta di controllare qualcuno piuttosto che qualcun'altro non è assolutamente casuale ma è determinato da vari elementi:

n.6. Sì...diciamo che già il fatto di fermare una persona a caso no, deve esserci sempre un sospetto comunque perché...oppure puoi dire che è un caso ma lo hai fermato perché hai già preso informazioni a sufficienza.

(operatore n.6, reparto pubblica sicurezza)

Gli aspetti che più incidono sulla possibilità che una persona venga fermata o meno per un controllo di polizia si sono rivelati essere la provenienza geografica, l'età anagrafica, e la zona in cui ci si trova in quel momento, mentre non si può rintracciare una linea del colore, ma su questo si tornerà in seguito. Altra cosa sono invece gli elementi che incidono sulla decisione dell'operatore di portare o meno in questura il migrante qualora irregolare.

Quello che andrò ad analizzare nel prossimo paragrafo è l'operazione di chirurgia sociale (Bittner) messa in atto dalla polizia nei confronti dei migranti; un'operazione che avviene su due livelli: innanzitutto il poliziotto deve decidere su chi far ricadere il controllo, e in questo caso compie un prima scissione tra migranti buoni e migranti cattivi; poi, trovatosi di fronte al migrante irregolare deve decidere come proseguire l'azione, attuando di nuovo lo stesso tipo di divisione tra i migranti che aveva individuato come "cattivi" in un primo momento: salvandone alcuni e condannandone altri. E' proprio questa operazione di chirurgia sociale, questo particolare tipo di discrezionalità del poliziotto di decidere, entro certi limiti, quando applicare la legge e quando no, che contraddistingue, a mio parere, il potere della polizia (vedi. cap.3).

4.1. La provenienza geografica

Nell'intento di ogni poliziotto chiamato ad applicare la legislazione sull'immigrazione di massimizzare la possibilità di selezionare tra i migranti coloro che risultino essere più pericolosi (perché di fatto, come diceva Sacks (9) e come dimostrerò nel corso della ricerca, è questo che succede), è emerso che i più fermati, come era d'altronde prevedibile, sono i ragazzi più giovani, provenienti dal Senegal, PA (26 anni) e MA (34 anni) o dal Maghreb, come ad esempio MO, marocchino di 28 anni, e TU, suo coetaneo, ma Tunisino. PA si trova in Italia da 5 anni, ma a Bologna da 3, e non riesce a dirmi quante volte sia stato fermato:

D: Io ti chiederei: ti è mai capitato di essere fermato dalla polizia?

PA. Anche ieri, per controllarmi!

(PA, Senegal, 26 anni)

MO, qua da 5 anni, mi dice di essere stato fermato almeno una ventina di volte per un semplice controllo dei documenti, e portato in questura 5 volte. MA, qui a Bologna da 7 anni, è stato portato in questura addirittura una quindicina di volte (non sa con esattezza), ma nemmeno lui, come PA, ha idea di quante volte sia stato fermato per strada. Anche nell'esperienza di TU si intravede già la stessa tendenza, essendo già stato fermato 3 volte in poco più di 7 mesi di presenza in questa città, anche se poi non è mai stato portato in questura per l'identificazione.

Il fermo di questi ragazzi avviene a piedi, ed è un dato significativo poiché significa che da parte del poliziotto c'è la chiara volontà di controllare proprio quella persona e non un'altra, in ragione di qualche caratteristica che presenta: come già diceva Sacks, gli agenti di pattuglia sono specificamente orientati ad individuare le apparenze scorrette, atto reso molto più fattibile nel fermare una persona per strada piuttosto che nel fermare una persona mentre gira in macchina o in motorino. L'essere stato fermato a piedi o meno, dunque, è un dato significativo.

La frequenza con cui questi ragazzi, provenienti dal Senegal, dal Marocco e dalla Tunisia, sono stati fermati, e con cui continuano ad essere fermati anche adesso che tre su quattro sono riusciti a regolarizzarsi, va messa a confronto con quante volte invece vengono fermate altre persone di diversa nazionalità, per comprendere appunto quanto la provenienza geografica influisca sul controllo di polizia.

Un confronto di questo genere è subito evidente, ad esempio, con il gruppo di Pakistani. Va fatta prima di tutto una precisazione sulla figura del pakistano a Bologna: egli (parliamo dei pachistani di genere maschile) è il migrante docile, inserito nel mondo del lavoro, gestisce pizzerie, o fa il porta pizze per le stesse, o ha negozi di alimentari. Questa è la visione che se ne ha in generale, e rispetto a cui ho trovato riscontro sia nelle testimonianze dei poliziotti intervistati che in quelle dei migranti. Dunque, difficilmente chi è di nazionalità pakistana viene fermato per un controllo dei documenti; ciò accade, di nuovo, per svariate ragioni: in parte, come hanno confermato gli stessi intervistati, gli appartenenti a questo gruppo girano meno a piedi, vuoi per minore tempo libero, vuoi perché sono spesso muniti di moto a causa del lavoro che generalmente fanno:

D. Quindi a piedi mi hai detto che non sei stato mai fermato...

IR. Io giro molto meno a piedi quindi...

(IR, Pakistan, 42 anni)

Ma anche perché, nel senso comune, anche in quello degli operatori della PM, il migrante di origine pakistana o indiana rappresenta la figura del lavoratore docile, che magari non è in regola con il permesso di soggiorno, ma non è sicuramente un personaggio pericoloso a cui è necessario prestare attenzione. Anche la testimonianza di un operatore di polizia municipale mi conferma questa immagine stereotipata del "pakistano affabile":

n.6. Pakistani e indiani sono molto rispettosi percentualmente hanno molto timore quindi il rapporto per un poliziotto è molto più semplice in quanto sono molto...probabilmente sono stati educati, oppure hanno subito situazioni da parte della polizia nel loro paese che li porta...probabilmente con la seconda generazione e la terza generazione il rapporto sarà molto diverso, e infatti lo riscontriamo già, coi ragazzetti. Però loro sono molto rispettosi. L'approccio con loro quindi, magari per problematiche relative alla circolazione, sinistri stradali... quando devi chiedere i documenti chiedi e via dicendo. Oppure controlli gli esercizi commerciali...ecco, loro magari, il loro problema è l'impiego di manodopera clandestina in nero e quindi l'approccio con loro è denunce per lo sfruttamento della manodopera...personalmente solo un caso di truffe informatiche presso gli internet point con carte di credito che attraverso triangolazioni con altri paesi...poi fanno paga la bolletta della telecom con carta di credito rubata in Arabia Saudita. E questo ecco l'approccio con loro è abbastanza sereno tranquillo, loro sono rispettosi forse anche eccessivamente rispettosi.

(operatore n.6, reparto Pubblica Sicurezza)

Tutti i diretti interessati, sia coloro che effettuano il controllo sia coloro che lo subiscono, confermano che il contatto difficilmente avviene a piedi, ma più spesso ha luogo durante un controllo della viabilità, oppure in seguito al rilevamento di un incidente stradale, circostanze durante le quali gli operatori effettuano anche un controllo dei documenti; oppure avviene durante dei controlli effettuati su esercizi commerciali, controlli che vengono effettuati in particolare dagli operatori del reparto attività produttive, che proprio di questo si occupano e che, questo è importante da sottolineare, scattano generalmente non per iniziativa personale del poliziotto, ma in seguito ad una segnalazione:

D. Ok, quindi sia che sia italiano sia che sia straniero tu guardi l'attività, va bene. Invece mi dicevi che puoi intervenire anche sulla base di una segnalazione: segnalazione da parte di chi?

n.3. Da parte della centrale, del cittadino, del settore attività produttive dell'ufficio comunale che ha ricevuto la richiesta di apertura di una attività da parte di un cittadino, e quindi andare a verificare se l'attività è esercitata in maniera regolare. Cioè noi, principalmente, per il tipo di attività che svolgiamo, per i numeri del nostro reparto, per il personale che abbiamo a disposizione, non facciamo altro che controlli su segnalazione. Non abbiamo il tempo e il personale per poter svolgere attività amministrativa, anche se fa parte dei nostri compiti. Farebbe parte delle nostre prerogative. Poter tranquillamente fermare qualcuno che sta esercitando un'attività

(intervista n.3, reparto attività produttive)

Questo fattore denota il probabile disinteresse della polizia nei confronti di questo gruppo, polizia che sembra, sulla base di più testimonianze, non effettui controlli mirati su iniziativa personale.

I tre intervistati pakistani sono: SH, a Bologna da 8 anni, ha 56 anni ed è stato fermato solo cinque o sei volte; RA, in Italia da 2003, che mi racconta invece di tre episodi diversi, in uno solo dei quali gli è stato chiesto di mostrare il permesso di soggiorno; e IR, 42 anni, in Italia da diverso tempo, tanto da avere la cittadinanza italiana: è l'unico tra gli intervistati ad averla; a Bologna da cinque anni, IR dichiara di non essere mai stato fermato a piedi per un controllo dei documenti, ma sempre e solo quando viaggiava in motorino o in macchina. Dunque, la distanza tra questo gruppo (persone che provengono dal Pakistan) e quello precedente (persone che provengono dal Maghreb e dal Senegal) è abissale. Ciò non significa che anche se una persona subisce il controllo più raramente, quando ciò accade non si senta comunque oggetto di discriminazione razzista. IR dichiara per l'appunto di notare delle discriminazioni anche nei fermi di questo tipo:

IR. A Bologna ogni volta che è stato fermato da vigili sono stato trattato malissimo. Qualsiasi cosa che dici non fidano mai. Sempre dicono che è una bugia.

D. Ma quindi che ti chiedono, forse se lavori, se...

IR. No, non per quello. Ogni volta che fermano col motorino non fidano di nulla. E se io dico guarda che è tutto originale, fino qua che m'hanno detto che anche mia patente è falsa. Io ho detto scrivetemi qua che mia patente è falso allora potete tenere mia patente. Poi io vi mostrerò falso non è falso. Però non scrivono, basta che trattano male. Tutto qua. Devono dire guarda che questa tua patente è falsa, guarda io ti lascio questo foglio che tengo tua patente e vai. Allora io mi giustificherò più tardi, tramite avvocato, tramite qualcosa che questo era falso no.

Però questi qua trattano veramente, vigili particolarmente ha un comportamento molto strano.

D. Quindi, per riassumere, ti fermano ti chiedono patente libretto eppoi tu glielo mostri e ti dicono che non è vero, ma ti è capitato spesso?

IR. Sì, due tre volte qua in città, vivendo in città la maggior parte delle volte fermano controllano e sempre solita storia che vigili trattano malissimo peggio di qualsiasi altra persona e non so perché

[...] vigili non lasciano mai pensano di aver beccato una miniera d'oro e per qualsiasi motivo devono dare la multa particolarmente stranieri non lasciano mai. Se vicino loro passa un loro paesano sta guidando in macchina con cellulare non fermano mai. Ma se fermano una persona che non conoscono, lo fermano, 6 punti sulla patente e multa di 150 euro. Però loro paesano passa vicino salutano e non dicono cosa fai? stai telefonando guidando? No, questo non lo dicono mai. Questo mi è capitato sulla mia pelle.

(IR, Pakistan, 42 anni, da 5 a Bologna)

Altri intervistati di altre nazionalità confermano quella che è la nostra ipotesi di partenza, ovvero che sui giovani provenienti dal Senegal e dai paesi del Maghreb, quindi Marocco e Tunisia in primis, operi una sorta di selettività da parte del controllo agito dalle forze dell'ordine. Ovviamente sono svariati i motivi che portano a questo tipo di selezione, e in questa ricerca si tenterà di individuarne alcuni. Per adesso rimaniamo sul dato.

Tra i migranti che con le loro testimonianze non smentiscono quanto fin qui affermato troviamo, ad esempio, BS, ragazzo brasiliano:

BS mi spiega che in tre anni che è qui è stato fermato tre volte. Quando gli dico che è fortunato e che è poco, lui risponde che lavora e va poco in giro, naturale che non lo fermano.

Delle tre volte che l'hanno fermato, due volte è stato mentre era in treno, ed è stato fatto semplicemente scendere. Mi dice che a fermarlo in treno sono stati i carabinieri. [...]

La terza volta mi racconta di trovarsi di fronte alla stazione: in quell'occasione due agenti della polizia di stato lo raggiungono mentre sta slegando la bici. Sospettosi gli chiedono chi è, cosa sta facendo, se lavora. Lui spiega che la bici è sua, che quindi non c'è motivo di allarmarsi. Mi dice che gli chiedono se ha il permesso di soggiorno, lui risponde di no, [...] Delle tre volte in cui l'hanno fermato, tutte e tre le volte, non è mai stato portato in questura: il processo si è sempre arrestato nella fase precedente l'identificazione (10).

(Dall'intervista a BS, Brasile, 28 anni)

Così come RH e AF: entrambi Afghani, RH ha 20 anni e si trova in Italia e a Bologna da un anno e mezzo, AF ne ha 26 e al momento dell'intervista era arrivato a Bologna da due settimane. RH è stato fermato solo due volte in un anno e mezzo ma non è mai stato portato in questura, e afferma che i poliziotti sono sempre stati gentili. Poi mi racconta anche un episodio piuttosto particolare:

Mi dice che la polizia un giorno lo ha fermato e gli ha chiesto se avesse il permesso di soggiorno. Lui ha spiegato di aver lasciato la ricevuta a casa, allora gli agenti gli hanno chiesto da dove venisse. Quando ha detto loro di provenire dall'Afghanistan lo hanno lasciato perdere.

(dall'intervista a RH, Afghanistan, 20 anni)

Anche AF ha una storia particolare da raccontarmi:

Arrivato a Bologna, il camion si è fermato in autogrill e AF è sceso. Solo che è stato notato da qualcuno che ha chiamato la polizia. Dice che fosse la polizia stradale, quindi immagino la municipale, ma non ne è molto sicuro. Comunque l'hanno portato in questura quando è sceso dal camion. In questura quella notte (era il 30 novembre) non c'era il traduttore, e ovviamente lui non parlava italiano. Mi racconta che sono comunque riusciti a comunicare un minimo, tanto che lui è riuscito a spiegare come si chiamava e da dove veniva. Gli hanno preso le impronte digitali e alle 10 è uscito dalla questura, dopo aver avuto un foglio che deve portare in comune per richiedere l'asilo politico. Mi dice che in questura gli hanno anche portato il tè e il caffè, e che sono stati molto gentili.

(dall'intervista ad AF, Afghanistan, 26 anni)

Insomma, sembra che né AF né RH siano soggetti allo stesso tipo controllo da parte delle forze di polizia a cui sono invece soggetti i ragazzi del Maghreb e del Senegal presenti in Italia; infatti, RH, seppure trovato senza la ricevuta del permesso di soggiorno, ragione sufficiente a portare una persona in questura per il foto segnalamento, è stato lasciato andare nel momento in cui ha affermato di essere Afghano, mentre AF, seppure colto in flagrante nell'atto di entrare clandestinamente in Italia, ha ricevuto un trattamento di favore: invece di avviare le pratiche di espulsione, gli è stato spiegato come provare ad ottenere l'asilo politico. Una prassi che dovrebbe essere normale, ma che normale non è. Ma che sembra funzionare invece con alcune nazionalità, ad esempio quella afghana. Mi è sembrato di leggerci l'eco di un senso di colpa per una guerra ingiusta, ma potrebbe essere una mia interpretazione troppo personale.

L'ultimo esempio che voglio portare è quello di SO, un signore di 48 anni di nazionalità romena. SO ha occhi celesti, capelli chiari, e in otto anni di permanenza a Bologna non è mai stato fermato, nemmeno prima dell'entrata della Romania nell'Unione Europea. Mi sembra chiaro che non viene fermato semplicemente perché è molto difficile capire, in base ai suoi tratti somatici, che lui non è italiano di nascita.

L'impressione è quindi che il controllo delle forze dell'ordine si diriga preferibilmente su chi viene individuato, anche grazie ad un fattore visivo, come straniero, e tra questi in particolare sulle persone originarie di certe regioni.

Tengo a precisare, e questo è un fattore importante, che non si può far coincidere la decisione che un poliziotto prende di chiedere i documenti ad una persona o meno con un'ideale linea del colore. Ovvero, non è il colore della pelle la discriminante più forte in questa scelta, come forse saremmo tentati di credere. Lo dimostra la testimonianza di due ragazzi eritrei, che non mi hanno voluto dire il loro nome, ma che hanno entrambi una trentina di anni. Essendo eritrei sono ovviamente molto scuri di carnagione, eppure non subiscono il controllo nella stessa misura dei ragazzi senegalesi. Ovverosia: vengono fermati, ma la polizia mostra di avere un atteggiamento diverso nei loro confronti, in ragione del fatto che sono eritrei. Uno di loro spiega:

D: La polizia ti ferma e ti chiede: "prego documenti?" Ti è mai successo?

No, io ho il documento regolare. E comunque la polizia quando ha visto che io eritreo, no problema. Anche perché io mai ho fatto brutte cose.

D: Quindi quando vede che sei dell'eritrea non ti ferma e non ti chiede niente.

Annuisce.

D: Ma quindi chi pensate che la polizia ferma di più? La polizia vede che sei eritreo, che sei bravo, che cerchi solo lavoro e non ti chiede niente.

Quando si mette documenti a guardare...anche gli eritriani li ferma, però non succede niente.

Si capisce chi è cattivo e chi non lo è.

D: Quindi se decide che sei cattivo viene, sennò lascia stare.

Quando fanno così va bene, perché il controllo va bene, è il lavoro di loro.

(ragazzo eritreo, 32 anni)

Potremmo azzardare un'ipotesi, ovvero che la linea del colore non gioca ruolo alcuno nella scelta del poliziotto: la persona di origine eritrea, pur essendo di carnagione scura tanto quanto la persona senegalese, non è considerato un individuo pericoloso e quindi non viene controllato. Questo mi induce ad ipotizzare che la polizia ragioni dividendo le persone in gruppi secondo un criterio piuttosto rigido, che porta ad attribuire a certe categorie di persone un certo tipo di propensione criminale, sulla base della loro nazionalità. Ma in effetti ho trovato varie volte conferma a questa ipotesi.

Ovviamente la decisione di un poliziotto rispetto alla pericolosità di un individuo non dipende solo dalla sua nazionalità, ma da tanti altri fattori, due dei quali potrebbero essere l'età anagrafica e la zona in cui il migrante si trova al momento del controllo. Questi diversi fattori intervengono sul meccanismo del controllo messo in atto dalla polizia, e danno origine ad ulteriori divisioni per gradi di pericolosità all'interno dei gruppi di provenienza.

4.2. Il fattore età

Ad un primo sguardo sembra che l'età anagrafica intervenga nella scelta dell'operatore di polizia e crei un ulteriore divisione tra "più controllati e meno controllati" anche all'interno di quei gruppi che più di altri subiscono il controllo.

Ad esempio BS, comunque senegalese, ma di 44 anni, qui in Italia e a Bologna da 18, mi dice di essere stato fermato in questi anni per normali controlli, ma mai a piedi: sempre in macchina, e di non aver mai avuto problemi con la polizia. E BA, sempre senegalese, 47 anni e in Italia da 21, mi racconta di venire fermato di tanto in tanto, ma non si lamenta della frequenza con cui ciò avviene. Non sembra cioè percepirlo come un problema che lo riguarda, anche se quando capita ammette di essere parecchio infastidito. BS e BA non solo hanno un'età maggiore, ma hanno anche una storia d'immigrazione diversa da quella degli altri intervistati, essendo arrivati in Italia, in un periodo in cui la legislazione era diversa, era più morbida, "era più facile regolarizzarsi" (BS), e di conseguenza era più morbido anche l'atteggiamento delle forze dell'ordine. Infatti entrambi hanno ottenuto presto il permesso di soggiorno, BS dopo un anno e mezzo e BA addirittura dopo qualche mese, sfruttando la sanatoria della Legge Martelli. Questo per dire che non si possono analizzare sullo stesso piano le testimonianze di PA e MA, i due giovani senegalesi, e quelle di BS e BA: le loro storie di immigrazione sono completamente diverse. Sta di fatto che, anche nel loro raccontare, è evidente che BS e BA subiscono il controllo in maniera diversa e minore rispetto a PA e MA: per questi ultimi due, a differenza degli altri, si tratta di un'esperienza quasi martellante. Come dicevo prima, BS non ha addirittura mai subito un fermo a piedi, e comunque mostra di non aver mai avuto problemi con la polizia: l'unico disagio di cui parla è l'atteggiamento che alcuni agenti hanno quando si reca in questura, e la lentezza della burocrazia; BA invece mi racconta di un maggior numero di disagi, ma sono più che altro racconti riguardo certi comportamenti della polizia perpetrati verso qualcuno che non sia lui; quando gliel'ho chiedo non mi dice quanto spesso viene fermato, ma fa riferimento al fatto che i poliziotti sono più gentili con lui adesso:

D. Infatti, questo mi interessa in particolare: sapere se a te personalmente è capitato di essere fermato per un controllo documenti, e in quei...

BA. Ma...tantissimi poliziotti si comportano...secondo quella persona che c'hanno davanti.

D. Ok...quindi, per esempio a te com'è successo? Del tipo: ti fermano, controllo documenti, e poi basta...?

BA. Io quando mi fermano...sì, forse nei primi tempi. Adesso quando ci vedono che parli bene, capisci le cose, si comportano bene.

D. Ok, ok...quindi noti una differenza...

BA. Sì, quando vedono che tu hai difficoltà a spiegare le cose, e tutte quelle cose lì cominciano a dirti o comportarsi anche male, sono anche capaci di...metterti a terra, o di dirti spogliati o delle...queste cose del genere. E questo...c'è...è un problema.

(BA, Senegal, 47 anni)

Qui viene sollevato un aspetto interessante della questione: come si legge dall'intervista, BA attribuisce il diverso atteggiamento tenuto dai poliziotti al fatto di essere una persona che ormai parla bene la lingua italiana e che in ragione di questo viene percepito come un migrante inserito. Ipotizzerei, alla luce di questa osservazione, che il fattore età gioca un ruolo nel minor controllo a cui BA e BS vengono sottoposti, ma non in quanto tale, piuttosto in quanto si accompagna ad altri fattori che a loro volta dipendono da quello: non solo la lingua (infatti anche PA e MA parlano molto bene italiano), ma anche il fatto che, in ragione della loro età, passano tendenzialmente meno tempo fuori casa e hanno un diverso modo di vestirsi, più sobrio, che da meno nell'occhio. Ma forse il fattore età ha la sua importanza a prescindere da tutti questi altri elementi. E' il caso di AB che mi porta a rivalutare questa possibilità. AB proviene dalla Tunisia e si trova a Bologna da quattro anni; non parla bene l'italiano, tanto che la conversazione tra noi è stata parecchio difficoltosa:

AB. Il problema è del documento, la polizia non è un problema.

D. infatti volevo chiederti: la polizia ti ha mai fermato, ti ha mai chiesto i documenti?

AB. Io in quattro anni, non polizia, niente. Io una volta io ai giardini (Piazza Azzarita) ho visto tre carabinieri "buongiorno" "buongiorno" "documento?" "no, non ce l'ho" e mi dice "nome?" "AB" vengo dal Marocco "lavoro?" io muratore.

D. Quindi eri in piazza dell'Unità, ti hanno chiesto i documenti, tu gli hai detto che non ce li avevi, però gli hai detto il nome, che vieni dal Marocco, ti hanno chiesto se lavoravi, gli hai detto di sì, e poi basta.

AB. Basta, "buona giornata" e ciao. Io polizia in Italia, carabinieri, no problemi. Sono quattro anni che sono qua, io sempre alle cinque, alle sei, a casa.

D. Quindi non hai avuto mai problema?

AB. No, mai.

(AB, Tunisia, 40 anni)

La testimonianza di AB apre alcune parentesi: da un lato mostra che AB, 40 anni, praticamente non subisce il controllo da parte della polizia. E' anche vero che AB stesso ammette di passare poco tempo per strada e di tornare a casa ogni giorno verso le cinque o le sei del pomeriggio. Allora potremmo associare il fatto che chi è più adulto viene controllato dalla polizia in misura minore non perché, essendo da più tempo in Italia, abbia una maggiore padronanza della lingua, ma per la naturale tendenza degli adulti a passare meno tempo fuori casa rispetto ai più giovani. I più giovani vengono controllati di più proprio perché vivono la città in maniera diversa rispetto agli altri: soprattutto il giovane è percepito come più pericoloso perché sta in strada, fonte di disordine e insicurezza. Quali ne siano i motivi, resta il fatto che l'età incide nell'attività di controllo della polizia.

Cionondimeno l'intervista di AB apre un'altra parentesi, assolutamente degna di interesse: la polizia oltre a chiedere il documento e il permesso di soggiorno, alla risposta negativa di AB, gli chiede se lavora. Questo episodio apre un discorso estremamente affascinante quanto inaspettato, che merita una trattazione a parte (vedi Par.3 di questo capitolo). Per adesso continuiamo con i fattori che determinano l'opera di chirurgia sociale della polizia.

4.3. Zone a rischio

Tra l'altro, tra virgolette qua ci sono dei zoni che sono dei zoni sospetti.

Capito? Cioè, che lì quando ti trovano lì non ti possono trattare bene magari perché sono delle zone di spacci...tutto quanto. E boh, vabè.

(MA, Senegal, 34 anni)

Fino ad ora è stata confermata l'impressione che i giovani maschi provenienti da Marocco, Tunisia e Senegal siano l'oggetto privilegiato del controllo. E abbiamo ipotizzato che ciò possa avvenire sulla base di un fattore di provenienza geografica (a cui sono associati certi pregiudizi da parte della polizia) e di uno d'età a cui è associata la tendenza a passare meno tempo fuori casa.

In realtà dalle interviste emerge che ha una grande importanza anche il luogo in cui il migrante viene fermato: se è una zona a rischio l'interazione tra migranti e polizia seguirà una dinamica particolare.

Quali sono queste zone lo rivela BS:

D: E ti chiederei, pensi che ci siano delle zone che è meglio evitare per non essere fermati, ovverosia delle zone a rischio qua a Bologna in cui se ti ci trovi è più facile che avvengano dei controlli?

BS. Sì, tradizionalmente a Bologna le zone a rischio sono Barca, la Bolognina, il Pilastro, che sono zone particolari, quindi certo che sono utile per la polizia che magari porta stranieri con maggiore frequenza. Io proprio, puoi essere fermato non so lì, la Bolognina, in centro anche...in centro non più di tanto, c'è una zona di spaccio anche lì sta a fermare: Zamboni, un pezzo di via Rizzoli...però di solito sono controlli di routine, a patto che non ci siano problemi particolari.

(BS, 42 anni, Senegal)

Queste zone presentano per alcuni versi caratteristiche simili allo skid-row di cui parla Bittner. Come ricordiamo, gli skid-row (vedi cap.3 sono ghetti etnicamente caratterizzati, abitati da persone che vengono percepite dalla polizia come produttrici di un problema particolare e come tali richiedono una risposta altrettanto particolare: la polizia presta loro continua attenzione e utilizza procedure speciali non conformi alla "normale" procedura. Queste persone vengono arrestate più spesso e nei loro confronti la polizia sembra detenere certi diritti speciali. Ciò che più va messo in risalto della teoria di Bittner è che nello skid-row la polizia funziona anche aldilà di procedure legali e a volte insieme ad esse.

Trovo una similitudine tra questo e quanto avviene nelle zone di spaccio tra polizia e migranti, stando ai racconti raccolti. La zona di spaccio è una zona a rischio per il migrante, perché qui è maggiormente sottoposto al potere di polizia: in essa vigono regole diverse che in altre zone di Bologna, e lo sanno sia gli uni che gli altri. Dai racconti emerge che i poliziotti, essendo in una zona di spaccio, partono prevenuti verso ogni migrante, ritenendo che chiunque si trovi lì potrebbe essere "uno spacciatore"; i migranti che si trovano nella zona di spaccio, allo stesso modo, sanno che il poliziotto già li sospetta per il semplice fatto che si trovano lì.

MA. Sì, meglio meglio. Tipo tutte le zone che... sei in gruppo... un luogo di frequentazione, che sia il luogo dove frequenti i marocchini, o il luogo dove frequenti i senegalesi, o altri immigrati...loro vengono ogni tanto a fare dei controlli. E soprattutto se è un luogo di spaccio come te l'ho detto, spesso vengono e quando arrivano ti portano comunque, sempre ti portano. Perché partono dall'idea che c'avevi qualcosa addosso quindi...meglio evitarli.

(MA, Senegal, 34 anni)

La dinamica dell'interazione tra le due parti acquisisce una certa aggressività, ci sono meno regole da rispettare, o forse semplicemente le regole sono altre, in qualche modo vige la legge del più forte. In una zona di spaccio possono succedere episodi del genere:

D: Quindi non hai mai avuto problemi, situazioni spiacevoli, delle volte magari in cui sono stati arroganti...

MO. una volta, io dico quello che è successo a me, sempre...una volta stavo andando con la bicicletta e mi hanno fermato con la macchina.

D: Chi erano?

MO. Polizia. Io ho messo la bicicletta per terra, e lui mi ha detto: "se scappi ti sparo" così.

D: Ma dov'eri?

MO. Mi spari in pubblico, così? "Fai come dico io" mi ha fatto mettere le mani sulla schiena. "Dove vai?" "Sono andato a fare un giro". Un altro è andato per sgonfiare la bicicletta (uno dei due poliziotti prova a sgonfiargli la bicicletta per non farlo fuggire). "non ho i documenti - ho detto io- non la puoi sgonfiare! Perché vuoi sgonfiare la bicicletta? Vieni a parlare con me" Uno parla con me e uno andato a sgonfiare la bicicletta. Sono qua, non scappo. Dove scappo? "hai documenti?" "no. Ma non scappo, non sgonfiare la bicicletta, vieni a parlare con me". Io sempre rido e dico le parole...

e poi loro sono andati via.

D: Ma dov'eri?

MO. Vicino via Stalingrado.

D: Ah, quindi anche strana come zona!

MO. Anche quella zona è un po' strana. Ci sono spacciatori...io adesso vivo lì, in queste zone. Sono a Porta d'Europa, vicino fiera! Di fronte fiera, vicino via Aldo Moro.

(MO, Marocco, 28 anni)

Solo tre degli intervistati parlano di queste zone, probabilmente perché tra tutti gli intervistati sono gli unici che le frequentano o che si trovano a passarci, magari perché ci abitano, come MO, oppure perché sentono che è l'unico luogo in cui possono stare perché è lì che sono stati isolati, come MA:

MA. ...noi diciamo "no, noi non siamo qua per spacciare, noi siamo qua per bere perché non abbiamo dove...cioè, dove andiamo? Noi non possiamo entrare in zona universitaria, non possiamo entrare, andare dove ci sono le persone, voi ci avete isolato di qua, cioè, siamo persone vogliamo stare...insieme, siamo senegalesi anche noi".

(MA, Senegal, 34 anni)

Dal brano appena proposto emerge che la visione che di questi spazi ha la polizia, ovvero come zona ha più alto rischio di criminalità e disordine, nonché fonte di insicurezza perla popolazione tutta, si contrappone alla visione che invece ne hanno i migranti che la frequentano. Le zone di spaccio infatti sono spazio pubblico (anche) di socialità. In esse i ragazzi si ritrovano, come spiega MA, per passare del tempo insieme, e si ritrovano qui e non in altri posti perché è qui che sono stati isolati, cosa che MA esprime con un certo disappunto. La contraddizione dunque tra le due visioni è molto forte, resa ancora più forte dal fatto che il trovarsi in una zona di spaccio è una componente particolarmente determinante nella modalità di interazione tra migranti e polizia. Se si è in questo luogo si hanno più possibilità di venire controllati, e si hanno anche più possibilità che la procedura a cui il migrante che vi si trova viene sottoposto non si fermi alla semplice richiesta dei documenti, ma che continui in questura, con tutte le eventualità del caso:

D: quindi dici che dipende da dove ti fermano, quello che mi dicevi: se ti fermano in una zona sospetta...

MA. Sì, lì ti portano alla questura per forza. C'è, ma..se hai il documento in questo momento se anche ti beccano nel luogo sospetto ti lasciano andare. Perché non hanno diritto di portarti in questura. A meno che ti sospettano come persona, cioè che potrei nascondere qualcosa a quel momento lì ti portano per forza alla questura perché loro hanno il diritto anche di fare la perquisizione a chi è sospettato.

(MA, Senegal, 34 anni)

Questo perché, nella zona di spaccio, ciò che il poliziotto cerca non è il migrante irregolare, ma il migrante che spaccia. MA infatti spiega che i migranti vengono portati in questura per venire perquisiti, per vedere se hanno addosso delle sostanze illegali, solo perché non possono essere perquisiti per strada.

D: Quindi per chiarire, quella volta che ti hanno fermato eri senza il permesso di soggiorno, e come te gli altri... nel senso, siete stati portati in questura perché siete stati trovati senza documenti?

MA. Sì, senza documenti, e perché era un luogo sospettato quindi come ti avevo spiegato prima e ti portano lì per perquisirti meglio perché non possono spogliarti in mezzo alla strada.

(MA, Senegal, 34 anni)

Stando a questo, se ne deduce che il poliziotto che arriva in una zona di spaccio non vuole applicare la legge, non vuole cioè individuare i migranti irregolari e portarli in questura per identificarli ed eventualmente espellerli, ma agisce col fine di mantenere il disordine entro livelli tollerabili, è più portato cioè a far rispettare le regole del disordine (Palidda, 2000) che altro. Il suo intento è quello di individuare il migrante pericoloso, che poi sarebbe il migrante che spaccia, in mezzo a tutti gli altri e su di lui, e solo su di lui, applicare la normativa:

MA. E c'è anche un carabiniere in borghese che fa l'antidroga, una volta è venuto da noi, che eravamo un gruppo di persone, così, seduto sempre al luogo di spaccio, e...lui è arrivato, cioè, perché lui ci ha preso un sacco di volte e non ha mai visto niente, e ha detto "ma voi, io non capisco, siete in un luogo di spaccio, dodici persone, ogni volta che vi porto in questura non posso contare 15 euro di soldi in totale, non vi vedo con un grammo, però voi bevete, fumate, però ditemi dove prendete queste cose così io vi lascio in pace" [...] e ha detto "vabbè, la prossima volta che vi vedo qua vi porto tutti in galera" e poi quello lì come l'ha detto ha fatto così. Una volta è venuto con un blitz ma ha portato tutti loro in galera così ma per senza documento...

(MA, Senegal, 34 anni)

Ciò che qui succede è che la legislazione sull'immigrazione viene usata come pretesto: tutti i ragazzi controllati, in questo caso, erano effettivamente senza documenti, ma non sono stati portati in questura per questo motivo, bensì perché il poliziotto voleva che si spostassero da quel luogo, e par far sì che ciò avvenisse ha provato ad intimorirli. Dunque, il motivo per cui il migrante in determinati casi viene portato in questura non è la violazione della normativa sull'immigrazione, ma il fatto che il migrante sia stato percepito come pericolo. La circostanza dell'irregolarità giuridica non è sufficiente a spingere il poliziotto ad attuare la normativa sull'identificazione e l'espulsione: in generale gli operatori intervistati precisano che, nella prassi, deve esserci un motivo alla base che spinga al controllo. Ecco la testimonianza di un'operatrice, che condivide quest'idea con molti altri tra gli intervistati:

n.11. "...il discrimine per quanto riguarda un controllo normale, per quanto mi riguarda, se una persona non ha fatto niente non la fermo.

(operatrice n. 11, reparto s.Vitale)

Siamo cioè di fronte alla limitata rilevanza della colpevolezza, concetto anche questo di Bittner e che avevamo presentato nel capitolo 3. Con quest'espressione Bittner fa riferimento al meccanismo in base a cui nello skid-row, i poliziotti prendono delle decisioni che non sempre sono in linea con la legislazione, nel senso che non applicano la legislazione perché una norma è stata infranta, ma la usano per risolvere certi urgenti problemi pratici. Il suo utilizzo dunque si basano su valutazioni ed esigenze personali del poliziotto e della sua attività di controllo. Lo stesso tipo di lettura si può proporre a mio parere per analizzare quanto accade nelle zone di spaccio: anche qui così come nello skid-row, la polizia prende delle decisioni che non partono dall'infrazione o meno della normativa sull'immigrazione, eppure questa viene richiamata come pretesto per giustificare un fermo che è partito per ben altri motivi, che più probabilmente sono funzionali al controllo del territorio, fermi che vengono utilizzate con l'intento primario di, come si diceva all'inizio, spazzare la strada. Poi, ovviamente, non è sempre così: la situazione varia da persona a persona, da poliziotto a poliziotto. C'è anche chi, ad esempio, tra gli intervistati, ritiene che la legislazione vada applicata sempre e comunque, che se si trova qualcuno irregolare e senza documento bisogna portarlo in questura:

D. A te è successo spesso di trovare degli stranieri irregolari, che non avessero...

n.9. Eh, sì!

D. In quel caso come ti comporti?

n.9. In quel caso noi abbiamo le mani molto legate, punto. Cioè la legge impone che queste persone devono stazionare nello stato italiano muniti di autorizzazione per la permanenza diciamo.

D. Quindi quel margine di discrezionalità che la polizia ha...

n.9. La legge non lascia spazio, la legge non lascia spazio. Se c'è una persona che non ha il permesso di soggiorno è un discorso, se ha altri documenti e abbiamo modo di accertarci che questa persona sia autorizzata se riusciamo bene facciamo una piccola denuncia e diventa...è reato ma è una piccola contravvenzione. Altrimenti dobbiamo procedere con l'accompagnamento delle persone come le avranno detto i miei colleghi, identificarle completamente e...

D. Sì, ovvio. Ma è venuto fuori anche con i suoi colleghi che, dato che l'irregolarità è tanta, è possibile anche fare distinzioni tra le persone: mi dico "sì ok, sei irregolare però non mi crei problemi perciò lascio perdere"

n.9. Il problema è che la legge non ti lascia spazio di tolleranza. La legge è chiara e bisogna attenersi a quello.

(intervista n.9, reparto Porto)

In ogni caso, dimostrare che la legislazione sull'immigrazione viene usata come pretesto è una questione piuttosto spinosa, perché, comunque, ogni volta che un migrante viene portato in questura in ragione del suo status illegale, in vista dell'identificazione e l'eventuale espulsione, i criteri in base ai quali ciò avviene saranno comunque soddisfatti. La legge infatti viene invocata nel momento in cui alcune norme sono state violate, ma, come anche aveva già scoperto Bittner, è una rara eccezione che ci sia effettiva corrispondenza tra la norma violata e l'applicazione della legge. Infatti, circoscrivendo il discorso a questo studio di caso, un migrante irregolare è sempre un migrante irregolare, ed è il poliziotto che decide quando far valere o meno la sua irregolarità giuridica.

5. Il pregiudizio è diventato uno strumento di lavoro

In questo paragrafo voglio adottare una prospettiva diversa da quella usata fino ad ora e vedere come la polizia, in questo caso la polizia municipale, sceglie su chi dirigere il controllo, e in base a quali elementi.

Come abbiamo più volte accennato, c'è sempre un motivo che spinge l'operatore di polizia ad effettuare un controllo dei documenti. Nessuno tra gli intervistati mi ha infatti detto, ma questo era prevedibile, che esegue controlli a campione e che applica la normativa sull'immigrazione sul migrante trovato semplicemente privo del permesso di soggiorno. Tutti parlano, anzi, di una motivazione specifica che li spinge a fermare qualcuno per controllarne la regolarità giuridica, vuoi per un sospetto, vuoi per una sensazione (intervista 9), vuoi per una segnalazione, vuoi per un pregiudizio.

I migranti percepiscono un effetto di casualità nel controllo della regolarità giuridica proprio perché i motivi in base ai quali un poliziotto effettua la propria scelta sono i più vari, e quindi sono numerose le variabili che intervengono in questa fase dell'interazione.

D. ...Senti, ma gli stranieri che ho intervistato pensano che la scelta di venire controllati o meno avvenga in maniera abbastanza casuale. Mi dicono: un giorno camminavo e sono stato fermato. Tu cosa mi dici?

n.9. Mah, qualcosa che insospettisce ci deve essere, sennò...è difficile fare un controllo a campione. Un controllo a campione di solito si fa per le auto, in un controllo veicolare si fa un controllo a campione. Ma per le persone: ci vuole un minimo di motivazione per cui un'agente venga incuriosito da quel personaggio, ecco.

(operatore n.9, reparto Porto)

Presentare un discorso generale che esponga "il punto di vista della polizia municipale" sulla questione del controllo dei documenti risulta dunque piuttosto difficoltoso. Meglio limitarsi a individuare le variabili in gioco nella scelta compiuta di volta in volta dal poliziotto.

La prima variabile riguarda il reparto di cui l'operatore fa parte. Infatti ogni reparto è caratterizzato da certe prerogative, certe priorità d'intervento, le quali conducono l'operatore a selezionare l'oggetto della propria attenzione sulla base di input differenti.

La priorità degli operatori del reparto attività produttive è il controllo dell'attività commerciale, ovvero che l'attività commerciale "venga svolt[a] in maniera regolare, rispettando quelle che sono le norme" (intervista 1). Gli operatori di questo reparto non effettuano mai controlli sulla base di un sospetto o di una sensazione, come invece sembra facciano altri intervistati, ma agiscono sempre sulla base di una segnalazione, quindi sulla base di un fattore eteronomo, un input esterno. Questo perché, essendo la priorità di questo reparto il controllo dell'attività commerciale, che il controllato sia uno straniero finisce per essere solo una casualità. In questo caso allora potremmo ipotizzare che il meccanismo delle segnalazioni non sia "etnicamente" neutro. Per l'operatore del reparto attività produttive dunque il pregiudizio non è, generalmente, uno strumento di lavoro.

D. Bene, volevo capire allora in base a che cosa decidi chi controllare, in mezzo a tutti gli stranieri.

n.3. Allora, devi sempre stabilire in che ambito. Se sei all'interno di un mercato tu controlli la persona per la quale hai una segnalazione o hai un motivo per controllarla. Non è che io cammino normalmente all'interno del mercato e...sì, in teoria lo posso fare, però si tratta di avere delle opportunità e delle priorità d'intervento

E certo, appunto per quello che dicevamo prima: se ci vuole tutto quel tempo per un controllo dei documenti è chiaro che bisogna scegliere.

n.3. Esatto, esatto. Quindi nell'ambito del mio lavoro, che è quello del controllo del commercio, se noto che un venditore si posiziona al di fuori di un posteggio o in un posteggio che so che non è stato assegnato a lui allora parte il controllo. Ma la priorità del controllo è l'esercizio dell'attività . Cioè, io non parto in base alla cittadinanza, non ho la cittadinanza come riferimento, ma ho l'esercizio di una attività.

(operatrice n.3, reparto attività produttive)

Sarebbero tre le situazioni più frequenti di contatto tra gli operatori di questo reparto e i migranti: l'ambulantato, i pubblici servizi, la gestione di un negozio (intervista 1). Come prevedibile, il settore più critico è il primo dei tre, poiché è in esso che viene riscontrata la maggior parte dell'irregolarità.

D. Quindi, ti capita di controllare se un cittadino straniero sia regolare o meno?

n.2. Sì sì. In continuazione

D. E, dov'è più frequente? Nel senso, controlli sia attività dei negozia sia...

n.2. L'ambulantato. E' molto più frequente nell'ambulantato perché ci sono praticamente la maggior parte di loro. Tieni conto che noi gestiamo praticamente il mercato della Piazzola [...]

(operatore n.2, reparto attività produttive)

In base a che cosa questi operatori decidono di chiedere i documenti ad un migrante piuttosto che ad un altro? Gli operatori di questo reparto lavorano più che altro su segnalazione:

D. Quali sono quegli aspetti che determinano l'esigenza di controllare o meno un'attività piuttosto che un'altra, o un ambulante piuttosto che un altro. Quali sono gli elementi di sospetto o...

n.1. No, generalmente noi lavoriamo su segnalazione. Perché vengono segnalate particolari...mi viene da pensare sempre alla zona universitaria, che via Petroni è una zona calda in questi giorni (sono i giorni della nuova ordinanza sulla vendita di alcool) quindi è chiaro che lì ci si va...

(operatore n.1, reparto attività produttive)

Segnalazione da parte di chi?

n.3. ...da parte della centrale, del cittadino, del settore attività produttive dell'ufficio comunale che ha ricevuto la richiesta di apertura di una attività da parte di un cittadino, e quindi andare a verificare se l'attività è esercitata in maniera regolare. Cioè noi, principalmente, per il tipo di attività che svolgiamo, per i numeri del nostro reparto, per il personale che abbiamo a disposizione, non facciamo altro che controlli su segnalazione. Non abbiamo il tempo e il personale per poter svolgere attività amministrativa, anche se fa parte dei nostri compiti. Farebbe parte delle nostre prerogative. Poter tranquillamente fermare qualcuno che sta esercitando un'attività.

(operatrice n.3, reparto attività produttive)

Alla luce di ciò emerge che, per quanto concerne gli operatori del reparto attività produttive, la percentuale di iniziativa personale dietro ai controlli svolti sembra essere molto bassa. Ovvero, non è l'operatore che sceglie chi controllare (11), ma riceve certe direttive alle quali deve attenersi.

Diverso è il discorso per tutti gli altri operatori intervistati.

Infatti, molta dell'azione svolta dagli operatori del reparto di pubblica sicurezza e dei reparti di quartiere si basa proprio su una buona dose di iniziativa personale. Gli addetti al reparto Pubblica Sicurezza hanno soprattutto competenze di polizia giudiziaria, ovvero svolgono attività investigativa soprattutto, mentre quelli di quartiere sono preposti al controllo del territorio in senso stretto: la modalità di azione di entrambi si basa in massima parte sulla capacità di individuare il pericolo, o anche solo il fattore di disordine, e decidere come risolvere il problema. Come e chi l'operatore di polizia decide di fermare dipende dall'operatore stesso, da come interpreta il suo ruolo, da come legge il fenomeno dell'immigrazione irregolare, in base a quali segni coglie il sospetto.

E' emersa l'importanza di tutta una serie di valutazioni personali che il poliziotto elabora prima di decidere di controllare qualcuno. Ovvero si è manifestata l'importanza del potere discrezionale di polizia nella gestione dell'immigrazione irregolare nel frangente del controllo dei documenti, discrezionalità grazie alla quale l'operatore decide come agire, e lo decide non sulla base di segnalazione ma sulla base delle proprie idee e valutazioni. E' il caso di un operatore del reparto Porto,

D. Nella tua attività in che circostanze ti capita di imbatterti negli stranieri? Innanzitutto, se ti capita spesso...

n.9. Tutti i giorni!

Tutti i giorni. E in che modo ti imbatti sugli stranieri?

n.9. Dal semplice controllo, dal semplice controllo di polizia stradale, il semplice controllo per strada per x motivi, alla contestazione di illeciti amministrativi, alla contestazione di reati. E' svariata la tipologia di interventi che possiamo trovarci davanti.

D. Certo. E controllo per x motivi, questi x motivi quali possono essere?

n.9. Potrebbero gravitare in due tre persone sospette intorno ad una persona anziana, o in una attività commerciale, due o tre persone sospette...adesso abbiamo parlato di rumeni, ma possiamo parlare anche di italiani! Comunque in generale

D. Quali sono gli elementi che possono destare sospetto?

n.9. Non ti guardano in faccia, oppure si voltano e cambiano strada, distolgono lo sguardo, armeggiano oppure nascondono qualcosa dietro un ostacolo fisico...bisogna valutare i fattori diciamo che denotano la zona, o nella persona: anche l'abbigliamento certe volte può darti, forse un po' mascherato...

D. L'abbigliamento quindi del tipo? No perché anche questo è un discorso che mi interessava

n.9. L'abbigliamento...molte persone hanno questo preconcetto che il delinquente sia la persona vestita male, sporca, ma non è così, non è così. Il più delle volte la persona trasandata e sporca chiede l'elemosina. Qualche piccolo furtarello sicuramente a volte lo fa, però uno che ti va a fare una rapina può essere una persona trasandata come una persona elegante. Un borseggiatore non sarà mai una persona trasandata, il tossicodipendente lo distingui. L'abbigliamento...ripeto l'abbigliamento dipende anche dal posto in cui uno si trova: ci può essere il contesto della farmacia, ci può essere il contesto della banca. Due persone che si guardano a distanza: o sono poliziotti o sono delinquenti, non si scappa.

(operatore n.9, reparto Porto)

Molto più spinto il suo collega. Egli mette in atto valutazioni che in certi casi si reggono su argomentazioni tanto poco supportate da elementi concreti da divenire particolarmente arbitrarie. Questo intervistato mi spiega che il controllo che mette in atto è effettivamente casuale, basato su una "sensazione" che nasce da elementi che destano in lui sospetto rispetto ad una persona, elementi talvolta di sapore quasi lombrosiano...

D. Ma ascolta una cosa: premesso che non credo sia omissione di atti d'ufficio il fatto di non controllare qualcuno, perché non puoi chiedere i documenti a tutti gli stranieri che vedi. Però mi chiedo, e questa è la percezione che gli stranieri hanno del controllo, se questa scelta avvenga in maniera abbastanza casuale. E' effettivamente così?

n.8. Assolutamente sì. Questo lo facciamo noi regolarmente, è di selezionare.... ma andiamo a sensazione, e la sensazione è dovuta a tante cose, non solo diciamo all'etnia, ma ai tratti, i tratti del viso, lo sguardo, se ti guarda o non ti guarda, se si volta indietro quando ti guarda, se...è una sensazione una percezione difficile da descrivere però più o meno sono quelli...noi, almeno personalmente, la decisione di chiedere i documenti a quello o a quello, lo guardo nel viso se ha i tratti scavati, più sofferenti, l'occhio com'è se è un occhio che ti...l'espressione, lo sguardo! Se è un occhio tra virgolette buono oppure un occhio che è un po' tra virgolette maligno ma comunque...e poi spesso se ci capita mentre passiamo, stranieri che ci guardano che si voltano indietro, come se comunque nascondessero qualcosa. A volte non è così. A volte però è così, e allora noi facciamo il giro e li fermiamo. Quindi diciamo che sono una sensazione a volte va a buon fine a volte no, però è una sensazione anche tra la stessa etnia chiedere il documento a quello e non a quello.

D. Ma credo che faccia parte del lavoro del poliziotto, no? Scegliere...

n.8. Certo, la discrezionalità ce l'hanno ancora lasciata (ride). Diciamo che, insomma...

D. L'ultima cosa che non ho capito: mi hai parlato dei tratti scavati e del viso sofferente, no?

n.8. Sì, sofferente non per il fatto...forse ho usato una parola sbagliata...

D. Sofferente nel senso di impaurito?

n.8. Impaurito no, però...tipo, spesso, questo soprattutto se camminiamo, però si presenta anche cicatrici in viso, sul corpo, sulle mani, sulle braccia...se presenta qualche particolarità, che comunque è segno di contrasto di lotta di qualcosa anche solo un particolare tatuaggio, se hanno qualcosa, soprattutto nelle braccia, ecco. E...ti viene da fermarlo e chiederlo. Questo ovviamente se sei a piedi. Se sei in macchina butti lo sguardo ti colpisce un qualcosa e lo fermi. Però ecco, una cosa positiva è che se sei a piedi certe cose le riesci a vedere meglio, quindi lo sguardo lo incroci in modo più approfondito, dai un'occhiata a tutto quanto, a...e quindi ti viene voglia di fermarlo di chiedergli qualcosa. Questa è più o meno la sensazione che ho quando fermo uno straniero.

(operatore n.8, reparto Porto)

E' naturale che, se basata su questo genere di elementi, l'azione di polizia risulti agli occhi del migrante un'azione del tutto arbitraria e casuale. Perché in effetti in questo caso lo è!

Diversa la testimonianza di un altro intervistato, del reparto sicurezza, il quale nell'attività di controllo dei documenti dà precedenza alla finalità investigativa:

N.7. ....Fermare tutti indiscriminatamente chiedere documenti a tutti non serve. Fermare facendo finta di non vedere quelli che mi fanno fare tardi o...non c'è neanche quello. Perché sennò basta che apro l'elenco telefonico metto giù dei nomi e ho fatto la lista dei fermati. Cioè, l'attività di polizia sta proprio in questo. E' chiaro che questo può essere trasmesso fino ad un certo punto. [...] Ci sono dei target investigativi ormai consolidati: se gli stessi sai che c'ha precedenti per queste materie, mille cose, s'accompagna con caio, io comincio a pensare che caio e tizio, mh. Allora quando mi capita un caso x riconducibile alle attività tipiche caio verrà fermato. Ma fa parte del mestiere dell'investigatore. E 'anche un dato empirico che alcune attività criminali o devianti o di illeciti sono più o meno riconducibili per appannaggio nel mercato della devianza o per tradizione a certi gruppi, quindi è normale che ti orienti a certi target e hai certi input. Se vai a cercare veicoli rubati non è che fermi tutti gli svedesi che trovi: fermerai gli zingari. Perché si sa che grosso modo li troverai da loro. Se hai una segnalazione su movimenti di certo tipo connessi a certi fatti di reato comincerai a selezionare alcuni soggetti...ma questo ha a che fare con una forma di sociologia empirica che fa la polizia e che poi è criminologia pratica, che è suscettibile di revisioni e aggiornamenti quotidiani per cui adesso ti potrei dire che una certa cerchia di crimini che solo x anni fa erano compiuti da certi soggetti adesso sono compiuti da altri e quindi si è già spostata l'attenzione da un magari sottogruppo ad un altro per ragioni esclusivamente tecniche.

(operatore n.7, reparto pubblica sicurezza)

In questo brano emerge un'altra questione fondamentale, ovvero l'utilizzo del "pregiudizio come strumento di lavoro", secondo la definizione di uno degli intervistati: significa che l'azione di controllo esercitata dalla polizia sarà pilotata, forse in primo luogo, dal fatto di aver attribuito, sulla base di un pregiudizio, un certo tipo di propensione criminale ad una persona unicamente in ragione della sua provenienza geografica. Sia alcuni migranti che alcuni operatori di Polizia Municipale mostrano di essere in grado di far risalire a certi gruppi nazionali un certo tipo di attività criminali. Ad esempio, dalla testimonianza di MA:

MA. ...i pakistani ... quando arrivano non c'è il rischio di diventare delinquente...guarda che vedere un pakistano che va a spacciare, guarda che è poco! O un bangladesh. Loro hanno loro settore. I senegalesi, quello che vieni, vende orecchini, borse false...e spacciare, marocchini...lascia perdere. Quindi per forza la realtà è così. I nigeriani, loro si occupano della droga pesante con i marocchini ecc. ecc. E...secondo me è su questo fatto. I pakistani magari una cosa...sono più seguiti per la vigilanza..conducono negozi...

(MA, Senegal, 34 anni)

E' chiaro che se questo tipo di valutazione viene condivisa anche dall'operatore di polizia municipale, la provenienza geografica del migrante giocherà un ruolo, nemmeno troppo marginale, rispetto a come egli deciderà di muoversi nell'opera di controllo dell'immigrazione irregolare. In altre parole, la scelta dell'operatore di chiedere o no i documenti ad un dato soggetto, dipenderà anche dalla provenienza geografica di quel soggetto. Sarebbe questa un'ulteriore variabile nella scelta che stiamo analizzando:

D. Quali sono gli elementi che determinano il sospetto? Perché immagino che questo è ciò che caratterizza il tuo lavoro, no?

n.6. La verità. La verità...in passato probabilmente era a campione a caso e via dicendo, poi col passare del tempo e l'esperienza il pregiudizio è diventata uno strumento di lavoro. Questo. Che può essere sbagliato però alla fine porta a dei risultati quindi...per esempio sui nomadi c'è un'alta probabilità che i veicoli di cui sono dotati siano rubati e riciclati e le assicurazioni siano false i documenti siano falsi, e questa è una percentuale altissima.

D. Quindi questo lo riscontri nella pratica.

n.6. Lo riscontro sistematicamente, e adesso dopo tanti anni ti posso dire, conoscendoli, che poi adesso sono stanziali non sono nomadi, ti posso dire quelli proprio della città lo so già che quando lo vedo sta girando senza patente, ma perché lo conosco da dieci anni quindici anni quindi...però ecco, se non conosci il soggetto ci possono essere elementi che ti spingono a fare valutazioni magari sul come si atteggia o si comporta nei tuoi confronti. Se è limpido se ti guarda negli occhi se cerca il confronto o può essere, cioè, è un rapporto normale. Viceversa se una persona cerca di evitare il controllo o guarda le vie di fuga può essere che ci sia qualcosa sotto. Però l'approccio normalmente, se non ci sono dei pregiudizi come strumento di lavoro è normale come nei confronti degli altri. E' solo l'esperienza che ti condiziona poi nei rapporti interpersonali.

D. Quindi in base all'esperienza sei riuscito a farti un'idea rispetto a delle caratteristiche associabili alle diverse provenienze delle persone? O meglio, se riconosci che qualcuno è del Maghreb, tu già magari sai come approcciarti a quella persona, oppure sai se doverla sospettare o meno?

n.6. Allora ci sono dei pregiudizi sicuramente per etnia, che sai come comunità, la devianza di quella comunità magari è specializzata in un determinato tipo di settore, però non è che faccio questo ragionamento inizialmente...

(operatore n.6, reparto pubblica sicurezza)

Interessante è un'altra serie di valutazioni che emergono dall'intervista condotta sugli operatori del reparto Reno. I due tirano in ballo ulteriori elementi che possono portare un operatore di polizia a condurre un controllo dei documenti, elementi che iniziano a farci sospettare, o meglio a rivelare, quanto la reale finalità dell'azione di controllo non sia il semplice accertamento della regolarità giuridica del migrante:

n.4. Sarebbe folle pensare che ogni cittadino che non ha la pelle del mio colore mi fermi a verificare, sarebbe da pazzi...

n.5. Partiamo dal presupposto che sono tutti regolari, poi chiaro che nell'ambito di...

n.4. E' la stessa mobilitazione che ti porta a controllare i cittadini italiani (con tono di supponenza).

n.5. Esatto!

n.4. Puoi controllarlo per mille motivi, perché magari a parcheggiato male l'auto allora lo controlli e chiedi i documenti, non c'è bisogno magari nemmeno di farci il verbale di farci niente. [...]

n.4. Poi spesso con questo lavoro cominci a conoscerli anche di persona, a vista. Si chiacchiera, magari l'hai già visto, sì...noi ad esempio adesso è già qualche tempo che stiamo cercando quel famoso spacciatore di cui ti ho parlato prima e hanno arrestato l'anno scorso. Perché è stato condannato a dieci mesi, li ha già fatti e adesso è tornato fuori. Ed è stato avvistato più volte nella nostra zona. Io so che è tornato a spacciare perché da quando è tornato fuori ho già visto qualche tossico, abbiamo già fermato due cittadini del Bangladesh che stavano fumando eroina sotto il ponte tempo fa. Eppoi sappiamo per certo che questo continua ad essere irregolare, non ha il permesso di soggiorno quindi è da arrestare obbligatoriamente. Quindi se lo vedo in giro è ovvio che io vado a botta sicura: so già che quella è una persona da fermare e controllare perché non è in regola. Poi possono essere le più svariate [...]

n.4. ci devi mettere del tuo, insomma devi anche cercare di capire: se uno è lì che si legge il suo giornale al parco bello tranquillo... è chiaro che se viene invogliato...però è vero che quello in giacca e cravatta può essere un delinquente e quello trasandato la persona più brava del mondo. Fermarsi all'aspetto esteriore è sbagliato. Bisogna capire sulla strada quali sono le circostanze entro le quali ti muovi. Non c'è una vera e propria regola a dire la verità, però le motivazioni per cui controlli una persona possono essere le più svariate.

n.5. però ci sono, cioè alla base non è che se uno passa per strada e gli si chiede i documenti. Ma questo anche se fosse italiano...

D. In realtà vi dico, mi è capitato che mi abbiano raccontato che cammini per strada e semplicemente ti vengono chiesti i documenti.

n.4. Puoi anche corrispondere alla descrizione di una persona che ti è arrivata, magari una persona che si è smarrita: ogni giorno ci arrivano segnalazioni per cui si è smarrita una persona o se ne sono perse le tracce per varie ragioni, quindi io posso avere sempre un pretesto buono per controllare qualcuno dico "guarda mi hanno segnalato che c'è una persona vestita come te, che corrisponde in qualche modo alla tua descrizione fisica, ho bisogno di sapere chi sei". Semplicemente questo. Poi i motivi per cui si va ad identificare una persona possono essere i più svariati.

(operatori 4 e 5, reparto Reno)

Cioè, controlli vengono fatti e vengono fatti spesso. Tuttavia non è che ogni volta che l'operatore di polizia chiede i documenti a qualcuno lo fa perché vuole accertarsi della sua regolarità giuridica: come spiega questo operatore, può essere che si stia cercando qualcuno in particolare. Oppure può essere che, elemento ancora più interessante, e su cui si tornerà in maniera più approfondita nel prosieguo del capitolo, si fermi una persona col pretesto del controllo dei documenti, col pretesto della probabile irregolarità giuridica e del rispetto della normativa sull'immigrazione; ma in realtà, come è il caso dello spacciatore in questa testimonianza, si vuole fermare una persona perché si sa che sta commettendo un altro tipo di reato, in questo caso perché spaccia. Ufficialmente il motivo del fermo sarà l'irregolarità giuridica, in realtà la motivazione è un'altra.

Un ulteriore elemento degno di interesse al fine di comprendere sulla base di quali motivi la polizia agisce come agisce, sulla base di quali motivi decide di fermare chi, è il ruolo che svolge la cittadinanza all'interno del meccanismo dei controlli. Non è un ruolo per nulla marginale, anzi: i cittadini, con le loro lamentele, sono in grado di direzionare da una parte piuttosto che da un'altra il controllo esercitato dalle forze dell'ordine. Gli intervistati del reparto Reno, come quelli del reparto attività produttive, sottolineano questo fattore, ovvero il ruolo delle segnalazioni, e anche delle lamentele, in particolare da parte dei cittadini:

Un'altra domanda. Come e in base a quali aspetti decidete su chi porre questo controllo?

n.4. Dipende. Sai, non c'è il criterio della simpatia...

n.5. Molte volte possono essere le lamentele dei cittadini, segnalazioni dei residenti in zona...

(operatori 4 e 5, reparto Reno)

Il ruolo dei cittadini è molto forte in effetti all'interno dell'azione della polizia Municipale. Che la cittadinanza fosse il nuovo referente dell'azione di polizia è stato spiegato da Palidda (vd. Cap. 2): con la rivoluzione neo-conservatrice si è fatta strada una nuova gestione del disordine, basata su di un progressivo saldarsi tra il senso comune, media e imprenditori politici: processo che è sfociato in un cortocircuito securitario, all'interno del quale la polizia tende ad assecondare il senso comune poiché è sulla cittadinanza che, negli ultimi anni, si è spostata la fonte ultima di legittimazione della polizia (Palidda). Questo fattore è forse ancora più forte per la polizia Municipale, che è, tradizionalmente, la polizia più vicina alla cittadinanza. Gli operatori intervistati mostrano di tenere in gran conto le segnalazioni da parte della cittadinanza, le lamentele, e affermano che, pur consapevoli che la loro azione talvolta, forse spesso, risulta inefficace al fine di contrastare il fenomeno dell'immigrazione clandestina, agiscono comunque con lo scopo di rassicurare la cittadinanza:

D. E quindi questo forse ti avvantaggia proprio nel controllo dei documenti. La mattina mi dicevi ci sono i senegalesi e i nigeriani, la sera i rumeni, ma tu quelle persone le conosci perché le hai identificate. Voglio dire: ha senso continuare ad identificare la stessa persona?

n.8. Lo si fa perché, uno è un dovere nel senso che...due perché comunque devi dare un segnale sia ai cittadini che ti vedono lì e se non intervieni dai un segnale ancora più negativo di quello che alla fine...non è, quindi.

D. Ovvero una sorta di rassicurazione.

n.8. Sì, i cittadini ti devono vedere e anche non far finta di niente, cioè quando...vedere e operare. E' questo quello di cui hanno bisogno. Poi è chiaro che il problema è quotidiano si ripresenta però quando ci sei tu lo devi fare. Sei benissimo consapevole che l'indomani lo troverai lì: questo lo so io lo sa il commando. I cittadini sicuramente questo non lo capiscono, non lo capiscono perché ovviamente non sanno le problematiche che c'è dietro a mettere in atto uno, la legge.

(operatore n.8, reparto Porto)

Gli fa eco quest'altro brano:

D. ...il collega prima mi parlava dell'importanza della percezione che la cittadinanza ha di una certa sicurezza, di un certo ordine.

n.9. Diciamo sì

D. E' importante questo?

n.9. E' importante, è importante. Queste sono le banalità di cui parlavo, sono le cose che la gente nota: le foto sui giornali alla fine sono di queste cose. L'opinione pubblica si basa anche su questi aspetti. Noi abbiamo il comando che ci tiene molto a queste cose. Perché sono minime regole che sono importanti per lo stare in società. Va al di là dell'illecito amministrativo o del verbalino che posso farti se butti una bottiglia per terra. E' questione di educazione, parliamoci molto chiaramente!

(operatore n.9, reparto Porto)

Insomma, l'azione della Polizia Municipale viene profondamente condizionata da una serie di influenze esterne, indipendenti dalla polizia stessa: la cittadinanza che chiede sicurezza e ordine, il commando che a sua volta risente delle pressioni dei giornali locali e di volta in volta stabilisce delle mission atte a risolvere determinate problematiche (varie interviste); e non da ultimo è fondamentale la questura. La questura svolge un ruolo molto importante all'interno dell'attività di controllo dell'immigrazione irregolare, poiché fornisce delle direttive molto chiare rispetto all'identificazione degli stranieri e all'accompagnamento alla frontiera. Un'intervistata mi rivela un aspetto molto interessante in questo senso:

D. Allora ti chiedo, prima mi hai detto che, dato che è ovvio che non si possono fermare tutti gli stranieri, per farlo tu segui degli input provenienti dalla questura. Ti che tipo di input stiamo parlando?

n.11. Di non...di cercare...la prima cosa che ti chiedono in questura, adesso aldilà che è chiaro che la legge prevede che tutti i cittadini debbano essere in possesso dei documenti se sono non comunitari, e che vada controllata la loro regolarità altrimenti si configura reato, bisogna controllare passaporto e tutto quanto, però la questura non lo scriverà mai, ma la prima cosa che ti chiedono in questura quando arrivi è: "cosa ha fatto questa persona? Perché l'hai fermata?". Per cui di fondo, e anche per noi è più facile. [...] Poi ecco l'input della questura è quello non dichiarato, ma comunque sussurrato, così, di non portare dentro persone non ...che non abbiano commesso nulla, insomma. Tant'è che la maggior parte delle persone che vengono portate da noi in questura sono persone che hanno fatto resistenza o magari che hanno fatto, offeso o minacciato...e poi da lì poi parte, una persona tranquilla...oppure infrazioni al codice della strada. Ecco, normalmente nella maggior parte dei casi c'è una partenza.

D. Ma funzionano così credo tutte le leggi...

n.11. Per tutti, per tutti. Insomma, nessun corpo di polizia credo che parta a random...parte sempre da qualcosa, da qualcosa che è successa.

Questo brano apre ad una ulteriore questione molto interessante. In base a che cosa, una volta individuata l'irregolarità giuridica, l'operatore decide di continuare il processo proseguendo quindi con l'identificazione e l'eventuale espulsione, oppure di fermarsi alla semplice constatazione dell'irregolarità giuridica e chiudere un occhio?

6. Sparisci va, io non ti vedo più qui

A dispetto di quanto non mi hanno voluto rivelare la maggior parte dei poliziotti, molti tra i migranti mi hanno raccontato di situazioni in cui una volta fermati sono stati lasciati andare via, situazioni nelle quali, cioè, non sono stati portati in questura anche se non hanno mostrato il permesso di soggiorno. In linguaggio giuridico, sono quelle situazioni nelle quali, a fronte della manifesta violazione dell'art. 6 della normativa sull'immigrazione, nonché della violazione dell'art. 10 bis o dell'art. 13, il poliziotto decide di non denunciare il migrante irregolare, disapplicando in questa maniera la legge sull'immigrazione. Se non scatta la denuncia, allora non si passerà nemmeno all'identificazione, quindi non ci sarà accompagnamento in questura. Né tanto meno verranno applicate le misure previste dall'art. 14. In questo paragrafo mi propongo di indagare le dinamiche di non applicazione della legislazione sull'immigrazione (o di diversa applicazione della stessa) con il fine di svelare le motivazioni che portano il poliziotto a decidere in tal senso: perché? Che cosa succede in quei casi? Quali sono i motivi per cui un poliziotto ritiene che qualcuno debba essere identificato, e qualcun altro invece no? Dunque, quando la legislazione viene applicata e quando no?

Tanto per iniziare, sono molte le testimonianze da parte dei migranti di vari episodi nel corso dei quali, in seguito ad un controllo dei documenti, sono stati lasciati andare via senza ulteriori accertamenti, magari con qualche raccomandazione, ovvero in cui, seppur trovati senza permesso di soggiorno, spesso anche senza documento d'identità, non sono stati condotti in questura per le procedure di identificazione in vista dell'eventuale espulsione. E' questa un'esperienza comune a tutti gli intervistati, che provengano dal Pakistan, dal Senegal, dal Marocco, dalla Tunisia, dall'Afghanistan, dal Brasile, ecc.

Di questo ho trovato riscontro anche in alcune interviste condotte sulla polizia municipale: anche se in pochi, qualche operatore ha ammesso che in alcune circostanze particolari lascia andare il migrante irregolare, oppure che non si mette nemmeno a controllarne la posizione giuridica, ben sapendo che il migrante in questione molto probabilmente non è in possesso del permesso di soggiorno. Tutti gli altri invece mi spiegano che, una volta trovata l'irregolarità giuridica, bisogna "arrivare fino in fondo con la procedura altrimenti sarebbe omissione di atti d'ufficio". Ovviamente tale affermazione risulta scarsamente verosimile di fronte al fatto che ogni singola identificazione comporta grande dispendio di energia in termini di tempo e di risorse umane:

n.11. Noi prendiamo un immigrato clandestino e lo fotosegnaliamo ci mettiamo minimo sei ore, e siamo almeno due pattuglie, quindi almeno quattro persone, perché due si occupano degli atti e due della custodia della persona. E questo magari non ha commesso niente di male se non essere entrato clandestinamente in Italia che...è un reato relativo. E quindi secondo me è molto dispendiosa a livello di energie da parte dello stato e poco incisiva.

(operatrice n.1, reparto attività produttive)

Gli stessi operatori intervistati ammettono che applicare questa legge così come è prevista su carta risulta piuttosto difficile, se non impossibile,

D. ...questa legislazione pensi che sia effettivamente applicabile o, diciamo così come è prevista su carta?

n.1. Secondo me no! (ridiamo entrambe, poi lei si risistema e si rifà seria) poi la applico perché è il mio lavoro, però...

(operatrice n.1, reparto attività produttive)

Tanto che, come ho ampiamente illustrato nel paragrafo precedente, e diversamente da quanto la legislazione sull'immigrazione prescrive, quasi tutti hanno ammesso che non fermano il migrante che non ha fatto niente. E questo anche per evitare di dover andare fino in fondo con la procedura.

Anche in questa fase dell'interazione (la scelta del poliziotto di proseguire o meno con la procedura), proprio come nella precedente (la scelta del poliziotto rispetto a chi fermare), sono tante le variabili che intervengono nella decisione del poliziotto, e cercheremo di metterne a fuoco quanto meno le più importanti.

Una precisazione prima di continuare: le testimonianze dei migranti riguardano esperienze vissute con tutte le forze dell'ordine in Italia, mentre, dall'altro lato, le testimonianze raccolte tra le forze dell'ordine comprendono solo quelle della Polizia Municipale. E' questa un'asimmetria che percorre tutto il lavoro, che non si può non tenere in conto, ma che comunque non ci impedisce di gettare luce su certi aspetti dell'interazione che altrimenti non avremmo potuto cogliere. Infatti gli operatori di Polizia Municipale hanno più volte dimostrato di ragionare come dei veri e propri poliziotti, almeno in ambito di immigrazione, e hanno dichiarato di assolvere, entro il territorio comunale, agli stessi compiti a cui assolve la polizia di stato. Dunque, credo sia lecito da parte mia considerare la loro testimonianza, in questo particolare ambito, rappresentativa, con le dovute precauzioni, di tutte le forze dell'ordine: uno sguardo su come la polizia ragiona nei confronti di determinate tematiche, quale l'immigrazione, e di come gestisce la legislazione in materia.

Iniziamo col riproporre alcuni degli episodi che mi sono stati raccontati dagli stessi migranti di situazioni in cui sono stati trovati senza permesso di soggiorno ma sono stati lasciati andare, in modo da iniziare a contestualizzare la discussione:

D: Ma ascolta, quello che vorrei capire, perché mi hai detto che ti capita spesso che ti ha fermato la polizia, quando non avevi ancora il permesso di soggiorno, quando ti fermavano, ogni volta ti portavano alla questura?

PA. Mah, alcune volte mi hanno lasciato.

D: E perché in quei casi? Voglio dire, cosa ti dicevano?

PA. Mah, "tu vai via", molti mi hanno lasciato. E vai via tranquillamente. Perché non avevo fatto niente magari.

(PA, Senegal, 26 anni)

Questa è la situazione tipica che mi sono sentita raccontare più volte: semplicemente si viene fermati, viene richiesto il documento, il documento non c'è, semplicemente non si viene condotti in questura. Ovviamente le ragioni possono essere tantissime, e anche le situazioni sono molteplici. Quali sono i motivi che possono spingere un poliziotto a non continuare con la procedura d'identificazione pur avendo riscontrato l'irregolarità? Questa l'ipotesi di BA:

BA. ...Questa cosa qua è, è anche...ci sono tante motivazioni, eh? Ogni tanto il poliziotto si stanca di portarti là, perché quando lui ti arresta perché non hai i documenti, deve portarti in questura, ti fanno le foto segnaletiche, ti prendono le impronte e quelle cose lì, devo scrivere tutte la dinamica e in tribunale devo presentarmi io, il poliziotto che ti ha arrestato. E lì, il giudice, perché queste cose qua [...] e trattare l'art. 14 e il giudice tutte le mattine ne ha tanti. Chiamano alle undici e ogni tanto c'è da stare lì fino alle 4 del pomeriggio. Il poliziotto per non avere tutto questo problema qua ti lascia andare, se ti hanno fermato la seconda volta. Perché loro sanno subito quando fanno il controllo, sanno subito se quello ha avuto il foglio di via e la legge gli dice basta che poi me li devi portare in tribunale. Da questo il poliziotto lo lasciano andare.

D. Anche se ha avuto il foglio di via ed è stato fermato per la seconda volta?

BA. Sì, anche se hai avuto il foglio di via. Altri ti lasciano andare perché dicono che sei buono. Non ti porto con me ma comportati bene, non ti voglio più vedere in questa stazione qua o delle cose che....e l'altra motivazione è che, ti portano in tribunale, il giudice generalmente ti lascia andare se non hai commesso reati gravi prima o hai rubato hai fatto delle cose, generalmente ti dice questo qua non è una persona pericoloso e ti lascia andare. Lì il poliziotto non è che il giudice ti ha liberato e lui non deve far più niente. Ti deve riportare in questura, contattare il CPT, se c'è posto o non c'è posto e tutte quelle cose lì. Deve scrivere un'altra cosa e dire "guarda, noi non abbiamo trovato il posto in CPT e ti lasciamo andare" e ti lasciano andare o ti deve prendere lui, portarti al CPT, portare la documentazione e quando comparirà questo arresto si deve presentare anche lui.

[...] o ti dice ti lascio andare e ti dice ....vieni liberato subito. Lì ti devono dare il tuo documento che hanno portato da te e ti lasciano andare.

(BA, Senegal, 48 anni)

Ovviamente queste sono le considerazioni personali di BA rispetto ad una situazione di cui lui è co-partecipe ma anche osservatore esterno: molte cose possono essere vere, e in effetti alcuni intervistati tra i poliziotti le ammettono, ma, chiaramente, la spiegazione non è esaustiva.

Le motivazioni sono anche altre, e probabilmente molto più incisive di quelle sopra elencate: molte volte si viene fermati, viene chiesto se si è in possesso del permesso di soggiorno, ma il controllo dell'irregolarità giuridica è solo un pretesto, mentre lo scopo del fermo è un altro.

Ciò emerge con evidenza negli esempi che seguono.

D: Quindi per chiarire, quella volta che ti hanno fermato eri senza il permesso di soggiorno, e come te gli altri... nel senso, siete stati portati in questura perché siete stati trovati senza documenti?

MA. Sì, senza documenti, e perché era un luogo sospettato quindi come ti avevo spiegato prima e ti portano lì per perquisirti meglio perché non possono spogliarti in mezzo alla strada. Però vale lo stesso quando cammini anche in mezzo della strada, che ti fermano. Cioè, lì capita a volte che ti fermano e ti dicono "ok, ce l'hai il documento?" e se non ce l'hai ti dicono "sparisci, vai".

D: quindi a volte succede che ti fermano, e comunque non hai il documento e ti dicono vai

MA. sì, e ti dicono sparisci, vai

D: quindi dici che dipende da dove ti fermano, quello che mi dicevi: se ti fermano in una zona sospetta...

MA. sì, lì ti portano alla questura per forza.

(MA, Senegal, 34 anni)

Ritorna la questione delle zone a rischio. Qui MA traccia una distinzione netta: l'essere fermato in una zona a rischio fa sì che il soggetto controllato venga sicuramente portato in questura, almeno per essere perquisito perché, come spiega l'intervistato, "non possono spogliarti in mezzo alla strada". Quindi, di essere lasciato andare via, anche se privo di permesso di soggiorno, capita di frequente, ma non nelle zone di spaccio. Capita quando si sta camminando, quando si è soli. Questo anche perché - lo si era visto nel paragrafo precedente - è anche l'essere in gruppo, che desta sospetto sull'operatore di polizia.

Ecco invece un'altra situazione:

MA. E una volta io mi è capitato che una cosa a via del Pratello. Il poliziotto mi ha fermato e mi ha chiesto il documento. Boh, io gli ho detto non ce l'ho. E mi ha detto le solite cose, tutto quello che hai nella tasca, tutto quanto io ho fatto, tac tac, e mi ha detto "se mi dici chi spaccia da quella parti lì io ti lascio andare", e magari eri un po' spaventato perché loro in genere ti sottovalutano nel senso che pensano molto al loro potere magari mi voleva spaventare e io gli dicevo ok, tieni un marocchino che c'è là, fa...io invece gli ho risposto "ma tu veramente è vergognoso perché tu stai facendo proprio il tuo lavoro, però fallo te non dire che lo devo fare a me, perché tu hai la divisa per fermare i delinquenti, no a dire uno di fermarli, uno civile" e magari si è preso un po' paura perché quando gli dici la verità anche lo sanno mi ha detto: "vai vai, vattene via, non ti vedo più".

(MA, Senegal, 34 anni)

In questo caso è evidente che lo scopo del poliziotto non fosse quello di scovare l'irregolarità giuridica, quanto quello di trovare delle informazioni sui traffici illegali nella zona. In questo caso l'operatore non ha nessun interesse a che MA finisca in questura, in CIE o in carcere: quello che gli interessa è reperire informazioni utili alla propria attività investigativa.

Questo genere di situazione trova riscontro anche in una testimonianza di un operatore. L'operatore n.11 mi spiega di essere in possesso di una certa discrezionalità rispetto alle decisioni che prende (tornerò su questo punto), e che può usarla ad esempio quando vuole mettere in atto uno scambio di favori per avere degli informazioni:

n.7. ... Il concetto di fondo è che il meccanismo che seleziona controlli attività è esclusivamente tattico. Alla fine io ho un task per ottenere i risultati che devo ottenere, e io sono comunque il cane da guardia della mia comunità, devo usare i mezzi che ho a disposizione. Che sono informativi, di controllo, a volte sono di pressione a volte sono solo di ascolto...perché si sa benissimo che nell'ambito della compravendita delle informazioni scatta l'indulgenza: un'indulgenza in cambio di un'informazione. Allora dice, mi hai privilegiato perché sono straniero, no, ti ho privilegiato perché sei una sorgente di informazioni. E posso farlo con te come con un altro, in fondo il mio cliente è indifferenziato come per loro io sono indifferenziato

D. Quindi alla fine il compito qual'è? Trovare le mele marce, qual'è?

n.7. Assolutamente.

(operatore n.7, reparto Pubblica Sicurezza)

Anche MO fornisce una testimonianza importante di quanto l'interesse della polizia, pure in ambito di immigrazione irregolare, ruoti intorno al fatto di tenere sotto controllo i mercati illegali della droga. Sono convinta sia questa la chiave di lettura da utilizzare per leggere il prossimo episodio:

MO. (mi racconta di un'altra volta che stava aspettando al semaforo, ed è stato fermato dalla polizia.) Anche un'altra volta qualche mese fa, stavo aspettando al semaforo, (imita il suono di una macchina che arriva a tutto gas, inchioda e poi imita la voce del poliziotto che urla in maniera concitata "fermati lì") Io rido quando fanno così. Mi hanno chiesto se avevo fumato, se mi ero drogato, cosa avevo fatto. Io che stavo andando a lavoro! Mi hanno perquisito, io ero pulito e non hanno trovato niente. Si vergognano quando non trovano qualcosa. "va bene, buongiorno, ciao".

Questi erano sempre polizia.

(MO, Marocco, 28 anni)

In questo caso è evidente che la polizia non stava agendo contro l'irregolarità giuridica, ma contro lo spaccio di droga: non hanno nemmeno chiesto a MO di mostrare il permesso di soggiorno (sappiamo che MO in quel momento non ne era in possesso), ma gli hanno solo intimato di svuotare le tasche.

Quest'altra testimonianza mette invece in risalto un altro aspetto della questione:

MO. Una volta mi hanno fermato i carabinieri. Io non ho documenti, non ho niente, hanno chiamato Bologna hanno detto "no, mesi fa l'hanno fermato a S. Lazzaro, lascialo via" e mi hanno lasciato via.

(MO, Marocco, 28 anni)

La questura, come avevo già spiegato nel paragrafo precedente, è un elemento centrale all'interno del meccanismo di gestione dell'immigrazione illegale. I poliziotti, o gli operatori di polizia municipale -se voglio attenermi strettamente ai dati a mia disposizione- non detengono una discrezionalità totale rispetto alle decisioni che prendono, ma devono attenersi anche a direttive provenienti, in modo più o meno velato, dall'esterno, quindi dalla questura, come dai giudici. Dalla questura, come aveva già testimoniato l'operatrice n.11, proviene la richiesta di portare solo migranti che abbiano fatto qualcosa. E nella stessa direzione vanno le indicazioni dei giudici, come dimostrerebbe una testimonianza di MA:

MA. ...No ma l'ignoranza l'ignoranza l'ignoranza dei poliziotti e dei carabinieri anche che ti fa spaventare, perché i giudici, quando ti portano dai giudici ogni tanto i giudici ti dice "ma perché mi hai portato lui?" e loro gli dicono a loro, eh?

D: Ai poliziotti. I giudici ai poliziotti?

MA. Sì si', a me due volte mi è capitato! E la seconda volta il giudice mi ha chiesto: "tu sei mai stato giudicato?" Ho detto sì, solamente una volta e ho avuto l'espulsione e mi ha detto "perché non sei andato?" gli ho detto "oh, vabè, io non ho i soldi per andare e non so dove vado" ha detto al poliziotto "non mi portare mai più quel genere di persone lì".

(MA, Senegal, 34 anni)

Questo brano è altamente significativo. In questo caso, infatti, MA parla di un giudice che chiede esplicitamente al poliziotto di non portargli più "quel genere di persone lì", facendo riferimento a persone che non sono percepite come fonte di pericolo. Dalla testimonianza di MA emerge quanto dietro le valutazioni dei poliziotti nel momento in cui devono scegliere chi portare davanti al giudice ci siano anche le valutazioni e le indicazioni di questi.

Prima di iniziare a tirare le fila di questo amalgama di informazioni sparse e di frammenti per comporle all'interno di un discorso unitario e coerente, vi sono altre testimonianze di tre migranti che reputo necessario riportare poiché gettano luce su un ulteriore aspetto molto interessante della questione, che fino ad ora non è stato preso in considerazione:

AB. il problema è del documento, la polizia non è un problema.

D. infatti volevo chiederti: la polizia ti ha mai fermato, ti ha mai chiesto i documenti?

AB. Io in quattro anni, non polizia, niente. Io una volta io ai giardini (Piazza Azzarita) ho visto tre carabinieri "buongiorno" "buongiorno" "documento?" "no, non ce l'ho" e mi dice "nome?" "AB" vengo dal Marocco e "lavoro?", "io muratore."

D. Quindi eri in piazza dell'Unità, ti hanno chiesto i documenti, tu gli hai detto che non ce li avevi, però gli hai detto il nome, che vieni dal Marocco, ti hanno chiesto se lavoravi, gli hai detto di sì, e poi basta.

AB. Basta, "buona giornata" e ciao. Io polizia in Italia, carabinieri, no problemi. Sono quattro anni che sono qua, io sempre alle cinque, alle sei, a casa.

D. Quindi non hai avuto mai problema?

AB. No, mai. [...]

(AB, Marocco, 40 anni circa)

...La terza volta mi racconta di trovarsi di fronte alla stazione: in quell'occasione due agenti della polizia di stato lo raggiungono mentre sta slegando la bici. Sospettosi gli chiedono chi è, cosa sta facendo, se lavora. Lui spiega che la bici è sua, che quindi non c'è motivo di allarmarsi. Mi dice che gli chiedono se ha il permesso di soggiorno, lui risponde di no, e quando gli chiedono perché (nel raccontarmelo si arrabbia) mi dice di avergli risposto che un brasiliano viene in Italia per lavorare, non certo per spacciare o altro, ma sono loro che non vogliono darglielo questo permesso. Mi spiega che lo hanno anche perquisito dopo averlo portato nella cabina della stazione immagino. Dice che gli hanno perquisito i vestiti e il borsone.

Delle tre volte in cui l'hanno fermato, tutte e tre le volte, non è mai stato portato in questura: il processo si è sempre arrestato nella fase precedente l'identificazione. Mi dice che anche in quell'occasione, l'ultima, gli hanno chiesto se aveva lavoro, che faceva, e alla sua risposta l'hanno lasciato andare con le solite parole, "sì sì, vai vai".

(Dall'intervista a BR, Brasile, 30 anni circa)

A queste persone, trovate, in seguito ad un controllo, prive di un permesso di soggiorno, è stato chiesto se lavorassero, e che lavoro facessero. Di fronte a queste due testimonianze prende forma un'ipotesi inaspettata, ovvero che il controllo attuato dalle forze dell'ordine sulla popolazione dei migranti abbia a che fare anche con la presenza o meno di un lavoro, un lavoro qualsiasi, anche irregolare basta che non sia illegale.

La legislazione dell'immigrazione, dunque, attraverso l'uso e l'applicazione che ne fa la polizia, disegna traiettorie inaspettate. Si badi bene: non voglio insinuare che ciò accada con la consapevolezza dei singoli operatori che mettono in atto un piano predeterminato: questo è invece forse il risultato naturale a cui porta una legislazione così complessa e di difficile applicazione. E' forse anche il risultato dell'incontro tra le esigenze di controllo del disordine da parte della polizia e gli obiettivi impossibili previsti dalla legislazione.

Sta di fatto che si è trovato un certo riscontro di questo genere di episodi anche nelle testimonianze di alcuni operatori:

Lui mi spiega, come mi aspettavo in base alle interviste condotte sui migranti, che non è automatico che parta il procedimento del fotosegnalamento nel momento in cui si entra a contatto con uno straniero irregolare. Mi fa degli esempi: se vede un lavapiatti in un ristorante, non glieli chiede nemmeno i documenti, anche se sa che il ragazzo è irregolare. Oppure, anche se lo controlla e viene fuori che è irregolare si fermerà e non porterà avanti il procedimento perché non ha senso farlo verso qualcuno che "lo vedi, si sta spaccando la schiena lavando piatti". Oppure, se trovo qualcuno irregolare in un negozio e il capo mi dice che è un suo amico, io faccio finta di crederci e lascio perdere. Gli dico semplicemente di sparire da lì. D'altronde, mi dice, cosa vuoi che faccia? Se dovessi davvero portare dentro o al fotosegnalamento tutti gli stranieri irregolari che trovo intaserei le carceri.

Per esempio, mi fa il caso della piazzola.

Alla piazzola si vedono tantissimi stranieri che lavorano ed è del tutto probabile che siano irregolari. Ad esempio, se ce ne sono 10 che chiudono una bancarella, è probabile che quelli vengano pagati dal capo una cosa come dieci euro l'uno. Che senso avrebbe mettermi a controllarli? Invece vado fino in fondo e porto al fotosegnalamento quello che ha rubato il portafoglio alla vecchietta. Se ad esempio, invece, come è successo, una sera finisce che gli stranieri che lavorano nelle bancarelle finiscono per prendersi a cazzotti li porto tutti dentro, e li controllo tutti.

(Brano dell'intervista a microfono spento ad uno degli operatori di Polizia Municipale)

Sembra vi sia una riflessione condivisa tra gli operatori di polizia municipale, i quali affermano che o non si fermano per niente a controllare la regolarità giuridica di un migrante che sta lavorando, oppure che, se si fermano, non continuano con gli accertamenti, e ciò perché:

n.11. Sì, anche perché, e questo è un mio pensiero personale, aldilà dell'ambito lavorativo, io penso che un cittadino straniero che viene qua in Italia per lavorare anche in maniera clandestina però per lavorare, comunque non fa niente di male.

(operatrice n.11, reparto S.Vitale)

Sono almeno due le osservazioni da fare alla luce di queste ultime testimonianze.

La prima riguarda la possibilità di leggere attraverso la teoria dei "reati normali" di Sudnow (presentata nel capitolo terzo) la scelta degli operatori della Polizia Municipale di non indagare rispetto alla condizione giuridica di un migrante in certi casi. Si tratta di quei casi nei quali il migrante di cui si sospetta l'irregolarità giuridica non è ritenuto "pericoloso": il poliziotto, ritenendo la situazione "normale" evita di chiedere direttamente di mostrare il permesso di soggiorno, per non essere costretto a continuare l'azione penale, ma chiederà semplicemente se il migrante ha lavoro, indagherà insomma riguardo la normalità del reato che ha davanti. I "reati normali" sono quelli i cui aspetti caratteristici sono conosciuti e previsti, dipendono dalla comunità in cui il poliziotto opera, e "sono situati in ambienti specifici e ci si aspetta che siano normali o non a seconda dei luoghi in cui sono commessi". Sudnow scriveva che quelle che vengono prese in considerazione nei reati normali sono caratteristiche irrilevanti per la definizione che di quel reato fornisce la legge, eppure allo stesso tempo sono decisive nel momento in cui il poliziotto deve decidere la natura del reato davanti al quale si trova.

Da questi come da altri brani emerge un clima generale in base al quale gli operatori di polizia cercano di evitare di proseguire con l'applicazione della normativa sulle espulsioni quando gli elementi a loro disposizione indicano la normalità del reato in cui sono incappati. Che un migrante sia irregolare è un reato normale, e se a questo non si aggiungono altri elementi che denotano invece un qualche suo tratto di anormalità -l'aver intercettato il migrante in una zona a rischio, la nazionalità del migrante, il fatto che i soggetti siano in gruppo piuttosto che da soli- gli operatori della Polizia Municipale mostrano generalmente di lasciar correre.

La seconda osservazione riguarda invece l'effetto di disciplinamento di certe pratiche di polizia: che il poliziotto prosegua o no l'azione nei confronti del migrante irregolare sulla base della presenza o meno di un lavoro, è una prassi mediante la quale si indica chiaramente ai migranti quale sia la condotta da tenere per rimanere in Italia seppur in condizione di irregolarità giuridica. In questo senso allora il disciplinamento dei migranti irregolari presenti in Italia è il risultato anche di pratiche di polizia.

Conclusioni

Siamo di mezzo: c'è legge non c'è legge. Cioè qui, la legge qui, dei poliziotti soprattutto. Tutti ce l'hanno, il maresciallo ce l'ha, l'altro non so come si chiama, chi fa la pattuglia, il caporale non lo so, ce l'ha. Ognuno ha sua legge. E allora alla fine uno non ci capisce niente a fin dei conti. (MA, Senegal, 34 anni)

Sono dunque due le direttrici principali che ho individuato nella gestione e nel controllo dell'immigrazione irregolare da parte della polizia: da una parte la presenza di un lavoro, dall'altra il sospetto di spaccio. Ad esse corrispondono due tipologie di migrante, verso cui la polizia tiene due atteggiamenti diversi: il migrante funzionale e il migrante disfunzionale. Ciò che distingue le due figure non è la condizione di regolarità o irregolarità giuridica, quanto l'essere inserito nei circuiti irregolari dell'economia piuttosto che in quelli illegali, che a mio parere corrispondono alla condizione di essersi piegato al sistema oppure di esservisi sottratto. Chiaro che nei confronti delle due tipologie di migrante verranno tenuti quanto meno due diversi atteggiamenti.

E allora si chiede al migrante irregolare ma funzionale se ha un lavoro, e lo si lascia andare in caso di risposta affermativa; mi sembra che anche il seguente brano possa essere letto in quest'ottica:

...Poi all'inizio, quando sono venuto all'Italia nel 2003, che lavoravo in una pizzeria, facevo le consegne, finito di lavorare, verso le 11, 11 e un quarto, abitavo verso stazione, ero abituato che quando finivo lavoro passavo da via indipendenza che ancora non era telecamere, mi fermavo in un negozio prendevo la birra così. Per fermarsi un po'. Una volta ho comprato due birre. Ho iniziato a bere una birra seduto sul motorino, infatti un gruppo di carabinieri che erano quattro o cinque ragazzi, prima sono passati poi sono ritornati da me e mi hanno chiesto "salve buona sera, il motorino è il tuo?" ho detto "sì, è mio il motorino" però ero senza documenti ancora, non avevo il permesso di soggiorno. Mi ha visto che stavo bevendo, poi hanno visto un'altra bottiglia che era già vuota, mi ha chiesto "l'hai bevuta tu questa?" ho detto sì "anche ne stai bevendo un'altra" ho detto di sì "ho appena finito di lavoro, adesso mi sto rilassando" "ah, devi guidare anche dopo?" ho detto "sì, ma non è che parto subito" "ah, va bene, mi raccomando stai attento". Perché in quel momento non era ancora obbligatorio di patentino. Mi hanno chiesto però non lo avevo, però non era legge.

D. Però loro in quel caso ti avevano chiesto il permesso di soggiorno, no?

RA. Sì, mi avevano chiesto i documenti...

D. E tu avevi la carta di identità però?

RA. No niente

D. Quindi non avevi né permesso di soggiorno né carta d'identità.

RA. Sono fortunato.

D. Non ti hanno fatto nessun problema! E comunque sono stati gentili, ed erano....carabinieri?

RA. Erano carabinieri.

(RA, Pakistan, 32 anni)

In questo caso infatti RA sta lavorando, e i carabinieri se ne accertano con vaghe domande, che fanno riferimento al motorino e alle due birre che sta bevendo.

Se invece il migrante viene categorizzato come migrante disfunzionale, e in questo caso facciamo riferimento generalmente ai giovani proveniente dal Senegal o dal Maghreb, l'operatore agirà in una maniera diversa. Innanzitutto, il controllo partirà sulla base di una convinzione precisa:

n.11. ...Che poi il controllo, diciamo...il controllo alla fine non è che parte perché ...più che altro parte perché c'è la convinzione che la persona possa detenere sostanze stupefacenti...

(operatore n.11, reparto s.Vitale)

E poi anche la modalità di intervento sarà un'altra, poiché la prima azione che il poliziotto compirà in questi casi è quella di chiedere al controllato di svuotare le tasche:

MA...Una volta sono arrivati e hanno fatto una genere di anbisca...

D: una retata?

MA. Sì, una retata. E poi ci hanno messi tutti noi a terra, nel senso...eh, boh. Io queste cose le vedo come una cosa tipo brutto, nel senso... perché potevano anche, cioè, eravamo in un giardino pubblico. Cioè, chiedere tipo il documento, con educazione e tutto così...però sono già partiti con l'idea che magari noi siamo gli spacciatori, e ci trattavano così...

D: ma dov'eravate?

MA. A via Galliera

D: Ah, quindi è la stessa volta quella che mi stavi raccontando?

MA. Sì, poi dopodiché hanno fatto la perquisizione, cioè hanno detto tirate tutte le cose che avete in tasca, abbiamo tirato tutto quello che avevamo, così...e boh! Ci hanno portato alla fine alla questura. Hanno chiamato altre pattuglie perché eravamo cioè eravamo tipo sette persone così. Boh, arrivare alla questura ti fanno spogliare nudo, proprio cioè, per meglio perquisire, poi dopodiché ti mettono in cella, chiamano uno per uno e prendono le impronte e preparano le copie per la segnalazione e così.

(MA, Senegal, 34 anni)

...è arrivato il poliziotto mi ha detto "ma, facciamo un patto perché siamo nel mezzo della strada. Io non ti perquisisco però esci tutto quello che hai in tasca, se hai qualcosa" io avevo due canne di erba, le ho uscite, le ho messe lì. Mi ha detto "soldi ce l'hai?" Avevo tipo un euro e qualcosa di spicci, magari per fortuna se avevo 20 euro significava che cazzo, avevi venduto qualche cosa o qualcosa del genere. Boh, così dopo mi ha chiesto: "hai documento?" gli ho detto "no", mi ha detto "ma, l'erba dove l'hai presa?" gli ho detto "boh, credo in giro da qualcuno..." avevo 10 euro credo per fumare. E mi ha detto "vai, però non ti vedo nei luoghi di spaccio, sennò ti fermo, ti arresto" gli ho detto "ok".

D. ti ricordi dov'eri quando ti hanno fermato?

MA. Sì, perché stavo camminando verso via Irnerio proprio. Era una domenica che sono tornato giusto dai miei amici italiani che mi hanno regalato due canne di erba, così.

(MA, Senegal, 34 anni)

D: La domanda iniziale è: sei mai stato fermato dalla polizia? Ti è mai capitato?

MO. Sì, tanta volte. Direi quasi venti volte...

D: e che ti chiedevano quando ti fermavano?

MO. Eh, controllo dei documenti. E...dopo se non hai documenti cercano nelle tasche e se non hai niente ti lasciano andare via.

D: Ah, ok, quindi anche se non hai...

MO. anche se non hai i documenti.

(MO, Marocco, 28 anni)

E' evidente che la polizia ha un diverso atteggiamento nei confronti del migrante sospettato di spacciare. MO spiega infatti che, quando ancora era senza permesso di soggiorno e veniva fermato per un controllo dei documenti, lo perquisivano, e se non aveva niente lo lasciavano andare. Ma le tasche gliele controllavano sempre. Nel corso dell'intervista infatti mi racconta vari episodi di questo genere.

L'opera di chirurgia sociale mediante la quale la polizia traccia costantemente una linea che divida i migranti disfunzionali da quelli funzionali fornisce una spiegazione plausibile anche al diverso atteggiamento verso il migrante trovato privo del permesso di soggiorno nel caso sia da solo oppure in zona di spaccio.

Un confronto tra la storia di MO e quella di MA mi sembra metta in luce quanto dietro l'applicazione della normativa dell'immigrazione ci sia, oltre a quanto finora detto ovvero la verifica della presenza o meno di un lavoro, il controllo del mercato illegale della droga, almeno a Bologna. Una storia particolare quella di MO: è di origine marocchina, vive in Italia da 5 anni, parla bene italiano, è stato fermato parecchie volte (una ventina) per un controllo documenti in condizioni di irregolarità giuridica, ma solo tre volte è stato portato in questura per essere identificato. Ben diversa la sua storia da quella di MA, che invece in questura per l'identificazione c'è stato portato una ventina di volte. Il discrimine tra i due sta, stando ai racconti dei due ragazzi, nel fatto che MO, a differenza di MA, non ha mai frequentato in questi anni zone di spaccio (a parte nell'ultimissimo periodo, durante il quale vi è andato ad abitare...) e non fa uso di droghe. MO non ha paura della polizia anche forte della convinzione, come tanti altri, che "se non hai fatto niente non possono farti niente":

mi racconta che l'importante è rimanere pulito, per fare il permesso di soggiorno, perché se una volta ti prendono con qualcosa, poi la volta dopo, oppure quando vai a fare richiesta per il permesso di soggiorno ti dicono: ma una volta ti abbiamo preso con un pezzo di fumo, e allora non ti danno un permesso. (12)

(dall'intervista a MO, Marocco, 28 anni)

Emerge da questo episodio come da molteplici altri episodi che attraversano tutta la ricerca, che i migranti come gli operatori di polizia Municipale, e le altre forze dell'ordine, hanno ben chiaro come funziona il controllo dell'immigrazione in questa città. Ci sono dei meccanismi in atto, delle regole del gioco, note ad entrambe le parti, e che non corrispondono, se non come pretesto, a quanto previsto dalla legislazione: è il caso delle carte d'identità, ma anche delle zone di spaccio, dell'età, della provenienza geografica, dell'essere soli o meno, di che tono si usa nella conversazione, del possesso di sostanze illegali - anche solo per uso personale. Tutti fattori che incidono nella modalità di svolgimento dell'interazione. All'interno di questo meccanismo il migrante si riappropria di un buon grado di soggettività, che gli permette -sempre entro una certa misura, quella concessagli dal proprio status giuridico differenziato- di decidere quanto e come rischiare. Può frequentare certe zone ed accollarsene i rischi, o può decidere di evitarle. Sono regole del "gioco" non scritte, ma conosciute, gioco all'interno del quale al migrante rimane una certa facoltà di azione. Agibilità che deve comunque scontrarsi con altri elementi perturbanti, poiché, nell'interazione, proprio come il migrante ha la possibilità di dare espressione alla propria soggettività, così anche il poliziotto esprime se stesso, e lo fa grazie al potere discrezionale di cui dispone.

Senza ombra di dubbio la discrezionalità del potere di polizia è l'elemento che più di ogni altro porta un fattore d'imprevedibilità all'interno del meccanismo appena descritto. La discrezionalità di cui parlo non è totale. Fortunatamente, infatti, le regole del gioco non vigono solo per i migranti, ma anche per la polizia che, per quanto sia sicuramente più libera della controparte migrante di attenervisi o meno (13), generalmente le segue. Forse anche perché queste regole rappresentano la modalità più "efficiente" di gestione dell'incontro tra migranti e polizia, elaborata nel corso di ripetuti scontri e assestamenti tra le parti. Si parla di efficienza, misurata dal punto di vista della polizia, in riferimento a regole che si rivelano funzionali alla propria attività di controllo del territorio e di mantenimento del disordine entro certi limiti di sopportabilità. D'altro canto potremmo anche affermare che queste regole del gioco, viste dal lato della polizia, non siano altro che le regole del disordine di cui parla Palidda (2000), e che più volte anche noi abbiamo incontrato nel corso di questo capitolo, e nel corso di questo lavoro più in generale.

Il fattore d'imprevedibilità, fattore perturbante all'interno della relazione tra le due parti, si manifesta nella maniera in cui ognuno degli operatori della Municipale intende la discrezionalità. Infatti, qualcuno reputa di non averne:

D. A te è successo spesso di trovare degli stranieri irregolari, che non avessero...

n.9. Eh, sì!

D. In quel caso come ti comporti?

n.9. In quel caso noi abbiamo le mani molto legate, punto. Cioè la legge impone che queste persone devono stazionare nello stato italiano muniti di autorizzazione per la permanenza diciamo.

D. Quindi quel margine di discrezionalità che la polizia ha...

n.9. La legge non lascia spazio, la legge non lascia spazio. Se c'è una persona che non ha il permesso di soggiorno è un discorso, se ha altri documenti e abbiamo modo di accertarci che questa persona sia autorizzata se riusciamo bene facciamo una piccola denuncia e diventa...è reato ma è una piccola contravvenzione. Altrimenti dobbiamo procedere con l'accompagnamento delle persone come le avranno detto i miei colleghi, identificarle completamente e...

D. Sì, ovvio. Ma è venuto fuori anche con i suoi colleghi che, dato che l'irregolarità è tanta, è possibile anche fare distinzioni tra le persone: mi dico "sì ok, sei irregolare però non mi crei problemi perciò lascio perdere"

n.9. Il problema è che la legge non ti lascia spazio di tolleranza. La legge è chiara e bisogna attenersi a quello.

(operatore n.9, reparto Porto)

Qualcuno invece la considera come l'essenza stessa del lavoro del poliziotto:

D. E immagino che la dimensione più frequente entro la quale si entra a contatto con lo straniero sia il controllo dei documenti alla fine...

n.7. Sì e no. L'attuale normativa sugli stranieri è sufficientemente completa e gravosa per cui tutti sanno cosa significa controllare uno straniero, perché significa anche aprire un cantiere dei doveri d'ufficio che devi svolgere che può comportare un impegno in termini personali sai che fai tardi, un impegno dell'ufficio che dovrà destinarci altre risorse che magari in quel momento non ci sono, un impegno che coinvolge altri uffici, come l'ufficio immigrazione, la questura, quindi affrontare un controllo approfondito con uno straniero può essere un impegno gravoso, questo lo sanno tutti. E questo in qualche modo è un'arma a doppio taglio: primo perché può essere uno strumento incisivo, cioè "mo facciamo un controllo dalla a alla zeta, io so quello che mi costa ma costa anche a te. Ma è anche vero come chiara formazione reattiva che in altri momenti diventa quasi un privilegio dello straniero che..."vai, vai..." (mima il gesto per dire che lo lascia andare), mi hai capito? Ci sono quelle dinamiche che lo straniero che invoca la pesantezza della sua posizione in quanto straniero in Italia che c'è la normativa o cosa in parte ha ragione perché la sua posizione è oggettivamente diversa rispetto a quella del comunitario: la legge stabilisce questo, poi può essere una discussione ma è un altro problema. Lo stesso straniero in fondo sa benissimo...(incertezza prolungata)...soprattutto il deviante lo sa bene. Quante volte non è stato controllato perché si aveva poco tempo da perdere. Quindi come spesso accade è in pendolo che va da una parte e dall'altra. A volte è un'arma in più, a volte è un viatico per non impelagarci in situazioni che...il controllo del documento quando si fa si può fare naturalmente in maniera sommaria, un sommario controllo del documento che avviene al di fuori dell'identificazione, per dire, no? Fa parte anche lì della piccola fascia di discrezionalità. Identifico una persona, non sto lì ad approfondire troppo la sua situazione regolare o meno: l'avevo identificato per una ragione diversa, per esempio per questioni illustrative.

D. quindi ti basta sapere...

n.7. I suoi dati. Ti faccio un esempio reale. Bologna è quotidianamente soprattutto nel pomeriggio e nella prima serata percorsa da un battaglione di soggetti stranieri che vendono carabattole, no? Li riconosci: hanno le orecchiette, le lampadine, i fischietti, cazzate di ogni genere. E questi, bada bene, sono tutti venditori abusivi. Tutti. Nessuno di loro ha la licenza per il commercio. Quindi tu, volente o nolente li vedi, ogni volta che li fermi rilevi l'infrazione e l'illecito amministrativo. Identificarlo e fino a che punto identificarlo? Ha i documenti o non ha i documenti. Se non ha i documenti diventa un po' imbarazzante, perché tu comunque fai un sequestro, fai un verbale a chi?

D. dici un documento d'identità.

n.7. Un documento d'identità. Ha i documenti, magari ne ha una parte: ha una carta d'identità ma non ha dietro il permesso di soggiorno: puoi supporre che ce l'abbia o che non ce l'abbia, che sia scaduto che ce l'abbia avuto in passato... per l'atto amministrativo che faccio per il sequestro che faccio prendo questi dati dal tuo documento d'identità ti faccio la multa, ti sequestro la roba, e vai a quel paese.

Dentro di me so che sono stato un po' benevolo: non ho compiuto un'omissione, non ho calcato troppo la mano su un poveraccio alla quale devo fare una sanzione amministrativa e non l'ho incanalato in un tunnel con conseguenze più gravose...mi può anche bastar così! E' un'omissione? E? Una forzatura? Gli ho fatto un favore? E' una zona grigia: il controllo della devianza è fatto di molte zone grigie, perché l'osservanza scrupolosa della legge significherebbe un maxi carcere con dentro sessanta milioni di persone (ride) quindi è chiaro che nella zona grigia ci si guadagna e ci si rimette un po' tutti. [...]

D. Però la domanda adesso sarebbe: su chi e come decidi di continuare o meno questo processo. Penso ci siano due livelli di decisione: decidere chi fermare e poi...

n.7. E poi quanto pressare. Sì, infatti la zona grigia consiste proprio in questo. E penso che sia senza neanche la minima esitazione, la vera essenza dell'attività di polizia.

(operatore n.7, reparto Pubblica Sicurezza)

E qualcun altro invece cerca una via mediana, come questo operatore che prova a tenersi in equilibrio in una situazione piuttosto complessa:

D. Ma nel momento in cui trovi uno straniero irregolare, qual'è la decisione che prendi, e sulla base di quali elementi? Voglio dire, cosa succede dopo?

n.6. Allora, (sospira), se uno straniero è irregolare, la legge impone di procedere ad una certa maniera. Tra la legge e quello che si fa comunque c'è un lasso, c'è uno spazio

D. c'è il potere discrezionale dell'operatore, no?

n.6. Mmm...non più a mio avviso, in quanto se uno è clandestino commette reato. Quindi noi come polizia giudiziaria abbiamo l'obbligo di intervenire. Quindi potrei essere passibile per omissione di atti d'ufficio, se uno fotografa la situazione e uno ha contezza del fatto che lui è un clandestino e io non ho proceduto all'identificazione, c'è un articolo, l'art. 6 che mi impone...poi adesso è stata punita anche il fatto che uno è entrato da pochi giorni, insomma il 10 bis anche se è un'ammenda. Di fatto io non avrei discrezione, però di fatto c'è. Di fatto c'è perché sennò non vivi.

D. E certo, ma è logico!

n.6. E' logico, però dal punto di vista di un operatore di polizia giudiziario, molti ti diranno "ah, ma io se non ha fatto niente non faccio niente". Però bisogna avere la consapevolezza che questo comunque ti può dare dei problemi. Ti può dare dei problemi. Come per dire, c'è una macchina in divieto di sosta, io sto passando se gli fai una domanda del genere ad un vigile ti dirà: "ah, no. Se la vedo devo farla, sennò è un'omissione degli atti d'ufficio". E' anche vero che se a uno straniero tu non gli chiedi i documenti...e puoi averci un approccio tipo intelligente dicendo "allora come va, tutto bene?" "ah, sì sì!" poi vedi che sta cercando di schivarti, non hai ragione di sospettare alcunché, puoi valutare di non chiedergli i documenti. Nel momento in cui non gli chiedi i documenti non hai fatto un'omissione di atti d'ufficio. Però, insomma...capisco quello che mi stai dicendo è vero (ride) però nella nostra logica dobbiamo fare i conti con questi problemi. Le altre polizie hanno la discrezionalità, altri ordinamenti come quello americano c'è la possibilità. Nel nostro c'è l'obbligatorietà dell'azione penale, anche se però non è rispettata, né dai magistrati, né dai giudici...quindi non si capisce perché lo dovrebbe fare la polizia.

(operatore n.6, reparto Pubblica Sicurezza)

Ritenere di non avere discrezionalità avvicina sicuramente il poliziotto a posizioni di intransigenza, mentre colui che ritiene di potersi muovere con una certa indipendenza attraverso il marasma della normativa sull'immigrazione avrà probabilmente un atteggiamento più morbido nei confronti del migrante irregolare. Per il migrante quindi, ovviamente, farà differenza trovarsi di fronte all'uno o all'altro.

Nel corso del paragrafo ho delineato due direttrici principali lungo le quali, a mio parere, la normativa dell'immigrazione si muoverebbe. Qui ne voglio aggiungere una terza: le pressioni sulla polizia provenienti dalla cittadinanza e dai media. Tali pressioni infatti sono in grado di esercitare delle torsioni sulla modalità "normale" di gestione del fenomeno migratorio, aprendo a periodi in cui la morsa della legge si stringe intorno al corpo del migrante. L'impatto di questo fattore sulla vita del migrante mi sembra essere molto forte dal momento che appare completamente indipendente dalle scelte di quest'ultimo.

Quando cioè l'applicazione della legislazione si muove lungo questa direttrice, la scelta del migrante incide poco o per nulla all'interno dell'interazione, la quale invece dipende da molti altri fattori, che dall'esterno si abbattono sull'interazione stessa.

La presenza di questa terza direttrice lungo la quale pure si muoverebbe l'applicazione della legislazione sull'immigrazione affiora con particolare evidenza dalle interviste condotte sui due operatori del reparto Porto.

I due operatori riportano, con grande intensità, un problema molto sentito nella loro attività di controllo del quartiere, ovvero la situazione del parcheggio dell'ospedale maggiore:

n.8. Diciamo le problematiche che ci sono all'interno di quel quartiere. Se nello specifico per quanto riguarda l'immigrazione il quartiere porto ha una grossa problematica che è relativa ai parcheggiatori abusivi che sono soprattutto naturalmente, anzi sono esclusivamente stranieri di nazionalità nigeriana, ma anche stranieri comunitari quindi rumeni che si spartiscono un po' diciamo gli orari all'interno del parcheggio dell'ospedale maggiore, quindi creano non soltanto un senso di insicurezza ma anche molestie perché ovviamente pretendono denaro e quindi diciamo che abbiamo molte chiamate per questo problema. Soprattutto di persone perché sono già in una certa condizione, o perché hanno un parente all'interno dell'ospedale o perché devono fare delle cure quindi sono già sottoposti ad uno stress il parcheggiatore abusivo diciamo che li riempe ulteriormente di stress, e quindi riceviamo molte chiamate infatti spesso quando noi interveniamo la maggior parte delle persone sono clandestine

D. quindi ricevete chiamate dalla cittadinanza...

n.8. dai cittadini, esatto. Di molestie, di persone che anche in maniera un po' dura pretendono denaro. Oppure i soliti venditori abusivi all'interno dell'ospedale maggiore dentro il parcheggio dell'ospedale che vendono fazzolettini bigiotteria varia e anche questi creano molestie insomma e anche questi sono abusivi. Quindi questa è il problema più sentito del quartiere riguardo alla problematica degli stranieri e sicurezza sociale.

(operatore n.8, reparto Porto)

Questi due operatori di polizia monitorano la situazione all'interno del parcheggio dell'ospedale maggiore, riempiendo le loro giornate lavorative di identificazioni e accompagnamenti in questura, col fine di riuscire a trasmettere almeno una sensazione di sicurezza a quei cittadini che, telefonando, la pretendono. Mi raccontano che parecchie volte si sono trovate ad identificare sempre le stesse persone e a portarle in questura. Sanno che nel breve periodo, così facendo, non risolveranno certo il loro problema, ma sperano che nel lungo periodo l'accumulo di molte denunce porti almeno a qualche espulsione: più fogli di via si accumulano su una determinata persona, più possibilità ci sono che quella persona si riesca ad espellerla (di questo ho trovato conferma in varie interviste sia si migranti che alla polizia).

E' evidente che, nell'attività di questi due operatori, la direttrice operativa è il tentativo di rassicurare la cittadinanza: mettere in atto anche azioni inefficaci al fine dell'espulsione prevista per legge, ma che si rivelano utili a regalare ai cittadini una certa sensazione di sicurezza. In questo senso gli input saranno esterni: più i cittadini si lamenteranno, più i giornali locali denunceranno questo problema, più i cittadini si lamenteranno dello stesso, più la polizia si farà intransigente e stringerà la morsa sul migrante, o precisamente sul venditore abusivo nel parcheggio dell'ospedale maggiore. E' questo niente più che il meccanismo della tautologia della paura (Dal Lago, 1998), ormai un classico nella gestione del fenomeno migratorio nel nostro paese.

E' quindi la cittadinanza, l'opinione pubblica, le percezioni di senso comune, l'altro fattore completamente eteronomo che impatta con forza nella vita del migrante.

Volendo infine concludere con una riflessione che chiuda il cerchio di tutto il ragionamento fino a qui condotto: chi è il nemico?

La questione è complessa, e va di nuovo analizzata almeno su due piani. Dalla ricerca empirica emerge che il nemico, nella realtà dei fatti, viene individuato e tenuto sotto controllo principalmente tramite pratiche di polizia. Esso corrisponde non al migrante irregolare, bensì a colui che non è inserito all'interno del circuito del lavoro nero, ovvero al migrante irregolare e disfunzionale. Dalla ricerca emerge che è questa la tipologia di migrante che rischia più degli altri di finire in CIE ed è su di lui che la polizia mette principalmente in atto i meccanismi di controllo previsti dalla legislazione sull'immigrazione.

D'altro canto la polizia può mettere in atto una deprivazione totale dei diritti verso quello che considera nemico reale, ovvero il migrante irregolare e disfunzionale, poiché si muove in un terreno entro il quale tutti i migranti sono già stati deprivati nell'ordinamento giuridico, previa l'attribuzione di uno status giuridico differenziato, dei diritti riconosciuti invece agli italiani di nascita, e vengono presentati già come nemici. Vale a dire che nella percezione di senso comune, tra la cittadinanza e secondo l'opinione pubblica, tutti i migranti sono nemici, sono Altro.

Quindi il nemico, da un punto di vista delle retoriche di senso comune e del diritto è il migrante in generale, e ancor più il migrante irregolare (più minaccioso dell'altro agli occhi dell'opinione pubblica), da un punto di vista reale invece il nemico è il migrante irregolare disfunzionale. Contro di esso la polizia può agire indisturbata perché esiste una retorica dominante, che il diritto penale contribuisce a creare, che associa la figura del migrante a quella del nemico.

Note

1. In effetti, nel corso delle interviste è emerso che un altro momento topico dell'interazione può essere quello dell'incontro tra il migrante e la questura in occasione di richieste di permessi di soggiorno, rilasci e rinnovi. Ciò comunque non arreca danno all'ipotesi di partenza, casomai mette in luce un altro possibile terreno di ricerca.

2. Quaderno di città sicure, (2010), n.36, "La polizia locale dell'Emilia-Romagna: sviluppo e prospettive", a cura del Servizio Politiche per la Sicurezza e la Polizia Locale.

3. Corso in materia di "Ordinamento, ruolo e funzioni della polizia locale" Regione Emilia-Romagna, a cura del dott. Piergiorgio Nassisi.

4. Selmini R. Albertazzi G. (2010), a cura di, La polizia locale dell'Emilia Romagna: sviluppo e prospettive, Quaderno n.36 di città sicure.

5. Non solo l'elezione diretta ha rafforzato il ruolo dei sindaci e quindi delle città e quindi delle polizie locali. Anche i nuovi poteri in tema di sicurezza, conferiti tramite Decreto Legge 23 maggio 2008, n.92, riconosciuti al Sindaco in qualità di Ufficiale del Governo, hanno svolto un ruolo importante in questo senso. Questi gli attribuiscono infatti potere di ordinanza in materia di sicurezza urbana, in precedenza materia di sola competenza statale. Ciò equivale a dire che il Sindaco può adottare provvedimenti contingibili e urgenti nel rispetto dei principi generali dell'ordinamento, al fine di prevenire ed eliminare gravi pericoli che minacciano l'incolumità pubblica (intesa come l'integrità fisica della popolazione) e la sicurezza urbana (intesa come "bene pubblico da tutelare attraverso attività poste a difesa, nell'ambito delle comunità locali, del rispetto delle norme che regolano la vita civile, per migliorare le condizioni di vivibilità nei centri urbani, la convivenza civile e la coesione sociale") (p.30-31).

6. Tabella 1 p.126, quaderno città sicure, n.36 cit.

7. Con il termine struttura si fa riferimento alle basi operative di Polizia Municipale, le quali possono essere o comunali o intercomunali.

8. AA.VV. (2004), Il servizio di polizia per un a società multiculturale. Un manuale per la polizia di stato.

9. Si rimanda alla teoria di Sacks presentata nel terzo capitolo.

10. Poiché alcuni tra i migranti intervistati hanno preferito non registrare la nostra conversazione, alcuni tra i brani che riporto sono la mia trascrizione di quelle conversazioni. Al fine di distinguerle dalle altre userò il carattere corsivo.

11. Un discorso a parte merita l'ambulantato. Con questo termine gli operatori intervistati si riferiscono ai giovani senegalesi in genere che vendono per strada accessori come borse, cinture e quant'altro di marchi contraffatti. La dinamica del controllo che gli operatori del reparto produttivo esercitano sul settore degli ambulanti si avvicina di più al tipo di controllo che gli operatori della polizia Municipale in generale esercitano sulla gestione dell'immigrazione irregolare: in questo caso non vi è segnalazione ma decidere verso chi agire, tra gli ambulanti, e come, rientra nella discrezionalità dell'operatore di polizia municipale, seppure del settore attività produttive.

12. Estratto da colloquio non registrato.

13. In effetti il poliziotto, discorso che vale anche per la polizia municipale, ha le mani parecchio libere in Italia. Come uno degli intervistati denuncia, per legge il poliziotto può fare più o meno quello che vuole. Egli, in un'intervista a microfono spento mi spiega che la legge di Pubblica Sicurezza tuttora vigente è quella del '31, ovvero che è stata pensata in epoca fascista, ed è stata fatta per permettere al poliziotto di fare quel cazzo che gli pare. Ovvero, in base a questa legislazione, il poliziotto ha mano libera.