ADIR - L'altro diritto

ISSN 1827-0565

II capitolo
I problemi sociali legati all'emigrazione

Orkida Mehillaj, 2010

Negli ultimi vent'anni in Albania si sono verificati profondi cambiamenti sia in campo politico che economico e sociale; cambiamenti che hanno comportato la rovina o la trasformazione di alcuni istituti e principi sociali e la loro conseguente sostituzione con altri. Con questi mutamenti la società civile si è trovata davanti a non pochi problemi di ordine sociale che hanno generato una condizione di confusione nei cittadini, costringendoli a confrontarsi con nuove problematiche mai affrontate prima. Analizzare singolarmente ognuna di queste problematiche è quasi impossibile, in quanto diversi sono i fattori s'intrecciano l'uno con l'altro e si influenzano a vicenda. Prendendo in esame l'emigrazione questa può essere vista sia come causa della nascita di alcuni problemi che come possibile soluzione di essi.

1. La tratta e il commercio di schiavi

La tratta ed il commercio di schiavi rappresentano uno degli aspetti più dolorosi e tragici della storia albanese post comunista. Anche se negli ultimi anni ci sono state una serie di pubblicazioni riguardanti il fenomeno (1), tra l'altro curate da ONG, il problema è stato più discusso che analizzato approfonditamente da parte degli studiosi: non mancano, ad esempio, relazioni di sociologi che si sono occupati del fenomeno, queste, però, in quanto parte di progetti locali che devono trattare specifici argomenti, non costituiscono comunque uno studio organico ed esaustivo della tematica. Inoltre il problema è stato affrontato parzialmente in quanto si è fatto sempre riferimento alle vittime assistite dagli appositi centri psico-sociali creati in Albania negli ultimi tempi, senza considerare invece il numero di donne e bambini che non hanno usufruito dei tale assistenza.

La tratta ed il commercio di esseri umani, con riferimento in particolar modo allo sfruttamento della prostituzione, sono concetti entrati a far parte del vocabolario albanese negli anni della transizione post-comunista; non sono presenti né nei libri di storia o nei testi di cronaca, né nel folklore albanese: questo è comprensibile se si tiene conto del modello patriarcale e chiuso della famiglia albanese, in cui tutto, inclusa la vita sessuale, era strettamente controllato e codificato (2). Anche nella prima metà del XX secolo, periodo nel quale è accertata la diffusione della prostituzione e la sua legalizzazione (1920-1944) (3), la tratta delle donne non è mai menzionata. Durante il regime comunista l'esercizio della prostituzione fu severamente punito dalla legge penale, mentre il fenomeno del traffico degli esseri umani in quel periodo fu contrastato senza che ci fosse bisogno di una norma che lo prevedesse come reato autonomo, in quanto la durezza del regime aveva creato un clima di paura talmente diffusa che nessuno avrebbe mai osato dedicarsi ad una simile attività.

La fattispecie di tratta di esseri umani, come specifica figura di reato, entrò a far parte dell'ordinamento albanese solamente nel 1995 e, dopo varie modifiche, nel febbraio del 2004 sono stati approvati alcuni emendamenti al codice penale che comportano una pena da sette a quindici anni per il traffico delle donne destinate alla prostituzione, con la previsione della pena dell'ergastolo qualora si verifichi anche la morte della donna.

Dal 1992 in poi sono sempre più numerose le donne clandestine che dall'Albania arrivano in Italia, portate da trafficanti senza scrupoli, per essere poi costrette a prostituirsi sui marciapiedi dei paesi occidentali: sono ragazze molto giovani, prevalentemente nubili, adescate da connazionali che, con la promessa di un matrimonio in Italia, di conseguire gli studi o di un lavoro le convincono ad espatriare e, in un secondo momento, le costringono a prostituirsi. Indubbiamente vi sono fattori predisponenti, quale la difficoltà in cui si è trovata la famiglia albanese nell'adeguarsi sotto il profilo lavorativo alle nuove regole imposte dall'economia capitalista, nonché agli stili di vita importati dall'occidente, soprattutto con riferimento ai più giovani che subiscono grossi traumi emotivi (4). L'alto tasso di disoccupazione e la povertà che ne fu conseguenza colpirono molte famiglie nei primi anni '90 creando un clima adatto per lo svolgimento delle attività di tratta, anche se esse non hanno avuto un impatto diretto nel miglioramento della situazione economica del Paese essendo attività che non impiegano lavoro: tramite il traffico degli esseri umani si arricchisce solo la categoria dei trafficanti e non anche quelle delle vittime e delle loro famiglie.

Il traffico degli esseri umani è stato conseguenza di una serie di cambiamenti di fattori politici, economici, sociali, familiari e morali degli ultimi vent'anni: contrariarmene a quanto avveniva in occasione dell'esodo del 1991, quando gli albanesi si allontanavano per migliorare le proprie condizioni di vita e per la curiosità di conoscere un nuovo mondo, negli anni successivi, alle barriere poste dagli Stati ospitanti per impedire l'arrivo di nuovi flussi, risponderanno determinati soggetti intraprendendo attività illegali finalizzate al traffico clandestino di persone. Questi soggetti, attraverso la collaborazione con organizzazioni criminali di Paesi vicini (specialmente l'Italia), individueranno nella tratta e nel commercio di esseri umani una nuova fonte ricchezza. Il lusso, l'emigrazione e la curiosità di esplorare un altro mondo si troveranno fortemente legati a questo nuovo modo di commerciare (5). La tratta ed il commercio di schiavi sono strettamente legati alla distruzione degli istituti tradizionali, famiglia in primis, alla migrazione rurale verso le zone urbane, alla nascita di nuovi anonimi rapporti sociali e, soprattutto, all'emigrazione verso altri Paesi, unita alla commercializzazione di tali rapporti.

È verso la famiglia che si indirizzano le prime colpe per l'origine di questo commercio, ma essa rimane pur sempre, al di là della sua evoluzione, la principale barriera contro il traffico degli esseri umani. Identificare la famiglia come il primo anello di una catena di trafficanti è grave per la società albanese dove la donna ha il dovere di preservare l'onore della famiglia: la comunità esprime un giudizio estremamente negativo su quelle donne che cercano di godere della propria libertà nella stessa misura degli uomini, uscendo da sole la sera tardi o fumando in pubblico; tale dovere si traduce soprattutto nel divieto di avere una vita sentimentale non consacrata da un fidanzamento ufficiale. Anche se dopo vent'anni di democrazia dei passi avanti sono stati fatti, e pian piano si prova ad accettare che le figlie e le sorelle possano avere un compagno che non sia necessariamente colui con cui trascorrere l'intera vita, l'opinione della società continua ad avere una forte influenza sull'armonia di una famiglia: l'onore e l'onestà costituiscono le fondamenta della famiglia albanese.

L'Albania del dopo anni 90 è un'Albania che vedrà persa la moralità dei propri cittadini: i trafficanti rapiscono le proprie figlie, sorelle, parenti ed amiche e le vendono, le usano o le costringono a prostituirsi. Fino agli anni 1995-1996, il contratto-scambio nasceva nello stesso ambito familiare, all'insaputa delle giovani adolescenti predestinate, i cui genitori o parenti si ritenevano fortunati per essere stati scelti da persone che si presentavano come garanti di protezione e lavoro e con tutte le carte in regola; l'unico vincolo era rappresentato dall'obbligo di consegnare il guadagno di un anno all'organizzazione che si occupava del trasporto, dell'inserimento lavorativo e della protezione delle giovani adolescenti ad essa affidate e successivamente picchiate, moralmente maltrattate e sfruttate in vario modo (6).

Lo storico francese Jacques Bourcart, nel suo libro "L'Albanie et les Albanias" (1921), esprime così le sue impressioni riguardo agli albanesi: "io posso dire solo buone parole riguardo alla popolazione albanese. Da loro ho conosciuto le più particolari virtù della penisola Balcanica, l'indifferenza per i soldi, il rispetto per l'onore e per la besa (7). Gli albanesi appartengono ad una delle razze più belle in Europa e le loro virtù morali sono tra le più rare dei paesi del Est... in nessuno dei paesi della penisola balcanica non si vedono virtù virili come quelle che si trovano nei albanesi" (8)

Oggi, tuttavia, quasi la maggior parte di queste virtù sono perse e si sta assistendo a quello che Leke Sokoli e Ilir Gedeshi nel loro libro "Trafikimi rasti Shqiperise, chiamano lack of pride, "perdita di orgoglio", perdita di uno scopo, un sogno comune in cui gli albanesi credevano. La mancanza di lavoro, il traffico dei propri famigliari, l'abbandono della scuola, l'aumento dei divorzi, la violenza domestica e i matrimoni instabili hanno gravemente minacciato l'istituto della famiglia.

Fattori sociali

A) I divorzi

L'emigrazione degli anni '90 si è caratterizzata per la partenza prevalentemente di uomini. Il padre di famiglia affrontava da solo il viaggio verso un mondo sconosciuto che poteva essere troppo rischioso per i figli. La possibilità di un ricongiungimento con i familiari richiedeva, e continua tuttora a chiedere, molto tempo e se si pensa che la maggior parte dei cittadini emigrava clandestinamente è comprensibile come fosse necessario prima di ogni altra cosa pensare a regolarizzare il proprio status soggiornante nel Paese ospitante. In questa squallida realtà potevano passare anche cinque anni o più senza che l'uomo tornasse a casa. La mancanza della figura maschile in famiglia, oltre ad essere stata causa di notevole stress emotivo e fisico per le donne ed i figli, ha comportato anche l'indebolimento della stessa struttura familiare: i legami affettivi si sono lentamente affievoliti nel corso degli anni comportando un aumento del numero dei divorzi. Inoltre l'assenza dei mariti o dei figli maschi ha creato dei vuoti nella composizione della famiglia lasciando le mogli e le figlie indifese; la mancanza del marito, padre o fratello ha fatto sì che le donne fossero maggiormente esposte al rischio di diventare vittime del traffico e del commercio di schiavi (9).

Oggi si assiste ad uno sconvolgimento dei legami familiari: il passaggio da una famiglia allargata, caratterizzata al suo interno da rapporti molto stretti, ad una famiglia nucleare, già di per sé gravata da numerosi problemi, ha fatto in modo che i legami fra i suoi membri diventassero più fragili; è proprio quest'ultima la tipologia di famiglia divenuta il principale bersaglio dei trafficanti di esseri umani: famiglie deboli ed indifese, con difficoltà economiche e che non possono più contare sull'aiuto dei loro familiari, famiglie in cui la donna si trova da sola ad occuparsi della sopravvivenza e dell'educazione dei propri figli. L'aiuto del marito, o ex marito, si concretizza soltanto in un aiuto economico e solamente quando è possibile guadagnare abbastanza per mantenere in primo luogo sé stessi nel Paese ospitante, inviando alla famiglia nel Paese d'origine i risparmi ulteriori.

Non sono stati pochi, inoltre, i genitori che, trovandosi in condizioni di estrema povertà, hanno venduto i propri figli. Questo fenomeno è riscontrabile maggiormente nelle famiglie numerose, specialmente di etnia Rom, o provenienti da campagne sperdute dove il dovere dei genitori di mantenere, istruire ed educare la prole è scarsamente sentito.

B) I matrimoni affrettati

Il matrimonio è uno dei modi più efficaci utilizzati dai trafficanti che spesso scelgono la loro "preda" nelle zone rurali dove le informazioni al riguardo sono scarse ed il livello di istruzione è bassissimo; tuttavia anche grandi città come Valona, Berat, Tirana, Fier ecc non erano del tutto immuni dal fenomeno, tanto da essere identificate come città-origine di questo. I matrimoni erano combinati di solito da familiari o affini che spesso non chiedevano l'opinione della prescelta sposa, era sufficiente che lo sposo garantisse di poter mantenere economicamente la futura moglie (10). Spesso i parenti erano coinvolti nell'organizzazione di questo finto matrimonio ed appena arrivati all'estero i ruoli si scambiavano poiché era "la moglie" ad arricchire il patrimonio del marito, quando non era venduta a sua volta ad altre persone.

La famiglia albanese è stata fortemente caratterizzata anche dalla mancanza di comunicazione dei genitori con i propri figli. Specialmente alle figlie erano imposte rigide regole che si traducevano in una serie di divieti: non potevano frequentare ragazzi più grandi e non era loro permesso in nessun modo avere un fidanzato prima della maggiore età o comunque prima che lui fosse presentato ai genitori e che fosse dichiarato un fidanzamento ufficiale che presuppone un impegno serio da consacrare successivamente con il matrimonio. Con l'apertura dei confini ideologici e l'introduzione di stili di vita più moderni i giovani si sono adeguati con facilità al nuovo modo di vivere occidentale, diversamente dai loro genitori poco propensi ad adattarvisi. Questo ha comportato che, di fronte alle esitazioni dei genitori, alcuni giovani innamorati per poter stare insieme, oltre a sposarsi molto precocemente, scegliessero di fuggire all'estero oppure accadeva che le ragazze cadessero preda di impostori che, una volta giunti in un altro Stato, le sfruttavano in vario modo. Questo è forse anche uno degli aspetti più dolorosi del fenomeno se si considera che la maggior parte delle ragazze trafficate sono minorenni ingannate dai trafficanti ed incomprese dai genitori. È ovvio che, in un contesto familiare in cui ad ogni rivendicazione da parte dei figli corrispondono come risposta dei genitori solo ulteriori restrizioni e divieti, fino alla minaccia di non essere più mandati a scuola, i giovani pensino che la fuga all'estero rappresenti l'unica via d'uscita. La scelta di non mandare i figli a scuola è stata utilizzata molto nelle zone rurali nelle quali, a causa della povertà, i figli costituivano una forza lavoro a sostegno della famiglia, mentre la frequenza scolastica implicava solamente una spesa ulteriore. Sono questi giovani che, non essendo istruiti, non avevano alcuna conoscenza del fenomeno della tratta del commercio di schiavi e, essendo privi di una qualsiasi formazione professionale, sono facilmente vittime di inganni, trovandosi così ad essere trafficati e venduti o utilizzati da parte dei trafficanti (11).

C) La violenza domestica

Nel quadro dei cambiamenti democratici verificatisi nel 1991 con la conversione dell'economia al libero mercato, si sono posti molti problemi sociali estranei alla tradizione albanese ed il Paese si è trovato impreparato a reagire in tempo e per prevenire gli effetti dannosi dei mutamenti in atto. La società si è esposta più che mai al fenomeno della violenza domestica ed il numero dei crimini all'interno dei singoli nuclei familiari è aumentato. Sono proprio le conseguenze socio-economiche e psicologiche causate da questa violenza che fanno del fenomeno un problema che appartiene all'intera società e non rimane entro le mura di casa (12).

Da sempre la famiglia patriarcale e conservatrice albanese ha paragonato la donna ad un "oggetto" che appartiene al marito: lui poteva esercitare sulla moglie un potere assoluto che gli permetteva di usare anche la forza; ma la violenza non ha risparmiato nemmeno i figli. Oggi la violenza domestica, più evidente nelle famiglie con difficoltà economiche e basso livello di istruzione, è uno dei fenomeni più frequenti e meno approfonditi. La violenza e la mancanza di dialogo e comprensione in famiglia fanno sì che questi ragazzi accettino qualsiasi opportunità per allontanarsi da casa, rendendosi più propensi a cadere negli inganni dei trafficanti.

I media comunicano che è sempre in aumento il numero delle donne che denunciano le violenze esercitate contro di loro dai mariti, dai padri, dai fratelli e, per quanto possa sembrare contro natura, anche dai figli. Al di là di quest'informazione, tuttavia, l'Albania vive ancora una fase storica in cui la violenza domestica è considerata come una particolarità della vita coniugale e familiare (13). Nei casi in cui le vittime denunciano il loro aggressore le istituzioni non le appoggiano, consigliando spesso loro di tornare a casa e tentare una rappacificazione; questo fa sì che le vittime spesso ritirino le denunce presentate e, perdendo fiducia nella giustizia trovandosi per l'ennesima volta senza protezione, considerino la fuga all'estero come l'unica scelta possibile. Il numero dei casi nei quali si intraprende la strada della denuncia contro il familiare violento è molto esiguo, tenendo conto che ancora oggi la violenza domestica è considerata come un problema che deve essere risolto nell'ambito familiare (14). Oltre a trovare, tramite conoscenti, una strada per allontanarsi dal Paese, le vittime che non hanno potuto contare sull'aiuto di parenti o amici hanno cercato da sole di trovare un modo per scappare da questa realtà (15); ricerca che le espone al rischio di essere trafficate. I sociologi sostengono che più le donne vengono violentate, più sono motivate ad emigrare, di conseguenza sono ancora più predisposte ad essere ingannate dai trafficanti, cioè a diventare vittime del traffico e del commercio, destinate sia alla prostituzione che ad altre forme di schiavitù (16).

Una forma particolare di violenza è quella usata dai fratelli troppo protettivi e fanatici verso le sorelle: essa è strettamente legata alla diffusa opinione che hanno di dover proteggere l'onore delle sorelle (17), giustificandosi con la preoccupazione che queste, se non adeguatamente seguite, potessero cadere preda dei trafficanti.

Ultimamente l'impossibilità per tanti giovani di dedicarsi agli studi, l'alto tasso di disoccupazione, il pessimismo per il futuro e la mancanza di nuove e chiare prospettive li porta, a volte ingannati ed a volte con il loro consenso di essere coinvolti sia come attori che come vittime nella tratta e nel commercio di schiavi.

La comunità gioca un ruolo decisivo nell'obbligare molte ragazze a scegliere di andare all'estero per prostituirsi o per tentare di costruirsi una nuova vita; infatti, anche se la tratta ed il commercio di schiavi sono esercitati con la forza e senza il consenso della vittima, il traffico degli esseri umani non è considerato come una fatalità: la società stigmatizza le vittime colpevolizzandole per ciò che è accaduto loro. In virtù di principi quali la morale tradizionale ed il senso del pudore, essa da un lato cerca di arginare il fenomeno della tratta, ma dall'altro emargina fortemente le ragazze che ne sono vittime. Nella visione della società sono le ragazze con il proprio comportamento fuori dalle regole convenzionali, con il modo di approcciarsi agli uomini o addirittura con i loro vestiti stravaganti e seducenti a provocare ed istigare i trafficanti. Per una famiglia è difficile accettare una figlia ex prostituta in quanto il pregiudizio della comunità è avvertito in misura eccessiva e spesso la ragazza era considerata causa del disonore della famiglia. Così anche quando le famiglie riescono ad accettare a casa le figlie le mortificano facendole sentire estremamente in colpa per il disprezzo che la comunità dimostra nei loro confronti.

Un ruolo non meno importante hanno i media che, con l'intento di aumentare la tiratura dei giornali offrendo ai lettori degli scoop capaci di far risaltare anche le qualità professionali dei giornalisti, spesso si sono trasformati indirettamente in un ulteriore strumento di discriminazione delle vittime. In molti casi i giornali pubblicando senza problemi le esatte generalità delle vittime che hanno avuto il coraggio di denunciare i loro trafficanti, violando il loro diritto alla privacy. Questo comportamento, considerando i pregiudizi nei confronti delle ragazze ex prostitute, suscita verso di loro un senso di disprezzo generale che spinge i famigliari offesi a farsi giustizia da soli con comportamenti che possono giungere fino all'omicidio dei trafficanti ma anche della propria figlia (18).

Alle vittime, rifiutate dalle rispettive famiglie, discriminate all'interno delle comunità di appartenenza e prive del sostegno e dell'aiuto delle istituzioni, non rimane altra scelta se non quella di accettare la realtà e ritornare coscientemente ad essere trafficate fuori confine o comunque ad essere facilmente ingannate dai trafficanti.

La responsabilità deve essere ricercata anche nelle misure adottate dalle istituzioni e nel ruolo svolto dagli organi di giustizia riguardo questo fenomeno.

Durante gli anni 1992-1995 continuava a mancare in Albania una legislazione specifica sulla tratta ed il commercio di schiavi. Questa lacuna, conseguenza dell'indifferenza dello Stato verso la prevenzione ed il contrasto del traffico di esseri umani, unita alla corruzione degli apparati di polizia, delle procure e dei tribunali, ha fatto sì che il fenomeno assumesse dimensioni allarmanti. Nonostante l'introduzione, nel 1995, del reato di tratta e commercio di schiavi nel codice penale e le successive modifiche che hanno elevato le pene rispetto a quanto originariamente previsto (2004), tali norme rimangono sostanzialmente inapplicate. Questo perché anche se la legge è cambiata la mentalità è rimasta la stessa: i giudici hanno ancora delle difficoltà nell'applicazione delle nuove fattispecie, in quanto spesso sono loro stessi vittime di ricatti o corrotti dai malviventi.

A livello internazionale, in base agli accordi sul rimpatrio degli immigrati irregolari che l'Albania ha stipulato con i Paesi della Comunità Europea un numero sempre maggiore di persone trafficate è rimpatriato senza che sia per loro prevista un'adeguata sistemazione. Forse sarebbe più opportuno che questi Paesi, che tra l'altro sostengono la lotta contro la tratta ed il commercio di schiavi, prima di rimandare nel loro Paese persone che presto torneranno ad essere trafficate, cercassero di trovare delle soluzioni alternative e di pensare alla loro integrazione (19).

Negli anni '98-'99 Stati ospitanti come Italia, Francia, Belgio hanno iniziato ad rimpatriare tante vittime della tratta e del commercio di schiavi. Le ragazze albanesi, non avendo con sé documenti identificativi, sono rinchiuse nelle celle dei commissariati di polizia delle città in cui arrivano, trattate peggio dei criminali ed in alcuni casi addirittura violentate dagli agenti (20).

2. La crisi dell'istituto della famiglia

Le conseguenze che l'immigrazione comporta sulla vita del Paese sono state studiate, pur se superficialmente, prevalentemente con riguardo all'impatto che essa ha avuto sull'economia, mentre sono state trascurate le sue ripercussioni in ambito familiare. Tutti questi studi erano finalizzati all'indicazione di raccomandazioni e di scelte politiche riguardo alla gestione dell'emigrazione e delle rimesse degli emigrati. Fino ad adesso non sono state analizzate le cause ed i modi in cui emigra una famiglia o i suoi componenti né sono stati oggetto di studio il desiderio degli emigrati di rimanere all'estero piuttosto che quello di ritornare in Albania. D'altronde non ci sono informazioni legate ai problemi emozionali e psicologici dei figli e i rischi di lungo periodo che derivano dall'assenza dei genitori.

Contrariamente a quello che qualche autore italiano sostiene (21), solo il 3% degli emigrati degli anni '90 sono partiti insieme a tutta la famiglia (22). Questo è abbastanza comprensibile considerando il fatto che per donne e bambini era materialmente impossibile affrontare un lungo viaggio a piedi verso la Grecia oppure una traversata a bordo di mezzi che imbarcavano un numero eccessivo di persone.

Le rimesse degli emigranti hanno avuto un impatto positivo nella crescita del benessere materiale dei loro familiari, il quale però non è stato accompagnato anche da un benessere emotivo. La mancanza della figura paterna nella crescita dei figli ha causato non pochi problemi.

L'emigrazione dei genitori senza figli costituisce una tipologia riscontrabile prevalentemente nelle zone rurali. La scelta dei genitori è motivata dalla necessità di lavorare per costruire un futuro migliore per i propri figli. In questo contesto si pone il problema di chi si occuperà di questi ragazzi durante l'assenza dei genitori.

In Albania esistono diverse forme di emigrazione. Comune è quella in cui il marito emigra all'estero lasciando la moglie a casa con i figli. Esiste anche la forma in cui entrambi i genitori emigrano lasciando i figli con i nonni oppure con i parenti, ed è molto raro il caso in cui ad emigrare è la moglie (23).

Durante il periodo di transizione la famiglia albanese è stata soggetta ad una serie di cambiamenti economico-sociali. Come detto, la famiglia albanese si identificava con la famiglia tradizionale patriarcale (24). Sia in caso di difficoltà economiche, sia quando entrambi i genitori sono stati costretti ad emigrare, le famiglie hanno potuto contare sempre sull'appoggio della famiglia allargata. Oggi, con l'allontanamento del capo famiglia, raggiunto solo dopo alcuni anni dalla moglie e i figli, si sta assistendo ad una disgregazione della famiglia tradizionale. Tra i membri della famiglia che sono emigrati e quelli che sono rimasti in patria si sono creati nuovi legami che hanno influito su una diversa divisione dei compiti genitoriali.

Diversamente da quello che si può notare in altri Paesi, in Albania ad emigrare è quasi sempre il marito che lascia i figli in custodia alla moglie limitando così il più possibile le conseguenze negative che questa separazione può provocare loro. La donna si trova così ad affrontare, oltre alla mancanza del compagno, anche la gestione della famiglia. L'assenza del marito fa sì che lei subisca la pressione dei familiari, dei parenti e dell'opinione della comunità che la può giudicare anche per scelte che sarebbero più che normali se il marito fosse presente (25). Essendo la donna considerata come un oggetto che passa dalla proprietà del padre a quella del marito, quando quest'ultimo è presente la donna si sente protetta da ogni pregiudizio in quanto la persona a cui deve rendere conto delle proprie azioni è accanto a lei. Diversamente, quando il marito è emigrato la condotta della moglie può essere considerata da parte dei parenti del marito libera da ogni tipo di controllo e come un modo per approfittare della lontananza del coniuge.

Da una struttura chiusa accompagnata da rigide norme consuetudinarie, con la rivendicazione della libertà a tutto campo dopo gli anni '90 l'istituzione familiare si è trovata impreparata nell'individuare la maniera migliore per esaudire i nuovi desideri. L'allontanamento di una sola parte della famiglia ha causato l'aumento del numero di coppie divorziate.

L'emigrazione ha creato delle incomprensioni all'interno delle coppie, poiché il giovane uomo, avendo vissuto all'estero, può cambiare la sua percezione della realtà nonché la considerazione stessa di sua moglie, la quale al contrario potrebbe essere rimasta legata ad uno stile di vita molto tradizionale. Il lungo distacco e le diverse esperienze vissute nel frattempo creano un solco incolmabile nella coppia che porta molti coniugi a divorziare.

Il numero dei divorzi sarebbe ancora maggiore se le donne non si trovassero spesso in condizione di dover dipendere economicamente dai propri mariti a causa della grave crisi economica che rende estremamente difficoltoso il loro inserimento nel mondo del lavoro ponendole in una situazione in cui sono le circostanze contingenti ad indurle a rimanere legate al proprio uomo, anche quando non esiste più un legame affettivo.

Nel 2009 sono stati individuati 4.290 bambini di età compresa fra 0 e 17 anni con uno o entrambi i genitori emigrati e per quasi il 63% di loro la separazione si protrae per un periodo che in alcuni casi giunge a superare i nove anni. Nei primi anni di emigrazione questo numero è stato più alto e la regolarizzazione dello status degli emigranti e l'adozione di politiche per il ricongiungimento familiare da parte dei Paesi ospitanti hanno consentito la riduzione del fenomeno. Di buon occhio sono viste anche le politiche migratorie adottate da alcuni Stati come USA, Canada e Belgio che danno la possibilità ad interi nuclei familiari ad emigrare insieme.

Le possibilità di ricongiungimento familiare sono ostacolate dal fatto che molti emigrati vivono in stato di irregolarità, continuamente esposti ai rischi che questo comporta (lavoro nero, rimpatrio, etc.).

Il distacco dei bambini dall'ambito familiare e dalle relazioni con i genitori, che garantiscono sicurezza, influisce sul loro sviluppo emozionale, conoscitivo e sociale compromettendo così la loro crescita rendendoli più vulnerabili e, di conseguenza, maggiormente esposti al rischio di trovarsi in condizioni di "marginalità sociale". In questa prospettiva, assume notevole importanza l'individuazione dei soggetti che sostituiranno gli emigrati nello svolgimento dei loro compiti genitoriali, in particolar modo quando all'interno di uno stesso nucleo familiare sono costretti a trasferirsi all'estero sia la madre che il padre. Fortunatamente nella maggioranza delle famiglie è solo quest'ultimo ad emigrare, affidando i figli alla moglie, mentre minore incidenza incontrano i casi in cui i bambini sono lasciati ai nonni o agli zii o in cui sono affidati alle Istituzioni di Assistenza Sociale (26).

L'emigrazione dei genitori è causa di minori problemi nelle zone rurali dove la loro mancanza è ammortizzata dall'appoggio della famiglia allargata e le migliori condizioni economiche in confronto ai loro coetanei attutiscono i problemi dei figli. Nelle zone urbane, in cui la disuguaglianza tra le famiglie con genitori emigrati e quelle con genitori presenti è esigua, le rimesse non riescono invece a colmare il vuoto creato dalla loro assenza. Di conseguenza sono proprio i ragazzi che vivono in città a manifestare maggiori disagi psicologici come ansia e depressione e ad assumersi ulteriori responsabilità per aiutare la propria madre: la maggioranza delle famiglie, infatti, si mantiene lavorando in piccole imprese o negozi alimentari a gestione familiare, per cui nei momenti di assenza della madre sono proprio i figli a provvedere all'attività e ad occuparsi dei fratelli più piccoli offrendo un contributo che anche fra le mura domestiche si rivela indispensabile. D'altra parte la lontananza di uno solo dei genitori e l'addossarsi anche dei suoi doveri da parte dell'altro sottopone quest'ultimo ad un elevato stress che trova sfogo nei rimproveri verso i figli maggiori, creando loro non pochi problemi emotivi (27).

La separazione della famiglia, che produce difficoltà nei rapporti genitori-figli, necessita un intervento di sostegno da parte delle strutture sociali. Attualmente in Albania l'attività dei servizi sociali in tale direzione è ancora nelle primissime fasi di sviluppo se non è addirittura inesistente. L'unica istituzione che può dare un aiuto in tale direzione è la scuola, ma solo grazie all'impegno di singoli insegnanti. In Albania il sistema di assistenza e sostegno sociale non prende in considerazione il target delle famiglie con genitori all'estero. La legge n. 9355 del 10/03/2005 all'art. 9 le esclude espressamente dai trattamenti finanziari assistenziali previsti per le famiglie povere. Il fatto di avere un genitore all'estero è assunto a priori come indice di non-povertà (28).

Il fenomeno deve essere affrontato seriamente da parte dei diversi attori, siano essi istituzioni governative, ONG od organizzazioni internazionali, rafforzando la cooperazione tra loro per una migliore assistenza alle famiglie ed ai figli con genitori lontani.

3. La fuga di cervelli

Negli ultimi vent'anni l'emigrazione è stata presentata come una delle più grandi sfide socio-economiche per la società albanese. Insieme all'ondata migratoria post-comunista è comparso per la prima volta anche il fenomeno della "fuga di cervelli". L'argomento non ha suscitato l'interesse della classe governante ed il concetto di "fuga di cervelli" è stato spesso confuso con quello più ampio di "emigrazione" rendendo difficile affrontare i diversi aspetti del flusso di forza lavoro all'estero.

Se da una parte il ritorno di emigrati appartenenti alla classe operaia ha favorito la crescita di alcuni settori lavorativi attraverso l'acquisizione di competenze tecniche all'estero, dall'altra la fuga di cervelli ha inciso su quella classe di intellettuali a professionisti altamente qualificati che avrebbero potuto dare un impulso ancora maggiore all'innovazione del Paese.

L'emigrazione di intellettuali ed accademici si fonda su motivazioni differenti a seconda del momento storico in cui ha luogo. (29)

Mentre nel breve periodo l'emigrazione degli intellettuali ed il mancato ritorno dei laureati all'estero ha un impatto diretto sulla produzione pro-capite, in quanto quest'ultima esprime la capacità produttiva per persona a livello di ricchezza e benessere del Paese e fa riferimento solo ai beni prodotti sul mercato nazionale, nel medio e lungo termine pregiudica gravemente il progresso economico e l'innovazione del Paese.

Merita di essere menzionata anche la dequalificazione che subisce la maggior parte dei nostri intellettuali nei Paesi ospitanti, nei quali invece si assiste ad uno "spreco di cervelli". È questo il caso del 74% degli albanesi stabilitisi in Grecia, il 68% in Italia, il 58% in Austria e il 70% negli USA. Secondo le statistiche del CESS (Centere for European Security Studies) il 60% degli intellettuali che lavorano all'estero non svolgono la professione per la quale sono stati preparati ma sono impiegati in attività di tipo ordinario; tuttavia, pur occupando posizioni di livello inferiore rispetto a quelle cui potrebbero accedere in virtù dei loro titoli di studio, ricevono uno stipendio ben più elevato di quello che avrebbero potuto percepire se avessero proseguito la carriera in Albania (34).

La fuga di cervelli e i suoi effetti sull'economia e la società sono stati oggetto di accesi dibattiti affrontati dai Media e diverse strategie al riguardo sono state messe in atto dal governo e da fondazioni. In base alla legge n. 8549 sullo "status dell'impiegato civile" l'Ufficio del Primo Ministro ha redatto l'ordine n. 37 del 28/01/2004 "per promuovere l'impiego nella pubblica amministrazione dei cittadini albanesi che hanno proseguito gli studi all'estero". Non esistono però studi empirici che dimostrino l'impatto della fuga di cervelli sull'economia e la società albanese: manca, infatti, la capacità di raccogliere e conservare i dati riguardanti l'emigrazione dei soggetti altamente qualificati.

La fuga di cervelli ha avuto un calo dopo il 2000 dovuto al miglioramento delle condizioni economiche e della situazione sociale in Albania, che ha consentito un aumento degli stipendi di scienziati e ricercatori. Su di esso ha influito anche la crescente difficoltà di emigrare nei Paesi Europei in questo periodo.

Sostanzialmente sono tre i gruppi di Paesi nei quali gli albanesi hanno preferito emigrare (35):

  1. I paesi vicini, come l'Italia e la Grecia. La vicinanza geografica ed i legami storico-culturali sono alcuni dei fattori che hanno spinto la fuga di cervelli verso questi Paesi. Tuttavia, anche se il numero degli emigrati in questi due Paesi è abbastanza elevato, l'emigrazione degli altamente qualificati, soprattutto nel caso della Grecia, ha una scarsa incidenza. In questo caso la fuga dei cervelli acquisisce le medesime caratteristiche tipiche dell'emigrazione di massa ed è meglio definita come un processo di "spreco dei cervelli".
  2. I paesi nei quali gli intellettuali albanesi hanno svolto studi universitari, master e dottorati di ricerca, come Francia, Germania, Austria, ecc.: in questi Stati la correlazione "specializzazione-emigrazione" è più forte. Il motivo principale che spinge gli emigrati a recarsi in questi Paesi risiede nell'interesse ad approfondire le proprie conoscenze ed a proseguire gli studi conseguendo qualche ulteriore specializzazione.
  3. I paesi a lunga distanza geografica - come USA e Canada - anche se culturalmente molto differenti, ma che hanno adottato politiche di immigrazione molto attraenti.

All'inizio degli anni '90 i professionisti albanesi si sono diretti verso Grecia, Italia, Francia e Germania, ma dal 1994 in avanti le destinazioni privilegiate sono diventate USA e Canada; in particolare, l'immigrazione verso il Canada ha iniziato ad aumentare fra il 1997 ed il 1999 ed ultimamente si è intensificata ulteriormente: è possibile spiegare tale circostanza prendendo in considerazione le opportunità che questo Paese offre in modo particolare ai ricercatori, assicurando loro un alto tenore di vita, migliori condizioni di lavoro, nonché maggiore sicurezza e dignità. Allo stesso tempo, però, questo rappresenta anche l'aspetto più problematico della fuga dei cervelli, perché sta acquisendo sempre di più le caratteristiche di una migrazione a lunga durata o addirittura permanente.

I fattori che spingono alla fuga dei cervelli si raggruppano in due categorie: 'fattori di spinta e fattori di attrazione'.

Tra i "fattori di spinta", quello forse più rilevante, che spinge tanti professionisti ad emigrare, è l'instabilità del posto di lavoro, causata dalle continue sostituzioni del personale altamente qualificato in conseguenza dei cambiamenti politici e, soprattutto, della vendita e dell'assegnazione dei posti di lavoro non per merito, ma per conoscenze parentali. Altri fattori non meno importanti inducono la fuga dei cervelli: gli stipendi bassi, la mancanza di libertà e risorse nell'ambito della ricerca, l'isolamento rispetto alle idee innovative nate all'estero, il mancato riconoscimento dei contributi previdenziali e l'inesistenza di un meccanismo di progressione di carriera (36).

I "fattori di attrazione" nascono dall'evoluzione globale e dall'ingresso dei Paesi sviluppati nella nuova fase economico-sociale nominata knowledge society (la società della conoscenza) e la rivoluzione tecnologica hanno comportato un aumento della domanda di lavoro per professionisti altamente qualificati che però non ha trovato esatta corrispondenza numerica all'interno della categoria. Come risultato questi Paesi si sono rivolti ai Paesi in via di sviluppo per soddisfare le esigenze della domanda di lavoro applicando una serie di regimi di visto attraente.

Un altro fattore da tenere in considerazione è la situazione demografica nei Paesi sviluppati caratterizzati da un incremento dell'invecchiamento della popolazione che comporta la scarsità di lavoro in diversi settori dell'economia. Gli studi suggeriscono che Paesi come Italia, Grecia e Germania, data la situazione demografica in cui si trovano, potranno garantire le pensioni e il benessere sociale dei propri cittadini grazie al lavoro degli immigrati fino al 2050 (37).

Il beneficio che i Paesi sviluppati traggono dalla presenza di questa classe di professionisti altamente qualificati si traduce in un fattore distruttivo a lungo termine per l'economia ed il benessere dell'Albania. Le Università e gli Istituti di Ricerca statali soffrono una diminuzione della capacità di concorrenza ed un indebolimento della qualità del lavoro. Il livello di preparazione è piuttosto scarso perché chi non ha potuto emigrare ha preferito lavorare in ambito privato, così le nuove generazioni crescono con un bagaglio culturale ed informativo di basso livello. Di conseguenza si assiste ad un impoverimento delle potenzialità intellettuali del Paese. Sia le amministrazioni centrali che quelle locali non riescono a garantire un servizio efficiente ed efficace offrendo prestazioni di scarsa qualità ai cittadini. La situazione si aggrava ulteriormente a causa di continue sostituzioni del personale o di indebite interferenze politiche.

Una delle peculiarità dell'emigrazione di professionisti qualificati è l'emigrazione delle persone di mezza età, circostanza che ha comportato che negli Istituti rimanesse solo il personale più anziano ed i giovani appena giunti e se da una parte i più anziani si trovano in difficoltà con le nuove metodologie ed i cambiamenti accelerati, dall'altra i giovani professionisti non hanno un'esperienza adeguata, così che la trasmissione del know-how diventa difficile (38).

La fuga di cervelli influisce negativamente anche riguardo all'attrazione di investitori stranieri i quali potrebbero interpretare il deflusso di professionisti come segno di un'instabilità politica, economica e sociale del Paese che potrà durare anche nel futuro.

Poiché la fuga di cervelli rischia di compromettere il capitale umano non solo presente, ma anche e soprattutto futuro del Paese, è necessario porre dei limiti al fenomeno convertendo il brain drain in brain gain, cioè "la fuga di cervelli" in "scambio di cervelli". In primo luogo si rende necessaria una riforma dell'Università e degli Istituti di ricerca al fine di creare una comunità scientifica più efficiente (39): i corsi di laurea, ad esempio, potrebbero essere integrati da brevi periodi di specializzazione e di studio intensivo all'estero ed anche la collaborazione con le Università di altri Stati potrebbe essere molto utile in questa fase, così come testimonia il fatto che la cooperazione in progetti comuni e lo scambio di esperienze tra le Istituzioni albanesi e quelle occidentali sono stati i principali fattori che hanno sostenuto lo sviluppo dei pochi Istituti di ricerca. Ciò significa che si deve cercare di promuovere programmi di scambio temporaneo del personale accademico e di ricerca, affinché diano consulenza tecnica allo sviluppo dei progetti per rientrare successivamente nel Paese d'origine. La creazione di nuovi istituti in Albania ed il miglioramento della qualità dell'informazione limiterebbe la fuga dei cervelli offrendo la possibilità ai giovani di ricevere una buona istruzione a 'casa'.

Una strada raccomandabile per mantenere ed attirare i talenti in Albania potrebbe essere costituita dall'offerta di pacchetti proficui sul modello di quello utilizzato nel 2003 dall'UNESCO (40).

Oltre a questo si deve dare ai laureati all'estero uno spazio più ampio per prendere parte ai dibattiti pubblici di carattere politico, economico e sociale: il Paese, infatti, soffre la mancanza di un ricambio fra figure in grado di affrontare differenti problematiche, concentrandosi invece esclusivamente sul dialogo fra politici ed analisti senza lasciare spazio ai giovani e negando loro la possibilità di diffondere le idee acquisite all'estero. Chi ritorna porta un'innovazione anche nell'etica del lavoro e della sua organizzazione; etica che tra l'altro è stata profondamente danneggiata in questi vent'anni (41).

4. Il ruolo delle rimesse

Dopo gli anni '90 l'emigrazione ha garantito la sopravvivenza economica delle famiglie albanesi per tutto il periodo in cui la situazione economica del Paese non permetteva di far fronte alle nuove esigenze della popolazione: da diversi studi risulta che fu proprio il fatto di poter contare sulle rimesse a segnare la principale differenza fra le famiglie povere e quelle che non si trovano in tale situazione (42). Le rimesse provenienti dall'emigrazione sono una delle principali fonti di reddito per molte famiglie e per l'economia nazionale. Ufficialmente si stima che i trasferimenti degli emigrati abbiano raggiunto un miliardo di dollari ogni anno e che costituiscano il 14 % del PIL (43). Le rimesse hanno rappresentato la più importante fonte di valuta estera in Albania ed hanno contribuito a finanziare il disavanzo del bilancio commerciale; inoltre, attraverso un maggiore risparmio in depositi bancari, esse hanno anche contribuito alla ripresa di questo settore. Per queste ragioni le rimesse hanno suscitato un particolare interesse, addirittura maggiore rispetto a quello rivolto ai problemi sociali, diventando l'obiettivo principale delle politiche da adottare, sia nel settore pubblico che quello privato, affinché fossero attirate ed indirizzate verso lo sviluppo del Paese. Il compito non è tuttavia facile: fin adesso le rimesse hanno avuto un ruolo importante contro la povertà, garantendo un reddito alle famiglie con membri in emigrazione (44). Sicuramente le rimesse hanno giocato un ruolo importante nello sviluppo economico del Paese, ma ciononostante il loro sfruttamento in questa direzione è stato molto limitato in quanto non sempre il denaro si trasforma in capitale da investire. Le rimesse sono destinate principalmente all'acquisto di beni di consumo, alla costruzione di case, all'istruzione ed alla salute; per di più le modalità con le quali vengono trasferite le rimesse, l'ammontare del loro importo e la loro frequenza spesso ne riducono il ruolo a semplice ammortizzatore della povertà. Secondo il direttore del Centro per gli Studi Economici e Sociali (Ilir Gedeshi) se gli emigrati in collaborazione con attori del settore pubblico o privato investissero una parte delle loro rimesse o le facessero entrare nel sistema bancario si avrebbe un cambiamento qualitativo delle stesse contribuendo allo sviluppo economico nazionale (45).

Questa affermazione riflette la realtà attuale: la maggior parte degli albanesi emigrati sceglie di mandare le rimesse ai familiari tramite canali informali. La scelta di questi canali dipende da fattori quali lo status di legale o illegale soggiornante nel Paese ospitante, la durata della permanenza (se si tratta di emigrazione permanente o temporanea), l'efficienza, i costi e lo sviluppo del sistema bancario in Albania, la conoscenza che gli emigrati e le loro famiglie hanno del suo funzionamento e l'efficienza del sistema informale (46).

Gli emigrati, dato l'ammontare delle rimesse che deve servire per il fabbisogno dei familiari (47), preferiscono trasportare tali somme personalmente durante i viaggi di visita oppure mandarle tramite corrieri informali (di solito conoscenti che quando devono tornare in Albania per propri motivi accettano di portare del denaro alle famiglie degli altri emigrati, a titolo di favore personale o dietro pagamento di una certa somma). Il trasporto personale viene usato per il 60% del totale delle rimesse che entrano in Albania. La vicinanza dei due Paesi ospitanti dai quali proviene la maggioranza delle rimesse rende possibile che un rilevante numero di emigrati trasporti con sé il denaro.

I canali informali sono utilizzati in particolar modo dagli emigrati irregolari e da quelli che vivono nelle zone rurali, in conseguenza della scarsa efficienza delle banche in queste zone. Le banche offrono i loro servizi in molte zone urbane, ma sono poche quelle che cercano di aprire filiali anche nelle zone rurali non prendendo in considerazione che il 69% delle rimesse sono destinate proprio alla popolazione che vive in esse (48). Di fronte alla burocrazia delle banche, alla loro lentezza ed ai costi elevati, gli emigranti preferiscono optare per soluzioni meno complicate, così, oltre a trasferire le rimesse tramite canali informali, utilizzano frequentemente anche Operatori di Trasferimento del Denaro (49). Questi gestiscono il 78% delle rimesse che entrano in Albania mediante canali formali. Essi, infatti, offrono un servizio efficiente sia per la velocità che per la facilità delle procedure dei trasferimenti: per gli emigrati in condizioni di irregolarità è l'unica alternativa ai canali informali in quanto non è necessaria la dimostrazione del possesso del permesso di soggiorno o di altri documenti che facilitano il trasferimento.

Le rimesse mandate dai genitori emigrati, quando i bambini hanno un'età sotto i 16 anni o quando le famiglie sono povere, sono utilizzate per far fronte ai bisogni primari e per migliorare le condizioni abitative. Le rimesse hanno avuto una grande influenza nella diminuzione della mortalità dei bambini grazie alla loro influenza nella crescita del benessere, migliorando il modo di alimentarsi e le condizioni di vita in generale così come non può essere negato il contributo di esperienza che i genitori hanno importato adottando una nuova cultura e disciplina per una sana crescita ed educazione dei figli: è stato constatato che l'indice di mortalità dei bambini si è ridotto da 46,9 nel 1992 a 19,3 nel 2008 (50).

La crescita del benessere materiale ha influenzato anche la diminuzione dell'abbandono scolastico e proprio all'istruzione dei figli è destinata una parte delle rimesse.

Nella loro funzionalità le rimesse, anche se non sfruttate al meglio, hanno avuto un ruolo positivo per fronteggiare le difficoltà delle famiglie in un'Albania capitalistica.

5. Cenni su altri problemi sociali

5.1 I cambiamenti demografici

L'emigrazione di massa negli ultimi vent'anni ha prodotto sostanziali cambiamenti demografici. Iniziata con il crollo del comunismo (1990), ha avuto un impatto diretto non solo nella diminuzione della popolazione, ma anche nella distribuzione geografica della stessa. Durante il regime comunista, infatti, in conseguenza di una legislazione che puniva l'aborto (51) e del divieto di emigrazione, la popolazione era in continua crescita: da 1,1 milione, del censimento del 1945, si è passati a 3.2 milioni nel 1989 (52). Abolite le politiche rigorose contro l'urbanizzazione e la libera circolazione delle persone imposte dal regime (53), i cittadini possono, a seconda dei loro interessi ed opportunità, scegliere liberamente il proprio luogo di residenza nel Paese o, quando è possibile, all'estero. Secondo le stime, circa un milione di persone sono emigrate solo nel periodo dal 1989 al 2001 e la popolazione è scesa da 3.2 a 3 milioni, con una diminuzione pari al 6,3 % (54).

Anche se negli anni che seguono si nota una crescita della popolazione, (vedi tab 1, INSTAT Albania), l'emigrazione ha avuto delle conseguenze negative sulla struttura della stessa accelerando il fenomeno dell'invecchiamento della popolazione, privandola di un enorme numero di giovani e limitando indirettamente anche il numero delle nascite (55).

Tab. 1. Popullsia ne 1 Janar / Population on 1 January
Vitet Gjithsej Meshkuj Femra Qytet Fshat Densiteti
Years Total Male Female Urban Rural Density
1998 3061,5 1536,9 1524,6 1229,7 18318 106,5
1999 3049,2 1523,9 1525,3 1240,2 1808,9 106,1
2000 3058,5 1531,7 1526,8 1259,6 1798,9 106,4
2001 3063,3 1527,5 1535,8 1277,1 1786,2 106,6
2002 3084,1 1537,7 1546,4 1300,6 1783,6 107,3
2003 3102,8 1546,7 1556,1 1342,2 1760,6 107,9
2004 3119,5 1554,7 1564,8 1369,0 1750,6 108,5
2005 3135,0 1562,0 1573,0 1396,0 1739,0 109,1
2006 3149,1 1578,6 1570,5 1513,3 1635,8 109,5
2007 3152,6 1582,3 1570,3 1544,5 1608,1 109,7
2008 3170,0 1593,0 1577,0 1541,0 1629,0 110,3
2009 3193,9 1592,4 1601,5 1557,3 1636,6 111,1
2010 3195,0 1605,7 1589,3 1589,6 1605,4 111,1

Oltre alla diminuzione assoluta della popolazione, l'Albania ha assistito anche ad una marcata perdita della popolazione nella parte nord-est del Paese ed in alcune zone del sud; essa può essere attribuita sia alla migrazione internazionale che a quella interna verso regioni più sviluppate. Le regioni del sud si caratterizzano per un declino molto significativo della popolazione causato dall'emigrazione internazionale, verso l'Italia e ancor più verso la Grecia, nonché da un'accelerazione dell'invecchiamento della popolazione e dal basso tasso di natalità (56).

Una grossa diminuzione, che riguarda sia le regioni settentrionali che quelle meridionali, ha colpito le zone rurali, in particolar modo le campagne montuose: esse hanno perso un'enorme fetta dei loro abitanti a causa dell'emigrazione interna e, in percentuale inferiore, di quella internazionale.

L'impatto di questa migrazione, interna ed internazionale, ha creato non pochi problemi economici, ambientali e sociali: l'abbandono delle terre coltivabili ha comportato il degrado dell'agricoltura e, tenendo conto dei legami familiari e del contesto culturale, questo abbandono è molto doloroso per la vecchia generazione.

Una conseguenza inevitabile per l'Albania è stata anche la trasformazione socio-culturale causata dalla migrazione interna. Essa seguiva principalmente due direzioni: dalle zone rurali alle aree urbane e dalle regioni montagnose del nord alle regioni centrali. Il sovraffollamento delle aree urbane ha reso difficile per molti residenti accogliere i nuovi venuti, mentre chi si trasferisce dalle zone rurali si sente estraneo ed escluso. L'identità originaria delle aree urbane è notevolmente cambiata a causa delle diverse tradizioni culturali e dei valori sociali importati dai migranti. Molti di questi ultimi sono considerati privi di senso di civiltà e fonte di grande caos. Questa situazione intollerabile che provoca discriminazione e aggressività tra residenti e migranti ha costretto tante famiglie benestanti del posto ad emigrare all'estero.

5.2 La reintegrazione degli emigrati

Negli ultimi anni l'emigrazione di ritorno ha rappresentato un problema ulteriore all'interno del più ampio fenomeno dell'emigrazione albanese. Affrontarla richiede l'adozione di politiche che abbiano l'obiettivo di garantire la reintegrazione e la permanenza dei rimpatriati. Queste politiche sono mancante in Albania fino al 2005 quando sono stati emanati "La Strategia Nazionale per l'emigrazione" e il "Piano Nazionale di Azione riguardo l'emigrazione". Quest'ultima prevede in alcune parti apposite misure per la reintegrazione degli emigrati tornati in patria.

Sono quattro i punti che fanno specifico riferimento alla reintegrazione. (57)

Il contenuto di queste misure è molto generale e le attività previste si traducono solo ed esclusivamente in corsi di formazione e servizi di collocamento, non risolvendo i tanti problemi legati alla reintegrazione concreta dei rimpatriati. Per colmare questa lacuna è sempre stata necessaria la collaborazione delle istituzioni pubbliche albanesi e dei Paesi ospitanti con le ONG (59) che operano anche in Albania.

Sono diversi i Paesi che sostengono il ritorno volontario dei cittadini albanesi e che cooperano con organizzazioni internazionali come IOM, la quale da anni ha messo in atto il programma per l'assistenza dei rimpatriati volontari (Voluntary Assisted Return and Reintegration Programme) e di quelli ai quali è stata rifiutata la permanenza nel Regno Unito e che vogliono ritornare in Albania. L'ONG Shprese per te Ardhmen ha sottoscritto un accordo di collaborazione con gli Uffici Regionali dell'Impiego a Tirana e Scutari, ed è stata invitata a far parte di una Task Force creata per la redazione di un documento politico che doveva contenere un Piano concerto di Azione per la Reintegrazione degli emigrati rimpatriati (60).

Si deve comunque notare che il coinvolgimento delle ONG nella redazione delle strategie di questa natura sono occasionali e nella maggioranza dei casi intraprese su iniziativa delle ONG stesse e non dalle istituzioni dello Stato.

Il numero degli emigrati che fanno ritorno volontario è in continua crescita. La causa di questa decisione risiede principalmente nella mancanza d'integrazione nel tessuto sociale di questi Stati; ma non solo, sono tanti coloro che fanno ritorno in patria per investire ciò che sono riusciti a risparmiare nei diversi anni di lavoro all'estero. Avendo vissuto la maggioranza di loro per un lungo periodo in Paesi stranieri, sono abbastanza refrattari a reinserirsi in un ambito lavorativo che nel frattempo è cambiato rispetto alla realtà esistente prima del loro allontanamento, ma che, contemporaneamente, è molto diverso dalla realtà da cui provengono. Attualmente in Albania il criterio della meritocrazia inizia ad essere appena apprezzato nel settore privato. Per quanto riguarda il settore statale formalmente esistono dei concorsi pubblici per potervi accedere, ma la realtà dimostra l'esistenza di un sistema che ancora si fonda sulla corruzione o su raccomandazioni, basate su legami di parentela o sull'orientamento politico. In generale l'impiego nelle strutture statali non offre garanzie e stabilità in quanto l'amministrazione risente in maniera ancora troppo rilevante dei cambiamenti a livello politico. A tutto ciò si aggiunge il livello di retribuzione che non riesce a soddisfare gli standard di vita tenuto nei paesi in cui hanno vissuto, mentre la realtà lavorativa dei paesi esteri, a prescindere dal prestigio dell'occupazione, offriva loro più garanzie e stabilità.

La sensazione è quella di non appartenenza a nessuno dei due mondi. I rimpatriati si sentono abbandonati dalle strutture pubbliche, scoraggiati sul piano lavorativo e disorientati dal clima di inciviltà che ha colpito l'Albania in questi anni di transizione. Per questo motivo le ONG hanno cercato di aiutare chi vuol fare ritorno in patria offrendo sia assistenza psicologica che corsi di formazione professionale e culturale con la finalità di preparare il loro reinserimento sociale e lavorativo. Inoltre si sono attivate per aiutarli concretamente a trovare un impiego o ad intraprendere un'attività lavorativa in proprio, sia offrendo esse stesse un'occupazione che incoraggiando la loro assunzione nel settore pubblico o privato. Uno tra gli obiettivi più importanti risiede nell'aiutare gli albanesi a ritrovare il senso di orgoglio nazionale che da sempre li caratterizza ed invitarli a prendere attivamente parte nella costruzione della nuova Albania proiettando il loro futuro in patria. Da non ignorare è anche l'aiuto chiesto agli investitori europei nel finanziare ed investire nella creazione della società albanese (61).

5.3 Il riconoscimento dei contributi

L'aspetto forse più delicato del rimpatrio riguarda il riconoscimento dei contributi versati nel Paese ospitante per beneficiare in futuro della pensione di anzianità. In Albania, per percepire la pensione di anzianità è necessario aver compiuto l'età richiesta, che attualmente è di 65 anni per gli uomini e di 60 per le donne, ma che non è tassativa, essendo prevista un'età diversa per alcune categorie di professioni; il calcolo è effettuato tenendo conto della professione e della sua difficoltà, degli anni contributivi, dell'anzianità di lavoro e dell'età. Per venire incontro agli emigrati ma anche a coloro che non hanno completato gli anni previsti per il versamento dei contributi, l'ISSH (62) ha previsto anche il versamento volontario dei contributi pari ad un ammontare di 3544 leke (63).

Negli ultimi anni l'argomento è particolarmente sentito da parte dell'ente di previdenza sociale che si sta confrontando con la prima massa degli emigrati che hanno deciso di tornare a stabilirsi in patria. Per questo motivo l'Albania sta cercando di trovare accordi in materia con diversi Stati, specialmente quelli in cui la presenza di emigrati albanesi è considerevole, per far sì che gli anni di lavoro all'estero ed i contributi versati siano riconosciuti in Albania al fine di beneficiare della pensione di anzianità. Anche se le intenzioni non mancano fin adesso nessun accordo è stato raggiunto.

L'Albania, il 21/09/1998, ha ratificato "La Carta Sociale Europea", la quale all'art. 12, punto 4 prevede che: "Per garantire l'effettivo esercizio del diritto alla sicurezza sociale gli Stati membri si impegnano a prendere provvedimenti, mediante la conclusione di adeguati accordi bilaterali o multilaterali o con altri mezzi, fatte salve le condizioni stabilite in tali accordi, per garantire:

  1. la parità di trattamento dei cittadini di ciascuna delle Parti e i cittadini delle altre Parti per quanto concerne i diritti alla sicurezza sociale, ivi compresa la conservazione dei vantaggi concessi dalle legislazioni di sicurezza sociale, a prescindere dagli spostamenti che le persone tutelate potrebbero effettuare tra i territori delle parti:
  2. l'erogazione, il mantenimento ed il ripristino dei diritti di sicurezza sociale con mezzi quali la totalizzazione dei periodi di contribuzione o di lavoro compiuti secondo la legislazione di ciascuna delle parti".

Inoltre in base all'art 28 del Decreto Consiglio dei Ministri nr 249 del 05.06 1992, "Per Ndertimin e Istitutit te Sigurimeve Shoqerore" ("Per la Costituzione dell'Istituto delle Assicurazioni Sociali") l'ISSH ha il diritto di collaborare e stipulare accordi in materia di assicurazioni sociali con le organizzazioni non governative internazionali.

È proprio in questa direzione che il governo ha cercato di muoversi per assicurare il diritto alla pensione di anzianità ai suoi cittadini immigrati, cercando di cumulare gli anni di lavoro in Albania e quelli nel Paese ospitante, rispettando il principio di non discriminazione e di parità di trattamento in modo tale da metterli in condizione di poter beneficiare della pensione di anzianità nello Stato che preferiscono.

Facendo riferimento specifico all'Italia, fino al 2000 i lavoratori extracomunitari che facevano rientro nel paese d'origine potevano chiedere di riscuotere i contributi pensionistici versati (64), ma l'articolo 8 della legge 189 del 2002, che ha riformato il TU sull'immigrazione, ha lasciato immutata la prima parte sostituendone solo la seconda stabilendo: "salvo quanto previsto per i lavoratori stagionali dall'articolo 25, comma 5, in caso di rimpatrio il lavoratore extracomunitario conserva i diritti previdenziali e di sicurezza sociale maturati e può goderne indipendentemente dalla vigenza di un accordo di reciprocità al verificarsi della maturazione dei requisiti previsti dalla normativa vigente, al compimento del sessantacinquesimo anno di età, anche in deroga al requisito contributivo minimo previsto dall'articolo 1, comma 20, della legge 335 del 8 agosto 1995". Per cui i lavoratori che fanno rientro nel Paese d'origine volontariamente o che sono espulsi dal territorio, non possono vedersi liquidati i contributi versati ma possono solo chiedere una prestazione pensionistica al compimento del sessantacinquesimo anno d'età anche in deroga al requisito contributivo previsto per il pensionamento (65).

Un passo per garantire i diritti previdenziali è stato tentato con la sottoscrizione dell'Accordo tra ISSH e il patronato INAS-CISL il 18 maggio del 2009, che aveva come obiettivo la collaborazione tra i due enti per assicurare agli immigrati di prendere visione del proprio stato contributivo nel Paese d'origine direttamente nel Paese ospitante. Oltre a questo INAS-CISL doveva offrire, senza alcun onere, informazioni sulla legislazione albanese riguardo all'assicurazione sociale ed ai suoi cambiamenti. In collaborazione anche con la banca "San Paolo Intesa" si doveva effettuare il pagamento della pensione per tutti gli anziani che vivono in Italia e rendere possibile il pagamento volontario di contributi, i quali successivamente sarebbero stati trasferiti all'ISSH in Albania. L'accordo è stato stipulato con la prospettiva che presto fosse applicato in tutte le filiali che INAS-CISL ha anche al di fuori del territorio italiano, come in Canada e USA (66).

A livello pratico nulla di tutto ciò è avvenuto perché l'accordo non è stato mai reso effettivamente operativo (67).

L'unico accordo che sembra di funzionare è quello raggiunto il 15/01/2010 tramite l'Istituto di Previdenza albanese (ISSH) ed il Patronato Acli (68). L'attività del Patronato Acli, con sede a Tirana e Scutari, consiste nell'instaurazione di un dialogo con ISSH per cercare di dare una risposta agli interrogativi sociali posti dagli emigrati albanesi che hanno lavorato in Italia o in altri Paesi dove Acli ha proprie sedi oppure che comunque hanno intenzione di emigrare verso questi Paesi. Tenendo conto del fatto che la comunità albanese è la seconda comunità straniera presente in Italia con oltre 450.000 presenze al 31/12/2009 (69), il Patronato Acli ha aperto in Italia due Sportelli informativi di riferimento, in zone ad alta densità di immigrazione albanese, con operatori di cittadinanza albanese.

Al fine di garantire la previdenza sociale agli emigrati albanesi una volta tornati nella loro patria, i vicepresidenti della commissione Lavoro della Camera dei Deputati, Luigi Bobba (PD) e Giuliano Cazzola (PdL) hanno presentato un'interrogazione al ministro del Lavoro Maurizio Sacconi ed al ministro degli Affari Esteri Franco Frattini, con la quale si chiedeva ai ministri competenti di "verificare la necessità di costituire una commissione di studio sulla legislazione previdenziale di Italia e Albania, nella prospettiva di predisporre una convenzione bilaterale di sicurezza sociale che tenga conto degli ambiti delle prestazioni, dei costi e delle materie complessivamente oggetto della possibile convenzione, coinvolgendo tecnici qualificati designati dall'Inps e dai Patronati operanti in Albania".

In attesa di una convenzione bilaterale Albania-Italia per le questioni di "sicurezza sociale" riguardanti i lavoratori albanesi presenti in Italia o rientrati in Albania dopo aver prestato un'attività lavorativa in Italia e tenendo conto dei rispettivi sistemi previdenziali, il Patronato Acli è l'unico ente che sta effettivamente svolgendo un'attività di consulenza a Tirana e Scutari.

Note

1. Diverse sono le pubblicazioni delle ONG riguardo al traffico degli esseri umani come ad esempio: L'associazione Vatra ha dedicato una serie di pubblicazioni a questo argomento in "Mbi trafikun e qenieve njerezore"; "Vajzat dhe Trafikimi" (2002), (2004), (2005); "Cikel Temash"; IOM "Repubblika e Shqiperise, Profili i migracionit"; Leke Sokoli "Trafikimi rasti i Shqiperise".

2. L. Sokoli, I. Gedeshi, Trafikimi rasti i Shqiperise, Instituti i Sociologjise, Tirane 2006, p. 21.

3. Gazzetta Ufficiale, 30/08/1922, p. 4.

4. G. da Molin (a cura di), op. cit., p. 153.

5. D. Hatibi, G. Xhangolli, op. cit., p. 83.

6. G. da Molin (a cura di), op. cit., p. 154.

7. 'Besa' è uno dei principi più sacri della tradizione albanese e le sue origini derivano dal 'Kanuni i Leke Dukagjinit', una collezione di tradizioni e costumi della cultura albanese. La besa corrisponde alla parola data che se viene promessa deve essere mantenuta e difesa a costo della vita.

8. L. Sokoli, I. Gedeshi, op. cit., p. 43.

9. V. Lesko, G. Lepuri, Cikel temash mbi trafikun e qenieve njerezore, Visi Design, Vlore 2007, p. 16.

10. Ibid.

11. V. Lesko, E. Avdulaj, Vajzat dhe trafikimi, Visi Design, Vlore 2008, p. 6.

12. A. Toska, A. Corrokaj, E. Aliaj, Dhuna ne familje ne komunitete me etni te ndryshme, Visi Design, Vlore 2008, p. 6.

13. L. Sokoli, I. Gedeshi, op. cit., p. 107.

14. A. Toska, A. Corrokaj, E. Aliaj, op. cit., p. 51.

15. Da un sondaggio effettuato alle donne che subiscono violenza 55,6% hanno espresso il desiderio di emigrare.

16. L. Sokoli, I. Gedeshi, op. cit., p. 106.

17. L'onore va inteso in ampio senso compresso la possibilità per le ragazze di trattenere un legame amoroso che non si consolida con il fidanzamento ufficiale e la promessa di matrimonio.

18. L. Sokoli, I. Gedeshi, op. cit., pp 116-117, p. 121.

19. V. Lesko, G. Lepuri, op. cit., p. 44.

20. V. Lesko, E. Avdulaj, op. cit., p. 7.

21. G. da Molin in L'immigrazione albanese in Puglia sostiene che l'ondata migratoria del 1991 presentava nel suo complesso dei caratteri atipici rispetto ai moderni processi di migrazione. Normalmente a lasciare il paese d'origine per emigrare è il maschio in età lavorativa e non tutta la famiglia, almeno in un primo momento. Dai sondaggi effettuati in Puglia all'epoca l'emigrazione albanese risulterebbe essere stata intrapresa nel 90,4% dei casi da interi nuclei familiari. Secondo l'autrice questo sarebbe dipeso dal valore che i legami affettivi e l'unità familiare rivestono nella cultura albanese.

22. M. Kasimati, V. Kolpeja, D. Hatibi, Migracioni shqipetar pas viteve '90 dhe ndikimi i tij ne jeten ekonomike dhe sociale te femijeve te lene pas, UNICEF, Tirane 2009, p. 37.

23. Da uno studio effettuato dall'UNICEF nel 2009, nel 98% delle famiglie con bambini lasciati nel paese d'origine è il padre ad emigrare, una percentuale trascurabile del 1.2 % sono i casi in cui tutte due i genitori hanno emigrato affidando i bambini ai membri della famiglia allargata, sono invece rari i casi (0.3%) quando ad emigrare è la donna e il marito rimane a casa a custodire i figli.

24. Fanno parte della famiglia allargata i nonni paterni che nella maggioranza dei casi vivono nella stessa casa con il figlio minore cosi come i fratelli e le sorelle del padre ancora non sposati, i nonni materni e i vari zii e parenti di 2º grado.

25. M. Kasimati, V. Kolpeja, D. Hatibi, op. cit., p. 15.

26. Dalle informazioni del Servizio Sociale dello Stato risulta che soli 17 bambini sono mesi temporaneamente nei Istituti di Assistenza per Bambini (orfanotrofi) ma si suppone che il loro numero sia più alto se vengono prese in considerazione anche gli Istituti di Assistenza Sociale dirette da parte di ONG o altri Fondazioni.

27. M. Kasimati, V Kolpeja, D. Hatibi, op. cit., p. 45.

28. Non vengono prese in considerazione le ipotesi nei quali il padre potrebbe avere interrotto i rapporti con la famiglia oppure si può trovare in una situazione di impossibilita tale, come espiare una condanna, da non poter aiutare economicamente i figli.

29. E. Trimcev, Emigrimi i trurit: ne kerkim te nje strategjie te kthimit, ISN, Tirane 2005, pp. 14-19.

30. La seconda ondata ha avuto un impatto negativo sulle capacità dello Stato albanese per trattenere e utilizzare le persone qualificate. Circa 50% di tutti i docenti, ricercatori e intellettuali del paese, la maggior parte giovani e formati in parte in occidente, hanno lasciato l'Albania dal 1990 e 90% degli emigrati erano sotto 40 anni.

31. Brain Drain di solito è il marchio usato per descrivere il fenomeno della migrazione dei professionisti altamente qualificati. L'espressione è adoperata in inglese in quanto il fenomeno è stato registrato per la prima volta nel Regno Unito durante il 1960, quando un gran numero di ingegneri e scienziati mirava ad emigrare negli USA perché attratti da salari più alti e condizioni più favorevoli.

32. Si suppone che al incirca 3.000 studenti si iscrivono ogni anno nelle Università occidentali e specialmente in Italia, Francia, Germania e USA; quasi 66% degli albanesi che hanno portato a termine un dottorato nel Europa occidentale o negli USA dal 1990 non sono più tornati dopo essere laureati.

33. E.Germenji, I. Gedeshi, Higly Skilled migration from Albania: An Assessment of current trends and the way ahead, Development Research Centre on Migration, Globalisation and Poverty, Gennaio 2008, p. 11.

Sull'argomento vd. anche From brain drain to brain gain: Mobilising Albania's Skilled Diaspora, preparato dal "Centre for Social and Economic Studies", in collaborazione con "Development Research Centre on Migration, Globalisation and Poverty", University of Sussex, Tirane 2006, pp. 9-10.

34. Ivi, p. 12.

35. From brain drain to brain gain: Mobilising Albania's Skilled Diaspora, preparato dal "Centre for Social and Economic Studies", in collaborazione con "Development Research Centre on Migration, Globalisation and Poverty", University of Sussex, Tirane 2006, pp. 9-10.

36. M. Flager, Zh. Shapo, Nxitja e punesimit te te diplomuarve jashte shtetit ne administraten publike shqipetare, Luglio-Dicembre 2006, p. 45.

37. From brain drain to brain gain: Mobilising Albania's Skilled Diaspora, p. 13.

38. Ivi, p. 14.

39. Questo è necessario per evitare che il basso livello del insegnamento nelle Università Pubbliche compromettono gravemente la creazione nel futuro di un efficace ordine sociale e politico.

40. L'UNESCO ha lanciato nel 2003 un'iniziativa "Piloting Solution for Alleviating Brain Drain" nel Sud-Est Europa, sperando di trasformare la fuga dei cervelli in brain drain. Sette Università in Albania, Bosnia-erzegovina, Serbia e Repubblica Federale Jugoslava di Macedonia hanno ricevuto apparecchiature di ultima generazione da Hewlett Packhard. Il progetto utilizza un'informazione all'avanguardia tecnologica chiamata Grid Computing ed ha l'obiettivo di convincere le persone di talento che hanno l'ambizione di guardare lontano per ottenere l'accesso alla tecnologia più recente. Le Università sono riuscite a creare gruppi di facoltà, ricercatori e professori in tutta la regione che hanno lavorato in stretto contatto.

41. E. Trimcev. op. cit., p. 31.

42. "Panorama" del 20 aprile 2010, Remitancat: emigrantet sjellin 20% te parave ne Shqiperi, di Z. Llambro, p. 9.

43. E. Germenji, I. Gedeshi, op. cit.

44. Il 90% delle rimesse viene utilizzato in beni di consumo e solo 10% viene impiegato per investimenti.

45. "Panorama" di 20 aprile 2010, Remitancat: emigrantet sjellin 20% te parave ne Shqiperi, di Z Llambro p. 9.

46. D. Hatibi, G. Xhangolli, op. cit., p. 31.

47. Le rimesse sono destinate nella misura di 90,5% ai genitori o ai coniugi ed i figli, mentre il 5% viene destinato a qualche altro parente che si trova in difficoltà economiche.

48. T. Kring, Rritja e ndikimit te remitancave te emigranteve ne Shqiperi, Organizata Nderkombetare e Punes, Gjenev marzo 2007, p. 10.

49. Western Union e Money Gram sono i due principali OTD funzionanti in Albania con quasi 300 uffci posizionati in tutta la nazione, offrendo il loro servizio anche nelle zone rurali e quelle marginalizzate dove le banche non possono essere presenti per l'esiguo numero dei clienti.

50. M. Kasimati, V. Kolpeja, D. Hatibi, op. cit., p. 42.

51. Il regime comunista sosteneva che al paese servissero più uomini possibili per la protezione della patria contro eventuali nemici esterni.

52. E. Caro, LJC van Wissen, Working paper: Migration in the Albania of the post 1990: triggert by post comunist transformations and facilitator of socio-demographic changes, 2007, p. 8.

53. Durante il regime di Enver Hoxha ai contadini era proibito trasferirsi liberamente nelle città. La politica seguita aveva un duplice ragion d'essere: da un lato vi era il bisogno delle cooperative agricole di una maggiore forza lavoro, dall'altro la necessità di evitare l'aumento di persone disoccupate nelle città. Raramente succedeva che una famiglia contadina si trasferisse nelle zone urbane e questo accadeva quando il capofamiglia era trasferito per lavoro in base di un ordine o ad una promozione imposta dal partito. A coloro che effettuavano questa scelta autonomamente era vietato munirsi di una specie di passaporto chiamato 'leter njoftim': questo documento che era rilasciato dal comune di residenza permetteva di fruire di alcuni benefici. Il trisk, che era un bigliettino per ottenere il cibo razionato, era un di questi benefici.

54. Ivi, p. 9.

55. INSTAT, Regjistrimi i popullsise dhe banesave, Tirane 2004, p. 4.

56. INSTAT, op. cit., p. 52.

57. Il piano Nazionale di Azione riguardo l'emigrazione, pp. 4-6.

58. La legge 9668 del 18/12/2006 "Sul emigrazione dei cittadini albanesi per motivi di lavoro". Negli articoli 8 e 9, vengono previsti delle misure da adottare e dei servizi reintegrativi per gli emigranti ritornati: art. 8 "le autorità statali e le agenzie private di impiego devono assicurare ai cittadini albanesi, inclusi gli emigrati ritornati, che vogliono emigrare, il diritto di consulenza e di informazione gratuita nel ambito della formazione professionale, della protezione sociale, delle organizzazioni sindacali, le possibilità di abitazione, istruzione e previdenza sociale, come informazioni sulla vita e il lavoro nel paese ospitante". Nell'art. 9 prevede l'esclusione per gli albanesi che hanno acquistato lo status di "emigrante ritornato in patria" dalle tasse doganali rispetto agli oggetti personali, le proprietà mobili e le attrezzature che le possono servire per l'esercizio di un'attività lavorativa.

La legge n. 7995 del 20/09/1995 "Per incoraggiare l'assunzione" all'art. 2 punto 20 considera come categoria particolare anche gli emigrati ritornati con dei problemi economici.

La legge n. 9355 del 10/03/2005 "Sull'aiuto e le prestazioni sociali" all'art. 5 sono individuati come beneficiari di aiuti economici assistenziali le vittime di tratta per il periodo che intercorre dal momento dell'uscita dagli appositi centri fino a quando non trovano un lavoro. Con questa legge, però, sono esclusi una gran parte di emigrati ritornati che si possono trovare in difficoltà economiche.

La legge n. 7952 del 21/06/1995 "Sull'istruzione pre-universitaria" all'art. 11 prevede il diritto dei cittadini albanesi che hanno iniziato un percorso scolare all'estero di continuare il suo proseguimento in Albania una volta ritornati.

59. Un tipico esempio è l'International Organization for Migration (IOM) e Shprese per te Ardhmen la quale è un associazione non lucrativa, sociale-umanitaria che ha come scopo di contribuire nella reintegrazione nel ambito sociale e lavorativo degli emigranti rimpatriati da diversi paesi europei.

60. S. Danaj, Kthimi nga emigracioni dhe sfidat e riintegrimit, Shoqata Shprese per te Ardhmen, Tirane 2007, p. 7.

61. Ivi, p. 26.

62. Istituti i Sigurimeve Shoqerore, è un istituzione pubblica autonoma che svolge la sua attività ai sensi della legge n. 7703 del 11/05/1993 "Per Sigurimet Shoqerore ne republiken e Shqiperise" ("Sulle assicurazioni Sociali nella Repubblica d'Albania"). ISSH è una persona giuridica con sede a Tirana ed è l'unica istituzione che gestisce le assicurazioni sociali in Albania; tramite le sue diramazioni territoriali ha la competenza sull'assicurazione obbligatoria dei lavoratori e al tempo stesso definisce la misura delle prestazioni in base alla contribuzione versata da imprese, istituzioni, organizzazioni e dagli assicurati stessi.

63. I contributi volontari fanno parte della schema adottata dal ISSH nel regolamento Nr. 35, il 19/06/2002 "Per sigurimin vullnetar ne ISSH" ("Per l'assicurazione volontaria al ISSH") che sarebbe un fondo pensionistico, emanato dal Consiglio Amministrativo del ISSH. L'assicurazione volontaria si applica ai cittadini albanesi che vivono all'estero, ai disoccupati sopra i 18 anni ma non ai contadini che possiedono dei terreni.

64. Cosi come stabilito dal punto 11 dell'art. 22 del D.Lgs 286/98 "Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero", introdotta dalla legge 335/1995, il quale prevedeva: "Salvo quando previsto, per i lavoratori stagionali, dall'art 25, comma 25, in caso di rimpatrio il lavoratore extracomunitario conserva i diritti previdenziali e di sicurezza sociale maturati e può goderne indipendentemente dalla vigenza di un occordo di reciprocità, i lavoratori extracomunitari che abbiano cessato l'attività lavorativa in Italia e lasciano il territorio nazionale hanno la facoltà di richiedere, nei casi in cui la materia non sia regolata da convenzioni internazionali, la liquidazione dei contributi che risultino versati in loro favore presso forme di previdenza obbligatoria maggiorati del 5 per cento annuo". Per beneficiare del rimborso lo straniero doveva essere entrato ed aver soggiornato regolarmente in Italia. Si doveva trattare comunque di un rimborso definitivo che presumeva la cessazione del rapporto di lavoro e l'allontanamento dal territorio italiano restituendo il permesso o la carta di soggiorno.

65. G. Caputo, Carcere e diritti sociali, Cesvot, Firenze 2010, pp. 158-159.

66. "Koha jone" del 29 maggio 2009, "ISSH, pagesa pensionesh per emigrantet", di S. Isaku.

67. Fonti: gli operatori del Patronato CISL di Firenze, via Carlo del Prete, e la direttrice dell'Ufficio Rapporti con il pubblico del ISSH di Valona).

68. "Protocollo di Intesa tra l'Istituto di Previdenza del Albania (ISSH) e il Patronato Acli" firmato a Roma il 15/01/2010 dal Direttore generale del ISSH Evelina Koldashi e il presidente del Acli Michele Rizzi.

69. "Protocollo di Intesa tra l'Istituto di Previdenza del Albania (ISSH) e il Patronato Acli".