ADIR - L'altro diritto

ISSN 1827-0565

Capitolo IV
Due manifestazioni della violenza sessuale sui minori: l'incesto e lo sfruttamento sessuale

Silvia Furfaro, 2004

Cosa unica io so, grande: male ti ha fatto qualcuno? E tu rendi a colui, spietatamente, male per male. Archiloco

1. L'incesto e gli aspetti psicodinamici

Dal punto di vista strettamente forense l'incesto viene definito come la «congiunzione carnale tra persone di sesso diverso, legate da vincoli di parentela, o di affinità, tali da costituire impedimento al matrimonio come fratello e sorella, genitori e figli, nonni e nipoti» ed è rigorosamente condannato con la pena della reclusione (1). Se da una parte la legislazione sembra non lasciare spazio per incertezze integrative, dall'altra la pioggia di testimonianze giornalistiche, articoli scientifici, saggi e alcune ricerche statistiche sull'argomento dimostrano al contrario ampie zone d'ombra. Senza dubbio la scienza che permette meglio delle altre, di pensare all'incesto in modo più elastico e meno minaccioso, come ad un evento le cui radici motivazionali sono intimamente legate allo sviluppo sessuale soggettivo, è la psicologia.

È infatti grazie a Freud che Edipo esce dalla sua tragedia greca per entrare a far parte della realtà psichica. Il "complesso di Edipo" presente nelle vicissitudini evolutive della libido di ogni individuo tende ad allontanarsi nel tempo, per richiesta interiore e sociale, anche se è facile osservare come ognuno ne conservi memoria: ogni bambino che sopravvive nell'adulto porta con sé i desideri di un vissuto lontano caduti nella sfera dell'inconscio (2).

1.1. La tragedia di Edipo (3)

L'esempio di relazione incestuosa più famosa, perché diventata oggetto di studio da parte di Freud e della quale si parla molto, è quello di Edipo, descritto nella tragedia di Sofocle (4), che si impernia sul rapporto incestuoso madre-figlio.

Edipo, figlio di Laio, ancor prima di nascere aveva il destino segnato da una tremenda profezia, infatti a Laio era stato predetto che il figlio avrebbe portato la distruzione della sua famiglia, assassinando il padre e sposando la madre. Per tale motivo Laio decise di abbandonare Edipo sulla cima del monte Citerone, provocando un immenso dolore alla moglie Giocasta. Affinché a nessuno venisse voglia di adottarlo qualora l'avesse rinvenuto vivo, gli vennero praticati dei fori nei piedi e fu rinchiuso in un vaso di terracotta. Un pastore di Corinto, che udì i vagiti del piccolo, lo portò ai propri sovrani Polibo e Merope, che non potevano avere figli. Polibo chiamò il bambino Edipo, che significa "piede gonfio" e lo allevò con cura, proprio come se fosse stato suo figlio. Ma, da adolescente, Edipo era spesso deriso per la sua scarsa somiglianza con i genitori, tanto che a un certo punto volle sapere la verità sulla sua nascita. Per cui si recò a Delfi e interrogò l'oracolo, che gli predisse un tragico futuro: avrebbe ucciso suo padre e sposato sua madre. L'oracolo però, non gli rivelò altro, lasciando Edipo inorridito. Ancora convinto che Polibo e Merope fossero i suoi veri genitori, per sfuggire al tremendo fato, Edipo fuggì da Corinto; durante la fuga incontrò degli uomini con i quali, per motivi futili, venne in contrasto. Durante la lite che seguì, egli uccise alcuni di loro, tra i quali vi era anche il suo vero padre, Laio. Giunto a Tebe, venne a conoscenza che la città era caduta sotto due incubi: l'avvenuta morte, per mano di un ignoto viaggiatore, del suo re Laio e la presenza, sulla più rocca della città, di un orribile mostro, la Sfinge. Essa sottoponeva i passanti ad un indovinello, se la risposta fosse stata esatta, ella si sarebbe uccisa liberando Tebe della sua nefasta presenza, altrimenti avrebbe divorato il malcapitato. E già parecchi giovani erano morti nell'ardua impresa. Fu allora che Creonte, il cognato del defunto Laio, promise che avrebbe dato in sposa la vedova del re a chiunque fosse riuscito a liberare Tebe da simile mostro. Edipo si recò alla Sfinge, riuscì a trovare la soluzione (5) e, quindi, sposò Giocasta, senza sapere che ella fosse sua madre. Con lei regno felicemente per molti anni e da lei ebbe quattro figli; furono anni sereni, finché una lunga pestilenza di abbatté sul regno. Si cercarono le cause di tale sciagura, e l'indovino Tiresia indicò Edipo quale colpevole di aver provocato l'ira degli dèi per aver ucciso Laio; Edipo, sconvolto, cercò di capire che cosa fosse esattamente accaduto, e finalmente trovò il pastore che l'aveva trovato molti anni prima sul monte Citerone da cui scoprì tutta la verità. La tragedia finisce con il suicidio di Giocasta e con Edipo che si acceca e fugge via errando solo per il mondo.

Il tema principale e sconvolgente della tragedia è, senza dubbio, l'incesto, anche se è narrato come un evento non desiderato da chi lo ha commesso: Edipo, il figlio, e Giocasta, la madre. L'incesto fu per i due, un tragico destino al quale non potevano sfuggire, quantunque Edipo, ignorando chi fosse la vera madre, avesse cercato nell'esilio e in terra sconosciuta la possibilità di non compiere un tale delitto (6). Ma Edipo è un bambino abbandonato, un bambino per il quale i genitori non sono stati capaci di rischiare a causa di ciò che l'oracolo aveva predetto loro (7). L'"esterno", la voce di altrui, aveva avuto più forza del loro amore per il bambino; questi genitori non hanno tentato di trovare un destino diverso per il loro figlio e per stessi. Ed è proprio sul "complesso di Edipo" che è fondata una gran parte della psicoanalisi.

Esistono però pareri discordanti: alcuni autori (8) ritengono che Freud sbagliava quando pensava che il complesso di Edipo fosse una forma di conflitto comune a tutte le società in qualsiasi momento storico (o che, comunque, facesse parte del patrimonio strutturale dell'umanità), perché ritengono che il concetto stesso di paternità, su cui il complesso di Edipo si basa, non sia innato nell'uomo, ma sia il frutto della sua evoluzione culturale. Per ben spiegare il loro percorso logico, tali autori forniscono alcuni esempi: nel paleolitico, era impossibile collegare la nascita di un bambino al coito avvenuto nove mesi prima, le donne rimanevano incinte per effetto di qualche magia (9) e i bambini crescevano senza la figura del padre; in alcune civiltà c'era una figura maschile che si prendeva cura del bambino ma era il fratello della madre, l'unico maschio legato al minore da un legame di sangue.

In realtà, la nascita dell'idea di paternità si collega al passaggio dalla condizione nomade a quella stanziale e all'introduzione dell'allevamento degli animali. Quindi, se la nozione di paternità non è universale, secondo l'analisi che ritiene errata la teoria freudiana, anche il complesso di Edipo non è più un passaggio obbligato nella formazione dell'io del bambino, ma semplicemente una circostanza legata a un determinato sistema sociale e ad alcune idee ampiamente diffuse. A proposito, Vittorino Andreoli sostiene:

Così come non esiste tra gli indigeni della Melanesia, potrebbe non esistere in un sistema familiare diverso da quello ormai istituzionalizzato dalla società attuale, in cui, ad esempio, non ci fosse alcuna ragione per il bambino di sentirsi minacciato dalla figura paterna o in competizione con essa (10).

1.2. L'incesto e la famiglia

Oggi è condivisa l'idea che l'incesto sia un «evento familiare, il sintomo, il punto di arrivo, di un complesso groviglio di relazioni patologiche interne alla famiglia» (11). Quindi un insieme di complesse e profonde relazioni disfunzionali che si sviluppano nel tempo come seguendo una sorta di "copione" collettivo che in varia misura coinvolge tutti e dove l'incesto agisce come "stabilizzatore" di conflitti e problemi che riguarda più aree funzionali e più soggetti del sistema familiare in cui si esprime (12). Secondo Saraval l'incesto

non è equiparabile a una banale nevrosi di un singolo, né è semplicemente un atto perverso tra due persone, ma è un agito, che definirei "sovversivo" per la struttura familiare. Esso può avvenire perché si sono gradatamente verificate una serie di modificazioni psicopatologiche della struttura familiare (13).

La definizione più incisiva e sintetica della famiglia incestuosa è quella di Racamier (14) che la definisce un "blocco monolitico" in cui si azzerano le distinzioni generazionali, i ruoli e la struttura tanto cari a Freud (secondo la teoria freudiana del complesso di Edipo) perché le parti si scambiano e si invertono in modo dinamico. I posti in famiglia non sono stati precedentemente assegnati: le relazioni tra i membri del nucleo incestuoso sono connotate dalla promiscuità e dall'autarchia. Si tratta di famiglie che sono chiuse in sé, improntate alla confusione delle relazioni e "cementate" da quel segreto che rimarca l'appartenenza e vincola in modo sottile, ma ferreo, tutti i componenti: chi lo vive e non riesce a dire (vittima); chi falsifica sottilmente e nega strenuamente (l'abusante); chi non "riesce" a vedere e ascoltare (come le madri) e chi non può far altro che "far finta" o cercare di non vedere e non sapere (come i fratelli) (15).

Questi aspetti sembrano indiscutibilmente confermati dal vissuto, dalle parole delle vittime che divengono custodi di un terribile segreto che, all'interno della famiglia, sembra assumere un ruolo di equilibrio delle tensioni, uno strumento di stabilizzazione interna e chiusura all'esterno. Un aspetto importante, che sembra determinare notevoli differenze nell'universo rappresentato dalle famiglie in cui si verifica l'incesto, si riferisce alla capacità, da parte della figura genitoriale non abusante (quasi sempre la madre) di accogliere i segnali o le rilevazioni del figlio (o della figlia), di credergli, di schierarsi dalla sua parte e di assumere dunque, un ruolo di genitore protettivo. La letteratura (16) mette in luce che solo il 40% delle vittime però, vede la famiglia al suo fianco dopo la rivelazione, e dai dati del CBM (17) per i casi trattati tra il 1990 e il 1995, emerge, ancor più drammaticamente, che solo nel 27% il bambino riceve protezione dalla sua famiglia nei casi di incesto. Purtroppo un dato diffuso nell'esperienza di nuclei familiari in cui vi siano relazioni incestuose (e in genere la "storia" dell'abuso uno sviluppo e una processualità che copre diversi anni), è proprio rappresentato dalla costellazione di segnali, a volte anche espliciti e facilmente decodificabili, che la vittima tenta di inviare, molto prima della rivelazione che farà scattare l'indagine e quindi la tutela (18).

1.3. La proibizione dell'incesto

Molti antropologi sono inclini a considerare la proibizione dell'incesto come uno dei pochi divieti universali, comuni a tutte le culture conosciute e studiate (19). Un'esplicita proibizione delle unioni incestuoso si trova già nell'antico testamento (Levitino, 20, 17-21); l'esperienza dimostra come l'interdizione dell'incesto, pur accompagnata da gradi di punizione diversi (le modalità reattive vanno dalla totale tolleranza, alla pena capitale (20)) sia di fatto universale. Le eccezioni sono pochissime: nell'antica Persia e nell'Egitto Tolemaico il matrimonio incestuoso veniva praticato nella classe regnante ed in altre società, come quella hawaiana, o nei regni bantù, l'incesto era consentito da alcune classi privilegiate.

Tuttavia è il tabù stesso, indipendentemente dalle regole che lo sostengono, a dimostrare che esiste una tendenza all'incesto e che senza di esso non sarebbe inibita: la legge che vieta la trasgressione, tanto più è rigida, quanto più potenti sono le tendenze alla trasgressione. In Totem e Tabù, Freud (21) riporta e commenta l'incesto come è vissuto da alcuni popoli primitivi della Melanesia, della Polinesia e della Malesia. Nella tribù dei Ta-Ta-Thi, ad esempio, nel nuovo Galles del Sud, per i rari casi in cui si verifica una relazione incestuosa, l'uomo viene ucciso, la violazione del divieto viene punita con il massimo rigore. Un altro esempio di clamorosa condanna, per impiccagione, è quello che riguarda gli abitanti dell'isola di Lepers, una delle nuove Ebridi, dove il giovinetto, raggiunta l'età pubere, è costretto ad abbandonare la casa materna per trasferirsi in quella "dell'associazione" (22). Potrà tornare a far visita alla madre ma solo per chiedere cibo, e se in quell'occasione una sorella fosse in casa, sarebbe lui a doversene andare ancor prima di aver mangiato; se per caso i due dovessero incontrarsi sarà la sorella a doversi allontanare e nascondere; e quando il giovane vedrà orme di passi sulla sabbia e le riconoscerà come quelle della sorella non potrà seguirle (23).

È facilmente intuibile come, in questo caso, la prevenzione dell'incesto renda impossibile al giovane il ritorno all'oggetto amato, in cui ha investito non solo le sue esigenze di amore e di essere amato, ma anche le proprie possibilità di sopravvivenza (24). Dunque l'osservanza delle leggi che regolano i rapporto tra consanguinei richiede la separazione dall'antico rapporto e, come ogni situazione di distacco e di perdita, è probabile che generi frustrazione e depressione ma, contemporaneamente crei i presupposti per un Io solido e autonomo, capace di instaurare e mantenere rapporti oggettuali maturi (25).

Un altro esempio di rapporto incestuoso è quello dei Big Namba, dell'isola di Malekula: l'anziano suocero, il Nambutji, prima delle nozze, picchia con verghe di legno e poi sodomizza il futuro genero (26). In questo rito in cui l'anziano padre usa il promesso sposo come "figlio-moglie", emergono l'elemento sadico, l'incestuoso desiderio per la figlia e la trasmissione da suocero a genero della "cosa" proibita.

Se socialmente l'incesto è un divieto permanente, insormontabile e perseguibile, lo stesso rigore non è applicato per quelle relazioni sessuali che tutto hanno dell'incesto tranne la consanguineità (27). Il vecchio Nambuji, infatti, non viola il tabù, ma come è successo a suo tempo per lui, soddisfa e contemporaneamente trasmette al marito della figlia, verso cui non ha legami di sangue, il desiderio e l'orrore dell'atto proibito (28). A questo proposito si possono fare due considerazioni: la prima, confermata dall'osservazione clinica, è che chi subisce il danno dell'incesto, come se si trattasse di una malattia infettiva, ne diviene portatore e potenziale veicolo di contagio (29), la seconda è che il desiderio di violare il tabù dell'incesto segregato nell'inconscio trova una via di appagamento "lecita" e in un certo senso utile dal momento che "avverte" la nuova generazione dell'ambivalenza emotiva che ha verso il tabù anche chi lo rispetta (30).

Alla proibizione dell'incesto sono state in antropologia proposte principalmente tre tipi di spiegazione (31):

In particolare è la spiegazione sociologica quella che oggi è ritenuta dalla maggior parte degli antropologi la più convincente (32). Ed essa si correla con il binomio esogamia/endogamia, ovvero con la tendenza riscontrabile in ogni società, a contrarre matrimoni ed unioni sessuali con appartenenti ad uno stesso gruppo (endogamia) o ad un gruppo diverso dal proprio (esogamia) (33). La regola dell'esogamia è presente in Freud. In Totem e tabù, Freud muove dalla nozione antropologica di totem, l'oggetto sacro, per lo più un animale, che viene considerato simbolo della tribù e contraddistingue l'appartenenza alla tribù stessa e una specie di legame di parentela fra tutti i membri della stessa. Nel gruppo totemico vigono più tribù con più divieti: non uccidere l'animale totemico, non mangiare carne, non contrarre matrimonio all'interno del gruppo ossia non con membri dello stesso totem (34).

In questo senso alla proibizione dell'incesto corrisponde l'esogamia, ma secondo Lèvi-Strauss, questo è innanzitutto scambio: «In qualunque sua forma è lo scambio, e sempre lo scambio, che risulta essere la base fondamentale e comune di tutte le modalità dell'istituto matrimoniale. Se queste modalità sono tutte assumibili sotto la generale denominazione di esogamia, ciò può farsi a condizione di riconoscere, dietro l'espressione superficialmente negativa della regola di esogamia, la finalità di cui essa tende con la proibizione del matrimonio nei grandi proibiti, e che è quella di assicurare la circolazione totale e continua di quei beni per eccellenza che il gruppo possiede e che sono le sue mogli e le sue figlie» (35).

In generale la tensione verso l'esogamia, corrisponde al fortificarsi del gruppo, non solo in termini biologici e genetici ma anche in termini culturali e sociali (36). Alla base della proibizione dell'incesto vi è dunque innanzitutto lo "scambio" come prima condizione di esistenza della società. Ciò significa che, dice ancora Lèvi-Strauss, che «l'esogamia ha un valore assai più positivo che negativo, perché afferma l'esistenza sociale altrui, e proibisce il matrimonio endogamico solo per introdurre e prescrivere il matrimonio con un gruppo diverso dalla famiglia biologica; e non certo perché al matrimonio consanguineo si attribuisca una pericolosità biologica, ma perché da un matrimonio esogamico risulta un beneficio sociale» (37). Si può dunque affermare che l'esogamia «costituisce l'archetipo di tutte le altre manifestazioni a base di reciprocità, e fornisce la regola fondamentale ed immutabile che assicura l'esistenza del gruppo come gruppo» (38).

Se da un lato la rete di alleanza che i sistemi esogamici produce, permette al gruppo di prosperarsi e di organizzarsi sul territorio in modo anche molto efficace, dall'altro comporta una certa dispersione, anch'essa non solo genetica, ma anche sociale e culturale. Scambiano i geni, la cultura, le risorse economiche e sociali con un gruppo diverso, ogni gruppo perde parte di sé e si fortifica solo nella misura in cui non si perde nell'altro. L'esogamia pertanto, pur essendo teoricamente auspicabile, comporta dei seri rischi nella continuità e nella riproduzione del gruppo (39). Applicare simili caratteristiche alla società in cui viviamo e ai casi di abuso in famiglia, potrebbe rilevare degli aspetti interessanti. Interpretare l'incesto e l'abuso in famiglia presente nella società occidentale in termini di inibizione dell'esogamia apre la strada all'interpretazione di alcuni aspetti della nostra società in termini di crisi, di problematicità e di miseria psicologica. Il non voler contrarre relazioni esogamiche, il non voler scambiare il proprio corredo (genetico, culturale, sociale) con un individuo riconoscibile come altro da sé, potrebbe infatti corrispondere ad una paura di dispersione, annientamento, perdita di sé nell'altro (40).

Anche la pedofilia potrebbe, in via del tutto ipotetica, essere letta come un incesto simbolico, quindi come rifiuto endogamico a "scambiare", esogamicamente il proprio patrimonio (genetico, culturale, sociale) con un partner appartenente ad un gruppo diverso. Simili teorie però non godono allo stato attuale, di nessun riscontro empirico e possono semplicemente aggiungersi alle tante interpretazioni della pedofilia che sinora restano, purtroppo, interpretazioni del tutto astratte (41).

1.4. Una possibile causa: la trasformazione sociale del ruolo della donna

Tra i possibili fattori di ordine culturale che causano l'incesto, una ricerca del CENSIS (42) ha segnalato la trasformazione sociale del ruolo della donna.

Oggi come oggi, numerose legislazioni riconoscono ad entrambi i genitori gli stessi diritti e doveri nei confronti dei figli, il ruolo sociale della donna è cresciuto, molti riconoscimenti, molte conquiste, parificazioni e libertà hanno permesso di creare una donna sicura di sé, che si stima e si rispetta, che ha imparato a far valere le proprie capacità e il proprio talento, divenendo un nuovo soggetto sociale con cui l'uomo è chiamato a confrontarsi, anche se attualmente dimostra di avere difficoltà a rapportarsi con essa. L'adulto, non ancora compiuto, incapace di relazionarsi all'universo degli adulti che lo fa sentire frustrato e inadeguato, può rivolgersi verso soggetti più deboli e inventarsi rapporti con minori, sicuramente molto più facili e che gli permettono di soddisfare la sua autorità (43). D'altra parte questa difficoltà dei rapporti tra i sessi è da questo punto di vista globale, tra i diversi paesi variano le forme, i modi e le espressioni delle violenze sessuali, ma queste appartengono a tutte le aree geografiche. Un esempio: stando alle stime dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (44), per le donne tra i 15 e 44 anni, la violenza costituisce la prima causa di morte o di invalidità, così come, sempre secondo l'O.M.S., almeno una donna su cinque avrebbe subito abusi fisici e/o sessuali da parte di un uomo nel corso della sua vita.

Anche la crescente disoccupazione può essere ritenuta un fattore favorente l'espressione di abuso sessuale intrafamiliare. La perdita di lavoro da parte del capo di famiglia, infatti, con la conseguente quota di frustrazione rispetto alla sua identità di ruolo può determinare depressione e aggressività che tende a manifestarsi inevitabilmente sui minori: il soggetto che si sente incapace di assolvere alle necessità familiari, sfoga il suo disagio sulla prole (45).

Ad una donna attiva e dominante (46), corrisponde quasi sempre un padre-introverso, mentre ad una madre debole e sottomessa, corrisponde un padre-padrone, entrambi possono essere padri incestuosi. Senza dubbio infatti, qualsiasi sia il tipo di padre, la sua personalità ha come assunto il diritto di esercitare il dominio assoluto sui figli. Il padre-padrone corrisponde a un individuo perfettamente calato nel modello patriarcale tradizionale, autoritario e dispotico con personalità fortemente egosintonica, spesso violento e maltrattante verso moglie e figli (47). In genere il padre-padrone è il risultato di una sub-cultura che vede nel maschio l'unico portatore di valori tradizionali al quale devono essere sacrificate le vite di tutte le donne-oggetto della famiglia (48). Secondo questa tipologia di padre, la donna è un oggetto senza valore, di solito sceglie come moglie proprio donne che svalutano se stesse (e in genere l'identità femminile), donne-vittime, assolutamente incapaci di sottrarsi al dominio del maschio, relegate in un ruolo marginale della vita e dell'organizzazione familiare. L'incesto si manifesta con più perversione quando il padre-padrone costringe il figlio maschio a rapporti omosessuali in una vera e propria autarchia sessuale.

Nella seconda tipologia di padre, i ruoli sono invertiti rispetto alla precedente. Troviamo una madre attiva, impegnata fuori dalla famiglia sia per problemi lavorativi sia perché ancora "volta" alla famiglia d'origine (49). Questa appare anaffettiva verso i figli e verso il coniuge, anche se spesso è compulsivamente iperprotettiva verso di lui, per combattere il suo senso di colpa connesso alla propria freddezza sessuale (50). Sul fronte maschile le corrisponde un padre cosiddetto "endogamico" (51) o "introverso", ripiegato sul suo nucleo familiare, passivo e immaturo. Questi genitori apparentemente sottomessi nella dinamica di coppia, sono dipendenti dalle mogli, quasi come da una figura materna, e sembrano aver introiettato una figura materna rifiutante e inaccettabile (52). La dinamica abusiva messa in atto in questa seconda tipologia è in genere improntata alla "seduzione", in un rapporto "psicologicamente" incestuoso già prima che sessualmente. In questo caso ritroviamo le tipologie della figlia "impietosita" e "affascinante", descritta dal gruppo del CBM (53), in cui la bambina o diventa la consolatrice del padre percepito come vittima e come infelice, o cresce diventando una vera "partner" del padre «che si atteggia con lei come coetaneo, che può realizzarsi solo in sua compagnia» (54), riempiendo così spazi lasciati vuoti dalla madre, distante e anaffettiva sia verso il coniuge che verso la figlia stessa.

C'è una precisazione da fare: la categoria del padre incestuoso non appartiene a quella dei pedofili, perché, generalmente, egli non intrattiene relazioni sessuali con altri bambini se non con la figlia o con il figlio. La personalità del padre incestuoso è notevolmente disturbata, principalmente per la grande confusione esistente in se stesso circa i ruoli, il rispetto dell'altro, la non distinzione fra i propri desideri e quelli degli altri (55). Ma il fattore determinante è il caos presente nel suo mondo affettivo, la sua non distinzione fra tenerezza, legame di cura, protezione, legame d'amore e sessualità. La sua evoluzione interiore si è arrestata, non ha vissuto un'adeguata maturità affettiva, ha imboccato, al contrario, un percorso sbagliato alla fine del quale altro non ha trovato che la sua istintualità peggiore.

È un uomo totalmente immaturo che copre la sua immensa fragilità, l'incapacità di assumersi responsabilità, con una corazza di autorità e un ruolo dispotico (56). Nella famiglia che si è creata non è stato in grado di definire i confini generazionali, di dare agli affetti la giusta collocazione, di creare armonia; incapace di stabilire con la moglie un legame valido, fa della figlia una donna adulta, la sua partner. Sostituisce o integra il tipo di legame che ha con la moglie con quello a lui più idoneo: il legame incestuoso con la figlia, perché lei va a riempire il suo grande vuoto interiore, la sua paura di ottenere un rifiuto da una donna matura con la quale non è in grado di confrontarsi (57). La personalità non ancora matura del bambino, che viene da lui vissuto come un oggetto sul quale proiettare la propria insoddisfatta sete d'amore, non fa che aiutarlo in questa folle impresa, perché il minore è in genere, incapace di reagire contro chi ama, infatti il bambino è un individuo sottomesso e accondiscendente per le sue caratteristiche evolutive e per il suo bisogno d'affetto e di cure (58).

1.5. Il ruolo della madre e la presenza di fratelli

Come già sottolineato, il ruolo della donna ha subito una modificazione che le ha dato la possibilità di rivendicare un ruolo nella società che da sempre avrebbe dovuto appartenerle, una libertà maggiore e una parificazione giuridica. Ma non tutte le donne sanno essere "forti". In moltissimi casi di incesto infatti, oggi come ieri, vi è una madre a dir poco assente, non attenta alla sua realtà familiare, non in grado né di essere moglie né di essere mamma (59). È proprio il fallimento come donna e come madre, la paura di perdere il partner, a essere alla base del comportamento complice. Avviene infatti che la madre sappia dell'abuso, ma non faccia niente per impedirlo; anzi, se la figlia le rivela l'accaduto, l'accusa di mentire, di essersi inventata tutto, facendo sì che il marito continui a perpetrare l'incesto (60). A volte passiva e sottomessa, ella stessa ha subito spesso violenze sessuali nell'infanzia, e il ripetersi degli eventi le appare quasi naturale, quasi un diritto da parte del maschio di appropriarsi del corpo d'una bambina; proprio perché l'abuso subito ha strutturato in lei una personalità fragile, tale da ricercare un partner dominante e prepotente. Il suo vissuto non elaborato la porta a reiterare, in maniera più o meno inconscia, il proprio trauma: come se nella famiglia che si è formata sia necessario ri-costruire il proprio dramma, rimettere in atto, come regista, il proprio abuso per poterlo esorcizzare (61). Non in grado di crearsi l'indipendenza psicologica dal maschio dominante, ella collude con il suo compagno e, cercando di mantenere uno pseudo-equilibrio famigliare, talvolta spinge, in maniera più o meno cosciente, la figlia nelle braccia del marito.

Paradossalmente, spesso è il bambino abusato a proteggere la madre debole; mantiene il segreto perché sa che la mamma non può sopportare tale dolore, la difende dalla realtà assumendosene ogni responsabilità, diventando adulto lì dove di adulti non ve ne sono (62). Il bambino paga a caro prezzo questo suo slancio di generosità, perché con il suo silenzio permette il perpetrarsi dell'abuso, sostiene un equilibrio familiare che lo priva del suo ruolo infantile, conforma il comportamento del padre che in tal modo non si crea nemmeno il dubbio su ciò che sta facendo. Il peso del segreto allontana ancora di più il figlio dalla madre, taglia definitivamente una comunicazione che è stata sempre carente, relega il bambino nel suo mondo di violenza e paura. Se non interviene nessun fattore esterno, l'incesto può continuare per anni, rimanere segreto fino all'età adulta; può essere l'unica modalità comunicativa conosciuta dall'abusato, fornendogli così solo elementi distorti delle relazioni umane (63).

Quando l'incesto diventa evidente, per una denuncia o per la ribellione della figlia, anche per la madre-struzzo, arriva il momento di prendere posizione rispetto all'evento (64). Ma, anche in questo caso, se vuole continuare il rapporto con il marito, la madre tende a proteggere il partner, scagliandosi contro la figlia, insultandola e rendendola responsabile di ciò che è accaduto, specie se la figlia è adolescente. Perdere il marito la porterebbe sul baratro della propria incapacità di essere indipendente, di assumersi responsabilità che non è in grado di reggere, di trovarsi a dover dirigere la propria esistenza lì dove il proprio timone era stato sempre affidato ad altri (65). Ella fa pressione sulla figlia per far ritrattare le accuse, minaccia e implora, chiede che la famiglia non venga distrutta dall'infamante accusa, chiede all'abusata di far rientrare la famiglia nella vita "normale" precedentemente vissuta. Solo se la madre riesce a distaccarsi dal marito, allora diventa alleata della figlia e con lei combatte la battaglia morale e giuridica contro l'abusante. Questo tipo di donna riesce, forse in tale fase della propria vita, a stabilire un rapporto valido con la figlia, un rapporto privo di diffidenze e incomprensioni, dove i ruoli sono definiti e dove gli affetti sono, finalmente, liberi di manifestarsi (66).

Nel caso siano presenti più figli, la vittimizzazione di uno solo o di più figli a seconda del sesso, definisce situazioni notevolmente diverse, sia dal punto di vista delle dinamiche relazionali tra i fratelli, sia dal punto di vista degli interventi che devono essere progettati e messi in atto (67). Quindi anche nei fratelli della vittima, vanno di volta in volta, prese in esame le scelte sulle adeguate misure di protezione e di intervento da mettere in atto. Oltre a condividere con la vittima i possibili esiti dell'esposizione alle dinamiche complessive e all'inadeguatezza delle figure genitoriali, i fratelli devono confrontarsi con i propri vissuti connessi all'osservazione del processo di "parentificazione" e di adultizzazione, che l'incesto ha indotto nell'abusato, creando tra fratelli una forte differenziazione non "fisiologica" (come quella dovuta all'età o al sesso) e una dinamica quindi "anomala" e perturbata (68).

Spesso, paradossalmente, i sentimenti verso la vittima si mescolano alla gelosia e al rancore, come hanno sottolineato alcuni autori come Foti e Roccia, che scrivono:

Sembra che in molti casi proprio i fratelli non abusati siano maggiormente danneggiati psicologicamente rispetto alla vittima dell'abuso, probabilmente in quanto essi non hanno neppure i "vantaggi secondari" dell'abuso sessuale che spettano alla protagonista dell'incesto (maggiori attenzioni affettive e materiali che spesso si accompagnano alle ricerche sessuali: regali, coccole o anche solo assenza di percosse, ecc.) (69).

Questi bambini pertanto vengono ad essere privati di riferimenti genitoriali attenti e validi, diventano incerti sulla propria identità, e sulle proprie capacità di analisi e di interpretazione del mondo reale che li circonda, e quindi ostacolati nel processo di individuazione, di maturazione e di crescita. Finiscono spesso per isolarsi in un'area limitata, chiudendosi in se stessi e macinando sentimenti di impotenza e di ostilità repressa (70). Il principio di "realtà", che permette di confrontarsi con il mondo e di verificare le proprie esperienze ed emozioni è così fortemente interdetto, in quanto "pericoloso", e sostituito da quello di "lealtà" al gioco familiare (71).

1.6. Le conseguenze dell'incesto

L'abuso sessuale intrafamiliare costituisce una forma molto particolare di abuso, non equiparabile a nessun'altra. In tutte le altre forme di violenze compiute sui minori, infatti la vittima ha la possibilità di riconoscere nell'abusante il colpevole. Non a caso l'incesto non si configura con più frequenza attraverso modalità non violente, anzi l'abusante ricorre a varie strategie di seduzione per ottenere la disponibilità da parte del minore (72). Come ha sostenuto un eminente psicoanalista, Ferenczi (73) «l'aberrazione dell'incesto sta nel fraintendimento tra il mondo infantile (e quindi il linguaggio della tenerezza) e la sessualità adulta (il linguaggio della passione)». Ciò che occorre mettere in evidenza è che nell'abuso sessuale intrafamiliare, la richiesta seduttiva del bambino, le cui fantasie e desideri sessuali non sono altro che surrogati del bisogno di amore e vicinanza, trova la risposta del genitore attraverso l'espressione di una sessualità reale perlopiù sconosciuta all'infanzia (74).

Il fattore psicopatogenico principale nell'incesto è la confusione a lungo termine dei livelli cognitivi, emozionali e sessuali di relazioni tra le generazioni (75). Il bambino, infatti, è posto in una condizione esistenziale altamente confusiva; l'adulto che lo dovrebbe guidare e proteggere è la stessa figura da cui il bambino dovrebbe difendersi. Per quanto possa sembrare cinico, alla luce delle conseguenze che un bambino subisce da una relazione incestuosa, sembra che una violenza sessuale, anche perpetrata con violenza fisica, sia psicologicamente meno devastante di un abuso sessuale operato con le mani del pseudo-affetto e della seduzione. Infatti, nel caso in cui il bambino o la bambina subiscano la violenza sessuale perché costretti fisicamente, non si ingenerano in loro sensi di colpa causati dall'essere stati "complici" dell'esperienza sessuale (76). L'uso della seduzione comporta dei danni psicologici notevoli per il minore, perché se l'incesto-violento azzera ogni distinzione di generazione e ruolo, l'incesto-seduttivo tende a dare esiti ancora peggiori perché la precosissima erotizzazione crea nelle vittime un legame patologico con il seduttore (77). Si determinano deformazioni della sua personalità: il bambino sente ogni parte di sé contaminata, sente il peso della colpa dal quale non può sfuggire, attiva un sentimento di sfiducia negli altri tale da determinare un suo atteggiamento paranoico verso tutti (78). L'ipereccitabilità causata da un'attività sessuale impropria è vissuta dal bambino con modalità devastante in quanto, attraverso la sessualità non voluta, egli soddisfa i suoi bisogni, certamente non sessuali; come conseguenza egli struttura un Sé confuso, un falso Sé tale da non permettere relazioni fra il suo interno, i suoi reali desideri, e il suo esterno in modo adeguato (79).

Da tutto questo si determina nel bambino una distorsione del suo essere nel mondo che gli sconvolgerà tutta la vita nel perenne meccanismo difensivo che adotterà con tutti i suoi simili, nella convinzione della propria impotenza a modificare gli eventi e a modificare se stesso. Disagio e disturbi psicologici andranno a sommarsi e ad amplificare tali modalità distorte, in una circolarità negativa, in un anello rigido che terrà prigioniero il bambino prima, e l'adulto poi, per tutta la vita, salvo che non vi sia un intervento diretto e mirato a modificare la sua personalità spezzando le catene interne, liberando quelle sue dimensioni interiori che fino ad allora erano state schiacciate (80).

Oggi, l'orientamento scientifico più recente tende ad essere piuttosto severo verso l'impostazione, accusata di facilitare un'ulteriore vittimizzazione del minore, secondo la quel il bambino può essere considerato, in alcuni casi, "vittima partecipante" (81), in quanto conoscendo l'aggressore, avrebbe consciamente o inconsciamente voluto il trauma sessuale, provocando l'adulto o assumendo un comportamento compiacente, oppure accettando in cambio dell'atto sessuale regali o denaro. Sarebbero in realtà gli adulti ad equivocare, interpretando come avances sessuali, gli atteggiamenti di ricerca e di sollecitazione affettuosa da parte dei bambini. La tesi prevalente al riguardo è che la partecipazione del minore non può in ogni modo incidere sulla responsabilità dell'adulto (82). Oggi come oggi possono essere causati anche non pochi "traumi secondari" nel bambino vittima di abuso sessuale, a causa dell'incompetenza degli operatori nei vari ambiti di presa in carico della situazione (83).

Occorre ricordare che l'abuso sessuale non cessa di avere effetti al momento della neutralizzazione e dell'allontanamento dell'abusante dalla vittima. Di conseguenza, quando viene intrapreso un accertamento peritale è necessario cercare molto di più dell'attendibilità di una testimonianza: bisogna entrare in contatto emotivo con il bambino per individuare, al suo interno, la presenza di un'esperienza estranea ed imposta, che continua a produrre effetti nel tempo. Il bambino, che è stato abusato a lungo, non ha alcuna aspettativa di trovare un adulto comprensivo ed accogliente, perché l'esperienza subita è tale da fargli vedere la realtà alla luce degli eventi vissuti: così egli chiederà di lasciarlo solo, perché la solitudine è comunque uno spazio vuoto in cui forse, crede di potersi rifugiare (84).

2. Lo sfruttamento sessuale minorile ed il turismo sessuale

2.1. La prostituzione minorile in Italia

In Italia ci sono circa 18.000 prostitute straniere, il 35-40% di queste, ha meno di diciotto anni (85). Dall'indagine effettuata sui casi segnalati al Tribunale per i minorenni di Venezia tra il 1998 e il 2000 (86) si evince che, nella maggior parte dei casi, si tratta di giovani dell'est europeo, ragazze che hanno vissuto situazioni disagiate (disgregazione familiare, difficoltà economiche, alcolismo, ecc.), che scappano dal proprio paese al seguito di fidanzati con grandi promesse, o vittime di rapimenti o di violenze.

Queste giovani vengono gestite prevalentemente da persone legate alla criminalità organizzata, che pretendono guadagni di un milione al giorno. Qualsiasi ribellione viene punita con nuove violenze e/o ritorsioni verso i familiari rimasti in patria, non sono rare le esecuzioni esemplari, come è documentato dalla cronaca. Il grado di sudditanza psicologica di queste giovani nei confronti dei loro aguzzini è molto forte: sono poche le ragazze che riescono a liberarsi e alcune di queste, per paura di ritorsioni, fuggono appena possono dalla comunità. Alla base di questi comportamenti delle minori prese in esame si ritrovano di frequente situazioni patologiche, quali disturbi del carattere e psicopatie, situazioni familiari e ambientali particolarmente sfavorevoli, carenze di senso morale variamente motivate, che finiscono con l'agevolare l'ingresso nel mondo della prostituzione.

Non è facile avviare una prospettiva di mutamento, anche perché un ulteriore ostacolo all'intervento di sostegno da parte delle istituzioni deriva dalle pressioni che la criminalità organizzata effettua sui familiari rimasti nel paese di origine. L'assenza quasi totale di risposte significative provenienti dal paese d'origine delle minori, che è stato interpellato solo nel 57,6% delle situazioni esaminate dal Ministero delle Pari Opportunità, rinforza in queste ragazze il senso di abbandono e di sfiducia nei confronti delle istituzioni. Lo Stato di appartenenza risponde solo nel 12,2% delle procedure, inviando di rado informazioni sulla famiglia (6%), eccezionalmente avanzando richiesta di rimpatrio (3%); la risposta è rara anche nei casi in cui la minore dichiara di essere stata "rapita". Insufficienti risultano anche le notizie che pervengono sulle famiglie, delle quali si trova riscontro solo nel 57,5% dei casi esaminati.

È ancora presto per valutare l'efficacia del nuovo art. 25 bis del R.D. 30 luglio 1934, n. 1404 dato che la sua istituzione risale alla seconda metà del 1998, ma gli esiti già riscontrati sono diversi: solo in alcuni casi (6%) è avvenuto in affido eterofamiliare che fa ipotizzare un buon inserimento delle ragazze nel nostro contesto sociale; 3 minori sono state rimpatriate; il 24,4% sceglie la fuga dalla comunità, in alcuni casi sotto le violente pressioni dall'estero. Il 15,5% delle procedure è stato archiviato per raggiunta maggiore età e altrettante procedure sono state chiuse con la conferma del provvedimento in atti di collocamento in comunità. Il rimanente 30% delle procedure rimane sospeso. Le minori che non scappano dall'istituto di accoglienza corrono il rischio di venire "dimenticate", spesso in attesa del compimento dell'età di diciotto anni che, pone fine all'intervento del Tribunale per i minorenni. Di coloro che fuggono dalla comunità vengono perse le tracce; si presume che vengano condotte in altre località o in altri paesi con documenti falsificati. Molto quindi rimane ancora da organizzare nel lavoro tra istituzioni per tutelare queste minori che provengono da storie di violenza (abusi, maltrattamenti, inganni da parte di familiari e "fidanzati") e che hanno comunque il miraggio del "restare in Italia a lavorare" (48,5%). Le minori hanno bisogno di recuperare almeno a livello minimo il loro svantaggio scolastico, di ottenere un valido sostegno psicologico, di rientrare in ritmi di vita normali, e in primo luogo di essere protette da chi le sfrutta.

2.2. La prostituzione minorile nel resto del mondo

Mentre i Mass Media danno un'immagine stereotipata del pedofilo e la popolazione si convince si tratti di malattia, nei paesi in via di sviluppo, ci sono villaggi privi di adolescenti che si sono trasferiti tutti nei grandi centri urbani. La maggior parte di loro è coinvolta nella prostituzione, in alcuni casi di loro iniziativa, in altri obbligati perché venduti come schiavi dagli stessi genitori (87). In paesi come la Thailandia, una ragazza che si prostituisce guadagna 20-30 volte di più di quanto guadagnerebbe con ogni altra occupazione a lei accessibile (88). Le condizioni in cui vivono queste ragazze (spesso bambine) sono devastanti: c'è un largo uso di psicofarmaci ed alcool per riuscire a reggere questo tipo di vita, molto spesso si verificano suicidi, soprattutto quando le condizioni fisiche non permettono più loro di lavorare. Il detto più comune di Patpong, strada di Bangkok è: «donne a 10 anni, vecchie a 20, morte a 30» (89).

In Brasile ci sono bambine che a tredici anni vengono considerate e si sentono donne. Per entrare nei locali le ragazzine devono essere maggiorenni, ad eccezioni di quei locali in cui l'entrata è accessibile anche a bambine di dodici anni, le cosiddette "ninfette" (90). Il divieto di accesso però, non preoccupa troppo le ragazzine, che aspettano il cliente sul marciapiede di fronte. In Brasile ci sono moltissimi bambini e bambine che fumano ed inalano colla da piccole buste di plastica, addentano pane duro servito dalle cucine dei ristoranti adiacenti ai "luoghi di prostituzione". Camarca sostiene che in Brasile la gente ha paura dei bambini, non si fida di loro perché li ritiene quasi tutti drogati di colla, che non ci mettono molto a tirare fuori un coltello se scorgono i dollari. Gli stessi bambini che spesso dormono al riparo delle poche automobili parcheggiate, o avvolti in fogli di giornale.

2.3. Cosa rende i bambini vulnerabili allo sfruttamento sessuale?

La prostituzione, nei paesi in via di sviluppo, è vissuta come una delle poche fonti di sopravvivenza e le cause si perdono nella notte dei tempi.

C'è però, da fermarsi un attimo e analizzare una considerazione. Oggi come oggi, le ragazzine di 13-14 anni, si sentono adulte e non fanno niente per nasconderlo. Forse sono davvero già donne. Probabilmente si tratta di una sorta di "sviluppo" della società, le ragazzine oggi sono molto più propense ad emulare personaggi della moda, dello spettacolo, che rimandano immagini non proprio "caste". Hanno sicuramente molta più voglia di vivere le emozioni "adulte" che continuare a giocare con le bambole. Senza dubbio una "spinta" fondamentale in questo senso è data da un altro tipo di sviluppo, quello fisico. Oggi l'età del menarca si molto abbassata, spesso a 9 anni già moltissime bambine hanno il primo ciclo mestruale, che in termini sessuali significa possibilità di avere un bambino, e che si traduce in una fisicità pronta per un rapporto sessuale. Magari anche se non si sentono psicologicamente pronte, è difficile convincerle che "mentalmente" devono ancora aspettare, ed è qui che probabilmente i genitori fanno leva sui famosissimi "valori": il primo rapporto solo quando c'è l'amore. Ma quello vero. È inutile dire, le ragazzine di dodici anni sono già donne, magari inesperte, ancora molto insicure ed ingenue, ma sono donne. In Brasile soprattutto, questa concezione è disarmante e facilmente riscontrabile vista la principale attività di sopravvivenza: la prostituzione. La concezione sociale comune in Brasile è che, senza ripensamenti, la ragazzina che vive nella favelas a tredici anni è una donna fatta, che probabilmente si sente anche molto lusingata dagli sguardi ammirati. Sono solo fiorellini appena sbocciati, ma che sanno essere maledettamente seduttive. Camarca ne I Santi Innocenti descrive molto dettagliatamente l'atteggiamento che vive una ragazzina di dodici anni brasiliana:

si mascherano da donne fatali, si nascondono dietro a trucchi e tacchi a spillo. Non solo vengono considerate donne, ma sono loro a sentirsi tali. Fanno di tutto per attirare l'attenzione del cliente con gridolini e sguardi accattivanti, ancheggiando languidamente e prostrandosi in seducenti effusioni. Se il cliente non apprezza, si sentono rifiutate, socialmente disconosciute (91).

Forse sono ancora bambine, forse dovrebbero ancora giocare, ma non ci dimentichiamo che la prostituzione è una fonte importante per la loro sopravvivenza. Essere costrette ad affrontare problemi "adulti" le spinge per forza a crescere, ad una maturità che altre bambine del mondo, coccolate da benessere ed agiatezza, possono permettersi di non avere. Non possiamo certe pretendere che, dopo che la società le costringe a prostituirsi per vivere, i loro pensieri siano ancora quelli senza tempo, i pensieri dei bambini.

Provando ad analizzare le cause, ci si trova di fronte alla solita statistica dell'ECPAT (End Child Prostitution in Asian Tourism) (92), secondo cui la povertà è solitamente la prima causa di questo squallido mercato. Già in tenera età i bambini vengono venduti o "dati in uso" a chi li vuole sfruttare sessualmente in cambio di denaro o beni di consumo (93). La mancanza di valori dovuta ad un ambiente privo dei fondamentali mezzi di sussistenza e di educazione può spingere ad azioni violente e incontrollate anche nell'ambito della stessa famiglia dove i più deboli, i minori, soccombono ad ogni sorta di maltrattamenti e spesso subiscono abusi da parte dei genitori e dei fratelli maggiori. Come sostiene O' Grady infatti,

la forza che spinge i genitori a vendere i propri bambini non è soltanto la povertà, ma l'erosione di valori. C'è una motivazione consumistica dietro lo scambio della propria figlia - da parte di una famiglia contadina - con una televisione in bianco e nero. Nell'ambito delle comunità rurali di molti paesi, c'è bisogno di programmi educativi, capaci di sottolineare i valori sociali e delle piccole comunità (94).

Il punto è che se, come risultato della violenza domestica, i giovani si ritrovano sulla strada, l'istinto di sopravvivenza li rende per forza vulnerabili ad un certo genere di proposte, inclusa la prostituzione, specie se si tratta di ragazzine, ma anche i maschi ne sono sempre più coinvolti. Secondo Saffiotti (95) la questione è con quale modello il giovane può identificarsi. Troppo spesso infatti, per il giovane che scappa lontano da casa, ad esempio, il modello maschile è rappresentato dal ladro o dal rapinatore, dall'assassino o dallo spacciatore, specialmente se motivo dell'allontanamento sono state le violenze domestiche (96).

Nonostante questo sia un fattore determinante, secondo l'ECPAT, la povertà da sola non può spiegare perché così tanti minori sono vittime dello sfruttamento sessuale. Molti bambini infatti, provenienti da famiglie povere non entrano nel giro della prostituzione, al contrario, bambini più agiati possono finire nel mercato del sesso (97). Lo sfruttamento sessuale dei minori si attua tanto nei paesi sviluppati, quanto in quelli in via di sviluppo, per questa ragione è importante considerare anche altri fattori che lo rendono possibile. Primi fra tutti sicuramente gli abusi e la trascuratezza verso i bambini. ECPAT ritiene infatti che l'80% dei bambini sfruttati nell'industria del sesso abbiano sofferto in precedenza di abusi fisici e psichici da parte dei loro familiari e, alcuni, addirittura siano stati oggetto di aggressioni sessuali da parte dei loro parenti o amici. Alcuni bambini assistiti nel 1998 dall'International Summit of Sexual Exploited Youth (98) riferiscono che il loro ingresso nel mondo del sesso a pagamento è avvenuto nel momento in cui i genitori hanno rivelato loro di essere "figli indesiderati". Alcuni considerano l'ingresso nel giro della prostituzione come un grido d'aiuto e una richiesta d'amore (99).

Un altro fattore da tenere in considerazione nell'analisi delle cause dello sfruttamento sessuale, può essere quello del conflitto armato. Durante il caos dovuto ai conflitti armati o agli esodi di massa infatti, genitori e figli finiscono spesso per separarsi e molti bambini rimangono orfani (100). I minori non accompagnati sono più esposti all'abuso e allo sfruttamento sessuale. L'aumento dei confitti armati nel mondo ha prodotto un numero crescente di bambini prede degli sfruttatori. Numerose scomparse, ad esempio, sono avvenute nei campi di rifugio del Kossovo, così come in quelli africani. I minori vengono venduti e trafficati dagli stati con situazioni di conflitto verso quelli adiacenti relativamente sicuri, ad esempio da Myanmar verso la Thailandia, o dalla Georgia alla Turchia. In Colombia è stato riferito di ragazze intorno ai 12 anni che in cambio di protezione offrivano prestazioni sessuali al personale paramilitare. In Messico sono state trovate due ragazze del Guatemala, sempre di 12 e 10 anni, che si prostituivano per i soldati in una caserma di una città al confine (101).

In molti paesi sviluppati, i minori inseriti nel giro della prostituzione non sono poveri che tentano di sfuggire alla loro condizione di miseria, ma provengono dalle classi medie e sono mossi dal desiderio di ottenere facili guadagni. Sono influenzati dalla pressione delle forti pubblicità, così come dal valore che la stessa società attribuisce ai beni di consumo firmati e costosi. Nelle Fiji, ad esempio, numerosi rapporti rivelano un crescente incremento di minori che si prostituiscono durante il periodo delle feste per guadagnare soldi da investire nei regali. Stando ad indagini delle forze dell'ordine italiane, questo fenomeno è abbastanza diffuso anche nel nostro paese (102).

Un terribile e assillante problema è rappresentato dall'AIDS. L'Unicef ha stimato che, entro la fine del 2000, 10.4 milioni di bambini africani di età inferiore ai 15 anni hanno perso i loro genitori a causa dell'AIDS (103). Terre des Hommes valuta che l'Asia raggiungerà presto l'Africa per numero di infetti in valore assoluto, e questo significa che probabilmente in un futuro prossimo la guida di molte famiglie ricadrà nelle mani degli stessi figli. Orfani, o semplicemente bambini, oppressi dalla responsabilità di prendersi cura dei loro fratelli più piccoli, possono facilmente divenire vittime di sfruttamento sessuale e abusi.

Un fattore curioso e forse poco conosciuto è quello che ECPAT riferisce alla condotta sessuale irresponsabile. Molti uomini considerano come discriminante la verginità di una ragazza, sia in vista del matrimonio, che fuori da esso. In aggiunta, esistono diverse leggende e miti popolari sul sesso con donne vergini. In molte regioni dell'Asia, per esempio, alcuni uomini credono che l'avere rapporti sessuali con una ragazza giovane (quindi presumibilmente vergine o con pochi altri partners alle spalle), possa proteggerli dal contrarre l'HIV. Alcuni credono addirittura che questo possa curarli. E ancora, c'è chi crede che avere un rapporto con una ragazza molto giovane, possa restituire giovinezza, donare buona salute, longevità, vigore, successo e fortuna. Molte di queste credenze sono diffuse anche in Africa. Esistono anche altre tradizioni che rendono i minori vulnerabili allo sfruttamento sessuale. Ad esempio, in alcuni paesi, le figlie delle prostitute finiscono per prostituirsi anch'esse, e questo accade per via di strutture come il sistema di caste che possiamo trovare nell'Asia del Sud. Oppure può accadere anche per vie informali, come in Messico, a Tapachula, dove vivono delle ragazze che lavorano nell'industria del sesso, seguendo le orme delle loro madre (104). Formalmente o informalmente, il risultato rimane tuttavia lo stesso, figlie di prostitute raramente hanno possibilità alternative. In Ghana bambine, di solito sotto i 10 anni, vengono donate ai santuari locali nel caso in cui un membro della loro famiglia abbia commesso una colpa, per espiare il peccato. In questa tradizionale pratica, nota come Trokosi, la ragazza diviene proprietà del monaco feticista e deve provvedere al suo appagamento sessuale e ad altri lavori per lui. Nel 1998 il Parlamento del Ghana ha penalizzato tale pratica, tuttavia si stima che nei monasteri ci siano ancora circa 4.500 giovani coinvolti in questa pratica.

In un recente studio sulla prostituzione nella Thailandia del Nord realizzato da ECPAT (105), i bambini delle "tribù delle colline" venivano definiti come uno dei gruppi più esposti al rischio di sfruttamento sessuale. Questo perché i thailandesi negano loro molti diritti, come quello allo studio e al lavoro. In una ricerca sullo sfruttamento sessuale a fini commerciali dei minori condotta nel 2000 dal Ministry of Woman, Family Welfare and Child Development delle Mauritius, è emerso che la maggior parte dei minori coinvolti nella prostituzione provenivano da comunità residenti in quartieri malfamati. Queste aree sono occupate principalmente da minoranze "creole" (106). Un altro rapporto di Save the Children Canada, anch'esso del 2000, mostra come sebbene i giovani aborigeni siano solo il 3-4% della popolazione complessiva, in molte località essi costituiscono la maggioranza degli occupati nell'industria del sesso, raggiungendo addirittura il 90%.

Sappiamo che le forme di prostituzione sono essenzialmente due: lo sfruttamento all'interno dei bordelli, a cui i bambini spesso vengono venduti come schiavi sessuali dalle loro stesse famiglie; e la prostituzione di strada, ove i bambini vendono servizi sessuali in cambio del minimo indispensabile per la sopravvivenza. I bambini di strada, in particolare, possono essere trovati in diverse città dell'America Centrale e del Sud. Questi spesso sono costretti a prostituirsi per sopravvivere, e in confronto ad altre forme di prostituzione i loro guadagni sono veramente miseri. In Ciudad Jarez, una città di confine del Messico, i bambini di strada (solitamente tra i 12 e i 17 anni di età) lavorano occasionalmente nel commercio sessuale per la loro sussistenza. Lavorano tramite intermediari che ricevono i compensi e ne danno a loro una minima parte. Alcune volte questi vengono pagati con droga o con richieste di altri lavori collegati alla pornografia. Situazioni simili le troviamo nell'Europa dell'Est. In Romania circa il 5% dei bambini senza casa è vittime dello sfruttamento sessuale ai fini commerciali.

2.4. Il turismo sessuale in Romania: i bambini delle fogne di Bucarest

Bucarest è la capitale della Romania e conta circa 2.500.000 abitanti, la maggior parte dei quali vive con un salario mensile di circa duecentomila delle vecchie lire italiane. Bucarest conta più o meno sessanta casinò ed un elevato numero di nights clubs, tanti maxi-schermi digitali che propongono ininterrottamente gli ultimi modelli di telefonia cellulare e succhi di frutta italiani. È una città che presenta tantissime contraddizioni, ad esempio, quando ci fu la storica eclissi di sole nel 1999, molti contadini si rinchiusero in casa dopo aver ucciso le loro bestie, convinti che fosse arrivata la fine del mondo, una donna gettò in fondo ad un pozzo il suo neonato per paura che potesse essere il figlio del demonio ecc. La Romania appare come un punto di confine tra il medioevo ed il 2000, tra preistoria e modernità. (107) Bucarest ha anche un suo lato squallido, è un serbatoio per chi sfrutta e violenta i bambini, una richiestissima tappa per chi pratica il turismo sessuale. Il turista deve trascorrere solo due ore di aereo per poter soddisfare qualunque turpe desiderio, per poter comprare un bambino con un lecca lecca, per affittare per pochi dollari, un appartamento appena fuori città o una camera in un prestigioso hotel, dove il portiere non vede e non sente nulla, per pochi dollari, ovviamente. Racconta Camarca:

Se vuoi entrare nei loro cuori baciali in bocca. Non pensare alle malattie. Non ti succede niente. Le bambine ci stanno subito, schiudono le labbra e ci mettono la lingua in mezzo. Se tu rispondi ce li hai in pugno. Sono tutti senza famiglia, abbandonati per strada. I genitori li hanno rinnegati, tu vai lì per una settimana e prendi il posto della mamma. Trattali come se li amassi sul serio. Ne vale la pena, in cambio otterrai l'appagamento incondizionato di qualunque desiderio (108).

Bucarest è una città piena di bambini di strada e di cani randagi, entrambi sporchi, soli, denutriti, entrambi randagi in cerca di cibo. Negli orfanotrofi, nelle fogne, nelle stazioni o sui marciapiedi di Bucarest e di tutta la Romania, la storia ci scorre vicinissima senza nemmeno conoscerla. La psicologa e psicoterapeuta Maria Rita Parsi scrive: «Come una sorta di realtà parallela ed inutile, l'occhio dell'occidente comodamente dorme, fa finta di niente e sogna libero dagli scrupoli di ciò che gli accade accanto» (109).

E la storia parla finalmente di questi bambini, dai 3, 4 anni, fino a 16, 17 anni, soli e abbandonati dalle famiglie, inesistenti per un governo che si rifiuta di prendersene cura, come dovrebbe. I bambini delle fogne, perché proprio nelle fogne questi bambini dormono, per sopravvivere al freddo. Nelle fogne perché passa il metanodotto, con i suoi grandi tubi, caldi, che permettono di mantenere una temperatura intorno ai trenta gradi, e non solo. Il ventre della terra permette loro anche di essere al sicuro, perché il ricco occidentale non scende là sotto, dove si respira un «odore di panni sudati incrostati di vomito che fa salire una claustrofobia sensazione di sepoltura» (110).

Quando i pedofili hanno provato a scendere nelle fogne, se ne sono amaramente pentiti: Massimiliano Frassi, responsabile dell'associazione Prometeo (111), che più di una volta ha avuto occasione di scendere in quell'inferno, ha notato le borse e le macchine fotografiche digitali appese come trofei di caccia ai bastoni di ferro, in attesa di essere rivendute sul mercato per pochi spiccioli. In estate invece, quando la temperatura raggiunge per strada i quaranta gradi, molti bambini abbandonano le fogne (dove si arriva ai sessanta gradi), per andare al mare, nel senso che si trasferiscono nelle località di villeggiatura, dove grazie alla presenza dei turisti sessuali, cercano di guadagnarsi una giornata di vita in più. Altri invece si rifugiano nei boschi (da qui il soprannome dispregiativo di "boschettari"), che vivono con animali, scavando nel terreno le proprie tane dove dormire e trovando riparo nel buio dalle aggressioni degli avidi cacciatori che sono perennemente sulle loro tracce (112).

Viene spesso da chiedersi come è possibile che così tante famiglie abbandonino i loro piccoli e che nessuno faccia niente per loro. È rassicurante pensare che nella parte di mondo in cui noi viviamo, non passerebbe certo inosservata una situazione del genere, con la speranza (e mi piace pensare, la consapevolezza) che qualcuno si muoverebbe (fossero anche solo le associazioni di volontariato) per far cessare tanto squallore. Ma la storia romena non è come la nostra: quasi tutte le famiglie di provenienza dei bambini sono famiglie estremamente povere, spesso i genitori condividono con 7, 8 bambini uno spazio di venti metri quadrati, senza riscaldamento, né servizi sanitari (113). A peggiorare la situazione, parallelamente alla povertà economica, c'è una povertà morale ancora più profonda. Il più delle volte, il padre, schiacciato da una situazione che non riesce (e non può da solo) gestire, è un etilista o ha gravi problemi psichici e sfoga la sua rabbia, la sua impotenza, sui bambini, innocenti, che non capiscono.

Una delle principali cause di fuga da casa dei bambini, potrebbe essere l'abuso intrafamiliare che subiscono da parte dei genitori (114), per questo motivo una volta che si trovano in strada accettano la logica di doversi prostituire per sopravvivere, passando dalla condizione di vittime passive a quella di vittime attive (115) ovvero, scegliendo di dover subire violenza, non subirla per scelta altrui (ma hanno davvero una qualunque altra alternativa?). E non solo da casa fuggono a causa delle violenze subite, ma anche dagli orfanotrofi. Quello degli istituti che accolgono piccini è un tasto particolarmente dolente per la Romania, si conta che tra i minori ancora negli istituti, il 10% sia destinato agli istituti psichiatrici e il 30% rimarrà assistito cronico, di questi 3.500 sono sieropositivi (116).

Sembra che i bambini che vivono in strada, nella sola Bucarest, siano oggi, circa 5.000, anche se non esistono stime precise, perché molti di questi bambini transitano nella capitale non fermandovisi stabilmente. Inoltre, il Governo non riconosce questi bambini, è come se non esistessero per nessuno, come se fossero figli di un dio minore, carne da macello per chi vorrà assaggiare. Il 6% di questi bambini in strada vi è nato. Soni i figli delle ragazzine che fuori di casa hanno una sola possibilità per sopravvivere: prostituirsi. La maggior parte di queste bambine sono sieropositive e così anche i loro figli. Nessuna di loro arriverà alla maggiore età, se avranno fortuna potranno tentare di curare i loro figli nell'ospedale principale di Bucarest, il cui reparto infettivi è «una perla incastonata in un monile di latta» (117).

Il pedofilo turista sessuale in Romania, spesso cerca vittime sempre più giovani dimenticandosi che proprio per la loro tenera età i loro corpicini sono più vulnerabili, le membrane delicate permettono con più facilità che avvenga il contagio dell'AIDS. Ma a questo il pedofilo sembra non fare caso, anzi, cerca vittime sempre più giovani e sfoga la sua bestialità contagiandoli e condannandoli, così, definitivamente a morte certa.

Il responsabile dell'associazione Prometeo (118) durante uno dei suoi viaggi a Bucarest ha avuto l'occasione di conoscere uno di loro, un pedofilo turista sessuale. Frassi sostiene che più o meno sembrano tutti uguali, nei modi, nell'apparenza, nel modo di vestire, nello squallore di quello che fanno. L'uomo che racconta la sua storia a Frassi ha più o meno cinquant'anni (portati male), camicia bianca candida aperta sul petto rigorosamente villoso, pochi capelli tirati indietro con il gel (effetto "unto su unto"), fronte alta e spaziosa, non sempre segno d'intelligenza, evidentemente, al polso pesante orologio rolex d'oro, rigorosamente originale. Imprenditore, sposato con un'insegnate elementare da venti anni, due figlie di sedici e quattordici anni che d'estate vanno a fare i corsi di lingua inglese a Londra, perché con l'inglese poi gireranno il mondo e poi è sempre importante sapere una lingua straniera. Quando Frassi gli chiede se le sue figlie sono fidanzate? La sua risposta è «Certo che no, sono troppo giovani!» (119) Troppo giovani. A Bucarest ha una delle 6.000 imprese italiane (la metà delle quali coperture per traffici illeciti o scappatelle amorose, come se l'una escludesse l'altra), dove produce articoli pagandoli poco o niente al laboratorio convenzionato, da rivendere in Italia a caro prezzo nelle boutique del centro. In Romania cerca le bambine, le adora di non più di 10 anni, le trucca e le riempie di profumo, ama lavarle nella vasca da bagno nella quale svuota tutti i boccettini che la Direzione dell'hotel (che ormai conosce bene i suoi gusti e li anticipa), gli regala. Racconta che l'ultima bambina che ha "amato", aveva 12 anni, troppi, ma lui era troppo stanco quella sera per cercare ancora. La bimba, Sandra, vestita con una gonnella a fiori e una camicetta rosa, è in AIDS conclamato, regalo di un turista francese che due anni prima l'aveva violentata per tre giorni consecutivi lasciando al patrigno, suo "tutore", come pagamento, 50 dollari ed un impermeabile in pelle. Sandra, non resiste a lungo a questa ulteriore violenza e muore dopo poche ore. Il pedofilo è arrabbiato: a caro prezzo ha pagato un giocattolo che si è rotto subito. Ore dopo, in un vicolo troveranno racchiusa in un sacco una bambina con una gonnella a fiori ed una camicetta rosa.

Anche per i bambini molto piccoli, 4, 5, 6 anni d'età, la prostituzione spesso è l'unico rimedio per sopravvivere, stando in strada. Non essendo "sufficientemente abili per rubare", non riuscendo a trovare soldi chiedendo l'elemosina, hanno come unica possibilità quella di accettare le offerte fatte loro dal pedofilo. Offerte fatte anche in mezzo alla strada, racconta Frassi:

La bambina ha non più di otto anni, il viso è coperto di macchie nere. Sporca come i cani che la seguono. L'auto le si ferma così vicino che per un attimo penso che l'abbia investita. L'uomo seduto dietro, scende, parlotta brevemente con lei, quindi dopo essersi slacciato i pantaloni la costringe ad avere un rapporto orale. Lì, in mezzo alla strada, sotto la luce tristemente spettrale del vecchio lampione arrugginito (120).

A Bucarest la carta dei diritti dei bambini è violata su tutti i fronti. Nessuno di loro viene amato, nessuno di loro viene nutrito, nessuno di loro va a scuola, nessuno ha la garanzia di poter sopravvivere, una sorta di Dead Boys Walking.

Note

1. G. Marotta, L'incesto in Italia: aspetti giuridici e socio-criminologici, Bollati Boringhieri, Milano, 1990.

2. A. Berti, S. Martello, Incesto: Aspetti antropologici, psicologici e legislativi, In Ricerca medica, n. 1, 1995, p. 12-26.

3. R. Lanocita, Il mondo degli dèi e degli eroi, Ed. Janus, Bergamo, 1996, p. 144-147.

4. Sofocle, Edipo re, Einaudi, Torino, 1991.

5. L'indovinello era il seguente: qual è l'animale che al mattino cammina con quattro piedi, a mezzogiorno con due ed alla sera con tre? La soluzione: L'uomo: da fanciullo si trascina su mani e piedi, quando è nel pieno vigore si regge su due gambe e durante la vecchiaia si appoggia ad una terza gamba, il bastone. R. Lanocita, Il mondo degli dèi e degli eroi, Ed. Janus, Bergamo, 1996, p. 146.

6. L. Bal Filoramo, La relazione incestuosa, Borla, Milano, 1997.

7. A. Gombia, Bambini da salvare, Red Edizioni, Novara, 2002, p. 68.

8. V. Andreoli, Dalla parte dei bambini. Per difendere i nostri figli dalla violenza, Ed. SuperBur, Milano, 2003; J. Bowlby, Attaccamento e perdita, Vol. II, in La separazione dalla madre, Bollati Boringhieri, Torino, 1975; E. Costa, La violenza nella famiglia, in Minerva Psichiatrica, 26, 1985, p. 137-142.

9. La convinzione era che le donne rimanessero incinte passando sotto un determinato albero della fecondità o perché toccavano qualche animale magico. V. Andreoli, Dalla parte dei bambini. Per difendere i nostri figli dalla violenza, Ed. SuperBur, Milano, 2003, p. 72.

10. V. Andreoli, Dalla parte dei bambini. Per difendere i nostri figli dalla violenza, Ed. SuperBur, Milano, 2003, p. 73.

11. M. Malacrea, A. Vassalli, Segreti di famiglia, (a cura di), Cortina, Milano, 1990.

12. P. Mari, Supervisore del "Centro di Aiuto al Bambino Maltrattato e alla Famiglia" di Roma, intervento intitolato Nodi relazionali della famiglia abusante, in Per i derubati del Sole. Un percorso formativo nei casi di abuso e maltrattamento infantile, Atti del percorso formativo, Roma, gennaio 2001 pp. 36-37.

13. A. Saraval, Introduzione, in M. Malacrea e A. Vassalli, Segreti di famiglia, Cortina, Milano, 1990, p. 3.

14. P.C. Racamier, Il genio delle origini, Cortina, Milano, 1993.

15. S. Vegetti Finzi, L'incesto e le conseguenze sull'infanzia, in Centro Nazionale di Documentazione e Analisi sull'infanzia e l'adolescenza, Pianeta Infanzia 1: questioni e documenti. (Dossier monografico: violenze sessuali sulle bambine e sui bambini), Istituto degli Innocenti, Firenze, 1998, pp. 24-35.

16. M.D. Everson et. al., Maternal Supporto Following Disclosure of Inceste, in American Journal of Orthopsychiatry, n. 59 (2), 1985.

17. M. Malacrea, Trauma e riparazione, Cortina, Milano, 1998.

18. P. Mari, Supervisore del "Centro di Aiuto al Bambino Maltrattato e alla Famiglia" di Roma, intervento intitolato Nodi relazionali della famiglia abusante, in Per i derubati del Sole. Un percorso formativo nei casi di abuso e maltrattamento infantile, Atti del percorso formativo, Roma, gennaio 2001 pp. 38.

19. I. Merzagora, L'incesto, Giuffrè, Milano, 1986, pp. 4 - 13.

20. American Jourmal 150: 3, Rethinking Oewdipur: an Evolution Perpsective of Incest Avoidance, Marzo 1993.

21. S. Freud, Totem e tabù, Bollati Boringhieri, Torino, 1967.

22. S. Freud, Totem e tabù, Bollati Boringhieri, Torino, 1967.

23. Ibidem.

24. P. Mari, Nodi Relazionali della famiglia abusante, in Per i derubati del sole. Un percorso formativo nei casi di abuso e maltrattamento infantile, Centro di Aiuto al Bambino Maltrattato e alla Famiglia, Atti del percorso formativo, Roma, 2001.

25. M. Acconci, A. Berti, Grandi reati, piccole vittime. Reati sessuali a danno dei bambini, Erga edizioni, Genova, 1999, p. 203-211.

26. W. Muensterberger, Perversione, norma culturale e normalità, in Psicoterapia della perversioni, Ed. Astrolabio, Roma, 1972.

27. M. Mancia, Riflessioni sulla Psicoanalisi contemporanea, in Psicoanalisi ed Antropologia, Ed. Bollari Boringhieri, Torino, 1995.

28. W. Muensterberger, Perversione, norma culturale e normalità, in Psicoterapia della perversioni, Ed. Astrolabio, Roma, 1972.

29. M. Acconci, A. Berti, Grandi reati, piccole vittime. Reati sessuali a danno dei bambini, Erga edizioni, Genova, 1999, p. 205.

30. M. Mancia, Riflessioni sulla Psicoanalisi contemporanea, in Psicoanalisi ed Antropologia, Ed. Bollari Boringhieri, Torino, 1995.

31. N. Rouland, Antropologia giuridica, Giuffrè, Milano, 1992, p. 46.

32. E questo essenzialmente per le due seguenti rispettive ragioni: la spiegazione biologica presuppone che popoli anche molto primitivi abbiano consapevolezza degli effetti prodotti dalla procreazione di genitori consanguinei quando in alcuni casi popolazioni tradizionali (ad esempio alle isole Trobrinad) non sono neanche a conoscenza della correlazione fra gravidanza ed atto sessuale; la spiegazione psicologica invece si basa su un'assunzione smentita da innumerevoli riscontri empirici che confermano l'attrazione sessuale fra consanguinei (per non parlare degli stessi presupposti della psicoanalisi) e dalla semplice e logica osservazione secondo cui non ci sarebbe alcun bisogno di proibire qualcosa che istintivamente nessuno è disposto a fare. V. Andreoli, Dalla parte dei bambini. Per difendere i nostri figli dalla violenza, Ed. SuperBur, Milano, 2003, p. 72-73.

33. C. Seymour-Smith, Dizionario di antropologia, Sansoni, Firenze, 1991.

34. Freud interpretava queste caratteristiche delle tribù primitive con mezzi psicoanalitici e, più precisamente, era del parere che l'animale totemico simbolizzasse la figura del padre e che i tabù corrispondessero a divieti derivanti dal complesso di Edipo: il divieto di parricidio e il divieto di incesto. D. Fusaro, Sigmund Freud. La sublimazione, in Xaos/rivista di filosofia, arte e letteratura, n. 2, anno II, Luglio/ottobre 2003.

35. C. Lèvi-Strauss, Le strutture elementari della parentela, 1984, Milano, p. 614.

36. N. Rouland, Antropologia giuridica, Giuffrè, Milano, 1992.

37. C. Lèvi-Strauss, Le strutture elementari della parentela, 1984, Milano p. 616.

38. Ibidem.

39. È un errore pensare alla nostra società come ad una società del tutto esogamica. Precise categorie di ceto socioprofessionale, economico e culturale oltre che razziali, religiose e di età vincolano, nella nostra cultura, le scelte matrimoniali.

40. B. Bernardi, Uomo cultura e società, F. Angeli, Milano, 1985.

41. N. Rouland, Antropologia giuridica, Giuffrè, Milano, 1992, p. 46.

42. Centro Studi Investimenti Sociali (CENSIS), Sfruttamento sessuale e minori: nuove linee di tutela. Un progetto contro l'abuso sessuale, c.r. 11641, Roma, 1998.

43. P. Mari, Supervisore del "Centro di Aiuto al Bambino Maltrattato e alla Famiglia" di Roma, intervento intitolato Nodi relazionali della famiglia abusante, in Per i derubati del Sole. Un percorso formativo nei casi di abuso e maltrattamento infantile, Atti del percorso formativo, Roma, gennaio 2001.

44. Centro Studi Investimenti Sociali (CENSIS), Sfruttamento sessuale e minori: nuove linee di tutela. Un progetto contro l'abuso sessuale, c.r. 11641, Roma, 1998.

45. Centro Studi Investimenti Sociali (CENSIS), Sfruttamento sessuale e minori: nuove linee di tutela. Un progetto contro l'abuso sessuale, c.r. 11641, Roma, 1998.

46. J.L. Herman, Recognition and Treatment in Incestuous Families, in International Journal of Family Therapy, n. 5, 1983.

47. R.C. Summit, J. Kryso, Sexual Abuse of Children: a Clinical Spectrum, in American Journal of Orthopsychiatry, n. 48, (2), 1978.

48. A. Gombia, Bambini da salvare, Ed. Red, Novara, 2002.

49. P. Mari, Supervisore del "Centro di Aiuto al Bambino Maltrattato e alla Famiglia" di Roma, intervento intitolato Nodi relazionali della famiglia abusante, in Per i derubati del Sole. Un percorso formativo nei casi di abuso e maltrattamento infantile, Atti del percorso formativo, Roma, gennaio 2001.

50. T. Furniss, Family Process in the Treatment of Intrafamiliar Child Abuse, in Journal of Family Therapy, n. 5, 1983.

51. S. K. Weinberg, Incest Behavior, Citadel, New York, 1955.

52. A. Gombia, Bambini da salvare, Ed. Red, Novara, 2002.

53. M. Malacrea, A. Vassalli, (a cura di), Segreti di famiglia, Cortina, Milano, 1990.

54. M. Malacrea, A. Vassalli, op. cit., p. 241.

55. J.A. Schakel, Emotional Neglect and Stimulus Deprivation, in M. Brassara, R. Germain, S. Hart, Psychological Maltreatment of Children and Youth, Pergamon Press, New York, 1987.

56. S. K. Weinberg, Incest Behavior, Citadel, New York, 1955.

57. L. Bal Filoramo, La relazione incestuosa, Borla, Milano, 1996.

58. A. Miller, Il bambino inascoltato, Bollati Boringhieri, Torino, 1992.

59. M. Malacrea, A. Vassalli. (a cura di), Segreti di famiglia, Cortina, Milano, 1990.

60. J.A. Schakel, Emotional Neglect and Stimulus Deprivation, in M. Brassara, R. Germain, S. Hart, Psychological Maltreatment of Children and Youth, Pergamon Press, New York, 1987.

61. T. Furniss, Family Process in the Treatment of Intrafamiliar Child Abuse, in Journal of Family Therapy, n. 5, 1983.

62. S. Cirillo, P. Di Blasio, La famiglia maltrattante, Cortina, Milano, 1989.

63. M. Malacrea, A. Vassalli. (a cura di), Segreti di famiglia, Cortina, Milano, 1990.

64. A. Gombia, op. cit., p. 83-86.

65. L. Bal Filoramo, La relazione incestuosa, Borla, Milano, 1996.

66. T. Furniss, Therapeuti Approach to Sexual Abuse, in Archives of Disease in Childhood, n. 59, 1984.

67. M. Malacrea, A. Vassalli. (a cura di), Segreti di famiglia, Cortina, Milano, 1990.

68. C. Foti, C. Roccia, La pedofilia fra l'immaginario sociale e realtà di sofferenza, in Pianeta Infanzia, n. 1, Istituto degli Innocenti, Firenze.

69. C. Foti, C. Roccia, La pedofilia fra l'immaginario sociale e realtà di sofferenza, in Pianeta Infanzia, n. 1, Istituto degli Innocenti, Firenze, p. 46.

70. M. Malacrea, A. Vassalli. (a cura di), Segreti di famiglia, Cortina, Milano, 1990.

71. P. Mari, op. cit., p. 41.

72. T. Furniss, L'abuso sessuale del bambino nella famiglia: valutazione e conseguenze, in Bambino incompiuto, 3, 1990.

73. S. Ferenczi, La confusione delle lingue tra adulti e bambini, vol. 3, Guaraldi, Rimini, 1974.

74. T. Furniss, L'abuso sessuale del bambino nella famiglia: valutazione e conseguenze, in Bambino incompiuto, 3, 1990, pp. 49-58.

75. S. Ferenczi, La confusione delle lingue tra adulti e bambini, vol. 3, Guaraldi, Rimini, 1974.

76. A. Gombia, Bambini da salvare, Ed. Red, Novara, 2002, p. 74.

77. M. Correra, P. Martucci, La violenza nella famiglia. La sindrome del bambino maltrattato, Cedam, Padova, 1987, p. 157-168.

78. I. Merzagora, L'incesto, Giuffrè, Milano, 1986, pp. 95-98.

79. A. Gombia, op. cit., p. 77.

80. B. Bessi, Il maltrattamento e l'abuso sessuale in danno dei minori, Corso di formazione per volontarie, Associazione Artemisia, Firenze, 2001.

81. G. Gulotta, La vittima, Giuffrè, Varese, 1976, pp. 36-41.

82. G. Gulotta, M. Vagaggini, Dalla parte della vittima, Giuffrè, Varese, 1981.

83. Taddei F., L'organizzazione dei servizi e i processi d'integrazione, Convegno nazionale sulla prevenzione del disagio nell'infanzia e nell'adolescenza, Firenze, 2002.

84. Guasto G., Sull'abuso mentale infantile. Appunti per uno studio sulla violenza psicologica sui bambini, in Rivista telematica "Psychatry on-line Italia", Vol.2, 4, 1996.

85. Dati elaborati dal Dipartimento delle pari opportunità, cfr. J. Abate, D. Catullo, L. Levi, C. Vettorello, Una luce nella notte: gli interventi in Veneto per le minori straniere costrette a prostituirsi, in Minori e Giustizia, n. 2/2001, pag. 80-81.

86. L'indagine è stata condotta da J. Abate, D. Catullo, L. Levi, C. Vettorello e I. Casol, vedi I. Casol, Minori che esercitano la prostituzione o vittime di reati a carattere sessuale: una ricerca del Tribunale per i minorenni di Venezia, articolo pubblicato in Minori e Giustizia, 2/2001 pag. 86-95.

87. Relazione ECPAT Italia: F.A.Q. - Le domande più frequenti.

88. C. Camarca, I Santi Innocenti, Baldini & Castoli, Milano, 1998.

89. C. Camarca, I Santi Innocenti, Baldini & Castoli, Milano, 1998, p. 121.

90. Ibidem.

91. C. Camarca, I Santi Innocenti, Baldini & Castaldi, Milano, 1998, p. 79.

92. Relazione ECPAT Italia: F.A.Q. - Le domande più frequenti.

93. P. Monni, L'arcipelago della vergogna, turismo sessuale e pedofilia, Edizioni Universitarie Romane, Roma, 2001, p. 236-237.

94. R. O' Grady, The Child and the tourist, in Schiavi o bambini? Storie di prostituzione minorile e turismo sessuale in Asia, Schiavi o bambini? Storie di prostituzione minorile e turismo sessuale in Asia, Edizioni Gruppo Abene, Torino, 1995, p. 127.

95. H. I. Saffiotti, Gender, Social Class, Race, in Sexual Explotation of Children and Adolescents in the America, Brasilia, 1996.

96. Ibidem, p. 11 e ss.

97. Relazione ECPAT Italia: F.A.Q. - Le domande più frequenti.

98. E. Panero, Turismo sessuale, in ASPE, 2 novembre 1995, Torino.

99. P. Monni, L'arcipelago della vergogna, turismo sessuale e pedofilia, Edizioni Universitarie Romane, Roma, 2001, p. 236-237.

100. Relazione ECPAT Italia: F.A.Q. - Le domande più frequenti.

101. Ibidem.

102. H. I. Saffiotti, Gender, Social Class, Race, in Sexual Explotation of Children and Adolescents in the America, Brasilia, 1996.

103. P. Monni, L'arcipelago della vergogna, turismo sessuale e pedofilia, Edizioni Universitarie Romane, Roma, 2001.

104. Relazione ECPAT Italia: F.A.Q. - Le domande più frequenti.

105. Sempre consultabile sul sito Internet dell'ECPAT.

106. Relazione ECPAT Italia: F.A.Q. - Le domande più frequenti.

107. M. Frassi, I bambini delle fogne di Bucarest, Ferrari Editore, Clusone (BG), 2001.

108. C. Camarca, I Santi Innocenti, Baldini & Castoli, Milano, 1998, p. 110.

109. M.R. Parsi, Reportage dalla città di Dite, in prefazione di M. Frassi, I bambini delle fogne di Bucarest, Ferrari Editore, 2001, p. 5.

110. C. Camarca, I Santi Innocenti, Baldini & Castoli, Milano, 1998, p. 40.

111. Massimiliano Frassi, responsabile dell'Associazione Prometeo che si occupa della lotta alla pedofilia, promuovendo una cultura a favore dell'infanzia, organizzando periodicamente convegni e corsi di formazione e interventi diretti su famiglie e bambini.

112. M. Frassi, I bambini delle fogne di Bucarest, Ferrari Editore, Clusone (BG), 2001.

113. C. Camarca, I Santi Innocenti, Baldini & Castoli, Milano, 1998.

114. C. Camarca, I Santi Innocenti, Baldini & Castoli, Milano, 1998.

115. M. Frassi, I bambini delle fogne di Bucarest, Ferrari Editore, Clusone (BG), 2001, p. 12.

116. P. Barsottelli, L'eredità di Ceausescu, in ARPnet.

117. M. Frassi, I bambini delle fogne di Bucarest, Ferrari Editore, Clusone (BG), 2001, p. 110.

118. L'Associazione Prometeo si occupa della lotta alla pedofilia, promuovendo una cultura a favore dell'infanzia, organizzando periodicamente convegni e corsi di formazione e interventi diretti su famiglie e bambini.

119. M. Frassi, I bambini delle fogne di Bucarest, Ferrari Editore, Clusone (BG), 2001, p. 49.

120. M. Frassi, I bambini delle fogne di Bucarest, Ferrari Editore, Clusone (BG), 2001, p. 72-73.