ADIR - L'altro diritto

ISSN 1827-0565

Capitolo III
La pedofilia

Silvia Furfaro, 2004

Un gelo si apprese al loro cuore,
e lasciarono cadere le ali. Saffo

Il termine pedofilia (dal greco pais che significa fanciullo, e philìa amore) potrebbe significare predisposizione naturale dell'adulto verso il fanciullo o intendersi come forma educativa o pedagogica. (1) Esiste un confine sottilissimo tra le intenzioni delle persone e i loro comportamenti. Attenzioni, che in apparenza sembrano dettate da amore e dedizione, possono in realtà mascherare un'inquietante perversione.

Intesa come devianza del comportamento, l'attrazione sessuale di un adulto verso un bambino, sarebbe più appropriata se venisse indicata con l'espressione rapporto pedosessuale. Clinicamente, come verrà meglio analizzato più aventi, la pedofilia viene classificata tra le parafilie, ossia tra i disordini psicosessuali in cui si riscontra una devianza dai comportamenti generalmente accettati e in cui si devono verificare particolari condizioni per suscitare l'eccitazione. (2) La cultura della pedofilia tende a strumentalizzare dati storici ed etnologici, trasformando periodi storici in una pericolosa altalena di mancanze di rispetto dell'infanzia e delle sue prerogative, mescolate all'attrazione sessuale e all'amore educativo, in una sorta di età dell'oro della pedofilia in cui gli adulti potevano dare corso alle loro scorribande amorose con bambini felicemente consenzienti, senza alcun limite. Ecco quindi, che l'antica Grecia viene rappresentata come il luogo storico ideale per gli amori pedofili da contrapporre alla realtà contemporanea, contrassegnata dal furore barbaramente repressivo dell'attuale cultura legislativa.

Per alcuni autori, i comportamenti di abuso sessuale su minori sono sempre esistiti in ogni gruppo umano, ragione per cui non possono essere considerati un incidente storico, ma vanno inscritti e letti all'interno delle relazioni sociali e culturali, assumendo un significato differente a seconda del periodo storico considerato e della cultura dominante. Infatti, come sostiene Schinaia:

Il diverso significato che viene ad assumere la relazione pedofila, la sua relatività storica, prescinde dalla constatazione che c'è la costante presenza di un minimo comune denominatore, che consiste nella dissimmetria esistente nel rapporto tra l'adulto e il bambino o l'adolescente. Tale asimmetria si costituisce in ogni caso come il cardine di una relazione di abuso, al cui interno si determina un divario di potere che nessuna passiva acquiescenza, scambiata o contrabbandata per consenso, potrà annullare o ridurre. (3)

Altri autori (4) hanno pensato di definire la pedofilia non come una perversione, ma come un «pervertimento sociale», in quanto la pedofilia è considerata perversa soltanto in alcune società e in alcuni periodi storici, ma non in altri nei quali invece è considerata un comportamento del tutto naturale. La definizione di pervertimento sociale è sviante e sostanzialmente giustificazionista, perché non tiene conto della complessità e della conflittualità del fenomeno pedofilia anche in quelle società in cui è stato consentito e nomato. Al contrario, se prendiamo in considerazione alcune pennellate storiche, potremo facilmente mostrare come alcune tesi relativiste circa le relazione sessuali con i minori, non hanno tutto quel sostegno storico che dicono di avere, anzi, spesso sono fabbricate allontanandosi dalla verità storica.

1. La cultura della pedofilia: la storia

1.1. La pedofilia nella Grecia classica

La pedofilia ebbe la massima diffusione tra il vi e il iv secolo a.C. a Sparta e Atene. Essa consisteva in una relazione sessuale tra adulti maschi e adolescenti, spesso all'interno di un'esperienza spirituale e pedagogica attraverso la quale l'amante adulto trasmetteva le virtù del cittadino. Il coinvolgimento di molti maestri del tempo, tra cui Socrate e Platone, così come la poesia di Alceo e Anacreonte rendono possibile un'ingente quantità di documenti sulla pederastia - intesa come relazione sessuale di un adulto e un minore in età compresa tra i dodici e i diciotto anni -, considerata lecita e riconosciuta come forma pedagogico-educativa; a differenza della concezione della pedofilia, intesa invece come relazione sessuale con minore di dodici anni, illegale e socialmente riprovevole (5).

Platone aveva indicato come presupposto filosofico dell'insegnamento l'eros, che è nello stesso tempo desiderio, piacere e amore. L'eros avrebbe permesso di tenere a bada il piacere legato al potere a vantaggio del piacere legato al dono (6). In realtà, la mancata elaborazione del rischio seduttivo insito in ogni relazione didattica può aprire le porte alla concretizzazione sessuale dell'eros, come sostiene Weitbrecht:

Tra l'eros paedagogos (cioè l'amore psichico e spirituale dell'adulto verso il giovane discepolo da lui educato e formato) e il graduale scivolamento verso la pedofilia sensuale il passo è breve (7).

L'erastes era l'amante, colui che prendeva l'iniziativa e organizzava il corteggiamento, che si fondava su una serie di diritti, come il godimento di un piacere rapido e rapinoso e di obblighi, quali la protezione e, talvolta, il sostentamento economico del ragazzo. L'eromenion era invece l'amato, il corteggiato, che non doveva essere troppo arrendevole, da non provare direttamente il piacere sessuale, ma godere del piacere procurato all'altro. Il ruolo dell'amato era passivo, si trattava di un contenitore amorfo che avrebbe potuto prendere forma solo attraverso la relazione pederastica con l'erastes.

Per le pratiche amorose esisteva un tempo ben individuato nella vita del ragazzo che doveva essere pubere (i rapporti sessuali con bambini impuberi dovevano essere severamente puniti dalla legge), l'età degli eromenoi, degli amati non doveva essere inferiore a 12 anni. Proteggere l'infanzia, distinguendo la pederastia dalla pedofilia, era costante preoccupazione degli Atenesi, il cui ordinamento prevedeva una complessa normativa per i reati di violenza sessuale sui paides:

Inoltre, nonostante fosse considerato infame intrattenere relazioni con bambini piccoli, per quanto è dato di conoscere nessuna sanzione penale ha trovato mai applicazione, nonostante i ripetuti abusi su bambini con meno di dodici anni. (10)

Analizzando i testi più attentamente però, possiamo notare che la legittimazione della pratica pederastica è oggetto di opinioni conflittuali: da un lato sembra che essa fosse valorizzata da grandi Opinion Makers, che ne celebravano l'accettazione culturale e sociale, l'eccellenza intellettuale e l'estrema necessità nell'educazione di ogni ragazzo; dall'altra sembra esserci regioni, come la Jonia, dove tale pratica veniva combattuta, un'affermazione questa, desumibile dalla virulenza con cui Platone, nel Simposio, si oppose a tale divieto: "Dove si è decretato che è vergognoso concedersi agli amanti, ciò viene stabilito per la bassezza dei legislatori, per l'arroganza dei dominatori, per la viltà dei sudditi" (11).

A un'apparente accettazione sociale, si accompagnavano atteggiamenti assai diversi quali il disprezzo per i giovani troppo facili o troppo interessati e la disistima degli uomini effeminati. Inoltre, veniva punita l'omosessualità a carattere pornografico o mercenario.

La pratica pederastica, sebbene diffusa, appare attraversata da un intricato gioco di valorizzazioni e svalorizzazioni, tali da rendere difficilmente decifrabile sia la morale che la regola. Se da un lato è incoraggiata, dall'altro, però, si vede la cura che mettono i padri nel proteggere i figli dalle tresche o nell'esigere dai pedagoghi che le impediscano e si sentono i coetanei e i compagni biasimarsi fra loro "se vedono accadere qualcosa di simile" (12). Da una serie di particolari presenti nell'opera di Platone più volte citata, emerge, seppur a fatica, una vigorosa ostilità rispetto alle pratiche pedofile, che, se da un lato vengono idealizzate come viatico formativo alla sapienza e alla cultura, dall'altro vengono temute come fonte di sopraffazione, anche se spesso ammantata di sapere e cultura. Come sostiene Calasso:

L'intreccio tra un corpo da conquistare come una fortezza e il volo metafisico è, per Platone, l'immagine stessa dell'eros. Infatti l'amato si concederà perché desidera educazione e sapienza di ogni specie (13).

L'introiezione del sapere passa anche attraverso l'annullamento fisico, la passività, lo scambio tra sapere e piacere. L'amato esiste soltanto in funzione dell'amante, non ha una sua psicologia, una sua autonomia, ma si connota soltanto come fonte e oggetto di piacere, pronto a ripagare con il suo corpo l'offerta di sapienza e cultura che gli viene porta dal maestro o dal comandante militare (14).

In una nota aggiunta nel 1909 ai Tre saggi sulla teoria sessuale, Freud scrive:

La differenza più incisiva tra la vita amorosa del mondo antico e quella nostra risiede nel fatto che l'antichità sottolineava la pulsione, noi invece sottolineiamo il suo oggetto. Gli antichi esaltavano la pulsione ed erano disposti a nobilitare con essa anche un oggetto inferiore, mentre noi stimiamo poco l'attività pulsionale di per sé e la giustifichiamo soltanto per le qualità eminenti dell'oggetto (15).

Le parole di Freud sull'evoluzione culturale legata anche alla capacità di stabilire relazioni oggettuali possono essere sottoscritte ancora oggi ed esprimono una critica a pratiche in cui sono evidenti l'asimmetria di potere e la totale assenza di considerazione del mondo emotivo del ragazzo nobilitato e valorizzato non per le proprie qualità, ma dalla pulsione sessuale dell'adulto. Un aspetto interessante della questione è rappresentata dal fatto che la relazione omosessuale del tempo, non era a senso unico, naturalmente con motivazioni molto diverse nell'approccio amoroso. (16) Saffo ci parla delle pene severissime previste per gli adulti che venivano sorpresi all'interno delle scuole e che non fossero genitori o parenti stretti degli alunni. (17) Saffo, che era a capo di una comunità di giovanette, oltre ad essere maestra all'interno dell'intelletto, lo era anche del corpo; alla sua scuola, aperta al fascino della bellezza e del sesso, le ragazze si amavano intensamente ed in modo appassionato. Questa dimestichezza tra donne adulte e fanciulle assumeva a Sparta, Lesbo e Mitilene, tutti gli aspetti di una preparazione al matrimonio che si qualificava con tutti i caratteri della pedofilia. (18) A Sparta, Lesbo e Mitilene e in altre zone della Grecia, donne adulte usavano avere delle amanti tra le adolescenti, ed era costume unirsi alle ragazze prima del matrimonio, nello stesso modo in cui questi riti iniziatici venivano fatti con i ragazzi da parte di adulti maschi. Per le minori, il legame omoerotico era di esclusivo uso prematrimoniale. Nell'antica Grecia assumeva quindi rilevanza una relazione che oggi potremmo definire pedofilia.

1.2. La pedofilia nel mondo romano

Presso i Romani, la pederastia ha continuato a essere praticata, ma, in un certo senso, ha subito una sorta di disinvestimento filosofico; il ragazzino libero è sostituito dallo schiavo e dal figlio dello schiavo e, talvolta, dal nemico sconfitto, andando così persa, come ci spiega Foucault, l'eredità della grande speculazione greca sull'amore per i ragazzi, sostituita dalla tendenza alla brutalità e alla sopraffazione (19). Ed è Cantarella che, nella sua opera Secondo natura. La bisessualità nel mondo antico, offre una chiarificazione di quanto sostenuto da Foucault:

Il giovane romano veniva educato, sin dalla più tenera età, a essere un conquistatore. Imporre la propria volontà, assoggettare tutti, dominare il mondo: questa la regola di vita del romano. E la sua etica sessuale, a ben vedere, altro non era che un aspetto della sua etica politica...

...Cicerone nelle sue invettive moralistiche, non condanna l'omosessualità in quanto tale: condanna solo quella forma particolare di omosessualità che è la pederastia, nel senso ellenico del termine, vale a dire l'amore per i ragazzi liberi (20)...

All'omosessualità in definitiva, veniva posto un solo limite: mai ragazzi liberi, che da grandi avrebbero dovuto imparare a imporsi e non a subire i desideri altrui. Infatti, racconta Plutarco che i romani usavano mettere al collo dei figli una bulla d'oro, affinché, «quando giocavano nudi, non venissero scambiati per degli schiavi e fatti oggetto di tentativi di seduzione» (21). Il problema non tanto era andare con uno schiavo, ma «assumere un modello di vita non consono al modello austero e rigoroso che i romani continuarono ad esaltare e propagandare, anche quando l'aumento della ricchezza introdusse nella città nuovi lussi e nuove mollezze» (22). Oppure avere una relazione con lo schiavo di un altro, perché ciò avrebbe comportato una diminuzione di rendimento della forza - lavoro rappresentata dallo schiavo.

È famosa la Lex Scatinia, in materia di pederastia, secondo la quale in caso di rapporto fra adulti e puer o praetextati (da praetexta, la tunica bianca orlata di porpora che portavano i ragazzi ancora non maturi sessualmente) veniva punito solo l'adulto (23). L'omosessualità e la pedofilia, non erano condannate se praticate con schiavi e liberti (in quanto era dovere di questi, compiacere in tutto e per tutto le volontà del loro padrone), era considerato deprecabile solo che un cittadino libero assumesse un ruolo passivo nei confronti di un altro suo pari. Della Lex Scatinia, nata a seguito di un episodio di "stupro" del quale fu vittima il figlio dell'edile Claudio Marcello, non è mai pervenuto il testo ed in relazione alle fonti che la richiamano, si è potuto dedurre che, in caso di omosessualità tra due cittadini liberi, veniva punito quello che tra i due assumeva l'atteggiamento passivo. La multa era molto salata e ammontava a circa 10.000 sesterzi (24).

La successiva Lex Iulia de adulteriis (18 a.C.) puniva lo stupro solo nei confronti degli uomini liberi, per i servi vi era una sorta di risarcimento in favore del dominus "ex Lege Aquilia". (25)

Con l'imperatore Dominiziano, si cercò di intervenire indirettamente sui rapporti fra padroni e servi, con l'imposizione del divieto di "facere eunichos" castrazione "libidibis causa", cercando in tal modo di eliminare quelle condizioni che favorivano i rapporti contro natura. Il Cristianesimo fornì le basi religiose per la condanna di ogni comportamento non eterosessuale ed in quanto tale "contra naturam", non naturalmente preordinato alla procreazione.

Nel Codex Theosodianus vennero recepite due "constitutiones" (databili rispettivamente al 342 e 390 d.C.), che reprimevano l'omosessualità in genere con previsione della pena capitale o di quella mutilante. Con Giustiniano (483-565 d.c.), imperatore cristiano, ogni manifestazione di omosessualità fu bandita perché in ogni caso offendeva il Signore (26), con riordino del sistema della persecuzione criminale e con pena di morte per "infanda libido", formulando anche un giudizio morale (infanda = innominabile).

1.3. Paganesimo, cristianesimo e i diritti del bambino

Il mondo pagano in generale, non riuscì a comprendere l'identità umana e la dignità del fanciullo, e non poteva comprenderla, perché partiva dal presupposto che il fanciullo non fosse persona e non godesse di conseguenza, dei relativi diritti. Una concezione questa che condusse al disprezzo e ad ogni forma di abuso verso i minori. Oggi è diffusa la convinzione che l'ordine ed il progresso morale di un popolo, la pratica fedele e costante della giustizia, la rettitudine e l'onestà nelle vicendevoli relazioni sociali, dipendono in gran parte dal giusto concetto della persona umana e dal riconoscimento dei suoi diritti. (27) È quasi fisiologico che il disprezzo della persona umana e gli attentati ai suoi valori, producano squilibri e sconvolgimenti nella compagine sociale. Di questo atteggiamento furono vittime nel mondo pagano soprattutto la donna, lo schiavo e il fanciullo. Scrive Baudrillart:

Non vi è forse materia, in cui tra la società antica e pagana e la società cristiana e moderna, l'opposizione sia più accentuata che i loro modi rispettivi di considerare il fanciullo. (28)

L'opposizione si riduce in sostanza al fatto che il mondo pagano non tutelò sufficientemente i diritti del fanciullo, mentre la tutela piena di questi diritti è stata uno dei cardini della restaurazione morale operata dal Cristianesimo. La filosofia pagana, con i suoi sofismi e con i suoi errori, consacrava spietate tradizioni e teorie giuridiche innaturali, così che, ad esempio per il sommo Aristotele l'aborto è un obbligo sociale: ciò che importa è troncare la vita del nascituro prima che questi abbia la sensibilità; solo da ciò può dipendere se l'atto sia onesto o delittuoso.

Platone teme quanto Aristotele la sovrappopolazione ed è pronto ad ammettere l'aborto, cioè il mezzo per evitarla (l'aborto era largamente diffuso e praticato con cinismo nell'antichità pagana). (29) Alle teorie dei filosofi e dei legislatori della società pagana, vengono contrapposte le dottrine della società cristiana, i principi della nuova religione. I Padri e gli scrittori ecclesiastici dei primi secoli sono unanimi nel condannare l'infanticidio, l'esposizione, la vendita dei fanciulli. (30) Agli dei, maestri crudeli di infanticidio e agli uomini imitatori di questi dei, Tertulliano oppone la condotta dei cristiani e scrive:

A noi cristiani l'omicidio è espressamente vietato, e quindi non ci è permesso neppure di sopprimere il feto nell'utero materno. Impedire la nascita è un omicidio anticipato. Nulla importa che si sopprima una vita già nata o la si stronchi sul nascere: è già essere umano quello che sta per nascere. Ogni frutto è già nel suo seme. (31)

L'argomento dei diritti del fanciullo come "persona", soggetto di diritto, è trattato da Sant'Agostino con notevole ampiezza: il suo pensiero riassume al parte migliore e più sicura delle fonti patristiche (32). La dottrina dei Padri, forma dunque una barriera impenetrabile posta a difesa e protezione della vita del fanciullo. La Chiesa ve ne aggiunge una seconda. Per mettere sempre più al sicuro la vita e l'innocenza del fanciullo, stabilisce gravissime pene contro coloro che abusano della debolezza della giovane età.

Quella che è vissuta come l'eccessiva severità della Chiesa, sembra spiegarsi con il tempo e le circostante. I primi periodi del Cristianesimo, quando i neofiti uscirono dal paganesimo (dove ogni giorno erano stati testimoni dell'infanticidio), l'esposizione e l'abuso sessuale dei bambini dovevano essere considerate condotte da reprimere e perseguire penalmente con forza e decisione. Le innovazioni del Cristianesimo, pur rimanendo apparentemente entro la cerchia etica e religiosa, esercitarono una decisa influenza sull'ordine giuridico, animando a poco a poco di uno spirito evangelico le leggi civili, specialmente quando il Cristianesimo ottenne il riconoscimento ufficiale dallo Stato. Declina così lentamente l'assolutismo della patria potestas, che diviene paterna pietas. (33) Già alcuni imperatori romani, ancor prima di Costantino, avevano mitigato la precedente tradizione e normativa sui minori, apportando delle modifiche (34) che taluni attribuiscono in parte all'influsso del pensiero cristiano, anche se la religione di Cristo andava ancora sviluppandosi nelle catacombe.

Fu soprattutto Costantino Magno che pervase le sue leggi sull'infanzia di un sentimento di carità cristiana sconosciuto ai suoi predecessori. Per riabilitare il fanciullo, egli pone nel numero dei delitti sociali ogni attentato alla vita o alla libertà dei minori ed estese il castigo del parricida, al padre che uccide il proprio figlio. Ma l'imperatore andò oltre: per togliere ogni pretesto di vendere i figli, ordinò che i parenti poveri ricevessero alimenti dal tesoro pubblico:

Tutte le città d'Italia abbiano conoscenza di questa legge, che ha per oggetto di distogliere la mano dei genitori dal parricidio e di ispirare loro migliori sentimenti. Se dunque un padre e una madre hanno figli e per l'estrema indigenza non possono nutrire e vestire, il tesoro dell'impero ed il mio particolare vi provvedano senza ritardo, perché i bisogni di un neonato sono troppo urgenti. (35)

La legislazione di Costantino in alcuni punti è ancora incerta e fluttuante, specialmente per quanto riguarda l'usanza di vendere e di esporre i fanciulli. (36)

Ma verrà compiuta e perfezionata dai suoi successori e il tempo man mano svilupperà le conseguenze pratiche dei suoi principi. (37) A questo sviluppo coopererà sempre la Chiesa invocando, spronando, suggerendo, diffondendo un'adeguata cultura di difesa e basandosi su nuovi principi giuridici che andavano modificando l'indirizzo di potere, presente nel diritto romano e barbaro. Se poi, nonostante le leggi divine e umane, genitori snaturati continuano ad abbandonare i propri figli, la Chiesa viene prontamente in loro soccorso allestendo asili, orfanotrofi che sorgono all'ombra dei suoi templi e dei monasteri. (38) In realtà c'è anche da considerare il rovescio della medaglia. Spesso l'abuso si nasconde dietro ad un silenzio, il silenzio ottenuto con minacce e con ritorsioni e spesso percosse, silenzio dei vicini (39), un silenzio che viene dal passato, in molti casi più che voluto.

Un silenzio, frutto della distruzione dei testi che documentavano la pedofilia. Senza dubbio, ebbe parte non trascurabile l'opera degli amanuensi cristiani che, probabilmente a corto di pergamena sui cui trascrivere i testi sacri o di autori cristiani, raschiarono le testimonianze letterarie "scandalose", mai più pervenute ai posteri. E per valutare la portata di questa circostanza, basti pensare a quello che traspare, ad esempio, dai resti di scarse testimonianze in materia, che si possono, invece, raccogliere nelle Vite dei Dodici Cesari di Sventonio (40) o in qualche altro testo pervenuto a noi dalla letteratura libertaria greca e latina. Nonostante la volontà di tutelare i bambini, dichiarata, ribadita, quasi urlata, è mantenuto questo antico silenzio, che si spiega soprattutto perché legato al presupposto che, trattandosi - nel caso della pedofilia - di una cosiddetta "perversione sessuale", doveva relegarsi tra le aberrazioni non soltanto innominabili, ma necessariamente limitate nei suoi termini quantitativi. E può anche essere interessante, oltre che significativo, registrare che, negli stessi manuali o dizionari di teologia morale cristiana e cattolica mancava, fino a qualche decennio fa, la voce "pedofilia", menzionata appena - e neppur sempre - tra le cosiddette "perversioni sessuali".

Comunque, anche l'associazione "pedofilia-violenza" può spiegare il silenzio, fino a tempi recenti, della stessa Chiesa cattolica, la cui morale, peraltro, non è certamente scarsa in materia di sessualità. (41) Sarà stato senz'altro difficile per la Chiesa tutelare i diritti del fanciullo, quando non aveva nemmeno il coraggio di chiamare con il loro nome certi comportamenti.

1.4. La pedofilia nel Medioevo

La tradizione giudaico-cristiana, pur costituendo un deterrente nei confronti della pedofilia omosessuale (in quanto considerava naturali i rapporti eterosessuali e "contro natura" i rapporto omosessuali sia nella posizione attiva che in quella passiva), risultava meno incisiva nella difesa delle bambine. In pieno Medioevo infatti, il matrimonio tra una bambina di 10 anni e un uomo molto più anziano non rappresentava un'eccezione, anche se la legge fissava a 12 anni l'età minima per contrarre un matrimonio (42). Nonostante di pedofilia non si potesse neanche parlare a causa delle convinzioni etico-religiose del tempo, nel xiii secolo la scoperta di numerosi contratti con cui si affittavano bambini a padroni prova quanto fosse diffusa l'usanza di un apprendistato in casa di estranei, dove normalmente si stabiliva una sorta di promiscuità relazionale che facilitava la possibilità di contatti sessuali tra adulti e bambini.

È nell'ambito di questa dimensione socioeducativa che va inquadrata la vita del bambino all'interno della bottega d'arte, dove l'artista assumeva contemporaneamente diversi ruoli: padre putativo, maestro, padrone.

Gli apprendisti (noti come "garzoni" o "discepoli") avevano di solito meno di quattordici anni e potevano averne anche soltanto sette. Abitualmente essi imparavano il mestiere traendo copie dai disegni della collezione di bottega [...]. Usavano inoltre fare lavori occasionali, come macinare i colori, fino a quando non fossero pronti ad assistere i più anziani nelle imprese più difficili (43).

La relazione maestro-discepolo, allontanandosi da ogni idealizzazione, si dipana in una continua e feconda oscillazione tra i poli dell'autenticità e dell'inautenticità, della creatività e della ripetitività, della dialogicità e del potere, della seduzione e della scoperta di sé, del fare umanità e del fare disumanità (44). Lo slittamento verso una di queste polarità porta a uno sbilanciamento e, talvolta, a un pervertimento della relazione, che acquisisce connotazioni che la trasformano e la deformano (45). L'asimmetria rispetto alle esperienze, ai saperi, all'autorità e al potere non può essere negata o rimossa, ma è una delle costituenti della relazione didattica ed entra in oscillazione con la tendenza alla simmetria, all'unisono, alla magica intesa, per cui l'uno realizza il desiderio dell'altro nell'essere proprio lì dove l'altro si aspetta (46). Ogni relazione docente-discente contiene in sé il rischio dell'investimento narcisistico da un lato e dell'idealizzazione acritica dall'altro.

Il maestro, confortato dalla potenzialità pura del gesto infantile, vede nel discepolo se stesso idealizzato, e tende a porre in lui ogni speranza di superamento dei propri limiti con vissuti risarcitori proiettati nel discepolo. I rapporti possono diventare simbiotici, privi di ogni spazio dialogico, dove l'altro, il bambino, esiste solo come proiezione del sé ideale del docente, come sua estrema propaggine. D'altro canto, per l'allievo il maestro può rappresentare l'oggetto d'identificazione, il porto sicuro, il padre onnipotente, portatore di ogni bene e di ogni male in opposizione al padre cattivo, quello che concretamente lo ha allontanato da casa, sottraendolo alla sua protezione e alle cure materne.

La particolare e rarefatta qualità estetica che caratterizza gli umori, le emozioni e, quindi, gli affetti all'interno dei rapporti che si stabiliscono nelle botteghe d'arte rappresenta un ulteriore elemento da prendere in considerazione come favorente la possibilità d'instaurarsi di relazioni amorose, talvolta francamente sessuali tra adulti e ragazzi. La bellezza del corpo infantile e adolescenziale, così spesso riprodotta nelle opere d'arte, la sua levigatezza, quel tratto di potenzialità pura che precede la costituzione delle caratteristiche sessuali secondarie, facilitano la sensualità dei rapporti e il desiderio di possesso anche corporale della Bellezza, suprema e inarrivabile aspirazione dell'artista del tempo (47). La bottega di Leonardo da Vinci (1452 - 1519), in cui venivano respirati meraviglia, fascino e ammirazione per i prodotti artistici, ma anche per le grandi scoperte scientifiche, è un esempio in cui appare chiara la trasformazione dal rapporto didattico a relazione omosessuale pedofila, già subita sembra, dallo stesso Leonardo che a sedici anni fu mandato nella bottega di Andrea Verrocchio, il migliore pittore, orafo e scultore che Firenze offriva in quel periodo.

Le relazioni pedofile non possono, però, essere concentrate soltanto nello spazio apparentemente rarefatto, talvolta greve e sordido, delle botteghe d'arte, luogo sostanzialmente provvisto di una sorta di extraterritorialità etica, come molti aspetti dell'esistenza degli artisti. Vi sono forme di pedofilia meno sublimate, meno investite. Nella Firenze del xiv secolo pullulavano ragazzini e ragazzine che vendevano il loro corpo (48). Le Roy Ladurie, ricostruendo la storia di un villaggio occitanico del 1300, chiarisce l'iniziazione all'omofilia di un bambino di 12 anni, che:

era andato a studiare grammatica presso un prete. Successivamente il bambino, violentato, diventa pederasta attivo [...]. Questi scolari più o meno ingenui, sono posseduti dall'ex scolare che un tempo era stato sedotto a scuola: riproduzione culturale (49).

Le Roy Ladurie sembra rilevare che la sodomia e la pederastia sono pratiche che si svolgono nelle città, anche se gli scolari sedotti sono generalmente di nascita campagnola, ma di famiglia abbastanza agiata che, pertanto, ha motivi e possibilità per mandarli a studiare in città. Deduzione opinabile a mio avviso, anche se sicuramente l'allontanamento precoce dal nucleo familiare, comunque si realizzi, è un elemento che favorisce la fragilità, la minore capacità di difesa contro gli attacchi seduttivi dell'adulto, la minore protezione del bambino.

Una delle differenze tra i comportamenti pedofili dell'antichità e quelli dal Medioevo in poi risiede nella variabile denaro, che bene si inserisce via via nel contesto socioeconomico di un Occidente sempre più ricco e industrializzato (50). L'abuso sessuale sul bambino non assume un grande significato di riprovazione sociale, in quanto, come sottolinea Ariès, è proprio il sentimento dell'infanzia che risulta carente, se non assente, in questo periodo storico (51).

L'invenzione dell'infanzia come mondo separato, categoria concettuale, problema sociale e fase della vita (e non come mera fase di transizione) ha fatto storicamente notizia a partire dal xiv secolo. La comparsa di uno specifico atteggiamento nell'adulto nei confronti del bambino va ricercata in età moderna con l'affermazione della famiglia borghese. Quel poco che si sa del passato del non - adulto è relativo per lo più ai maschi e ai bambini dei ceti elevati, ma riguarda maggiormente una condizione collettiva, tutto sommato anonima, oppure singoli fatti eccezionali e non rappresentativi di una condizione bambina (52). Negli scritti dei Padri della Chiesa la parola fanciullo designava il luogo dell'imperfezione. Le debolezze infantili erano la prova vincente dell'esistenza del peccato originale e della viziosità della natura umana.

Sant'Agostino chiamava "peccati" tutte quelle azioni che nei fanciulli rivelavano fragilità e malizia: avidità, prepotenza, ribellione, gelosia ed egoismo (53). L'infanzia, soprattutto la prima infanzia, era una mancanza, un non essere, una privazione, un'anormalità, un'infermità. Soltanto nei secoli della rinascita la riscoperta dell'uomo nella sua naturalità aprirà la porta al riconoscimento delle potenzialità infantili e a un maggior senso di tenerezza.

Partendo da questi elementi contraddittori si combinarono norme preventive e provvedimenti repressivi, che abituavano fin dalla nascita a una certa estraneità del corpo e che proibivano gesti affettuosi da parte di genitori, maestri e adulti in genere verso i bambini e fra bambini stessi. De Mause (54) scrive:

Purtroppo la concezione del bambino come essere innocente e incorruttibile è la più comune difesa adottata da coloro che li molestano, per negare che le loro violenze gli rechino danno (55).

Nel tratteggiare il clima familiare in questo periodo storico, Ariès ricorda che la mancanza di riserbo per le cose sessuali nei confronti dei bambini era totale; era frequente un certa

licenza di linguaggio, peggio ancora gesti audaci, contatti di cui è facile immaginare cosa direbbe un moderno psicoanalista, ma lo psicoanalista avrebbe torto. L'atteggiamento davanti alle cose del sesso, e senza dubbio la sessualità stessa, variano in rapporto all'ambiente e, di conseguenza, in rapporto alle epoche e alle mentalità (56).

Nel sottolineare la necessità di evitare qualunque interpretazione che non tenga conto delle abitudini comunicative del tempo, Ariès entra in diretta polemica con le concezioni psicostoriche di De Mause (57), che descrive la storia dell'infanzia come un incubo dal quale solo di recente abbiamo cominciato a destarci.

Più si va indietro nella storia, più basso appare il grado di attenzione per il bambino, e più frequentemente tocca a costui la sorte di venire assassinato, abbandonato, picchiato, terrorizzato, e di subire violenze sessuali. Per De Mause il meccanismo centrale di tutta l'evoluzione storica è la psicogenesi, una forza spontanea presente in ogni relazione adulto-bambino che permette agli adulti di rivivere il proprio trauma infantile nei propri figli e di soddisfare i bisogni infantili e le relative ansie di indipendenza, in condizioni migliori della prima volta.

Ed è ancora De Mause a sostenere che le violenze sessuali sui bambini abbondavano e che in esse, sostanzialmente, il bambino era solo una vittima casuale, in misura del ruolo da lui sostenuto nell'apparato difensivo dell'adulto:

l'utilizzazione dei bambini come capri espiatori per alleviare il conflitto interno individuale fu la strada per mantenere la nostra omeostasi psicologica collettiva. Coloro che osarono opporsi a questa fantasia collettiva corsero il rischio di essere dichiarati sacrileghi e considerati perturbatori della pace mondiale (58).

Certamente è importante il valore che ciascuna delle due teorie assegna ai comportamenti pedofili nel Medioevo; resta, però, in ogni caso la sensazione di un bambino poco difeso, non riconosciuto nella sua individualità, negato nei suoi bisogni specifici, oppure trasformato in oggetto passivo transeunte, di volta in volta vittima, ma anche protagonista di una violenza diffusa (59). Una sensazione questa, rafforzata anche dall'accentuazione che, in alcune fasi storiche e in differenti luoghi dell'Europa, assunse la violenza nei confronti dei bambini, che ritenuti posseduti dal demonio, vennero torturati e spesso bruciati vivi affinché potessero espiare le loro colpe. Questi bambini furono sacrificati sull'altare di un meccanismo inquisitorio crudele e aberrante. Eveline Hasler ha rintracciato le fonti che documentano due di questi episodi, accaduti a Lucerna nel 1652 e nell'Alta Svevia nel 1658, e ne ha ricavato un romanzo di notevole suggestione, La strega bambina (60). Il primo caso espone la vicenda di una bambina undicenne arsa sul rogo perché si era vantata di saper "fare uccelli". Il secondo riguarda due fratellini riconosciuti colpevoli di stregoneria e di commercio con il demonio, che vennero custoditi per quattro anni in un convento femminile fino al raggiungimento della pubertà, vale a dire della "capacità" di subire le conseguenze penali delle loro presunte azioni; soltanto allora furono uccisi. In un periodo di oscurantismo religioso, l'immaginazione e i voli di fantasia tipici dell'infanzia in ogni tempo e in ogni paese diventarono un reato passibile di condanna capitale. Questi bambini non furono altro che i capri espiatori su cui sfogare libidini, autoritarismo, risentimenti politico-religiosi, superstizioni e paure. Nel romanzo, l'autrice stabilisce un felice confronto tra l'animo incorrotto dei fanciulli e il mondo della natura, esposti rispettivamente all'aggressione delle perversioni e allo sfruttamento economico degli adulti.

1.5. La pedofilia tra fine Ottocento e i primi del Novecento

Nell'ottocento è possibile individuare in modo netto due rappresentazioni sociali prevalenti del bambino. Al bambino innocente e all'infanzia intesa come sinonimo di bontà dell'Emile di Rousseau (61), un impasto di primitivismo e di irrazionalismo, si contrappongono il bambino colpevole secondo la dottrina cristiana, del peccato originale, e l'infanzia come luogo dell'imperfezione secondo il pensiero di Agostino (62).

Le debolezze infantili non volontarie e coscienti sono la prova dell'esistenza del peccato originale e della viziosità intrinseca alla natura umana. La convinzione prevalente che la natura del bambino fosse più incline al male che al bene implicava la necessità di svolgere una continua azione di correzione, che si espletava anche attraverso modalità violente, per sviluppare il carattere e la ragione. Tale convinzione favorì il consolidarsi di un sistema educativo incentrato sulla necessità di reprimere, frenare e rettificare la naturale inclinazione dei bambini al male, che fu vincente sulle teorie rousseauniane, secondo le quali i bambini dovevano essere lasciati crescere liberi e indipendenti. Rousseau, reinterpretando la dottrina del peccato originale, insisteva sulla dimensione naturale umana e sulla sua basilare importanza nell'arte di formare gli uomini (63). Questa dicotomia si perpetuò anche nel Novecento, anzi fu proprio l'immagine luciferina, delinquenziale a prendere il sopravvento scientifico, nonostante le fotografie, la pubblicità e tanta letteratura tendessero a favorire il vissuto di innocenza angelicata dell'infanzia. Il bambino nelle fotografie del tempo andava travestito da adulto in miniatura, con tutti i connotati dell'eleganza e del distacco, o da Cupido giocosamente impertinente, o da dolce fatina.

Amodeo (64), sostiene che l'innocenza è assente nella storia del bimbo fotografato e che la storia della fotografia colta, è piena di bimbi che sembrano alieni, esseri stranieri, maschere, travestiti, trasfigurati. Per Cesare Lombroso (65) l'innocente inteso come sinonimo di fanciullo non aveva senso, in quanto l'uomo nasce come criminale assoluto e l'educazione consiste sostanzialmente nel recupero del bambino in un tipo sociale, dimostrandogli che nuocere agli individui della sua stessa specie e medesimo ambiente nuoce in definitiva a ciascuno:

Il senso morale manca certo ai bambini nei primi mesi ed anche nel primo anno di vita. Per essi il bene e il male è ciò che è permesso o proibito dal papà e dalla mamma, ma non una volta sentono da per sé quando una cosa sia male...

...i fanciulli hanno in comune coi selvaggi e coi criminali la nessuna previdenza; un avvenire che non sia immediato o non paia tale. Avere un piacere dopo otto giorni o dopo un anno per loro è uguale. (66)

Sostanzialmente, la conclusione che Lombroso sembra trarre dunque, è che la tendenza generale dei fanciulli è criminosa e solo la buona educazione può spiegare la normale metamorfosi che avviene nella maggioranza dei casi. È l'immagine di un bambino cattivo da correggere e redimere, pertanto, a prevalere nella cultura del tempo e a informare di sé non solo le teorie pedagogiche, ma anche le teorie psicologiche e la stessa psicoanalisi.

Nel pensiero di Freud si rilevano movimenti non lineari, dissimmetria e anche contraddizioni, che testimoniano dell'intenso lavoro che fu alla base della costruzione di un coerente pensiero psicoanalitico. Il bambino freudiano assume una sua grandiosità quando alberga all'interno dell'adulto, quando si muove nelle pieghe del suo inconscio e se ne fa rappresentante, quando cioè, viene costruito come bambino psicoanalitico e diventa protagonista dell'interrogazione scientifica, mentre diventa un oggetto di scarsa rilevanza e considerazione, quando viene osservato nella sua realtà anagrafica, nella concretezza dei quotidiani bisogni e limiti, nella relazione con l'adulto.

Anche Anna Freud (la più famosa dei sei figli di Sigmund Freud e Martha Bernays, che continuò le ricerche del padre nell'ambito della psicoanalisi infantile), sostiene che sovente l'uomo ama di più i bambini teorici dei suoi modelli, che non quelli reali (67). Se però, Sigmund Freud, nella sua opera Casi Clinici, 3: Dora: frammento di un'analisi d'isteria: 1091 (68) tratta Dora, la protagonista, con evidenti atteggiamenti autoritari e impositivi, questi si stemperano e lasciano il posto a una nuova sensibilità che Freud dimostra in un'altra opera, Casi clinici, 4: il piccolo Hans: analisi della fobia di un bambino di cinque anni, (69). Tale notevole modificazione di atteggiamento rimanda alla concomitante autoanalisi di Freud, attraverso cui riallaccia i fili della sua infanzia (70). Il bambino che affiora dalle annotazioni successive è un bambino sano e dotato di una risposta intelligente e curiosa, orientata alla realtà e alla relazione e aperta alla vita e alla novità; un bambino spesso costretto a sottrarsi al confronto con gli adulti a causa del loro non ascolto, della loro inattendibilità e talora lampante nocività, con grave perdita e danno per il suo ulteriore sviluppo (71). Se nel primo Freud possiamo notare un intento preventivo ed educativo, quando esplicitamente rimprovera i genitori per le scarse attenzioni rivolte al rischio che i bambini corrono di subire abusi sessuali da parte degli adulti (72), nei Tre saggi sulla teoria sessuale del 1905 (73) il bambino viene definito come "perverso polimorfo", indicando nella perversione una specie di primo sviluppo della sessualità, e ancora in Un bambino viene picchiato del 1919 (74), ci viene detto che la fantasia perversa attrae il bambino e lo conquista nell'infanzia. Questa intuizione è stata utile perché ha contribuito a depatologizzare la perversione permettendone una comprensione aliena da condanne sociali, però ha introdotto un elemento di forte ambiguità (75).

Caper (76) sottolinea che è erroneo equiparare il primitivo e il patologico. La perversione attiene al campo del sessuale ma, diversamente dal polimorfismo (77), contiene una caratteristica distruttiva non sessuale. Già Meltzer, (78) aveva differenziato la sessualità polimorfa da quella perversa: mentre la seconda rimanda a un attacco distruttivo alla simbolizzazione della coppia genitoriale, la sessualità polimorfa appartiene al regno della sessualità indifferenziata.

Nel Disagio della civiltà (79), Freud descrive la naturalità della condizione umana come un coacervo di violenza e aggressività, seppure fantasticate, mai completamente imbrigliate però, dal Super-Io. Istinti aggressivi e passioni primitive che portano allo stupro, all'incesto, all'omicidio costituiscono un inconscio per sua natura immorale e sono tenute a freno in maniera imperfetta dalle istituzioni sociali e dal senso di colpa. L'infelicità umana deriva dal fatto che, a causa della civiltà, l'individuo è costretto ad aderire a un sistema che entra in conflitto con quello primitivo. Le nevrosi e le perversioni sarebbero figlie dell'eterno conflitto natura-cultura, della socialmente necessaria censura delle pulsioni sessuali primitive. Bisognerà attendere la psicoanalisi moderna per attribuire al bambino riconoscimento e conservazione dell'integrità e della sua capacità relazionale. Tra il bambino angelico e il bambino perverso, trova una sua collocazione un nuovo bambino, il bambino relazionale, che verrà osservato in una dimensione evolutiva che si realizza in rapporto alla presenza della madre.

Green (80) parla di rèverie del legame che intercorre fra i genitori e fra il bambino e il padre, una rèverie del ricongiungimento triangolare, di cui la madre è il luogo comune. Il bambino quindi, assume le caratteristiche di persona integra, seppure in via di sviluppo, e integrata all'unità materna.

Per Masud Khan (81), quando la madre depressa non è in grado di stimolare adeguatamente il potenziale libidico, il bambino è costretto a utilizzare sostitutivamente la superficie corporea e gli orifizi: in tal modo l'erotizzazione prende il sopravvento nel processo di crescita. La naturale perversione presente nelle prime formulazioni freudiane lascia il posto alla naturale integrità del bambino, che può essere messa in questione dalla incapacità contenitiva della madre.

1.6. Le visioni giustificatrici

Alcuni famosi intellettuali, fra cui Foucault e Tournier, esaltando gli amori pedofili, in particolare la "pedofilia dolce", propongono un'infanzia totalmente emancipata dai limiti, dagli obblighi e dalle norme, in cui la naturale polimorfia sessuale non venga soffocata dall'ipocrisia sociale, in nome del libero appagamento del desiderio sessuale, sbandierato come imperativo categorico e brandito come passe-partout per forzare le porte della censura autoritaria. Tali autori si accreditano come mentori dello sviluppo sessuale del bambino e, assumendo una funzione iniziatica, sostengono la liceità dei comportamenti pedofili e auspicano il riconoscimento di una componente genitale nella sessualità infantile, senza però fare alcun accenno alle ripercussioni sul bambino spesso devastanti (82). Già Freud (83) aveva messo in guardia circa il peso che la seduzione ha nell'avviare il bambino a tutte le possibili prevaricazioni.

Bonnetaud (84) ricorda che possono verificarsi aumento dell'aggressività, presenza di comportamenti antisociali, confusione nell'identità di genere, rischio accresciuto di diventare anche lui un pedofilo. Gli intellettuali che sostengono le tesi apparentemente emancipatorie non dicono però, che la loro emancipazione, in sostanza, è quella dalle proibizioni che ostacolano il potere di un adulto nei confronti di un bambino, il potere che si instaura in una relazione asimmetrica e narcisistica e non certamente innocua (85). La pedofilia senza violenze corporee o senza costrizioni apparenti si basa sulla forza della seduzione narcisistica, la cui portata distruttrice è altrettanto devastante.

Per un bambino, come sosteneva Ferenczi (86), è più facile ritenersi parte attiva nel determinare l'abuso piuttosto che vittima innocente, perché tale ammissione farebbe crollare l'idealizzazione dell'adulto che faticosamente si era costruito e farebbe riaffiorare alla sua memoria l'angosciante passività con cui l'esperienza traumatica è stata vissuta. Questi movimenti difensivi possono spiegare perché le esperienze sessuali precoci subite vengono descritte da molti pedofili in termini positivi, come un'importante fonte di gratificazione (87). Spesso i pedofili dichiarano di essere stati provocati e irretiti nelle maglie della seduzione messa in atto dal bambino, ma tale argomentazione difensiva sembra fare parte del registro proiettivo:

Il soggetto attribuisce all'altro i sentimenti e i desideri che rifiuta di vedere in se stesso. Si giudica provocato, vittima passiva di un gioco di seduzione a cui non avrebbe fatto altro che soccombere (88).

L'intensità e il calore infantile vengono tradotti nel linguaggio della passionalità (89) e, quindi, nella completa confusione delle lingue, vengono fraintesi più o meno consciamente come un invito a partecipare al convivio sessuale. In una società che nega il tempo dell'attesa e della maturazione, anche nelle relazioni pedofile non c'è tempo per l'attesa, perché il processo di maturità fisica e psichica possa naturalmente concludersi. Il piacere consiste nel gustare le potenzialità del frutto acerbo; ma anche il bambino nell'immaginario perverso del pedofilo, non può attendere; deve subito dare concretezza genitale alla sua sessualità e dare sfogo alla sua onnipotenza seduttiva, altrimenti si configura soltanto come un bambino represso nelle sue capacità di desiderio e di piacere (90).

La rivendicazione pulsionale come affermazione gioiosa è un'invenzione fantastica che sostiene un formidabile diniego (91). Una cosa infatti per un bambino è sognare, dedicandosi ai giochi sessuali con se stesso o con i suoi coetanei, altro è trovarsi di fronte alla realtà dell'orgasmo dell'adulto (92). Il superamento del confine fra realtà e fantasia favorisce, tra l'altro, la conferma di fantasie onnipotenti che rischiano di mettere a dura prova l'esame di realtà del bambino, creando gravi distorsioni nel processo di crescita, in quanto la realizzazione delle proprie aspirazioni avviene esclusivamente su un piano narcisistico.

Alcune bambine prepuberi in analisi possono presentare un atteggiamento vanitoso, sensuale, deduttivo. Si tratta in genere di un atteggiamento stereotipato e senza consistenza. Si può parlare di una difesa tipo "falso sé" che cerca di coprire conflitti interni e difficoltà ad acquisire nuovi modelli d'identificazione (93).

Bambini che provengono da nuclei familiari deteriorati economicamente e socialmente, che non garantisce protezione e legami affettivi validi, sembra che si lascino più facilmente avvicinare da un estraneo che può far leva sulla loro disponibilità, sulla mancanza di difese e talvolta anche su una certa promiscuità confusiva e sul desiderio di sedurre. Sembra che sia in quadri familiari di questo tipo che si può assistere ad una precoce adultizzazione del bambino, per cui l'uso esibito della sessualità è frequente come difesa dalla percezione del dolore dell'abbandono e della carenza affettiva (94).

Afferma Dubret:

quando perversità e perversioni sessuali si ricongiungono danno luogo a quadri clinici dove la colpa sembra assente, sistematicamente evacuata attraverso razionalizzazione multiple (95).

Ancora più che nelle altre forme di perversione, è possibile riconoscere nel pedofilo una visione integralista dell'esistenza e delle relazioni, con la conseguente applicazione rigida e coerente dei principi derivanti dalla sua "dottrina ideologica". Il pedofilo è convinto dogmaticamente della giustizia e liceità delle sue inclinazioni, dei suoi desideri, dei suoi atteggiamenti, e si oppone attraverso la sistematica trasgressione delle norme ad una società ritenuta ingiusta ed eticamente pervasiva, che gli impedisce di godere pienamente del bambino e impedisce al bambino di godere dell'amore dell'adulto (96).

La pedofilia, presupponendo la magica abolizione delle differenze tra generazioni, soddisfa totalmente il mito dell'eterna giovinezza, per cui il mondo delle relazioni è un nirvana infantile dove il corpo e la bellezza infantile vengono assolutizzati. Se la pedofilia viene eretta a sistema filosofico, a uno stile di vita che richiede altrettanto riconoscimento sociale di qualunque altra libera modalità esistenziale e tale operazione permette una sua giustificazione che elude e rende inaccessibile il senso di colpa, si può giungere alla sua trasformazione in una singolarità valorizzata che potrebbe conferire una sorta di superiorità universale. L'elaborazione di una morale, la costruzione di una filosofia individuale in cui il soggetto può ricollocare le sue condotte devianti, servono spesso a tenere a bada ogni possibilità di insorgenza del sentimento di colpa. La frequente evocazione dei costumi della Grecia antica da parte dei pedofili partecipa dello stesso meccanismo difensivo. Di Chiara ricorda che:

In gruppi frutto di operazioni scissionali, tendono ad affermarsi atteggiamenti ideologici rigidi, senza libertà e alternative. Il pensiero gruppale diviene ossessivo e monotematico. (97)

La risposta alle argomentazioni pedofile non può che essere la riproposizione inequivocabilmente chiara, della natura del desiderio infantile: la sua gratuità, il suo specifico linguaggio, il suo autonomo e conflittuale significato ludico ed esperienziale non possono essere cortocircuitati e traditi nella relazione sessuale con l'adulto. Costruire una cultura del rispetto dell'integrità del bambino non è facile al giorno d'oggi, e rischia di avere buon gioco la propaganda pedofilia quando contrappone alla mercificazione del bambino e dei suoi sentimenti, dominante nei messaggi dei mass media e della pubblicità, l'attenzione ai suoi desideri, compresi quelli sessuali definiti naturali e non reprimibili. L'unica possibilità è continuare a proporre un'immagine del bambino che contrasti tanto la sua immagine adultomorfica, propagandata attraverso un linguaggio pseudoadulto, quello produttivo, quello del mercato, quello spesso senza fantasia e gratuità che contraddistingue la serialità dei nostri bisogni indotti, quanto la sua immagine pubblicitaria, propagandata attraverso il linguaggio del profitto e del consumismo, che alimenta la gratificazione immediata e genera l'illusione che sia sempre possibile la gratificazione totale.

2. Violenza sessuale sui minori e psicoanalisi

Tra la fine del XIX secolo e l'inizio del XX secolo, Cesare Lombroso considerava che l'equazione infanzia uguale a innocenza, non avesse senso perché l'individuo ha natura propria del criminale e l'educazione che si impartisce è finalizzata essenzialmente «nel recupero del bambino in un tipo sociale, dimostrandogli che nuocere agli individui della stessa specie e del medesimo ambiente nuoce in definitiva a ciascuno» (98). Nello stesso periodo, Freud partiva da un'idea del bambino come essere polimorfo per arrivare, dopo uno sviluppo travagliato delle sue teorie, alla formulazione della naturale integrità del bambino che poteva essere messa in discussione dall'incapacità educativa della madre. L'analisi psicoanalitica di Freud parte dallo studio dei miti, delle leggende e delle fiabe.

2.1. La cultura della pedofilia: i miti e le leggende

I miti hanno consentito di rendere rappresentabili ed esprimibili fantasie universali, fra cui anche quelle pedofile. Le storie mitologiche propongono l'immagine del bambino solo e abbandonato che corre pericoli straordinari. Il nemico del bambino è spesso il padre, che generalmente, uccide il figlio per non essere spodestato, o semplicemente è soltanto assente (99).

Un altro motivo ricorrente è quello del bambino esposto, abbandonato, solitamente perché un oracolo ne ha salutato la nascita con presagi infausti per lui o per la sua famiglia, come è successo a Edipo, abbandonato in fasce sul Monte Citerone (100). Il bambino, solo e abbandonato rappresenta la solitudine primordiale: è il mondo alla sua nascita; nell'immagine del fanciullo, il mondo proietta la propria infanzia. Il fanciullo divino, sottoposto a eventi e pericoli eccezionalmente crudeli, spesso sopravvive, come Zeus e lo stesso Edipo, o risorge come Dioniso, ed il fanciullo solo ed abbandonato diventa un eroe (101).

Sono diversi i miti in cui viene narrata la pratica della pederastia (102). In queste pagine intendo approfondire il mito di Pelope, quello di Laio e Crisippo e quello di Zeus e Ganimede, che possono essere considerati rappresentativi di tre differenti modalità di relazione pedofila, quella antropofagico-incorporativa, più antica, in relazione probabilmente a una reale pratica di sacrifici di bambini nella Grecia antica, quella più violenta con un comportamento pedofilo eccessivo punito dagli dei, e quella più moderna, legata al ratto ed al desiderio del pedofilo di appropriazione della bellezza dell'infanzia.

Ovviamente, si tratta di racconti a scopo esemplificativo, in quanto l'antropofagia, la pedofilia e l'incesto hanno come comune denominatore il desiderio di incorporazione e i diversi aspetti sono spesso compresenti nello stesso mito, anche se i Nicolaïdis (103) evidenziano una sequenza temporale in cui, nel passaggio dalla mitologia titanica a quella olimpica, la pedofilia sessuale prende il posto del desiderio antropofagico.

Chervet (104) parla del passaggio da una concezione preolimpica: «tenere i bambini dentro di sé» a una concezione olimpica: «tenere i bambini per sè». Da una prospettiva simmetrica, Freud (fondatore della psicoanalisi) descrive la fantasia infantile di essere divorato dal padre e afferma che quest'idea è «l'espressione regressivamente degradata di un tenero impulso passivo, di un desiderio di essere amato dal padre, di essere assunto a oggetto nel senso dell'erotismo genitale». (105)

La storia di Pelope

Pelope era figlio di Tantalo, re della Lidia. Tantalo, per ringraziare gli dei che lo avevano invitato alla loro tavola e gli avevano offerto nettare e ambrosia, volle ricambiare l'invito, ma nel piatto che offrì, vi mise le carni del figlioletto Pelope, fatto a pezzi e cucinato per loro. Gli dei, quando se ne accorsero, furono orripilati da tanta cinica crudeltà. Nessuno toccò il cibo, tranne Demetra che, affamata, mangiò una spalla. La reazione degli dei fu furiosa, ma anche riparatrice: a Pelope ridiedero la vita e Tantalo, fino ad allora favorito, fu maledetto e condannato alla fame e alla sete eterne.

Si racconta che Pelope fu resuscitato; la spalla mangiata da Demetra fu sostituita con una spalla d'avorio e lui rinacque così bello che Poseidone se ne innamorò, lo trasportò sull'Olimpo in un carro trainato da cavalli d'oro e ne fece il suo coppiere e amante. Pelope, tornato poi sulla terra, divenne un uomo potente e feroce e uccise il re dell'Arcadia, Stinfalo, riproducendo lo stesso atto violento che aveva subito dal padre. Una storia che rappresenta chiaramente come la violenza subita nell'infanzia spesso si riproduce nella maturità con il passaggio dalla condizione di vittima a quella di autore, come sembra avvenire nei bambini abusati sessualmente.

Laio e Crisippo

Laio, figlio di Labdaco e re di Tebe, costretto a fuggire dal suo regno, si rifugiò da Pelope e s'innamorò del figlio di lui, Crisippo per la vergogna si tolse la vita. Seducendo Crisippo, Laio trasgredì le leggi sacre dell'ospitalità e commise un doppio crimine: impose una relazione sessuale a un ragazzino figlio del suo ospite e si rese responsabile della sua morte. Pelope fu vendicato dagli dei. A Delfi Apollo fece pronunciare l'oracolo in questi termini: Laio fu destinato a procreare un figlio che sarà l'autore della sua morte. Laio sarà punito da suo figlio Edipo, come lui aveva causato la morte del figlio di Pelope. La collera degli dei e la maledizione dell'oracolo sanzionano quindi il comportamento pedofilo eccessivo e criminale, mentre la seduzione e l'impossessamento sessuali generalmente non sono censurati, anzi sostenuti.

Zeus e Ganimede

Zeus, travestito con penne d'aquila, rapì Ganimede e ne fece il suo coppiere e amante. In cambio Ganimede ricevette il dono dell'immortalità; fu infatti tramutato nella costellazione dell'Acquario. Al padre di Ganimede, Zeus donò invece i suoi due cavalli immortali e un tralcio di vite d'oro. In questo mito emergono i temi del possesso e dello scambio del fanciullo, che passa da un proprietario ad un altro con un congruo risarcimento "economico" del padre.

Queste caratteristiche, di proprietà del minore e del risarcimento del danno all'adulto che esercita la patria potestà, saranno una costante nella storia dell'infanzia (delle bambine violentate, in particolare). Il rapimento per amore sembra legato al desiderio di appropriazione della bellezza dell'infanzia e al mito dell'eterna giovinezza: in questi casi il fanciullo rapito, che non può diventare grande per non rompere l'incantesimo, riceve dagli dei il dono dell'immortalità e, quindi, smette di crescere. Allo stesso modo i bambini vittime di pedofili del nostro tempo anche quando non subiscono una violenza evidente, presentano un blocco nel loro sviluppo psichico, in quanto la seduzione è una violenza nella sua essenza e nelle sue radici: sedurre, ci ricorda Calasso (106), vuol anche dire distruggere, secondo la lingua greca phtherein.

2.2. La pedofilia nelle fiabe

Le fiabe non soltanto descrivono fantasie ed emozioni, ma ne illustrano i momenti e gli aspetti più significativi e, soprattutto, suggeriscono modi per entrare in contatto con esse, per affrontarle anche quando sembrano inaffrontabili. Si differenziano dai miti perché prospettano una conclusione non necessariamente tragica. Può essere riproposto per le fantasie presenti nelle fiabe lo stesso schema descrittivo utilizzato per i miti: la prevalenza, in alcune, di fantasie orali-incorporative più o meno sadiche e, in altre, di fantasie più apertamente sessuali. Come sostengono Pezzoni e Schinaia nel loro testo Fiabe e fantasie pedofile (107), anche nel materiale fiabesco si evidenzia come la violenza presente nella perversione, pur mascherata a volte con un'apparente idealizzazione narcisistica dell'oggetto o con forme di pseudo-protezione e di tenerezza, non venga integrata e prenda comunque il sopravvento, sfociando nella distruttività efferata e ripetitiva, cioè nella perversità.

Pelle d'asino

Prototipo delle fiabe a sfondo pedofilo sessuale può essere considerata Pelle d'asino di Perrault (108) (vi è anche una versione dei fratelli Grimm (109) intitolata D'ognipelo).

Si racconta che un re e una regina regnavano felicemente su un paese prospero e che la loro unione era stata allietata dalla nascita di una figlia. La regina si ammalò e, in punto di morte, chiese al re di risposarsi soltanto con una donna più bella e più saggia di lei, sperando che in realtà non si sposasse più. La figlia crebbe e il re se ne innamorò, tanto da volerla sposare. La fata madrina, nell'intento di proteggere la principessa, le suggerì a condizione del matrimonio, la realizzazione di due vestiti, uno del colore del prato con tutti i fiori esistenti nel mondo e uno del colore della luna, del cielo e delle stelle, nella speranza che il re non riuscisse a farli fabbricare. Il re invece riuscì a procurarsi i vestiti e chiese alla figlia di sposarlo. Ora, nel regno esisteva un asino che riusciva a produrre monete d'oro, ed era considerato la fonte di ricchezza del reame. La fata madrina, gli propose allora, certa che il re non ci avrebbe mai rinunciato, di uccidere l'asinello e di ricavarne la pelle da dare in dono alla figlia. Il re, tanto voleva sposarla che lo uccise e ricavò la pelle. La fata allora, nell'ultimo tentativo di salvare la principessa, organizzò la sua fuga e la fece nascondere sotto la pelle d'asino facendole portare con sé i due vestiti. La ragazza, dopo tanto camminare, venne assunta in una fattoria per svolgere i lavori più umili. Qui, mentre si provava di nascosto un vestito, venne casualmente osservata da un principe a cavallo che se ne innamorò. Il principe decise di sposarla, avvisandola prima, che suo padre stava per morire. La principessa sconvolta dalla notizia dell'imminente morte di suo padre, volle vederlo a tutti i costi e si fece accompagnare al suo capezzale. Una volta arrivata al suo cospetto, poté parlare con suo padre morente che nel lungo periodo della sua assenza si era pentito dell'ostinato desiderio di voler sposare la figlia e le chiese perdono.

In questa fiaba giocano un ruolo centrale i pensieri e i desideri della bambina che vengono soddisfatti dal padre, pur di poter avere ciò che egli vuole. Sigmund Freud (110), sottolinea quanto risulti sinistro vedere realizzati i propri desideri e vedere ritornare il rimosso che si credeva confinato nel passato e nell'inconscio. L'effetto dirompente dell'esperienza pedofila riguarda il superamento del confine, oltre che tra le generazioni, tra realtà e fantasia. La fiaba è realistica nel far vedere come alla proposta pedofila corrisponda nella ragazza una tentazione molto forte, che si basa sulla realizzazione, in questo caso veramente magica, di tutti i suoi desideri di sostituire la madre e di accedere al ruolo adulto, realizzando però le proprie aspirazioni esclusivamente a livello narcisistico e a prezzo della reale autonomia della stessa identità personale (111).

Una delle caratteristiche salienti delle fiabe che presentano fantasie di tipo orale-incorporativo è costituita da una sorta di ripetizione, che cerca di fissare l'essere desiderato nell'immobilità della morte e che necessita di sempre nuove vittime, non potendosi placare mai. In una lettera a Marie Bonaparte del 1932, Freud accosta incesto e cannibalismo comportano entrambi il godimento di una carne che è uguale alla propria (112). Nel cannibalismo e nell'incesto, e in genere nella relazione pedofila, sono presenti un desiderio e una paura identici: il ritorno al medesimo, un rapporto di compenetrazione e di fusione attraverso il proprio simile con se stesso. È ancora Freud che, nell'opera l'Uomo dei lupi (113), nota come l'orco e il lupo delle fiabe sono immagini del padre e la paura-desiderio del bambino di essere divorato corrisponde alla fantasia di essere incorporato dal padre, di ritornare a fondersi dentro il suo corpo.

Cappuccetto Rosso

Prototipo delle fiabe a contenuto orale-incorporativo è Cappuccetto Rosso, che Perrault conclude tragicamente con una morale chiara: "Le bambine non devono dare ascolto ai lupi, specie a quelli tranquilli, compiacenti e dolci, che possono seguirle anche dentro le case e per le strade" (114). Bettelheim (115) crede che il significato sessuale in questa versione sia rappresentato in modo troppo esplicito, senza lasciare spazio all'elaborazione personale. Inoltre, non c'è nessuno che raccomandi alla protagonista di non allontanarsi dalla giusta strada, come avviene invece nella versione dei fratelli Grimm che finisce bene grazie all'intervento di un cacciatore che apre con il suo coltello la pancia del lupo e ne fa uscire, ancora vive, Cappuccetto Rosso e la nonna che il lupo aveva ingoiato (116). In entrambe le versioni, in ogni caso, l'esperienza sessuale prematura è presentata come un inghiottimento con connotazioni fortemente distruttive. La storia dei fratelli Grimm si conclude con un dialogo di Cappuccetto Rosso con se stessa: "Finché vivrai, non ti allontanerai più da sola nel bosco contravvenendo alle raccomandazioni di tua madre" (117). La soluzione è l'interiorizzazione della protezione dei valori dei genitori, non l'obbedienza a regole esterne (118). Il lupo comunque, in Cappuccetto Rosso, si presenta prima sotto il suo aspetto reale, poi sotto le spoglie della nonna. Le domande della bambina che vede nella nonna caratteristiche molto diverse da quelle a lei note in precedenza, esprimono bene l'eccitazione, l'attrazione, ma anche la confusione percettiva e mentale del minore in contatto con una figura che si propone come rassicurante e familiare, ma in realtà è minacciosa e soprattutto soverchiante. (119) Sembra facile quindi l'associazione con il personaggio pedofilo, sia nella sua figura di orco feroce che quella apparente di adulto soccorritore.

3. L'interpretazione psicologica della pedofilia

3.1. Cenni storico-psicologici sulle perversioni sessuali

Il tentativo di circoscrivere personalità caratterizzate da comportamenti sessuali "inusuali" con termini psicopatologici è risultata, negli anni, poco soddisfacente. Tra i comportamenti sessuali inusuali più gravi (se vengono valutati alla luce delle conseguenze per l'oggetto amato), possiamo trovare annoverati la pedofilia ed il sadismo, ma anche tutte quelle scelte sessuali che prevedono fantasie e atti di esibizionismo, travestimento, voyeurismo o masochismo. Nonostante le "inusualità" sessuali siano note da sempre (120), nei tempi passati sono sempre state tenute al di fuori dell'ambito strettamente medico-scientifico e trattate in sistemi quasi esclusivamente di tipo giuridico (121).

Fu verso la fine dell'800 che furono accolti e pubblicati lavori ed opere di autori medici (122) "alienisti e carcerari" i quali, su un piano metodologico di anamnesi e osservazione clinico-nosografica di soggetti ricoverati in case di cura e/o carceri, presentarono una descrizione di diverse "anomalie sessuali" classificate secondo le loro manifestazioni esterne. Come sostiene Di Tullio, si cominciò a riferire di «fenomeni che assumono particolare interesse in rapporto alla morale collettiva, come le principali degenerazioni sessuali... La prevalenza dell'istinto sessuale con le sue deviazioni qualitative e quantitative, la troviamo alla base di tutte le varie inversioni e perversioni sessuali» (123). Nel 1905 Freud (124) definì l'attività sessuale come perversa secondo tre criteri diversi:

  1. se è focalizzata su regioni del corpo non genitali;
  2. se più che coesistere con l'abituale pratica di rapporti genitali con un partner dell'altro sesso, soppianta e sostituisce tale pratica;
  3. se tende ad essere la pratica sessuale esclusiva dell'individuo.

Nei primi del '900, Freud propose ipotesi e teorie sulla sessualità, in seguito sviluppate, ampliate ed in parte modificate dalla psicoanalisi, anche dallo stesso Freud, in cui cercava, come sostiene De Cataldo Neuburger, di dimostrare con approfondimento di indagine, compiutezza e consequenzialità che le perversioni sessuali «potevano essere psicogeneticamente comprensibili e non ascrivibili esclusivamente a congetture organicistiche di disarmonie, anomali, degenerazioni e predisposizioni del sistema corporeo elettrochimico-anatomico» (125). Freud propone una visione delle perversioni incastonata nella teoria pulsionale che ha permesso di individuare perversioni relative all'oggetto sessuale e perversioni relative allo scopo sessuale, anche se i limiti tra questi due tipi di perversioni non sono poi così netti (126). Lo stesso Freud sostiene:

Abbiamo l'abitudine di rappresentare in modo troppo intimo il legame della pulsione sessuale con l'oggetto sessuale. L'esperienza dei casi ritenuti anormali ci insegna invece che, in tali casi, tra pulsione sessuale ed oggetto sessuale non vi è che una saldatura che rischia di rimanere inosservata in condizioni normali e consuetudinarie in cui l'istinto sembra già comportare l'oggetto. Così siamo ammoniti ad allentare nei nostri pensieri il legame tra pulsione e oggetto. La pulsione sessuale probabilmente è in un primo tempo indipendente dal proprio oggetto e forse non deve neppure la sua origine agli stimoli del medesimo (127).

Comunque, nonostante le allora moderne concezioni psicoanalitiche di Freud e nonostante la parziale accettazione delle dinamiche psichiche relative all'interpretazione delle anomalie della vita sessuale, queste ultime continuarono ad essere considerate come conseguenti o comunque estremamente dipendenti da una disorganizzazione e disfunzione fisico-endocrinologica (128), quindi ad eziologia di tipo organico e definite «personalità abnormi degenerative» (129).

Dalla classificazione di Krafft-Ebing (130) (che distingueva due gruppi di "aberrazioni" dell'impulso sessuale, quelle relative allo scopo e quelle relative all'oggetto della sessualità), l'inserimento di tali comportamenti nella sistematica delle malattie mentali e dei disturbi psichici, appare insufficientemente inquadrato e a volte forzatamente adattato (131). Eugen Kahn, (132), sembra aver compiuto un notevole sforzo per includere la psicopatologia sessuale nella trattazione sulle "personalità psicopatiche". L'impostazione seguita da Kronfeld, citato da Wyrsch, (133) di inserire la psicopatologia sessuale nella psichiatria generale dimostrò che anche questa soluzione era imperfetta. Binder, sempre citato da Wyrsch (134), si muove in senso opposto a Kahn, egli sposta infatti tali comportamenti sul versante psicogeno. Wyrsch compie lo stesso tentativo di inquadramento nosografico pur avvertendo la spiacevole impressione che le perversioni sessuali non avevano una posizione così netta e pienamente soddisfacente in ambito psicopatologico e lo stesso definisce che:

queste aberrazioni non hanno potuto trovare un posto conveniente né nell'ambito della psichiatria generale né in quello della psichiatria clinica. Esse nella loro apparenza corrispondono ad un atteggiamento, un'abitudine, oppure un'azione singola in contrasto con la morale comune e le regole del buon costume (135).

Le correnti psicoanalitiche e più in generale psicodinamiche hanno posto l'accento sulla vita psichica inconscia, le costellazioni infantili e le esperienze acquisite su cui si modellano secondariamente gli istinti. La speculazione scientifica e l'interesse per il fenomeno portò alcuni autori, orientati più in senso antropologico, a cercare un'apertura più personologica ed esistenziale alla comprensione della vita istintivo-sessuale (136). Ad esempio, gli studi di Binswanger (137) presentano la perversione sessuale come un modo di essere dell'uomo fortemente impoverito rispetto alla pienezza e alla completezza dell'"essere insieme nell'amore". Plaut (138) preferisce utilizzare il termine di "personalità sessualmente disturbate" piuttosto che "perversioni" in quanto, come riferiscono Callieri e Castellani (139), non ci si deve limitare al recupero del parafilico in senso personologico, ma «occorre dare rilievo anche agli aspetti psicopatologicamente più pregnanti», partendo dall'istinto per arrivare a capire il suo comportamento. Gli stessi autori, considerano la perversione sessuale una "struttura parafilica" (140), un modo di essere, differenziandola dall'agito e il comportamento sessuale "aberrante" che può ritrovarsi nelle più diverse condizioni psicologiche e psicopatologiche ed evidenziarsi in specifici ambiti situazionali: «l'inclinazione sessuale parafilica, in quanto struttura, impone alla personalità un'impronta psico(pato)logica ben definita» (141).

Una prima definizione di pedofilia

È interessante notare la definizione che fu data negli anni sessanta, alla pedofilia. Il comportamento pedofilo fu definito come la risposta dell'adulto all'amore che rivolgeva ad un "oggetto" esclusivo, preferenziale oppure occasionale (142) come poteva essere considerato l'amore rivolto ai bambini, ai soggetti sessualmente immaturi, giovanissimi, prepuberi o appena puberi (143), o ancora come li ha definiti Pellegrini (144) "persone proprie o dell'altro sesso non ancora genitalmente mature".

L'obiettivo di tanto "amore" poteva essere (145) la spinta al soddisfacimento di una inclinazione erotica, oppure di una tendenza sessuale (146), di uno stimolo sessuale (147), di un'attrazione erotica (148), di un desiderio sessuale (149), di un'attività sessuale (150) o di atti di libidine (151). Secondo Hans Giese (152), per capire la pedofilia occorre tenere ben presente che il sesso del partner, per il pedofilo, assume un'importanza solo secondaria, mentre molto importante per la scelta del partner sessuale, è senz'altro, l'età: il bambino non deve aver superato l'infanzia. L'età "appetibile" è quella che si estende dalla prima e primissima infanzia, fino all'inizio o al termine della pubertà, ancor prima dell'adolescenza. Il pedofilo perde desiderio sessuale per il ragazzino a cui comincia a crescere la barba o per la ragazzina il cui seno si sta sviluppando. Giese sostiene, che la «diagnosi di pedofilia si orienta fin verso un limite di età entro il quale un bambino o fanciullo viene considerato sessualmente desiderabile» (153). Ed aggiunge che «individui pedofili rimangono strutturati profondamente come tali anche se sono capaci di presentare un atteggiamento normale persino nel caso di una psicoterapia» (154). Da quando si iniziarono a completare i primi studi sulla pedofilia, dunque era già chiaro che la tendenza pedofila rimane sempre in agguato, come possibilità potenziale che può essere rimessa in moto per un caso, anche solo, ad esempio per mezzo della vista, quando nella vita quotidiana, un bambino viene ritenuto desiderabile.

3.2. I fattori psicologici che condizionano la pedofilia

Ma cosa determina l'atto pedofilo?

Recenti autori, di impostazione dinamica (155), hanno sottolineato l'importanza, non solo della teoria pulsionale di Freud, ma anche e soprattutto, gli aspetti relazionali per spiegare alcune delle fantasie perverse; infatti l'attività sessuale perversa viene ricondotta ad una fuga dalla relazione oggettuale (156) e come unica area nella quale il pedofilo riesce ad affermare la propria indipendenza. Il tutto viene ricondotto alla figura materna interna, percepita in questi soggetti come marcatamente influente dal punto di vista affettivo e verso la quale l'attività pedofila rappresenterebbe una sfida (157).

Kohut (158), sostiene che «l'attività perversa comprende il tentativo disperato di ristabilire l'integrità e la coesione del Sé in assenza di risposte empatiche da oggetto-Sé da parte degli altri» (159). Le fantasie e i comportamenti sessuali perversi, secondo Kohut, aiutano il paziente che teme inconsciamente l'abbandono o la separazione, permettendogli di sentirsi vivo e integro. Nello studio delle perversioni, Kohut (160) si discosta nettamente dalla teoria classica delle pulsioni, in quanto per lui l'agito perverso non è altro che un fenomeno secondario alla rottura dell'unità psicologica primaria (il legame empatico oggetto-sé). In altri termini, la pulsione agita risulta essere la conseguenza della disintegrazione dell'unità interna e viene quindi utilizzata nella ricerca di recuperare la fusione (riparazione del sé), naturalmente in modo patologico, con la messa in atto delle fantasie del pedofilo o più in generale del perverso (161). Gli autori (162) che riconoscono nella pedofilia una vera perversione, la inquadrano nelle deviazioni sessuali di tipo qualitativo rispetto all'oggetto. Stumpfl infatti, definisce la personalità del pedofilo eterna, senza tempo:

La sua fissazione ad una determinata età è in un certo qual modo il segnale di questa eternità e un accenno allo stretto rapporto con l'ermafroditismo cosmogonico, quale stato primordiale esistito prima dell'uomo, stato ancora indifferenziato, androgino (163).

Wyrsh (164) precisa che la teoria di Stumpfl ha un valore più teorico che pratico, in realtà. Secondo Wyrsh, talvolta nei pedofili è rilevabile anche una deformazione della modalità sessuale.

Continuando ad analizzare i fattori che potrebbe condizionare la pedofilia, si ripropone il problema delle perversioni che presenta difficoltà e pluralità di interpretazioni in ordine alla definizione e al significato. I "vecchi" sessuologi, ancorati alla teoria della degenerazione che ha dominato la psicologia e la psichiatria fino ai primi decenni di questo secolo, attribuivano al perverso una "tara costituzionale" di tipo degenerativo (165). Le perversioni sessuali erano infatti, considerate delle «sindromi psicopatologiche caratterizzate da alterazioni qualitative dell'istinto sessuale» (166). Tale teoria (detta degenerativa costituzionale (167)), viene nuovamente presa in considerazione alla fine degli anni novanta, quantomeno nella sua forma mista di tara costituzionale e disturbo psicologico, come causa primaria di pedofilia (168).

Sempre riguardo al pedofilo, Glueck (169) formula due ipotesi (poi in parte modificate):

  1. arresto dello sviluppo psicosessuale per un trauma precoce, o meglio per un'atmosfera restrittiva della sessualità:
  2. soluzione dei conflitti sessuali senza l'aiuto di fantasia e della sublimazione per un insuccesso o una distorsione del meccanismo di formazione della coscienza, dovuti, talvolta, ad una situazione psicopatologica di varia intensità.

Lo stesso autore, elaborò quattro fattori cardine come causa di pedofilia (teoria accreditata anche da Hammer (170)):

  1. reazione al complesso di Edipo, paura di castrazione e timore di rapporti con donne psicosessualmente mature;
  2. inibizioni interpersonali classificabili da schizoidi e schizofreniche;
  3. personalità molto debole (debole forza dell'Io) e mancanza di adeguato controllo degli impulsi;
  4. concreto indirizzo intenzionale (orientamento) e minima capacità di sublimazione (degli impulsi).

Fra gli antropofenomenologi, Kunz (171) mette in rilievo, nei pedofili, la mancanza di delicatezza e di tenerezza, mentre Bräutigam (172) evidenzia nelle azioni pedofile l'urgenza, l'imminenza, l'impellenza, che impediscono, di fatto, le fasi graduali attraverso cui si dovrebbero sviluppare le fasi dell'avvicinamento e dell'incontro fra l'uomo e la donna fino a completarne l'unione sessuale (173). Callieri e Castellani (174) infine, rifacendosi in parte alla teoria psicanalitica, definiscono l'Io del pedofilo come immaturo, con una fissazione della libido «a livello di giochi sessuali infantili o una regressione a questi livelli», con «un narcisistico amore di se stessi» (175).

3.3. Le conseguenze della pedofilia sulla vittima

A proposito delle conseguenze sulle vittime di pedofilia, bisogna prendere in considerazione, in primo luogo, le conseguenze psicologiche, quelle relative allo stile di vita e le conseguenze sull'organizzazione dei rapporti interpersonali. In particolare, le sequele psicologiche della pedofilia sono complesse e dipendono:

  1. dal tipo di abuso sessuale (modalità di attuazione dell'abuso sessuale: violenza sessuale, incesto, sodomia, manipolazione dei genitali, carezze capziose, sfruttamento della prostituzione minorile);
  2. da alcune caratteristiche dell'esperienza d'abuso (violenza e coercizione al momento dell'abuso, tipo di attività sessuale, tipo di relazione con l'autore). (176)
  3. dalla sua frequenza nel tempo;
  4. dall'età del minore e dalla sua maturità psico-fisica;
  5. dalla possibilità di aiuto da parte dei familiari per poter uscire dalla situazione (177).

Nel 1988 Finkelhor (178) identifica quattro elementi che contribuiscono all'impatto traumatico della violenza sessuale sul bambino: la sessualizzazione traumatica, il tradimento, la stigmatizzazione e il senso di impotenza. Il primo, la sessualizzazione traumatica, è causata da un precoce e inappropriato apprendimento sessuale. I bambini di solito ricevono delle ricompense per la loro collaborazione a giochi sessuali con gli adulti, questo li incoraggia a considerare il sesso come uno strumento per manipolare gli altri. I bambini che frequentano pedofili possono sviluppare idee distorte della morale, della sessualità e condotte sessuali inappropriate e potrebbero cominciare a comportarsi in modo sessualmente incongruenti con il loro livello di sviluppo (se il sesso viene associato con ricordi di incidenti spiacevoli o che provocano ansia, l'adattamento sessuale successivo può essere compromesso). Il tradimento è il secondo fattore evidenziato da Finkelhor e si presenta quando nel contesto di una relazione di fiducia e di dipendenza, il bambino avverte che quelle attività riprovevoli sono motivate da una tendenza biasimevole ed egoistica dell'autore. Il terzo fattore della stigmatizzazione si presenta attraverso la qualità furtiva dell'attività e attraverso la paura del bambino di essere rimproverato se scoperto. Infine, il senso di impotenza, si presenta in forma piuttosto acuta quando il bambino è costretto con la forza, con la minaccia o con il ricatto a sottomettersi a un'attività non desiderata e vissuta, quindi, come intrusiva della privacy del proprio corpo.

Finkelhor (179) sostiene, che il comportamento esibito dai bambini abusati sessualmente, sia a breve che a lungo termine, riflette questi quattro tipi di trauma. Infatti, una condotta provocatoria e seduttiva nei confronti degli adulti e approcci sessuali aggressivi con altri bambini possono costituire segni di sessualizzazione traumatica, mentre un attaccamento dipendente o il suo opposto (una sfiducia rabbiosa e l'evitamento dell'intimità) sono segni del tradimento. Bassa autostima, ritiro sociale e partecipazione a gruppi marginali come drogati, delinquenti e prostitute, sono segni della stigmatizzazione ed ansia, fobia, disturbi del sonno, depressioni, fughe, problemi dell'apprendimento scolastico e, più tardi, frigidità sessuale o molestie sessuali nei confronti di bambini possono essere attribuiti a un senso di impotenza causato dall'abuso sessuale precoce.

Per quanto riguarda le conseguenze relative allo stile di vita delle vittime, bisogna considerare la frattura che viene a crearsi nella continuità e regolarità dello stile di vita, frattura già verificatasi con il reato, che non si ricompone successivamente, ma piuttosto si ripropone con l'evolversi delle procedure giudiziarie (180). Si tratta di un processo di vittimizzazione "secondaria" che il più delle volte ha la funzione di rinforzo invece che di risoluzione dei danni (ulteriore elemento di danno secondario) a qualsiasi livello subiti. (181)

Secondo Burgess e Holmstrom (182), i problemi di adattamento che la vittima deve affrontare possono essere schematizzati in due momenti: una fase "acuta" o di conseguenza a breve termine di totale disorganizzazione il cui sintomo prevalente è la paura, ed una seconda fase "cronica" o di conseguenze a lungo termine che si determina due o tre settimane dopo l'aggressione, in cui la vittima riorganizza il proprio stile di vita. Il bambino in età prescolare non è in grado di comprendere l'esperienza subita, pertanto non riesce a comunicare verbalmente quello che è accaduto, anche perché non possiede un vocabolario inerente al comportamento sessuale adulto e, come concludono Urquizia e Capra «ciò lascia il bambino in uno stato di confusione e di disorientamento riguardo alle esperienze di abuso degli adulti». (183)

Ne consegue che i sintomi psico-comportamentali più evidenti sono: ansia, timidezza estrema e paura del fallimento, atteggiamento ritroso, silenzioso e comportamento non comunicativo, talvolta ostilità e aggressività con il gruppo dei pari, basso livello di autostima, un improvviso peggioramento del rendimento scolastico, disturbi dei processi cognitivi, depressione e disturbo post-traumatico da stress (il cosiddetto PTSD), poca confidenza o fobia verso gli adulti (184), pseudomaturità sessuale e comportamenti sessuali inappropriati, come la masturbazione manifesta ed eccessiva, l'esibizione dei genitali, i tentativi di introdurre oggetti nei genitali e l'aggressività sessuale. (185) È quindi ipotizzabile, che i bambini abusati imparino ad associare la sessualità alle attenzioni che gli altri possono avere nei loro confronti e così imparino ad usare il comportamento sessuale per manipolare gli altri, sessualizzando tutti i loro rapporti, in quanto avvertono che questo è l'unico modo per ottenere amore; continueranno ad incontrare difficoltà nel dare e nel ricevere amore e rimarrà loro difficile esternare la collera a causa dell'intensità dei sentimenti di irritazione verso gli adulti (in particolare genitori) che non li hanno protetti e verso l'autore dell'abuso. Spesso sono depressi e confusi, hanno la tendenza ad adottare atteggiamenti di sacrificio personale espressi sai attraverso un ritiro passivo sia attraverso un agito violentemente autodistruttivo. (186) Quindi, le vittime di pedofilia possono reagire al trauma in tre modi diversi:

  1. esprimere e agire i sentimenti associati al trauma;
  2. sviluppare comportamenti autodistruttivi (autovittimizzazione);
  3. identificarsi con il loro aggressore e abusare degli altri (agendo il comportamento sessuale che hanno subito, passano da una posizione passiva ad una attiva, cercando così di controllare l'ansia e l'angoscia del trauma).

È opinione di diversi autori che alcuni bambini possono oscillare tra l'identificazione con il ruolo di vittima e l'identificazione con il ruolo di aggressore. (187) Per schematizzare in alcune fasi, le conseguenze a breve termine, grazie a Te Paske (188), si possono evidenziare alcune reazioni iniziali: shock, umiliazione, paura, tristezza e ansia; poi una fase di aggiustamento: autodifesa tendente all'introversione e al ritiro in se stessi; ed infine, una terza fase emotiva, contraddistinta dalla depressione, da un ripensamento sull'evento e da un ritorno della rabbia, che in alcuni casi può essere distorta in rabbia contro se stessi.

Secondo Mary de Young (189), la riorganizzazione a lungo termine che segue la reazione acuta differisce nella sintomatologia in ogni bambino vittima e dipende dalla sua psicologia, dalla reazione della famiglia alla molestia e dalla natura stessa della molestia. I bambini più piccoli sono soliti somatizzare il trauma con vari sintomi psicosomatici che potranno persistere anche per un po' di tempo dopo l'abuso. Nel bambino più grande, invece, agisce la paura e l'ansia create dallo stupro. Tra le conseguenze a lungo termine, più tipici dei bambini sono i disturbi del sonno e dell'alimentazione, la fobia scolastica, il non controllo sfinterico, la reazione fobica nei confronti degli estranei, l'attaccamento morboso alla madre, i sensi di colpa, il coinvolgimento emotivo con l'abusatore.

Durante l'adolescenza, nella vittima di un pedofilo lo sviluppo di sensi di colpa e i conflitti con i genitori possono essere mal compensati con l'attuazione di comportamenti sociali anormali, che nei casi più gravi possono portare alla costruzione di un vero e proprio processo di autodistruzione sociale che si può manifestare con i seguenti comportamenti disfunzionali: tentativi di fuga, promiscuità sessuale e problemi sessuali (matrimoni precoci, gravidanze precoci, frigidità sessuale, insuccesso nello stabilire relazioni sessuali ed affettive durature) (190), la politossicodipendenza e la tendenza a delinquere con adesione a bande criminali, tentativi di suicidio (191) e simulazione della cosiddetta "sindrome di Cenerentola". (192)

Due ricerche di Freund (193) hanno dimostrato, attraverso l'analisi dei racconti di abuso infantile di adulti pedofili, che l'aver subito esperienze di abuso sessuale da parte di adulti durante l'infanzia, porta alcuni individui a riproporre attivamente in età adulta l'abuso subito da bambini. Gli adulti abusati sessualmente nell'infanzia si rendono a loro volta frequentemente colpevoli di abuso fisico e sessuale nei confronti dei propri figli. L'affetto fisico che questi genitori sentono per i loro figli non è diretto alla loro cura, ma ha una valenza sessuale. In alcuni casi, le madri utilizzano inconsapevolmente con i propri figli, per mantenere la disciplina, atteggiamenti di seduzione. (194)

Secondo Brand e collaboratori, nelle vittime di pedofilia, in età adulta, sono frequenti manifestazioni di disagio come depressione, ansia, bassa autostima, comportamenti di auto distruttività e di autolesionismo che comprendono:

  1. comportamenti tendenti al suicidio, idee suicide e tentati suicidi;
  2. autolesionismo deliberato, come automutilazioni, abuso di sostanze tossiche (che rivela sì un problema dell'individuo con la gestione dei propri conflitti interiori, ma spesso anche un suo problema di adattamento sociale), interruzione di cure vitali;
  3. autodistruttività cronica che include fallimenti nella cura di sé, correre dei rischi, comportamenti di auto-fallimento. (195)

Problemi di sviluppo condivisi da uomini e donne possono portare a diverse manifestazioni: le donne, generalmente, tendono a sviluppare più degli uomini tratti di personalità borderline (impulsività, fallimenti nel ruolo sociale, intolleranza alla frustrazione, stati depressivi), gli uomini, invece, sviluppano perlopiù disordini di personalità di tipo antisociale. (196) In genere, secondo Mayall, da adulte, le donne sessualmente abusate da bambine si dichiarano sessualmente poco sensibili e poco soddisfatte, con numerosi problemi e disfunzioni sessuali. (197)

I problemi che di solito si manifestano con maggior frequenza nell'ambito del comportamento sessuale sono: disturbi sessuali, comportamento sessuale inappropriato, ipersessualità, confusione di genere (in particolare, maschi che hanno subito un abuso sessuale da parte di altri maschi hanno più frequentemente problemi di confusione riguardo alla loro identità sessuale e alle loro preferenze sessuali), acting-out sessuali: in particolare, come risulta da molte indagini, molti maschi adolescenti autori di violenze sessuali sono stati essi stessi vittime di violenze nell'infanzia. (198) Inoltre, altri disturbi comportamentali che possono manifestarsi in adolescenti sessualmente abusati nell'infanzia sono: idee omicide e suicide, fughe, irascibilità verbale, comportamento oppositivo e distruttivi, problemi nelle relazioni con i pari e delinquenza. (199)

3.4. In particolare, le conseguenze della violenza sessuale sui bambini

Tra le manifestazioni più squallide della pedofilia, si può annoverare lo sfruttamento sessuale a fini commerciali sui minori.

Lo sfruttamento sessuale di un bambino compromette seriamente il suo sviluppo fisico, psicologico, spirituale, morale e sociale. I maggiori pericoli che i bambini sfruttati devono affrontare, sono le violenze di tipo fisico da parte di chi li sfrutta (clienti, trafficanti, prosseneta). Nel caso in cui si rifiutino di lavorare, vengono colpiti con calci, schiaffi, botte, bruciature di sigarette e violenze sessuali (200); per le bambine poi, ci sono conseguenze anche molto gravi: rapporti sessuali troppo precoci con partner adulti infatti, causano molteplici lacerazioni, spesso non rimarginabili, dell'apparato riproduttivo esponendo il fisico a gravi infezioni che portano spesso alla sterilità permanente (201). Tra le altre, le malattie veneree, le infezioni da virus HIV e il contagio da sindrome di immuno-deficienza acquisita (AIDS), malattie sessualmente trasmissibili.

I danni psicologici non sono facili da misurare, tuttavia non sono meno gravi. Ragazzi sfruttati sessualmente riferiscono di provare vergogna, senso di colpa e di non avere stima di se stessi. Alcuni pensano di non essere degni di essere soccorsi. Così riferisce Saisure Chutikul (202), dopo uno studio approfondito sulla condotta dei bambini costretti a prostituirsi: «I bambini prostituiti hanno una totale sfiducia nella società a causa delle loro tante, spiacevoli e deludenti esperienze. Sono molto scettici e restii a credere a qualunque cosa non fosse dimostrata dai fatti. La depressione è una costante della loro vita, fino a spingerli al suicidio. Le esperienze umilianti spingono i bambini alla perdita del rispetto di sé. La violenza fisica distrugge, fra le altre cose, il senso di autostima e li faceva precipitare verso ulteriori forme depressive per il ricordo di tante umiliazioni» (203).

Capita che molti abbiano incubi ricorrenti, soffrano di insonnia e depressione, ricorrano all'uso di stupefacenti e tentino il suicidio. «Qualunque sia il grado di autostima del bambino, questo svanisce in seguito a un così pressante martellamento psicologico» (204) sostiene Ron O'Grady.

La personalità dei bambini viene fortemente e violentemente schiacciata dalla pressione psicologica operata su di loro dagli adulti, siano essi sfruttatori e/o fruitori della loro sessualità od operatori sociali cui difetta talvolta, una specifica preparazione per venire a contatto con le vittime della prostituzione. A questo proposito, può essere invocato l'art. 39 della Convenzione delle Nazioni Unite sui Minori, che chiede il rispetto della dignità della persona, nella fase di recupero e di reintegrazione sociale dei minori abusati (205). La riabilitazione, definita come una ricostituzione dello stato iniziale della vita del fanciullo, è un processo che finora ha raramente raccolto successi. Spesso, infatti, la ricongiunzione del bambino con la famiglia e il ritorno ad una vita "normale" non bastano, il rischio che la vittima ricada nella vecchia condizione è assai alto.

Il vero successo si otterrà solo riuscendo a sottrarre il minore dalla condizione di sfruttamento e facendo in modo che questa non si ripresenti in un futuro prossimo, attraverso:

3.5. Il danno psicologico

Qualcuno ha scritto: «Il trauma è come una gomma che ti cancella». (207) Con il termine "danno", in psicologia, ci si riferisce ad un'alterazione dell'equilibrio di personalità della vittima di un illecito data da fattori inerenti o esterni, che può trovare modo di manifestarsi temporalmente vicino all'evento scatenante o anche rimanere latente per un indefinibile arco di tempo. (208) Si tratta di un tipo di danno che non è riconducibile puramente al concetto di danno "morale", che indica la sofferenza soggettiva e il dolore che possono conseguire ad un trauma fisico e psichico e che si configura sempre come ulteriore ed eventuale conseguenza del fatto illecito e neppure al concetto di danno "biologico", che indica una menomazione derivante dalla lesione oggettiva di una parte dell'organismo; in quest'ultimo caso si parla, quindi, di danno primario. (209)

Il danno psicologico, invece, «si ipotizza come una compromissione durevole ed obiettiva che riguardi la personalità individuale nella sua efficienza, nel suo adattamento, nel suo equilibrio; come un danno, quindi, consistente, non effimero né puramente soggettivo, che si crea per effetto di cause molteplici e che, anche in assenza di alterazioni documentabili dell'organismo fisico, riduce in qualche misura le capacità, la potenzialità, la qualità della vita della persona». (210) Quindi, con il termine danno psicologico si intende un'alterazione dell'equilibrio di personalità, o dell'adattamento sociale, che insorge dopo un evento traumatico di natura dolosa o colposa; che si manifesta attraverso sintomi e compromissione della vita normale del soggetto. È parare di Pajardi, che il danno psicologico permane anche dopo un certo periodo di stabilizzazione (circa un anno), pur senza arrivare a configurarsi necessariamente in un vero e proprio quadro clinico patologico». (211)

Per accertare l'esistenza di un danno psicologico non è necessario identificare una patologia della personalità, ma è sufficiente anche un'alterazione di una sola o di più funzioni dell'Io (volontà, affettività, intelligenza) che non necessariamente investono la totalità della persona. Tuttavia, risulta necessario che tale alterazione non costituisca solo un momento di disagio o di sofferenza che accompagna l'evento o l'assestarsi delle sue conseguenze, ma bisogna che la conseguenza si sia stabilizzata in modo da poter discriminare tra uno stato inevitabile di disagio - comunque facilmente risolvibile - e una vera e propria alterazione o patologia. (212)

Dai risultati degli studi dell'American Psychiatric Association, si evince che il livello d'intensità del disturbo post-traumatico da stress può essere acuto, se la durata dei sintomi è inferiore a tre mesi, e cronico, se la durata dei sintomi è di tre mesi o più. (213) Anche Sutherland Fox e Scherl (214) parlano di reazioni che si articolano in:

  1. reazione acuta, immediatamente dopo l'evento, che di solito dura alcuni giorni;
  2. adattamento apparente;
  3. integrazione e risoluzione dell'esperienza.

Ma affinché questo ciclo si concluda con una risoluzione del trauma sono necessari un sostegno e una terapia specifica che aiutino la vittima a superare l'abuso. (215)

Dal punto di vista giuridico, nei casi di pedofilia e di abuso sessuale in genere, le conseguenze gravi compromettono la ripresa della vita normale, pertanto, data la loro rilevanza penale, si può considerare la possibilità di risarcimento. È necessario, quindi, chiarire la differenza tra danno morale e danno psicologico, chiarendo che nel primo viene risarcita la sofferenza patita dal soggetto in quella situazione, nel secondo caso si intende risarcire il danno che l'evento può aver provocato sul soggetto in termini di oggettiva alterazione stabile e duratura del suo equilibrio di personalità. (216)

Nel caso della pedofilia, dal momento che si tratta di vittime minorenni, bisogna sottolineare il fatto che il trauma agisce su una personalità in via di sviluppo che pertanto può risentire in forma più grave e duratura di eventi come l'abuso sessuale o anche le molestie sessuali che possono compromettere il successivo equilibrio psicofisico. In particolare, una situazione relazionale patologica, in cui vi sia un'asimmetria accentuata (come nel rapporto adulto pedofilo e bambino), richiede al soggetto più debole uno sforzo notevole per sopravvivere nella relazione senza essere sopraffatto e comunque il divario di potere incolmabile fa sì che la probabilità che il soggetto riporti un danno a livello psicologico, aumentano.

Non va sottovalutata anche la carenza affettiva che ne consegue, dal momento che il bambino avverte il comportamento sessuale come unica manifestazione e come unico mezzo utile per una comunicazione affettiva e relazionale (217). Le fasi evolutive (dalla nascita fino all'adolescenza) costituiscono il periodo in cui si costituiscono le basi della personalità, pertanto i fattori nocivi che vi intervengono incidono in modo determinante sulla struttura definitiva del soggetto.

3.6. Mezzi e strumenti per valutare le conseguenze e il danno psicologico

Per l'individuazione delle cause che hanno contribuito alla formazione di una determinata situazione caratteriale psicopatologica nella vittima di pedofilia, secondo Boudewyn e Liem (218), è importante distinguere tra:

  1. eventi che riguardano specificatamente l'abuso;
  2. eventi concorrenti all'abuso;
  3. eventi antecedenti all'abuso;
  4. eventi che seguono l'abuso.

Per quanto riguarda il primo punto, devono essere considerate le caratteristiche dell'abuso e la sequenza dei fatti durante l'abuso. Per esempio, il protarsi dell'abuso nel tempo costituisce un elemento direttamente proporzionale alla traumaticità dell'esperienza per la vittima. Come fattori predittivi di problemi ulteriori, invece, sembrano più rilevanti altri elementi, quali ad esempio la gravità dell'abuso e l'uso della forza e della coercizione durante l'abuso, o ancora il tipo di relazione con l'aggressore. Infatti, il rapporto tra la vittima e il suo aggressore (di solito l'autore della violenza è uomo e conosce la vittima) costituisce un determinante fattore predittivo del grado di internalizzazione del comportamento problematico per la vittima. (219)

Per quanto riguarda l'uso della violenza o della minaccia di violenza durante l'esperienza abusiva, molti degli elementi traumatizzanti dell'esperienza dell'abuso sessuale (come il senso di impotenza, la diffidenza nei confronti degli altri, le distorsioni nel normale sviluppo sessuale e il continuo coinvolgimento in ruoli e relazioni familiari inappropriati) vengono rafforzati dall'uso della violenza, oltre al fatto che la forza può causare anche dei danni fisici. (220) I bambini sottoposti a esperienze di abuso violento o coercitivo dimostrano, in genere, una grande ostilità e una paura eccessiva dei comportamenti aggressivi degli altri

Nel secondo punto, troviamo che fondamentale per lo studio e la comprensione delle conseguenze dell'abuso è l'indagine dei Mediating Factors, cioè di tutte quelle variabili che concorrono allo strutturarsi della situazione patologica dopo l'abuso e che possono aiutare a predire un aggiustamento nel comportamento della vittima in età adulta: il supporto dei genitori, la presenza di psicopatologie in famiglia, il coinvolgimento con un'effettiva risorsa terapeutica. (221)

Per quanto riguarda il terzo punto, tra i fattori antecedenti all'abuso, per capire quale sia il peso da attribuire all'evento abuso come causa di disturbi di un individuo, è necessario valutare l'importanza di alcuni fattori innati (particolari caratteristiche di temperamento, deficit cognitivi) e di fattori ambientali (incomprensioni in famiglia, problemi a scuola) nel loro contributo al risultato finale del disturbo. (222)

Il quarto punto analizza gli eventi che seguono l'abuso, per i quali si possono individuare più livelli di indagine da seguire nell'analisi dei singoli casi: il livello individuale, il livello familiare, il livello sociale e il livello culturale. (223)

Il danno psicologico della vittima di pedofilia, inquadrabile in una diagnosi di Post-Traumatic Stress Disorder, accomuna il reato di pedofilia, a qualsiasi altro reato violento o situazione traumatica, entrambi i quali producono situazioni di stress con conseguenze analoghe. Quindi, la pedofilia e la violenza sessuale, come è noto, entrano a far parte, dal punto di vista giuridico, nell'ambito dei reati contro la persona e, dal punto di vista umano, tra i possibili eventi dolorosi e traumatici che sconvolgono psicologicamente e socialmente l'essere umano.

Per accertare, a scopo giuridico, che un evento di abuso sessuale si sia realmente verificato, secondo alcuni autori (224), si deve tener conto di alcuni indicatori, relativi alla vittima, utili per definire l'esistenza dell'abuso. Importante quindi, capire cosa si intende per "indicatore d'abuso". Innanzitutto, l'indicatore d'abuso non deve essere confuso con l'indizio e tanto meno con una prova; esso viene così denominato perché potrebbe orientare in una determinata direzione la ricerca eziologica, ossia l'individuazione della causa di un disagio. Si tratta comportamenti che sono comuni a molti bambini vittime di abuso, anche se la quasi totalità di elenchi di indicatori d'abuso, non è esaustiva e adeguata, sia perché molti bambini che subiscono l'abuso sessuale in un contesto di gioco, non avvertono un reale trauma, sia perché ci sono bambini che grazie a meccanismi difensivi, non mostrano indicatori d'abuso pur essendo stati abusati realmente. Sostanzialmente l'abuso può essere definito come «una variazione del comportamento abituale non necessariamente sintomatica». (225) Alcuni degli strumenti utili al tentativo di cogliere indicatori d'abuso e a cogliere la verità senza traumatizzare il minore sono i seguenti tests:

Gli indicatori possono essere cognitivi (livello di coerenza delle dichiarazioni, elaborazione fantastica, giudizio, morale, chiarezza semantica, conoscenza sessuale inadeguate per l'età, carenti capacità di attenzione, confusione nel ricordo dei fatti e sovrapposizione dei tempi), indicatori fisici (deflorazione, rottura del frenulo, ecchimosi e lividi in zona perineale, sintomi di malattie veneree) ed infine indicatori comportamentali ed emotivi (paura, depressione, disturbi del sonno e dell'alimentazione, ipervigilanza per paura della ripetizione del trauma, disinteresse per le attività socioricreative, alterazione della personalità, comportamenti autodistruttivi fino al suicidio, erotizzazione dei comportamenti). Un accenno infine al colloquio valutativo con un bambino vittima di abuso sessuale, che dovrebbe essere condotto con una serie di accorgimenti particolari, per esempio, bisognerebbe cercare di non essere intrusivi e fare in modo che il racconto sia spontaneo, evitare domande suggestive e le domande alle quali si risponde solo con un si o con un no, proporre domande con una risposta più aperta e sempre più specifiche, evitare un clima intimidatorio, usare un linguaggio appropriato e semplice per l'età del bambino, non interromperlo, preparare in anticipo il bambino all'idea dell'intervista per evitare sue resistenze e paure, sarà inoltre utile videoregistrare le sedute. In particolare, per i bambini di età inferiore a cinque anni, date le loro ancora povere competenze verbali e concettuali, si ricorre spesso alle bambole anatomiche, ma l'uso di questo metodo rimane una questione molto controversa, dal momento che, per molti, le bambole possono avere effetti sulla suggestionabilità dei bambini e, quindi, alterare la veridicità dei ricordi. (233)

4. Il trattamento terapeutico del bambino abusato sessualmente

Il minore abusato deve essere protetto dagli eventi traumatici che ha subito e anche da quelli che potrebbe continuare a subire. La prima forma di intervento che si richiede alle istituzioni giudiziarie è quella di un intervento volto all'interruzione dell'abuso, intervento che si concretizza spesso con l'allontanamento fisico della vittima dall'abusante (234). Dopo questa fase di protezione, è importare impostare una fase diagnostica, la fase cioè di valutazione e validazione delle rivelazioni della vittima, utili per predisporre successivamente un contesto di cura. La protezione è importante per il successivo lavoro clinico, perché solo se il minore si sente libero e sicuro, inavvicinabile da colui che ha perpetrato l'abuso, si sente "coccolato" da coloro che si schierano dalla sua parte, può avere possibilità di superare quel "blocco" che renderebbe vano qualsiasi tipo di intervento. La letteratura, in ambito psicologico ed una consolidata prassi sostengono che solo in una situazione protetta è possibile capire, valutare e poi curare il danno prodotto dalla situazione abusiva (235). Il primo passo da percorrere con il minore è quello di cercare di fargli capire che ciò che ha vissuto come esperienza traumatica non coincide con le "normali" esperienze che un soggetto della sua età di solito vive, ed è importante fargli capire questo perché, se non viene prospettato come reale ed esistente quello che il terapeuta vuole far capire al bambino, la terapia successiva non produce alcun effetto positivo (236). Grazie ad alcuni dati raccolti dalle ricerche effettuate da Macdonald (237), sono state elaborate le seguenti conclusioni in relazione al tipo di interventi più efficaci per il trattamento dei minori vittime di abuso sessuale e alle componenti di tale terapia specifica:

Le modalità di base d'intervento sul bambino abusato sessualmente, seguendo le linee esposte da Dottore e Fuligni (238), possono essere riassunte nelle componenti della terapia specifica per l'abuso sessuale sui minori:

4.1. La relazione terapeutica con il minore vittima di abuso sessuale

Recentemente si sono sviluppate diverse proposte terapeutiche che riguardano direttamente la vittima dell'abuso (e non più solo terapie relazionali del gruppo familiare), grazie soprattutto a due fattori: l'alta incidenza di psicopatologia grave nei bambini abusati e la valutazione retrospettiva, evidenziata ormai da molte ricerche, di adulti effetti da patologia psichiatrica che hanno rivelato esperienze infantili di violenza sessuale (239). Inoltre i bambini non vogliono quasi mai parlare della loro esperienza, ed i tentativi di far descrivere il loro vissuto si infrangono quasi sempre contro il muro di un silenzio pesante. Il punto è che questo non è dovuto solo ad un sentimento di vergogna, o di diffidenza verso un estraneo o la paura di ritorsioni familiari, anzi, la questione è molto più profonda e delicata. Sembra infatti, che i minori vittime di violenza sessuale tentino disperatamente di rimuovere ciò che hanno vissuto e le angosce connesse, in modo tanto più rigido quanto più grave è stato il trauma negli affetti. I bambini sono in grado di mettere in azione dei meccanismi di difesa contro l'angoscia del ricordare che sono, per la loro rigidità, responsabili della strutturazione patologica tardiva della loro personalità (240). Non è in realtà l'episodio di violenza subita in se stesso che provoca direttamente danni allo sviluppo psichico, ma l'attivazione di questi meccanismi di difesa e la necessità di mantenerli costantemente efficienti. La negazione, la rimozione, l'identificazione con l'aggressore e la scissione della componente affettiva non devono permettere il riaffiorare di un segreto angoscioso.

I bambini si convincono che ciò che è loro accaduto è giusto, ed è accaduto per colpa loro, perché hanno bisogno di un genitore "buono", perché negano la componente violenta e abusante del genitore, reprimendo sentimenti di rabbia per il tradimento subito e accollandosene molto spesso la colpa. Il ragionamento che si snoda nella loro mente è disarmante e lineare: "i bambini buoni vengono amati, io invece non sono stato amato e quindi sono un bambino cattivo" (241). Attraverso questi meccanismi il bambino ottiene una serie di "vantaggi" come la capacità di controllare l'angoscia vissuta nell'esperienza traumatica e il senso di colpa primario, la possibilità di evitare la depressione derivante dalla perdita di amore. Il tutto però, espone il bambino ad una progressiva sensazione di vulnerabilità, a fallimenti scolastici prima e professionali poi, a gesti autolesivi inconsapevoli e anche consapevoli che possono arrivare al suicidio. Come forme reattive al grave vissuto depressivo, quando prevale il meccanismo di identificazione con l'aggressore, nel minore possono emergere comportamenti maniacali sempre più aggressivi, atti compulsavi di criminalità minorile ed infine, da adulti, essi tenderanno a ripetere il modello violento subito da bambini diventando genitori abusanti (242).

Il fine della terapia su un minore sessualmente abusato, è quello di sviluppare in quest'ultimo la consapevolezza di essere vittima e non, invece, responsabile dell'accaduto. La confusione di ruolo che si produce fra l'adulto e il bambino in questi casi è così grande da creare nel minore una grossa difficoltà a superare il senso di colpa che lo lega al sospetto di essere stato egli stesso, con il proprio comportamento, a provocare o a non rifiutare il rapporto sessuale (243).

L'importante dunque, è cercare di aiutarlo a ricostruire il suo mondo interno, attraverso l'esperienza di relazione con un adulto che può accogliere, contenere, comprendere la sua sofferenza e che permetta l'espressione della rabbia e della disperazione. È necessario favorire i cosiddetti "movimenti di lutto" (244) rispetto a ciò che è perduto per sempre (la propria infanzia, la possibilità di poggiare fiduciosamente su una concezione ottimistica del mondo e della vita), anche se il minore troverà la forza d'animo per andare avanti. Oltretutto, il compito sarà particolarmente difficile e doloroso quando il bambino dovrà rassegnarsi ad ammettere che tutte le persone di primaria importanza affettiva per lui, da cui si aspettava protezione, l'hanno abbandonato. D'altro canto questa completa presa di coscienza è l'unica premessa che rende possibile il radicamento in altri tessuti familiari, quando per il minore abusato rimane soltanto la via dell'adozione (245).

Le psicoterapie che utilizzano tecniche di gioco sono più adatte di quelle che utilizzano tecniche verbali, perché l'ostilità e la diffidenza iniziali possono rendere impraticabile lo scambio verbale (246). Attraverso il gioco, invece, il bambino non racconta tanto il fatto, quanto la sua angoscia e con il terapeuta impara ad accettarla, a confrontarsi, a gestirla. Man mano che il bambino impara a fidarsi del suo terapeuta, recupera lentamente il suo mondo emotivo, la fiducia verso il prossimo, la possibilità di abbandonare i rigidi meccanismi di difesa, facendo emergere i suoi sentimenti più profondi, anche a costo di impiegare moltissimo tempo prima di arrivare alla fine della terapia.

A questo proposito, Dèttore (247), ricorda come la terapia dovrebbe avere termine quando sono state raggiunte le mete che, nel corso dell'intervento possono essere gradualmente modificate, via via che vengono evidenziati nuovi aspetti e modalità di reazione del minore. In particolare, non è tanto la lunghezza della terapia a garantire il risultato, anche preventivo. Anzi, può darsi che il minore, dopo alcuni anni, debba ritornare per un trattamento, senza che questo debba essere considerato un fallimento.

Anche il comportamento del minore, oltre al raggiungimento delle mete, può essere considerato un segnale indicatore che è giunto il tempo di porre fine alla terapia: se il bambino mostra un minore interesse al corso delle sedute, se comincia a saltare gli appuntamenti, se presenta un'attenzione più concentrata su attività esterne come la scuola o i compagni, o comincia a fare domande circa la fine degli incontri stessi, questi segnali possono indicare che è ora di valutare il percorso effettuato e prendere decisioni sul diradare le sedute e il porre fine a esse.

La data d'interruzione della terapia verrà proposta dal terapeuta al minore, cercando di ottenere la sua approvazione, perché non bisogna lasciare al bambino la responsabilità di decidere in proposito, ripetendogli più e più volte che la terapia viene terminata a causa dei progressi del bambino e non per qualche cattiva disposizione nei suoi confronti, nel contempo è importante ricordare al bambino che, se ve ne sarà il bisogno, potrà sempre tornare dal terapeuta (248).

4.2. Alcuni principi generali sulla relazione terapeutica

Un aspetto fondamentale della relazione che si instaura tra la vittima di un pedofilo e il medico è senz'altro basato sulla fiducia. È necessario che il terapeuta si mostri al minore affidabile, disponibile e capace di comprenderlo, in modo da accrescere la fiducia che la vittima ha posto su di lui: deve diventare la sua "base sicura", dalla quale possa iniziare ad affrontare i problemi legati all'abuso subito. In particolare è importante che si astenga dal concedere privilegi speciali, regali o favori ai minori trattati, perché spesso gli autori della violenza sessuale hanno agito inizialmente proprio attraverso tali tecniche indirette (249).

Il primo passo del processo terapeutico consiste nel chiarire gli scopi dell'intervento stesso, per stabilire e definire le aspettative reciproche, in modo anche da correggere eventuali fantasie inadeguate da parte del minore in proposito. Il terapeuta deve, dunque, affermare chiaramente di essere al corrente del fatto che il bambino è stato abusato e che proprio questo evento traumatico costituisce la ragione principale della sua partecipazione alla terapia. In tal modo, oltre a definire il rapporto, è possibile cominciare a desensibilizzare il minore circa il tema dell'abuso, comunicandogli nel contempo la fiducia nel fatto che egli gradualmente diventerà capace di gestire adeguatamente l'argomento (250).

Inoltre, è importante chiarire con il minore che parlare di questi argomenti non è facile per nessuno, neppure per gli adulti. In questo modo, il terapeuta cercherà di procedere gradualmente e di lasciare al bambino il controllo circa cosa e quando condividere col terapeuta, per cui gli argomenti più dolorosi saranno affrontati soltanto quando il bambino si sentirà pronto (251). Il terapeuta, deve spiegare al minore che può usare le parole che preferisce per riferirsi all'abuso ed inoltre gli dà la possibilità di dire in ogni momento, che non se la sente di parlare di un dato argomento: il bambino avrà a disposizione tutto il tempo di cui ha bisogno per riuscire ad affrontare il problema.

Come sostiene Scardaccione (252), la spiegazione degli scopi dell'intervento può essere introdotta al piccolo paziente con una frase del tipo: «Io aiuto i bambini a capire quello che provano e pensano quando sono stati trattati come ha fatto con te il papà (o qualunque altra persona a seconda del caso). I bambini in questi casi possono essere davvero sconvolti o confusi per quanto è accaduto; così io cerco di aiutarli a trovare un modo per diventare più tranquilli e stare meglio». Il terapeuta cercherà di procedere gradualmente e di lasciare al bambino il controllo circa cosa e quando condividere col terapeuta, per cui gli argomenti più "dolorosi" saranno affrontati soltanto quando egli sarà pronto.

Per poter affrontare la tematica dell'abuso sessuale con il minore il terapeuta deve creare un'atmosfera di sicurezza e prevedibilità. Questo obiettivo può essere perseguito in vari modi (253), che possono essere tutti compresenti: le sedute dovrebbero avvenire allo stesso giorno e alla stessa ora della settimana, sempre nello stesso locale, in presenza dei medesimi giochi; le produzioni (grafiche o altro) del bambino dovrebbero essere poste tutte in una cartellina contrassegnata col suo nome alla fine della seduta (ciò può essere fatto dal minore stesso) e riposta in un luogo ben preciso, dove potrà ritrovarla alla seduta successiva; l'inizio e la fine di ogni incontro potranno essere costituiti da rituali precisi e ripetuti (ad esempio fare un disegno sia all'inizio che alla fine di ogni seduta); gli appuntamenti delle sedute dovranno essere rispettati il più possibile; nel caso di eventuali spostamenti della data dell'incontro, questi dovranno essere spiegati chiaramente al minore, esponendone le ragioni (eventualmente dandogli un oggetto da conservare per ricordo durante il periodo, che verrà poi riconsegnato al terapeuta nella seduta successiva).

Un altro aspetto a cui il terapeuta deve prestare particolare attenzione è il contatto fisico con i minori abusati, in quanto ogni gesto di maggiore vicinanza fisica può essere da loro interpretato come una proposta sessuale o comunque come un atto troppo invasivo. Talvolta anche una semplice carezza può essere fraintesa. Occorre, quindi, soprattutto nelle fasi iniziali della terapia, evitare contatti fisici, che non siano quelli socialmente condivisi ed "ufficiali", come una stretta di mano, lasciando gradualmente al minore l'iniziativa di iniziare avvicinamenti fisici maggiori. Per quanto riguarda la porta chiusa dello studio, se tale cosa disturba fortemente il minore, la si può lasciare socchiusa, cercando però di far capire al bambino che si chiude la porta per motivi (come il non esser disturbati o rispettare le esigenze di riservatezza) che sono tutti in suo favore e non per altri scopi nascosti o negativi (254). Infine, è importante che il terapeuta si dimostri sempre empatico rispetto alle emozioni che il minore può via via provare: quando quest'ultimo esprime chiaramente la sua ansia e rabbia, il terapeuta deve essere pronto a contenere questi suoi sentimenti e a rassicurarlo, affermando che in circostanze del genere tutto ciò è normale. Gran parte dei minori abusati, in particolare quelli con vittimizzazione intrafamiliare, esprimono dei comportamenti di "attaccamento insicuro" (255), i cui tipi più frequenti sono: quello ansioso-evitante e quello ansioso-resistente.

I bambini con attaccamento ansioso-evitante temono soprattutto il rifiuto delle figure parentali che in precedenza si sono dimostrate distaccate e scostanti nei loro confronti; quindi, bloccano ogni propria emozione a scopo protettivo e manifestano comportamenti diffidenti ed evitanti anche nei confronti del terapeuta, in quanto si aspettano che anche quest'ultimo, al pari degli altri adulti per loro significativi, si comporterà con loro in modo rifiutante o addirittura abusivo. Per questo motivo si mantengono lontani dal terapeuta durante gli incontri, sia psicologicamente che fisicamente, giocando da soli e cercando di non avere un ruolo attivo nelle sedute ma di attento osservatore. Inizialmente la tendenza all'evitamento va rispettata: il tentare troppo precocemente di superarlo potrebbe generare nel bambino emozioni sopraffacenti. Per cui, negli incontri iniziali, il terapeuta potrà lasciare ampio controllo al minore nello scegliere i materiali, i giochi e le attività. Inoltre è fondamentale che ogni promessa fatta dal terapeuta venga mantenuta; solo in tal modo il bambino potrà iniziare ad avere fiducia in lui. Non bisogna, però, permettere che questo ruolo assunto dal minore continui troppo a lungo: a poco a poco deve essere il terapeuta ad assumere il controllo della situazione, proponendosi prima come aiutante del minore ed interveniente nel gioco, poi come agente di protezione e di cura (256) L'attaccamento ansioso resistente, invece, è caratterizzato dal fatto che la scarsa disponibilità genitoriale induce il minore ad incrementare la propria attivazione emozionale per attrarre l'attenzione altrui, oppure egli diviene estremamente dipendente per ottenere una risposta materna.

In ambito terapeutico il bambino diviene inizialmente molto dipendente dal terapeuta, chiedendo di tornare subito per un'altra seduta, volendo il suo indirizzo e numero telefonico, e in ogni caso, avendo grandi difficoltà a staccarsi da lui. Può anche assumere comportamenti altamente regressivi, come chiedere al terapeuta di essere alimentato col biberon. Ad un certo punto, però, il minore si rende conto che le sue esigenze di dipendenza non possono essere soddisfatte del tutto dal terapeuta e, quindi, gli rivolge la stessa rabbia e il medesimo risentimento che aveva riversato in precedenza alla figura parentale non adeguatamente disponibile: gli altri diventano nuovamente non affidabili ed il minore appare a se stesso non amabile e privo di valore (257).

Per affrontare questa situazione il terapeuta può ricorrere ad alcune strategie. Ad esempio fra un incontro e l'altro può dare al bambino un "pegno" o "ricordino" da portare a casa, in modo da avere sempre dinanzi a sé la prova che il terapeuta si ricordi di lui; inoltre può dimostrare la sua attenzione al bambino non spostando né rimandando gli appuntamenti e attenendosi alle scadenze prefissate. Il terapeuta, inoltre, non deve impedire che il bambino faccia giochi regressivi rispetto alla sua età, al fine di permettergli almeno una compensazione simbolica alle privazioni affettive subìte. Un eccesso di regressione, però, è negativo; occorre, dunque, che prima della fine della seduta, il minore ritorni al livello di capacità adeguato alla sua età, al fine di poter rientrare nella vita normale con modalità comportamentali diverse da quelle che sono permesse solo in ambito terapeutico. Così negli ultimi dieci minuti della seduta è bene impegnare il bambino in conversazioni o in attività adeguate alla sua età cronologica, come per esempio rimettere in ordine tutti i materiali di gioco o parlare delle sue attività scolastiche o sportive (258).

Note

1. P. Monni, L'Arcipelago della Vergogna. Turismo sessuale e pedofilia, Edizioni Universitarie Romane, 2001, pp. 96.

2. R. O'Grady, Schiavi o bambini?, Gruppo Abele, Torino 1995, p. 16.

3. C. Schinaia, Pedofilia, Pedofilie. La psicoanalisi e il mondo del pedofilo, Bollati Boringhieri, Torino, 2001 p. 110.

4. G. Scardaccione, A. Baldry, Tipologia dell'abuso sessuale e intervento giudiziario, Rass. It. Criminol., VIII, 1997, 1, 127-150.

5. P. Monni, L'Arcipelago della Vergogna. Turismo sessuale e pedofilia, Edizioni Universitarie Romane, 2001, pp. 97.

6. E. Morin, La testa ben fatta. Riforma dell'insegnamento e riforma del pensiero, trad. it. Raffaello Cortina Editore, Milano, 2000.

7. H.J. Weitbrecht, Compendio di psichiatria, trad. it. Piccin, Padova, 1970, p. 31.

8. Il termine pederastia deriva dal greco pais, paidòs, ragazzo, erastés, amante. Il pederasta è un soggetto di sesso maschile che prova piacere soltanto nel rapporto sessuale con adolescenti maschi. La pederastia ha per oggetto soltanto ragazzi e mai ragazze; il coito anale è una pratica relativamente rara tra i pederasti; il pederasta si rivolge esclusivamente a soggetti assai più giovani di lui. Inoltre il pederasta non cerca mai di sedurre i bambini, ma sempre e soltanto gli adolescenti. La pederastia nell'antica Grecia fu una vera e propria norma sociale, una forma di educazione riconosciuta dalla Stato e in molti casi ufficialmente incentivata. Il pederasta era considerato un pedagogo (pais, ragazzo e igein, condurre), colui che aveva una funzione di guida nella vita anche sessuale dei discepoli. I Greci ritenevano che fosse possibile trasmettere la saggezza da una generazione all'altra soltanto attraverso l'amore e l'attrazione provata da un adulto saggio per un giovinetto. In Grecia non veniva data alle giovani la stessa educazione riservata ai fanciulli, le donne greche erano spiritualmente rozze e annoiavano gli uomini. Facevano eccezione, soprattutto ad Atene, le etcre; e presso di loro difatti, gli Ateniesi cercavano spesso rifugio alla noia coniugale. Ma malgrado le attrattive fisiche e spirituale di queste raffinate cortigiane, il loro amore era pur sempre a pagamento. In Grecia, all'uomo che voleva essere accettato per se stesso e non per il suo denaro, non restava che il rapporto con un giovane del proprio sesso. Cfr. A. Jaria, P. Capri, A. Lanotte, Aspetti e problemi attuali della pedofilia, in L'amore da Edipo a Orfeo, a cura di A. Palma e F. De Marco, La Bussola Ed., Fermentino, 1995.

9. E. Cantarella, Secondo natura. La bisessualità nel mondo antico, Rizzoli, Milano, 1995.

10. Ibidem.

11. Platone, Simposio, Adelphi, Milano, 1979.

12. Ibidem.

13. R. Calasso R., Le nozze di Cadmo e Armonia, Adelphi, Milano, 1988, p. 96.

14. C. Schinaia, Pedofilia, Pedofilie. La psicoanalisi e il mondo del pedofilo, Bollati Boringhieri, Torino, 2001.

15. S. Freud, Tre saggi sulla teoria sessuale, vol. 4, Ed. Newton, Milano, 1905, p. 463.

16. Capri P., A. Jaria, N. Lanotte, Aspetti e problemi attuali della pedofilia, in: L'amore da Edipo a Orfero, a cura di A. Palma e F. De Marco, La Bussola Ed., Fermentino, 1995, p. 17.

17. Saffo, poetessa greca di Lesbo, vissuta nel sec. VI a.C. Alla sua scuola, frequentata da fanciulle, Saffo esprime nelle sue poesie, sentimenti di amore sui quali, fin dai suoi tempi si è discusso. Di lei restano pochi frammenti.

18. P. Capri, La pedofilia: difficoltà e complessità d'interpretazione, in: La problematica attuale delle condotte pedofile La Bussola Ed., Ferentino, 1995.

19. M. Foucault, L'uso dei piaceri. Storia della sessualità 2, trad. it. Feltrinelli, Milano, 1984.

20. E. Cantarella, Secondo natura. La bisessualità nel mondo antico. Rizzoli, Milano, 1995, p. 10, pp.129-130.

21. Plutarchus, Dell'educazione dei figliuoli, G.C. Sansoni, Firenze, 1916, p. 52.

22. E. Cantarella, op. cit. pp. 136.

23. A. Di Berardino, L'omosessualità nell'antichità classica, in W. Henkel (a cura di), Ecclesiae Memoria, Misc. J. Metzler, Roma, 1991.

24. D. Dalla, Ubi Venus mutatur, Giuffrè Editore 1987, Oygkuesem Diritto penale Romano in Diritto Romano, di Arangio Ruiz, Guarino, Roma, 1980.

25. I. Ormanni, A. Pacciolla, Pedofilia: una guida alla normativa ed alla consulenza, Due Sorgenti, Roma, 2000.

26. M. Maggi, M. Picozzi, Pedofilia, non chiamatelo amore, Guerini e Associati, Milano, 2003.

27. P. Monni, L'Arcipelago della Vergogna. Turismo sessuale e pedofilia, Edizioni Universitarie Romane, 2001, p.101.

28. A. Baudrillart, Moeurs paiennes et moeurs chretiennes, Cap. V, L'enfant paien, Librairie Bloud, Paris 1929, p. 259.

29. M. Roberto, Cristianesimo e Diritto Romano, pag. 74, Università Cattolica S. Cuore, Milano, 1935.

30. Barnaba Pseudo, Epistola, cap. XIX.

31. Tertulliano, Apologetico, cap. IX, p. 63.

32. Possidio, Vita di S. Agostino 439 d.C. in ed. critica A. Wilmart in Miscellanea Agost., 2, 161-208 (Agostino, nato nel 354, ricevette la consacrazione episcopale nel 395 e nel 397 divenne vescovo. Morì a Ippona nel 430 e fu presumibilmente sepolto nella Basilica pacis - la cattedrale - le sue ossa, in data incerta, furono trasportate in Sardegna e da qui, verso il 725, a Pavia nella Basilica di s. Pietro in Ciel d'Oro, dove riposano).

33. In che cosa consistesse questa patria potestas, possiamo conoscerlo da Dionigi d'Alicarnasso, che visse in Roma attorno all'anno 30 a.C., e che ne dà una definizione assai interessante, mostrando che alla vigilia dell'Impero essa si manteneva quasi nella sua pienezza. La legislazione romana, dice egli in sostanza, ha concesso al padre ogni potere sul figlio, e questo per l'intera vita. Egli può, se vuole, metterlo in carcere, batterlo con le verghe, tenerlo incatenato ai lavori dei campi. Il diritto del padre di famiglia ha inizio con la nascita del bimbo. De Martino F., Famiglia (diritto romano), in: Nuovo Digesto Italiano, Vol. V. pag. 890.

34. Traiano, Settimio Severo, Caracalla, stabiliscono leggi a tutela dell'infanzia. Il celebre giureconsulto Giulo Paolo, nel sec. III, assimila l'esposizione all'uccisione dei fanciulli (cfr. A. Baudrillart, Moeurs paiennes, pag. 151; Troplong, De l'influence du Christianisme sur le droi civil de Romains, Lacbette, Paris 1868).

35. Codex Theodosianus: De alimentis quae inopes parentes de publico petere debent, lib. XI, tit. XXVIII, p. 123. Questa legge del 315 fu poi estesa all'Africa nel 322.

36. Gaume, op. cit., Vol. I, p. 291.

37. Gaume, op. cit., Vol. II, p. 169; Cfr. Legge di Giustiniano del 553.

38. Codex Theodosianus: De alimentis quae inopes parentes de publico petere debent, lib. XI, tit. XXVII.

39. Come è avvenuto all'Albergheria di Palermo, dove gli abitanti non hanno gradito l'associazione del loro quartiere ad episodi definiti "frutto della fantasia dei preti". L. Petrollo, La Chiesa di Palermo in difesa dell'infanzia violata, in L'Osservatore Romano, 13 maggio 2000, p. 13.

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77. Secondo S. Freud il bambino è un essere che vive una sua vita sessuale completa, egli lo definisce perverso polimorfo nel senso che il bambino ricerca forme di godimento senza tenere in alcun conto del fine riproduttivo della sessualità (la perversione quindi non ha in questo caso, nessuna connotazione morale negativa), e ricerca inoltre il piacer attraverso i vari organi corporei, (ecco il polimorfismo), nelle diverse zone erogene (parti del corpo che sono fonti di piacere).

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117. Ibidem, p. 175.

118. F. Pezzoni, C. Schinaia, Fiabe e fantasie pedofile, in Schinaia, op. cit., 2001.

119. M. Maggi, M. Picozzi, Pedofilia, non chiamatelo amore, Guerini Ass., Milano, 2003.

120. Ad esempio le interpretazioni filosofiche sul mito di Afrodite differenziano e a volte fanno coincidere Afrotide Urania, dea dell'amore puro e Afrodite Pandemia, dea dell'amore volgare. Platone, Simposio, Adelphi, Milano, 1979.

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134. Ibidem.

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153. H. Giese, op. cit., p. 364.

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159. H, Kohut, op. cit.

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200. Relazione ECPAT Italia: F.A.Q. - Le domande più frequenti.

201. P. Monni, L'arcipelago della vergogna, turismo sessuale e pedofilia, Edizioni Universitarie Romane, Roma, 2001, p. 235.

202. Ministro per le donne e i bambini del gabinetto del Primo Ministro tailandese.

203. Ron O' Grady, Schiavi o bambini?Storie di prostituzione infantile e turismo sessuale in Asia, Gruppo Abele, Torino, 1995, p. 88, nota 60.

204. Ron O' Grady, op. cit., p. 89.

205. La Dichiarazione del Congresso Mondiale di Stoccolma contro lo sfruttamento sessuale dei minori a fini commerciali, ai punti 7 e 8 sintetizza efficacemente la situazione odierna: Art. 7 «Questo sfruttamento sessuale può essere posto in atto dal singolo individuo, ovvero essere organizzato su piccola scala (dalla famiglia, dagli amici e dai conoscenti) o su grande scala (da reti criminali organizzate)» Art. 8: «Singoli individui e gruppi appartenenti a diversi ambienti o a reti criminali organizzate e differenti classi sociali, contribuiscono a queste pratiche di sfruttamento. Ne fanno parte intermediari, membri stessi della famiglia, uomini d'affari, lenoni, clienti, dirigenti di istituzioni:: differenti classi sociali contribuiscono a queste pratiche di sfruttamento. Ne fanno parte comunità e funzionari di governo, i quali tutti possono contribuire a questo sfruttamento per indifferenza, per ignoranza delle gravi conseguenze che subiranno i bambini o ancora nella continuazione di comportamenti e di sistemi di valore che considerano i bambini come oggetto di scambio».

206. Relazione ECPAT Italia: F.A.Q. - Le domande più frequenti.

207. M. Zettin, Il danno psichico post-traumatico e da morte, in Kos, No. 138, 1997, p. 53.

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250. D. Dèttore e C. Fuligni, L'abuso sessuale sui minori. Valutazione e intervento sulle vittime e i responsabili, McGraw-Hill Libri Italia, Milano, 1999, p. 223.

251. M. Maggi e M. Picozzi, Pedofilia, non chiamatelo amore, Guerini e Associati, Milano, 2003, p. 132.

252. G. Scardaccione, La tematica dell'abuso sessuale e i principi dell'intervento, Corso di formazione per ausiliari nella testimonianza dei minori, Roma, 2002.

253. D. Dettore, C. Fuligni, L'abuso sessuale sui minori: valutazione e terapia delle vittime e dei responsabili, McGraw-Hill Libri Italia, Milano, 1999, pp. 223-224.

254. B. Bessi, Il maltrattamento e l'abuso sessuale in danno dei minori e gli effetti a lungo termine, Corso di formazione per volontarie, Associazione Artemisia, Firenze, 2001.

255. D. Dettore, C. Fuligni, L'abuso sessuale sui minori: valutazione e terapia delle vittime e dei responsabili, McGraw-Hill Libri Italia, Milano, 1999, pag. 226.

256. G. Scardaccione, La tematica dell'abuso sessuale e i principi dell'intervento, Corso di formazione per ausiliari nella testimonianza dei minori, Roma, 2002.

257. Ibidem.

258. D. Dettore, C. Fuligni, L'abuso sessuale sui minori: valutazione e terapia delle vittime e dei responsabili, McGraw-Hill Libri Italia, Milano, 1999, pag. 229.