ADIR - L'altro diritto

ISSN 1827-0565

Capitolo 3
I suicidi rinunciatari

Silvia Ubaldi, 1997

1.1. I casi di suicidio/castigo

Il suicidio/castigo si ha quando il soggetto pensa che solo uccidendosi potrà pacificare il proprio senso di colpa. Il detenuto vuole autopunirsi con la morte: la morte assume una funzione catartica, poiché si è convinti di poter "lavare" solo così tutte le sue colpe. Spesso il soggetto cerca con il suo suicidio di riscattarsi anche agli occhi delle persone alle quali è più legato.

Queste caratteristiche si possono ritrovare nel caso di R.G. Il detenuto, nato a Vizzini il 18/12/1949, è indagato per omicidio volontario. Il detenuto sta ricorrendo in Assise, per l'omicidio volontario della convivente, che da alcune lettere si deduce essere la madre dei suoi figli. Il tentato suicidio di R.G. rappresenta un comportamento autosoppressivo, che viene chiamato "suicidio per senso di colpa riparativo". Il detenuto, autore di un "imperdonabile delitto", è oppresso dal senso di colpa per aver distrutto la propria famiglia. Egli cerca nel suicidio un modo per riparare alle proprie colpe. R.G. è molto legato alla sua famiglia, egli non sembra molto preoccupato del proprio stato detentivo; si dispera, invece, per una "pena" per lui più grave: quella di aver perso la propria famiglia. R.G. vorrebbe il perdono dei propri cari e si pente di quello che ha fatto, ma essendo troppo tardi per tornare indietro, pensa che l'unico modo per pagare la sua pena e per poter salvare la propria immagine nei confronti dei figli sia quello di uccidersi.

A giudicare dalle lettere sembra che il figli nati dall'unione di R.G. e della convivente si chiamino Sebi e Letizia, perché sono i suoi interlocutori diretti, in particolare Sebi deve essere il più grande, dal momento che R.G. si rivolge a lui come interlocutore principale, mentre Letizia deve essere la sorella minore perché di tanto in tanto si rivolge a lei per dirle che capirà quando sarà più grande. Francesca, invece, dovrebbe essere la figlia della convivente. Pare che R.G. tema questa ragazza più di tutti gli altri, poiché evidentemente serba rancore "all'omicida" di sua madre, senza poter contare in questo caso sull'attenuante dell'affetto che lega padre e figlio, che per esempio impedisce all'altro figlio naturale, Sebi, di rifiutarlo. La situazione familiare sta divenendo abbastanza complessa e difficile da gestire, di qui si può capire forse la ragione dell'affidamento dei figli a persone esterne: la situazione familiare poggia sulle basi di un legame di convivenza, dove la madre è morta e il padre si trova in prigione in quanto responsabile di questa morte.

Il 6/9/92 il detenuto viene trovato dall'agente in servizio in forte stato di agitazione. Ha rotto uno sgabello dell'amministrazione penitenziaria e quando l'agente chiede il motivo del gesto, R.G. risponde: "Ti avverto che ho ingerito numerose pillole". Visitato dal medico di guardia R.G. si presenta vigile e presente e afferma che vuole morire.

Il giorno dopo viene visitato dal medico di guardia che riferisce: "il detenuto presenta un carattere un po' irruente che giustifica col dire che non aveva calcolato tutte le conseguenze che gli avrebbe comportato l'uccisione della propria convivente (che attribuisce ad una disgrazia) e solo ora si rende conto della portata del dramma familiare cui è pervenuto con due figlioletti allo sbando."

Si propone comunque di riparare il danno arrecato "al materiale dell'Amministrazione (sgabello)". Circa l'assunzione dei farmaci il personale ritiene che si tratti di un "bluff" per cercare un attenuante per lo sgabello rotto. Il 22/10/92 il detenuto sta male: viene trovato steso sul letto in preda a convulsioni e in stato di forte agitazione. Nella relazione del medico di guardia si apprende che il detenuto presenta una crisi di agitazione psicomotoria. Riferisce di aver ingerito della candeggina per togliersi la vita e subito dopo di aver vomitato. Il giorno dopo dal detenuto si apprende che la causa è stata la restituzione di una lettera da lui spedita. In conseguenza di questo episodio il detenuto è stato preso da una crisi di nervi. Tuttavia, a parere del medico di guardia, è stata tutta una messa in scena. Dopo il colloquio il detenuto pare molto calmo e pentito del fatto.

Circa sei mesi dopo l'agente di turno riferisce nel suo rapporto disciplinare: "alle ore 16, durante un giro di controllo delle celle, notavo il detenuto disteso sul letto della sua cella, completamente vestito, tranne le scarpe. R.G. respirava in modo piuttosto affannoso: sembrava russare in modo esagerato. Chiamato più volte a viva voce non si otteneva nessuna risposta. Dopo inutili tentativi, da parte del portavitto e del capoposto, finalizzati ad attirare l'attenzione del detenuto, si constatava che il detenuto versava in un sonno profondo e non rispondeva."

Sembra che il detenuto abbia tentato il suicidio con un qualche veleno. Ai medici del servizio risulta che, dopo il soccorso, il soggetto si trovi in stato comatoso da avvelenamento, così descritto nella relazione dell'ufficio sanitario: "il paziente si presenta in un sonno profondo, non risponde alle chiamate e agli stimoli dolorosi. Si ipotizza che vi sia stata la probabile assunzione di 'benanzepine'. Si dispone per immediato ricovero. Il respiro è stertoroso (affannoso), le pupille sono miotiche e non rispondono allo stimolo della luce, si evidenzia uno stato di coma. Si ignora il tipo di sostanza che il detenuto abbia potuto assumere prima di entrare nello stato comatoso in cui veniva trovato sul letto della cella. Risulta che fino alle ore 11.00 circa stava bene, perché veniva notato da un operatore della polizia giudiziaria seduto sul bordo del letto con i piedi per terra. Dopodiché più o meno alla stessa ora il detenuto è stato visto sia dalla guardia di sorveglianza, dal portavitto e dal capoposto. Viene disposto il ricovero presso l'O.C. di Prato. Grazie all'intervento dei medici R.G. è stato salvato".

A seguito della perquisizione della cella immediatamente dopo il fatto, sono emersi alcuni scritti del detenuto che attestano l'esistenza di un elevato grado di serial intent e di medical lethality. Sono stati rinvenuti diversi messaggi di addio diretti ai figli. Tali messaggi sono stati scritti a mano all'interno della copertina di un libriccino di preghiere, su di un foglio di un blocco notes ed in particolare all'interno di una agenda. È opportuno riportare i messaggi contenuti soprattutto nell'agenda:

5/3/93

"Sebino mio e Letizia,

Vi prego di capire quello che io che io vi sto scrivendo. Io per voi sono stato un Grande padre e anche la Mamma è stata una grande Madre, perché vi abbiamo messo al mondo con la nostra Volontà e ne siamo stati fieri, di avere due figli come Voi, e orgogliosi, ma è arrivato il giorno della nostra disgrazia. So io come sto rimpiangendo quel maledetto giorno e non passa giorno che io non vi pensi sia a Voi che siete affidati alle persone estranee di famiglia, ma Vi voglio fare presente questa situazione, perché un giorno vi ricorderete del vostro babbo e della Mamma, per sfortuna le persone con cui vivete, si approfittano della nostra lontananza, anche per via di posta (1).

È evidente la forte preoccupazione del detenuto di fronte alla possibilità di perdere il legame con i figli e proseguendo la lettura si capisce anche il perché: i figli sono stati affidati a terze persone, e sembra che il detenuto soffra molto per questo; è convinto che lo stiano allontanando intenzionalmente dai figli ricorrendo addirittura ad una sorta di censura sulle lettere che spedisce loro. La storia di R.G. è particolarmente complessa: R.G. ha ucciso la convivente. A parere del detenuto, sembra che l'omicidio sia derivato da una disgrazia. Questo punto non è molto chiaro: non si capisce per quale motivo abbia ucciso la donna. Tutte le volte che vuole alludere a questo episodio, il detenuto, fa sempre riferimento ad una misteriosa persona (anzi ad una "mano"), che in una certa mattina, deve aver influenzato il gesto di R.G. al punto da rendersene, a parere di R.G, completamente responsabile. Spesso, infatti R.G. dice che se si deve incolpare qualcuno, si deve incolpare questa persona, come si deduce da questo passo della lettera del 5/3/93: "Ma la persona che io posso odiare, è quella che Quella mattina si trovava in casa a consigliare la mamma e poterla mettere Contro di me." Ancora allude a questa "fantasmatica" persona quando nella lettera del 20/3/93 dice: "Io maledico quel giorno che chi ci ha messo Questa mano contro la nostra famiglia, deve fare lacrime di Sangue, io gli posso augurare solo questo per il bene di tutta la famiglia. (...) ma pultroppo il destino di Quella mano si è aggravato Contro la nostra famiglia, io le auguro a questa mano che passi gli stessi guai che ha fatto passare a noi.

Nonostante che R.G. tenda a scagionarsi con tenacia dalla vera responsabilità dell'omicidio della convivente, è evidente che l'origine di tutti i suoi mali sia da rintracciare nel reato di omicidio e nel senso di colpa, dal quale si deve riscattare agli occhi della famiglia e soprattutto agli occhi dei figli. Il detenuto si rende conto che ormai sta perdendo ogni legame che fino ad ora lo univa ai propri figli: a causa dell'omicidio della convivente, i figli vengono affidati ad altre persone ed è questo, a giudicare dalle lettere, il vero motivo di disperazione. Ogni sforzo è teso al recupero della fiducia dei figli e nelle sue lettere il detenuto si adopera al fine di promuovere il valore e il senso della famiglia naturale malgrado tutto, come si ricava dalla prima lettera ai figli: "Ho amato tutti voi più di me stesso. (...) Tutti i parenti sanno quanto hanno lavorato le mie mani sia per loro che per Voi. Ho cercato in tutti i modi di non fare mancare niente in casa e non Vi è mai mancato niente sia di affetto che di altro". R.G. cerca insomma di riabilitarsi e ogni suo atto si rivela come il gesto di un uomo disperato: tenta di tutto per perorare la sua causa: in un certo senso si può dire che menta a se stesso, ai figli, alla famiglia, perché cerca di convincere i figli dell'esistenza di una famiglia, che ormai è solo immaginaria.

R.G. scrive fiumi di parole nella speranza di riuscire in questa opera di persuasione. Tutte le sue lettere sono tentativi di scagionarsi dalla responsabilità della situazione. Per quanto egli si sforzi di spiegare che l'attuale stato delle circostanze è da addebitare alla sfortuna e alla malasorte; tuttavia la sua insistenza paranoica nel dare spiegazioni è indice di una situazione più complessa, in cui un ruolo importante è giocato dal suo senso di colpa. Per questo motivo nonostante tutte le attenuanti del caso ricerca disperatamente il perdono della famiglia: "Vi chiedo tantissimo perdono della disgrazia fra me e la Mamma, Io Vi voglio Sempre bene e anche la Mamma Vi vorrà sempre bene. Chiedo perdono anche a Luciano, ma deve Capire che in quel momento non mi rendevo conto di Ciò che stava succedendo in casa nostra." Forse più per convincere se stesso che i suoi interlocutori R.G. ripete continuamente che sa bene di essere stato già perdonato; anzi non c'è bisogno di nessun perdono; perché R.G. è stato vittima di una disgrazia. In questo modo egli da per scontato il perdono di tutta la famiglia, e così facendo in qualche modo egli tenta di ricementare, almeno ai suoi occhi la propria famiglia. Procede con ordine: cerca di conquistare il perdono del figlio Sebi e conta di aver trovato in lui un alleato; in lui ripone ogni speranza per un'opera di intercessione. A questo proposito scrive R.G.: "Sebi ti chiedo questo favore di dirgli a Luciano che mi perdoni, e anche a Francesca. Solo tu puoi convincere loro due, sanno bene che sono stati come miei figli". Sebi evidentemente è l'unico, che si dimostra dalla sua parte; per questo R.G. cerca gradualmente di recuperare i legami con tutti i familiari: la figlia piccola e poi a seguire tutti i parenti, per ultimi quelli dalla parte della madre. Come appare chiaramente da questo passo della lettera del 5/3/93: "Io chiedo umilmente perdono alla nonna di Pomarico e Tutti gli zii, perché anche loro sanno che io non me lo posso perdonare perché mi Conosco bene i miei Caratteri che sono stato buono con Tutti e per questo non mi posso perdonare Quello che è successo in casa."

È singolare osservare che R.G. si impegna in questa opera di conquista adottando la strategia in base alla quale pensa di poter riconquistare il perdono dando in qualche modo per scontato che questo sia già stato concesso. "So bene che me lo (l'omicidio della mamma) avete perdonato." Dice senza esitazione ai figli. R.G. affianca a questa strategia basata sul tentativo di crearsi alleanze presso la cerchia dei parenti, un altro tipo di strategia, ben più complessa Egli cerca di riabilitarsi in relazione all'ultimo legame, quello più profondo con la convivente stessa.

Così come ha tentato di ricostruire nel suo immaginario una famiglia che non c'è più, così cerca anche di ricostruire il legame con la donna che è morta per mano sua. R.G. assume come presupposto implicito che il legame con la convivente sia già restaurato. Egli se vuole recuperare i suoi figli deve riparare al danno fatto e perciò deve ricomporre la famiglia, che ha distrutto.

È ovvio che anche per ristabilire il senso del proprio rapporto di coppia R.G. fa un tentativo assai confuso e improbabile: si rivolge ai figli come se fosse già morto, (dando per scontato anche il fatto che il suo suicidio riesca). Si comporta come se si trovasse già nell'Aldilà al fianco della convivente. Quando parla ai figli circa la loro educazione e circa il valore e i sentimenti, che può provare per loro, ne parla sempre al plurale mettendo come soggetti di ogni periodo "la mamma ed io", come se ogni parere, ogni messaggio da suggerire ai figli, fosse preceduto da una breve consultazione fra gli sfortunati genitori, che ora, nell'Aldilà sono stati posti nella condizione di chiarirsi, riappacificarsi ed amarsi. Ecco un passo della lettera del 20/3/93 che lo dimostra: "Sappiate una cosa che se ne parlava prima Con la Mamma che se succedeva qualcosa è lei che mi doveva richiamare e così sarà che io desidero stare affianco alla mamma Come desiderava anche lei"

Dopo aver cercato di ricostruire la famiglia e la coppia, R.G. si scaglia contro i veri nemici: i genitori affidatari dei figli. Queste persone estranee, come dice R.G., lo mettono contro i figli. In primo luogo, perché in base alle date di spedizione sembra che i genitori affidatari consegnino la posta molto più tardi rispetto al momento in cui perviene nelle loro mani. I nuovi genitori esercitano una specie di censura sulla posta dei figli, ormai ultimo strumento di comunicazione rimasto a R.G. Così, infatti riferisce ai figli: "Sebi, ogni volta che mi arriva una tua lettera io ti rispondo subito, ma non so il giorno che te la consegnano, perché mi sono accorto dalle lettere che tu mi scrivi che sono scritte con la data che tu hai scritto e che poi quando viene imbucata, viene imbucata minimo 10 giorni dopo che tu hai scritto. Tutto questo lo fanno per tenerti lontano da me anche per posta. Sebi sai perché ti dico questo, perché me ne sono accorto dalla data che tu scrivi e dalla data del timbro della posta. Capisci bene che stanno facendo di tutto per allontanarti da me..."

La situazione assume dei toni di tragicità, ed è probabile che R.G. non si sbagliasse. La verità è che ogni progetto di R.G. è destinato a fallire: le lettere, infatti, che contengono tutta l'autodifesa di R.G., non verranno mai lette dai figli. È proprio quando il detenuto prende coscienza di questa interruzione di comunicazione con i figli, che decide la sua resa. Qui va colto il senso di rinuncia nel gesto autosoppressivo di R.G., quale tipico atto di devianza passiva; egli, infatti, tenta il suicidio immediatamente dopo aver ricevuto in dietro una lettera indirizzata al figlio. R.G. sapeva che da quel momento nessuna lettera sarebbe stata più recapitata nelle mani di Sebi e sapeva anche che ogni speranza di riallacciare i contatti sarebbe svanita. La sua tragedia qui raggiunge il punto cruciale. Questo lo si ricava dalla ricostruzione della storia nella sua interezza; ma diverso era il parere della guardia di fronte al fatto che il detenuto avesse tentato di togliersi la vita solo perché una lettera era stata rinviata al mittente. Il gesto era stato interpretato come una reazione sproporzionata e quindi come un'azione strategica, tesa solo ad attirare l'attenzione; e perciò da non prendere in seria considerazione.

Oltre alla censura della posta da parte dei genitori affidatari esiste un altro fatto che deve essere stato interpretato come terribile da parte di R.G.: il mutamento di cognome per i figli. Il detenuto, alla notizia, non riesce a darsi pace. Scrive il 13/3/93: "Sebino e Letizia, Sappiate una Cosa che i Vostri Genitori Veri e Propri siamo noi io e la Mamma e perciò Vi prego di non permettere a nessuno di farvi cambiare il Vostro Vero Cognome paterno e Materno." Questo è veramente un dramma per un genitore. Un fallimento senza appello. Di nuovo R.G. prende a scrivere fiumi di parole per ricordare ai figli chi sia la loro vera famiglia e cerca di persuaderli, al fine di mantenere il loro cognome. R.G. augura al figlio di potersi un giorno sposare e di poter avere la famiglia che lui non ha avuto così che forse almeno i suoi nipoti potranno ancora portare il suo nome: "... il desiderio mio e della Mamma è quello che quando ti vengono dei bambini di dare il nome mio e della mamma. Solo così potrà andare avanti l'eredità del padre e della Mamma, quelle persone che Sfortunate non vi hanno potuto Crescere,... la sfortuna che abbiamo Avuto nella nostra Vita, ma spero tanto che a Voi si ricambi in Fortuna e ve lo auguro con Tutto il Cuore, io e la Mamma e Sarete sempre nei nostri Cuori".

R.G. è disposto a sacrificarsi morendo; ma vorrebbe che questo sacrificio fosse ripagato con "l'immortalità" dell'immagine del buon padre di famiglia. R.G. arriva al punto di chiedere al figlio di essere fiero di lui, come lui è fiero dei suoi figli. Per questo anche se non ha avuto la fortuna di vivere come padre, vorrebbe almeno essere ricordato come tale dopo morto. Così scrive nella lettera del 5/3/93: "Sappiate che Tutto ciò che mi è riuscito a fare qui l'ho fatto per avere un ricordo di me e della mamma. (...) Sebi Ti faccio sapere che ho fatto una Cornice dove Va messa una foto che sia assieme io e la Mamma e Questa Cornice e Colla foto Va attaccata in casa nostra dove c'è Quella del nonno che anche lui Ti voleva Tanto bene, lo sai come Ti chiamava il nonno, "pitinicchio mio" e la mamma Ti chiamava "prifissericchio mio" e sai come chiamava a Letizia, "Vita mia" Ti ricordo tutto Questo per non dimenticarci né tu né Letizia. Perché quando sarete Grandi non ci dimentichiate e spero che anche Luciano non dimentichi quello che ho fatto per loro"

Certo che si tratta di un caso molto complesso e tragico, perché oltre all'elemento del castigo, emergono anche altri importanti caratteri psicologici. Questo caso è molto complesso perché si sovrappongono diversi schemi di interpretazione. Vedremo come, se il significato predominante sembra essere quello del "castigo", ad una prima impressione questo rischia di rimanere celato. Come prima notazione emerge che l'universo di riferimento di R.G. è la famiglia. "Io per Voi sono stato un Grande padre e così come la mamma è stata una Grande Madre", ribadisce e spiega, facendo riferimento al fatto di "aver messo al mondo i figli con la nostra Volontà". Sembra che nella triste condizione di detenuto, il primo motivo di angoscia riguardi le conseguenze della detenzione cioè l'allontanamento dalla famiglia. R.G. dichiara di non poter vivere "senza di Voi e la Mamma". L'assoluta importanza dei figli viene rimarcata anche attraverso l'uso delle maiuscole, che compaiono sempre quando il detenuto si riferisce ai figli o alla madre "Ma - e si riferisce ora alla situazione di affidamento esterno - le persone con cui vivete mi hanno accorciato ancora di più la mia vita." Come dichiara lo stesso detenuto, egli non può vivere senza i suoi figli, la sua attuale condizione di detenuto non gli permette di coronare il suo sogno e dunque, venendo meno le ragioni di vita è "logico" che debba venire la morte. Con una coerenza perfettamente lineare egli sottolinea che se già la condizione di detenzione aveva posto termine alla sua vita, la situazione di affidamento esterno dei propri figli non fa altro che "accorciare ancora di più la sua vita". Molti sono gli elementi che spiegano la situazione personale del soggetto, ma l'elemento principale è l'attenzione alla famiglia, il fatto di ritenere la sua vita come fusa e indifferenziata rispetto a quella dei suoi figli e della "Mamma".

La particolare condotta suicidaria di R.G., almeno a giudicare dal quadro offerto dallo stesso attraverso le lettere potrebbe essere considerata come una forma di suicidio altruistico: il coinvolgimento e il senso di appartenenza al gruppo familiare porterebbe da una parte alla esaltazione dei "cari" - io ho amato Tutti Voi più di me stesso - e dall'altra all'autosvalutazione della propria persona e della propria individualità, al punto di negare non solo la felicità o la serenità di se stesso, ma la vita: - non posso vivere senza di Voi e la Mamma, quindi mi dovete capire se mi tolgo la vita -. La vita è già stata tolta a R.G. insieme alla privazione della famiglia, e la privazione della famiglia risulta come conseguenza, più che dello stato detentivo, della situazione di affidamento esterno dei figli. R.G. non ha paura della morte; ma ha paura che dopo la sua morte fisica non resterà più niente di lui. R.G. ha paura di essere abbandonato di non essere più riconosciuto come padre o come marito.

Il caso di R.G. può essere letto, con le dovute cautele, alla luce della teoria di Freud: la privazione della famiglia, dei figli e della moglie comportano la perdita del bene più grande per R.G. Usando la terminologia di Freud si tratterebbe della così detta "perdita dell'oggetto, fonte dell'attaccamento libidico". Tale perdita costituisce causa di depressione che può concludersi con il suicidio. Secondo le ricostruzioni psicoanalitiche di Freud e di Abrham l'instaurarsi dello stato depressivo è provocato dalla perdita di un oggetto (una persona cara o un ideale) di investimento libidico, e dal rivolgimento contro se stessi dell'aggressività inconscia nei confronti di tale oggetto, che si sviluppa con l'esperienza della sua perdita. Nel caso di R.G. l'oggetto libidico si può identificare nel concetto di famiglia, nelle persone dei figli o della madre di questi.

Il caso di R.G. tuttavia presenta un itinerario più complesso rispetto a quello che comporta una generica forma di depressione reattiva: nel caso di R.G. è importante distinguere tra l'oggetto amato, la cui perdita ha ingenerato l'insorgere della depressione e l'oggetto amato fonte di lutto. Questa differenza consente di apprezzare la differenza tra gli effetti del Lutto e della malinconia (ovvero della depressione nella celebre analisi freudiana). Nel caso di R.G. è possibile valutare entrambi gli effetti se teniamo presente che sussiste la depressione susseguente alla perdita dell'oggetto d'amore. Questa secondo me, costituisce l'angoscia dominante, che va identificata nella perdita del nido familiare e in particolare dei figli. In secondo luogo esiste la condizione di lutto originata dalla perdita della convivente. In questa seconda ipotesi la condizione di lutto è sicuramente aggravata dal senso di colpa poiché in questo caso il soggetto è responsabile del lutto.

M.A.M. è nato in Marocco il 10/4/66 è imputato per violazione della legge sugli stupefacenti ed ha fatto ricorso in appello. La scadenza della pena è fissata al 25/3/93. Il detenuto ha tentato per due volte il suicidio. Il primo tentativo risale al 28/4/92, il secondo è avvenuto quattro mesi dopo.

L'11/12/92 il detenuto M.A.M. viene trovato appeso alle sbarre della finestra della cella con una corda (che si era procurata tagliando il lenzuolo) al collo. Dalle sue dichiarazioni il motivo del gesto sembra essere il "castigo". Dice alla guardia dopo il suo recupero: "Ho tentato di impiccarmi perché mi sento in colpa...". Allo psichiatra spiega: "Mi sento in colpa perché ho lasciato una sorella e un fratello più piccolo da soli".

Eppure il significato del gesto di M.A.M. non sembra univoco. A questo proposito risultano dissonanti i pareri del medico generico e della guardia di servizio, rispetto a quelli del medico psichiatra circa le motivazioni del gesto; i primi ritengono che si tratti di un tentato suicidio in senso di protesta, il secondo è convinto che il suicidio abbia significato di castigo.

Le convinzioni della guardia circa il senso del gesto si basano sulla dinamica del gesto stesso di M.A.M: l'agente in servizio ha trovato il detenuto appoggiato con le ginocchia a terra verso le ore 5.00 mentre procedeva alla conta numerica dei detenuti. Questo particolare momento (sempre che sia stato "scelto" dal detenuto) per realizzare il gesto fa pensare ad un gesto dimostrativo più che ad una effettiva determinazione ad uccidersi. Tuttavia, nonostante le perplessità circa la serietà dell'intento suicidario, lo stesso agente, si raccomanda, nella relazione di servizio, di non sottovalutare nella valutazione psicopatologica del soggetto la effettiva possibilità di attuazione di un serio tentativo di suicidio. Il soggetto viene, infatti, mantenuto in isolamento.

Lo psichiatra invece ha un'altra opinione del significato del tentativo di suicidio di M.A.M. In occasione del precedente tentativo di suicidio avvenuto il 28/4/92, M.A.M. riferisce allo psichiatra di aver tentato il suicidio in un momento di sconforto. Secondo una prima interpretazione sembra trattarsi di un atto di rinuncia a tutti gli effetti: il soggetto non ha perso la propria lucidità, infatti a detta dello psichiatra appare critico verso il gesto attuato, ma permangono tematiche di mancanza di fiducia verso il futuro. Il tono dell'umore appare orientato in senso depressivo. Ne emerge ansia. La descrizione dell'umore di M.A.M. ci riporta ai tipi ideali descritti in tabella: la sua pare essere una condotta suicidaria, non aggressiva e lo si ricava dall'umore depressivo del soggetto. Inoltre è assolutamente evidente il senso della rinuncia in considerazione del fatto che il detenuto manifesta una particolare apprensione verso il proprio futuro, di qui si comprende anche l'origine dello stato d'ansia che lo invade. Questa ansia per il futuro si è evoluta in rinuncia nel momento in cui è stato attuato il tentativo di suicidio. Tale rinuncia, rimane peraltro il motivo dominante nei pensieri del soggetto; dal momento che lo stesso psichiatra dice che la mancanza di fiducia rappresenta una delle tematiche dominanti.

1.2. Il suicidio come epilogo del dramma melanconico: casi di suicidio/melanconia

Il suicidio assume il significato di "melanconia" quando il soggetto non riesce a rassegnarsi all'idea di aver perso "l'oggetto di amore". La fine del rapporto di amore viene percepita come un rifiuto, così che il soggetto perde la stima e la fiducia in se stesso. Si dice che il suicidio del "melanconico" deriva dal "fallimento del lutto", perché il soggetto non riesce ad accettare la fine del proprio amore. Questo amore è stato a tal punto interiorizzato dall'individuo, che questi, piuttosto che rinunciare all'idea di questa relazione di amore, preferisce rinunciare alla propria vita.

Se esiste una tipologia che fa riferimento al suicidio come epilogo del dramma melanconico, il caso di L.D. ne può rappresentare un esempio. Ho inserito questo caso tra i tipi suicidari della melanconia in senso freudiano, poiché si riscontrano tutte le condizioni che descrivono il quadro depressivo di questo autore. Alla perdita dell'oggetto di attaccamento libidico, infatti, fa riscontro la regressione narcisistica, e la progressiva perdita di autostima. Tale involuzione dell'autostima personale è ben delineata nel caso di L.D. Lo stato depressivo di L.D. aveva origini lontane, risalenti all'infanzia del detenuto, almeno secondo le ricerche dello psichiatra. Tuttavia il lunghissimo processo che ha portato a ripetuti tentativi di suicidio, trova come elemento scatenante la separazione o il timore della separazione dalla moglie. Il caso di L.D. è forse il più eclatante tra quelli che ho esaminato, perché dimostra anche come sia importante il fattore ambientale e in particolare come non sia assolutamente dimostrato che le persone che si uccidono in carcere si sarebbero comunque uccise anche fuori. La testimonianza di vita di L.D. ci insegna quindi che la forte depressione non dipende dal carcere di per sé, ma dal modo in cui è vissuta la detenzione.

Ricostruendo il quadro clinico di L.D., lo psichiatra dice: "Il certificato penale rileva una devianza e un vissuto penale che inizia fin dal 1969 con un crescendo di reati sempre più gravi, dalla tipologia e pericolosità dei quali si indovina un vissuto infantile e adolescenziale, che è eufemistico definire problematico".

Prima del trasferimento a Sollicciano L.D., aveva già scontato un periodo di detenzione a Voghera. Qui era impegnato in iniziative lodevoli, che dimostravano la sua volontà di riabilitazione. Faceva parte di un gruppo di detenuti, chiamato "Collettivo Verde", che si proponeva di sviluppare una revisione critica del passato e di affinare l'atteggiamento interiore, un gruppo omogeneo, che dopo un primo momento di diffidenza, aveva riscosso l'apprezzamento dell'Amministrazione. Oltre che a godere di numerosi benefici, il detenuto, era ammesso al lavoro esterno presso un Centro sociale e godeva della fiducia del Direttore. L.D., viveva attivamente la sua detenzione (nonostante che la condanna a 27 anni di reclusione, ancora da scontare, non offrisse prospettive molto stimolanti); inoltre, grazie all'impegno dimostrato per assumere una buona condotta, riusciva a farsi apprezzare sia dall'Amministrazione, sia dall'ambiente dei detenuti, sia dal direttore del Centro sociale; in tal modo si era relativamente rafforzato personalmente, soprattutto nel suo senso di autostima. A questo punto, si verifica un episodio, a cui seguiva un concatenarsi di eventi negativi. L.D. si rendeva protagonista di un caso molto singolare di evasione: per sbaglio gli veniva permesso di uscire e lui non faceva nulla per impedire questa uscita non autorizzata; perciò coglieva l'occasione per sposarsi in municipio con la sua compagna, che, già da qualche mese, attendeva da lui un figlio. Concluso questo episodio di "fuga", al detenuto venivano sospesi tutti i benefici, non era più ammesso al lavoro esterno e veniva trasferito a Firenze. Aveva inizio un periodo di inerzia coatta. Per vincere la diffidenza dell'Amministrazione, causata dall'episodio dell'evasione, L.D. decideva di collaborare con la giustizia, anche se, ormai era ritenuto inaffidabile. Questa scelta determinava una serie di conseguenze negative: il regime di isolamento (misura necessaria per tutelare la sua integrità); l'ostilità dei compagni, che non si fidavano più di lui (specie del fratello e degli ex-complici della trascorsa attività criminale), tanto che riceveva minacce continue di morte, rivolte anche alla moglie. A parere del dottore, il soggetto viveva la detenzione passivamente, va qui sottolineato il carattere non aggressivo del comportamento del soggetto, proprio della devianza passiva. Lo psichiatra riferiva che l'equilibrio psichico era stato ulteriormente compromesso dalla forte preoccupazione per la moglie; il detenuto, infatti era letteralmente terrorizzato dall'idea di perdere questo unico legame vitale. Questa donna era diventata per il detenuto l'unica ragione di vita e l'oggetto di tutti i suoi pensieri. Forse per la prima volta, si era sentito accettato da lei così com'era, con il suo passato e con le sue tristi prospettive future (27 anni di reclusione ancora da scontare).

Ma il rapporto coniugale, che in passato aveva aiutato il detenuto, diventava poi una grave fonte d'angoscia e di ansia. La moglie, fra l'altro malata di cancro, abitava a Milano ed era molto difficile per lei spostarsi per i colloqui con il marito. Inoltre a causa di questa scelta di vita era stata licenziata dal lavoro di geometra ed a L.D. pesava molto il dover dipendere economicamente dalla donna senza poterle essere di nessuno aiuto.

Questa situazione generava in L.D. uno stato psichico definito dagli specialisti di: "deflessione umorale" con forti elementi di autosvalutazione, con sensi di colpa e di rovina; con i primi propositi di suicidio. Crepet (2), insieme a Sofri e Douglas (3), sostengono che il "concetto di disistima" sia uno dei fattori maggiormente predisponenti al suicidio.

Nel nostro caso possiamo vedere bene come questa teoria possa esserne confermata; tenendo presente che il carcere è di per sé il luogo della disapprovazione per eccellenza. Tuttavia possiamo notare che il concetto di disistima, il senso di autosvalutazione, fino a giungere al rifiuto di sé, non è stato sempre presente nel quadro di L.D., ma ha caratterizzato solo il secondo periodo di detenzione, quello scontato a Sollicciano, in cui a causa dell'evasione è stato privato di tutte le forme di gratificazione che aveva raggiunto: 1) stima del Direttore del Centro sociale; 2) stima del Direttore del carcere per la sua buona condotta in generale; 3) stima dei compagni con i quali faceva parte del Collettivo Verde. Potrebbe da questo caso trovare conferma la teoria di Douglas, di cui è sostenitore anche Sofri, secondo il quale i detenuti sarebbero sottoposti ad un elevato rischio suicidario, soprattutto perché in carcere manca la possibilità di socializzare e di organizzarsi in gruppi. La vita del carcere è dura, anche perché si è soli a scontarla. Manca la figura del gruppo in cui ci si conforta, vi si scaricano le proprie ansie e ci si fa forti dei propri valori. Il Collettivo Verde era per L.D. la migliore delle terapie di gruppo e di sicuro lo stimolava a vivere la detenzione in modo attivo.

Il caso di L.D presenta dei punti in comune con la vicenda del detenuto C.F., che ha tentato più volte il suicidio nel carcere di Sollicciano. Per entrambi i detenuti la crisi che fa precipitare la situazione dipende da un amore perduto. Un altro elemento in comune consiste nel fatto che la compagna (o la moglie, nel caso che vedremo) sono costrette a lasciare il detenuto a causa delle minacce di morte dipendenti da una situazione di collaborazione con la giustizia che, nel primo caso il detenuto L.D. assume spontaneamente; mentre nel caso seguente, il detenuto subisce; dal momento che pentito non è lui, ma il fratello.

Anche la condotta suicidaria di C.F. è stata considerata come l'epilogo di un dramma melanconico. Il 17/1/93 C.F. tentava di impiccarsi verso le ore 24.00. L'agente in servizio notava che fuori del balconcino della cella era appeso un cappio. Attaccato ad una sbarra di acciaio sul balconcino vi era una cintura di accappatoio. Il detenuto dopo il recupero piangeva e tirava fuori dalla tasca una lettera in busta chiusa, destinata alla sua convivente, che, a quanto diceva C.F. l'aveva lasciato. Questa sembrava essere la sua maggiore preoccupazione e fonte di dolore. Ecco il contenuto della lettera:

"Mio caro Amore!

Voglio dedicare a te l'ultimo mio pensiero di questa mia triste e tanto sfortunata vita, che grazie al tuo Amore era diventata più accettabile! Voglio solo dirti di perdonarmi se in questi miei ultimi anni ti ho fatto soffrire.

Vedi M. cara, io potevo accettare tutte le ingiustizie di questo mondo; ma non sono tanto forte da sopportare la tua decisione di smettere il nostro amore, NO NO non sono preparato per quest'altra sofferenza!!

Io non so perché tu hai preso questa decisione; io so solo che nel tuo pen'ultimo espresso mi dicevi che mi amavi tanto e che saremmo stati sempre uniti fino alla morte! Invece dopo dieci giorni mi dici che mi vuoi lasciare, PERCHÈ? PERCHÈ?

Cosa ti ha portato a prendere questa decisione? Io l'unica risposta che ho trovato a questa domanda è che per mezzo di quello che ha fatto mio fratello (pentito) qualcuno ti ha avvicinato facendoti delle minacce, dicendoti - SE VUOI VIVERE LASCIA F. - Sono certo che è per questo motivo! Perciò faccio questo gesto anche per farti stare più tranquilla.

Perdonami ancora di tutto il male che ti ho fatto; non sopporterei sapere che ti hanno fatto del male per causa mia, tu meriti tutto il bene di questo mondo, sei una donna meravigliosa M.!!

Io perdendo te, ho perso la voglia di vivere. Anche perché ormai io sono condannato a MORIRE!

Il tempo passa sono certo! Allora perché allungare inutilmente questa mia sofferenza. Credimi Amore sono stanco di questa Vita. Il gesto che io ho fatto, io l'ho fatto molto volentieri, perché sono certo che troverò un po' di pace, quello che non ho mai trovato in questa vita! TI AMO! TI AMO!

Ti prego non soffrire più per me.

Ti lascio per sempre

Ciao unico mio Amore!!

Il solo fatto che nella lettera C.F. parla di quello che sta per fare come "un gesto" dovrebbe farci riflettere. Il suo è un dramma d'amore, il suo "gesto" ha, o dovrebbe avere, una funzione risolutiva.

Un fax riservato si rivela di grande aiuto per la chiarificazione della situazione. Si parla del fratello del detenuto, citato nella lettera, V. Questi dichiarava alla guardia di trovarsi in difficoltà; infatti aveva appreso dai telegiornali nazionali e dalle tv locali (che riferivano anche le sue generalità) che era stata resa pubblica la sua posizione di collaboratore con la direzione distrettuale antimafia. Per di più la notizia veniva divulgata mentre lo stesso V. si trovava in sezione insieme ai suoi compagni di reclusione. Il detenuto si lamentava dell'operato dell'Autorità Giudiziaria che l'avrebbe dovuto trasferire prima di divulgare la notizia; inoltre era preoccupato per il fratello C.F. recluso a Sollicciano.

V. evidentemente faceva bene ad aver paura per C.F. ed era vero che la convivente l'aveva lasciato a causa delle minacce che aveva ricevuto come a ragione aveva sospettato C.F. Il magistrato sembrava essere consapevole della gravità della situazione; infatti invitava la direzione ad adottare "ogni più opportuna e consentita misura di sicurezza e di vigilanza finalizzata a prevenire ed impedire atti di violenza o di vendetta o qualsiasi altra azione pregiudizievole per l'ordine, la disciplina e la sicurezza dell'istituto". Per preservare l'incolumità fisica del detenuto, la direzione avrebbe dovuto curare con massima attenzione le modalità di preparazione e distribuzione del vitto, nonché la eventuale somministrazione di medicinali Si disponeva anche la massima sorveglianza.

Se lutto vuol dire accettare la morte di una fonte d'amore nel caso di C.F. il lutto è fallito. Secondo gli studi freudiani si è in grado di superare lo stadio depressivo solo quando si è rinunciato all'oggetto d'amore, motivo di attaccamento libidico. Dalla lettera di C.F. emerge che al detenuto era possibile affrontare tutte le ingiustizie di questo mondo grazie all'amore della sua compagna; da un certo punto di vista C.F. pensava di poter superare qualsiasi "lutto" ma non quello dell'amore verso la sua compagna. "non sono tanto forte da sopportare la tua decisione di smettere il nostro amore, NO NO non sono preparato per quest'altra sofferenza!!

Nel caso di C.F. la separazione e la perdita sono ormai inaccettabili. Se volessimo applicare i termini canonici a questo caso potremmo dire che l'oggetto introiettato è identificato con il proprio Io; la "melanconia" provoca gli effetti inversi del lutto: il soggetto offre in sacrificio la propria vita per poter ottenere in premio la salvezza della relazione d'amore. L'autosoppressione diventa, secondo questa ipotesi, il prezzo da pagare per la resurrezione dell'oggetto libidico perduto.

Il gesto di sacrificio di C.F. oltre ad avere questa finalità, ha anche quella di "salvare" la convivente da un concreto pericolo per la vita a causa della posizione giuridica sua e del fratello. Così forse riuscirà anche a salvaguardare "per sempre" la relazione d'amore. "Perciò faccio questo gesto anche per farti stare più tranquilla ..." (oppure per farla sentire in colpa per il resto della vita...) "Perdonami ancora di tutto il male che ti ho fatto; non sopporterei sapere che ti hanno fatto del male per causa mia, tu meriti tutto il bene di questo mondo, sei una donna meravigliosa M.!!"

Nei casi di "dramma melanconico" non è solo la pena da scontare a pesare, ma ciò che rende ancora più difficile la reclusione è quella forma di punizione più antica, che è propria delle c.d. società del consenso: "l'emarginazione sociale" il carcerato si trova chiuso nel suo vuoto e spesso senza prospettive di futuro. Nel suo ozio forzato inizia un'opera di autodistruzione che prima è psicologica e poi, a volte, è anche fisica. Rimane come polarizzato da un unico pensiero: l'inutilità della sua vita. Tutto questo accade quando non è solo la condizione carceraria che ghettizza il detenuto, ma e questo è forse l'elemento decisivo, poco a poco anche le persone più care, la moglie, i figli o i parenti finiscono, anche per l'esasperante fatica, per abbandonarlo. Molti sono i casi, come quelli di C.F. e di L.D., in cui ho trovato scritto: "ha commesso l'insano gesto in un momento di sconforto perché la moglie o la compagna lo ha lasciato". Il soggetto in questi casi è così addolorato e umiliato da sentire persino vergogna di se stesso.

Non ho difficoltà a inserire questi casi di suicidio che risultano come "epilogo del dramma melanconico" nei modelli disegnati nella tabella dei tipi ideali. Si prenda il caso di L.D.: il carattere della sua condotta suicidaria è sicuramente anaggressivo: il dottore nel descrivere il suo ultimo quadro umorale spiega che è caratterizzato da "deflessione umorale" con forti vissuti di autosvalutazione, di rovina e colpa; con manifestazione di intenti suicidari.

Inoltre lo psichiatra riferisce che il detenuto sta vivendo la detenzione "passivamente", e lo squilibrio psichico è stato ulteriormente compromesso dalla forte preoccupazione per la moglie.

Da cosa si deduce il carattere anaggressivo, l'atteggiamento passivo della condotta suicidaria che conduce il detenuto alla rinuncia più estrema? Nel caso di C.F. un indizio potrebbe essere dato dal fatto che nel momento del suo salvataggio si presenta piangendo e non urlando di rabbia; ma questo potrebbe non essere ancora sufficiente. Della lettera alla convivente mi sembrano significative queste parole: perdendo te ho perso la voglia di vivere: è una dichiarazione di rinuncia. Per lui il passare del tempo appare solo un prolungare la sofferenza. È una dichiarazione di resa: stanco di questa vita, pensa alla morte come un momento in cui troverà un po' di pace, quello che non ho mai trovato in questa vita. Dando per "sincere" queste affermazioni, tutto appare all'insegna della rinuncia e di una malinconia "definitiva".

Come nel caso L.D. e di C.F., così anche in tutti gli altri casi di tentato suicidio, un elemento sempre presente, ad alimentare la depressione del carcerato, è costituito dalla solitudine, dal senso di vuoto e di abbandono. Ed è proprio la lontananza dalla famiglia e il profondo senso di solitudine, dovuto anche a problemi linguistici, che ha portato la detenuta R.Z. a tentare di impiccarsi a Sollicciano. Nel caso della detenuta R.Z. il tentativo di impiccamento si presenta come l'ultima soluzione ad una situazione di angoscia insostenibile.

La detenuta R.Z., nata in Cina, di appena 23 anni, è imputata per il reato di tentata estorsione in concorso. Il 19/3/96 alle 13.45 viene trovata in bagno con un paio di collant di lana legati al collo. I collant erano legati ad un gancio della porta che viene utilizzato per appendere gli asciugamani. Durante la visita il medico di guardia non riusciva a comunicare con la detenuta per motivi di lingua. Quindi non si trovava di meglio da fare che privarla di tutti gli oggetti utilizzabili per gesti autolesionistici. Inoltre veniva sottoposta a grande sorveglianza.

La R.Z. continuava a starsene a letto, piangente e contratta. Nonostante i problemi di interpretazione, la detenuta riusciva poi a far capire di essere estranea al reato che le viene imputato. Chiedeva con ansia di poter parlare con l'avvocato. Immediatamente risultava difficile fornire una valutazione psicopatologica precisa. Tuttavia sembrava che la principale fonte di disperazione per la detenuta fosse costituita dalla mancanza di notizie da parte della famiglia. La detenuta R.Z. soffriva soprattutto perché si sentiva sola: in primo luogo perché si sentiva abbandonata dalla famiglia; in secondo luogo perché i problemi linguistici impedivano qualunque possibile rapporto interpersonale.

1.3. Il suicidio come conseguenza del lutto: casi di suicidio/lutto

Come nel suicidio/melanconia il soggetto soffre per la perdita di una persona cara. In questo caso la perdita della persona consegue alla morte fisica e non ad un rifiuto, così nel soggetto non si avvera alcuna regressione dell'autostima personale. Il "malinconico" si uccide perché ha perso la stima di sè al punto che niente pare aver più senso per lui. In questo caso invece il soggetto pensa che con il suicidio potrà idealmente raggiungere nell'Aldilà quelle persone care ormai defunte, e solo così di trovare finalmente la pace.

Quando Crepet (4) parla di un "alto grado di letalità", credo che si riferisca anche alla capacità di avvicinarsi all'"idea della morte". Il grado di letalità è maggiore quando è presente in famiglia un precedente evento luttuoso: è il caso, ad esempio, del detenuto P.F., che ho rinvenuto fra i rapporti di Pistoia. Questo caso presenta un "alto grado di letalità" dovuto alla presenza di un precedente lutto in famiglia, quello del padre. P.F., ha solo 22 anni, quando mette in atto il suo ultimo tentativo di suicidio il 28/7/94. Ho potuto contare a partire dal 6 marzo 1993, almeno altri sei suoi tentativi di suicidio. Si tratta sempre di tentata impiccagione attraverso l'uso della cintura dell'accappatoio come cappio. Un'altra caratteristica non solo di questo caso, ma anche di altri è la ripetitività del gesto, nelle sue modalità e anche nelle dichiarazioni scritte e orali rilasciate a giustificazione del suicidio o del tentato suicidio. Stando ai rapporti che ho esaminato, vengono usate sempre le stesse parole, tanto che per alludere alla monotonia delle motivazioni, il testo con burocratico distacco, parla di "solito ritornello".

Nelle dichiarazioni al comandante delle guardie P.F. confessa che non desisterà dal proposito di sopprimersi perché: "non gli importa più della vita e che se riuscirà a togliersi la vita, andrà a stare vicino al padre deceduto, quando aveva undici anni. Non sopporta l'idea di stare lontano dalla madre che soffrirebbe di meno se lui non esistesse più".

Queste parole confermano la connessione tra suicidio e "grado di letalità" presente nel soggetto: egli vuole andare a fare compagnia al padre morto. Ripete queste identiche parole dopo un salvataggio il 19 marzo e nell'unica lettera di addio alla madre, quando l'8 marzo 1993 aveva tentato ancora l'impiccagione. Scrive: "non pensare a me, se muoio tu ci sei abituata dalla morte del papà, ora ti saluto dall'aldilà e cercherò di aiutarti mamma, non disperare per me". Anche questi sono episodi di suicidio anaggressivo. Si possono considerare esempi di devianza passiva perché al detenuto non interessa più vivere come dice P.F. nella lettera al fratello. Perciò si compie l'atto di rinuncia alla vita, così almeno suo madre soffrirà di meno se lui non esisterà più.

G.H. a sua volta osserva il lutto tentando di suicidarsi agli inizi del 1995 nel carcere di Sollicciano. Il detenuto ha tentato l'impiccagione "in un momento di sconforto causato dal decesso del fratello", come riferisce il rapporto. G.H. tenta nuovamente il suicidio il 20 marzo dello stesso anno, prima con lo svenamento e poi ancora mediante l'impiccagione. Il detenuto è in stato di grave crisi depressiva per la morte del fratello e per l'inaspettata condanna ad un anno e mezzo di reclusione.

2.1. I casi di suicidio/evasione inteso come fuga razionale

Il suicidio in carcere è inteso soprattutto come una resistenza o una fuga (5) di fronte ad una potenza sopraffattrice. Il detenuto che si suicida manifesta l'ultima espressione di libertà e mette in atto l'ultima e disperata forma di evasione. Il suicidio di C. è stato meditato con la stessa scrupolosità con cui si prepara una fuga dal carcere o meglio un'evasione lucidamente organizzata.

C., imputato per bancarotta fraudolenta, è un detenuto che non ha mai destato sospetti di volersi suicidare. Dalla cartella personale del detenuto non emerge alcun vissuto psicopatologico di rilievo sul piano dell'umore e dell'azione. Il compagno di cella, che C. conosce da quando era in fasce, avendo rapporti di amicizia con il suo defunto padre, ha dichiarato che C. è sempre allegro e socievole con tutti. Solo la mattina prima del suo tentativo di suicidio è apparso particolarmente silenzioso e riservato, ma non depresso. Eppure C. quella mattina ha tentato di impiccarsi, azione, che come tutte le evasioni che si rispettino, richiede una preparazione a lungo studiata. Secondo lo stesso detenuto, successivamente interrogato sull'argomento l'unica soluzione possibile "era appunto il suicidio, decisione che, a suo dire, ha ben meditato nell'ultimo mese usando la stessa scrupolosità che si adotta per le grandi evasioni."

Il sottoufficiale propone addirittura le sue osservazioni sul caso: "il C. ha curato molto nel dettaglio questo suo tentativo e si mette in risalto:

  1. La discrezione con la quale ha preparato il cappio con il lenzuolo insaponato, in modo da rendere fluido il movimento del nodo scorsoio compiendo il tutto senza far notare nulla al suo compagno di cella.
  2. Le lettere preparate con cura e senza particolare fretta (ciò è deducibile dal contenuto e dal modo in cui ha scritto quella indirizzata al personale di custodia, l'unica che non sia stata imbustata dal C.) anche queste eseguite senza destare sospetti nel compagno di cella.
  3. Il gesto è poi stato compiuto in un contesto, per il quale l'obbiettivo era difficilissimo da realizzare e questo sia perché nella sezione vi erano il capoposto e l'agente di sezione, intenti ad effettuare i normali giri di controllo e sia perché, soprattutto, il compagno di cella si era appena coricato e quindi era ancora sveglio. Il C. tuttavia apostrofava il compagno di cella per il fatto di essersi adoperato al suo salvataggio, dicendogli che aveva fatto una stupidaggine a salvarlo. In un secondo momento non farà altro che ribadire che probabilmente aveva solo bisogno di sfogarsi chiedendo se era possibile ignorare l'accaduto e fare finta di niente (conoscendo già il regime penitenziario, temeva, infatti, di essere spostato nel reparto isolamento)."

Questi accorgimenti, tranne l'ultimo, sono sintomatici di un alto livello di medical lethality e di elevato grado del serial intent. Il grado della medical lethality si deduce dall'accuratezza con cui si predispone al suicidio. La medical lethality riguarda l'effetto dell'atto: misura cioè la probabilità che quella condotta provochi la morte. Nel caso di C. sembra che la medical lethality sia molto elevata. Quanto al grado di serial intent, ossia l'intenzione più o meno seria di autosoppressione, mi pare che anche questa si possa considerare piuttosto forte, a giudicare dal numero delle lettere con le quali si è preoccupato di informare i suoi cari a proposito del proprio gesto. C. non si è dimenticato di porgere l'ultimo saluto neppure ai suoi amici della custodia della casa circondariale. Dal tenore della lettera, infatti, sembra che C. fosse riuscito a instaurare un rapporto di amicizia anche con il personale di sorveglianza.

Il sottoufficiale di sorveglianza allega le sei lettere di congedo lasciate dal C. e indirizzate:

  1. "A mia figlia Avv. Stefania C."
  2. "Ad un grande Magistrato Dr. Margara"
  3. "All'On. le Guardasigilli S.E. Dr. Mancuso"
  4. "A mia moglie Tina C."
  5. "Per Cristina B."
  6. "Alla Custodia della Casa Circondariale"

- Eccetto l'ultima sono tutte in busta chiusa -

La lettera alla Custodia della Casa Circondariale (l'unica di cui è stata possibile la lettura) si rivelerà particolarmente utile per completare il quadro che è stato tratteggiato circa il comportamento del detenuto.

"La salma che sospingerete verso l'eterna libertà, salutatela con un sorriso!

Seppellitemi nel cimitero di Chiesa Nuova così quando qualche volta passerete davanti, mi potrete fare con la mano: "Ciao C.!" come si fa ad un vecchio amico; giacché io così vi ho sempre sentito.

Finisco il mio cammino in mezzo a voi, non voletemene, mi avete amato e rispettato, quante corse, questa è l'ultima, andate piano, c'è tempo, l'orologio per ora si è fermato, e ricordatemi come quel bravo truffatore gentiluomo che sono stato.

Avete visto non valeva la pena cambiar vita, come mi avete sempre consigliato, è valso sempre di tornare da voi con un pugno di dollari in mano, colpevole, allegro, sorridente.

C. una persona per bene, faceva ridere e nessuno ci avrebbe mai creduto, una cosa non avrebbe mai fatto, la carogna, né ebbi mai a strappare la catenina dal collo alle vecchiette, così mi sarei sentito se avessi commesso questo reato, per il quale sono stato arrestato due volte.

Ironia della sorte, dovevo confessare, andava tutto nel calderone insieme alle altre bancarotte di cui mi sono fatto carico, ma c'è pur sempre una morale, anche per un truffatore come me.

Due pivelli mettendo insieme una accozzaglia di bugie, raccontate gratuitamente dagli altri indagati, hanno fatto giustizia, non con il codice in nome del popolo italiano, ma con un codice nuovo di nome Y e Z.

Bravi se continuiamo così di vittime ne facciamo ancora.

Ciao a tutti vostro C.

(firma)

Nonostante tutte le cautele adottate da C. la sua "fuga" non riesce; poiché viene "colto in flagrante" dagli agenti in servizio, i quali riferiscono: "Giunti alla cella troviamo il recluso penzolare dalla grata della finestra appeso al lenzuolo, mentre il compagno di cella lo teneva per gli arti inferiori, per impedire 'l'atto anticonservativo'. Immediatamente apriamo la cella e sciolto il lenzuolo adagiamo il C. sul letto. Dopo il gesto durante un colloquio con il medico di guardia il C. riferisce di aver avuto un momento di debolezza transitoria per la propria vicenda umana. Il medico incaricato consiglia, data la patologia cardiovascolare del paziente di mantenerlo nell'attuale collocazione in compagnia, e con sorveglianza a vista continua."

Interessanti delucidazione sul caso si desumono dalla relazione del sottoufficiale di sorveglianza: "Chiesto sommariamente al detenuto i motivi del suo gesto. Lo stesso ansimando e piangendo, dichiarava che non era giusta questa sua carcerazione, in quanto il reato contestato è risalente all'anno 1993 e che, a suo dire, ha già pagato. Inoltre l'eco provocato dal suo arresto (sembra che alcuni giornali abbiano titolato la notizia a piena pagina, specie in quelli locali di Milano) gli è costato il posto di lavoro presso lo studio di un noto avvocato di Milano, dove a suo dire lavorava da più di un anno "per la prima volta in maniera onesta" per cui una volta tornato libero, non avendo nulla di proprio, si chiedeva cosa sarebbe stato di lui".

Sempre dal colloquio è emerso che lo stesso ha due figlie a Firenze (una delle quali è avvocato) e l'ex moglie che gestisce un bar; tuttavia non si sente in grado di potersi rivolgere a loro, anche perché è convinto di "trovare chiusa la porta". L'unica persona che gli è rimasta fedele è la convivente, che tuttavia è nelle sue identiche condizioni finanziarie. Pertanto, non avendo la forza di ricominciare una nuova vita, specie dopo questa carcerazione, per lui frutto di una "sadica ingiustizia, aveva deciso di suicidarsi". Dopo queste dichiarazioni il soggetto appare di nuovo calmo e si ripromette di non mettere in atto un gesto simile in avvenire. Tuttavia viene prescritta la visita psichiatrica urgente e si dispone che il soggetto venga tenuto a Grande Sorveglianza.

Questo caso non sembra presentare una natura patologica; quello che sorprende forse è proprio la grande lucidità con la quale viene gestito tutto l'episodio; che a ben vedere non si esaurisce nella fase della preliminare organizzazione del suicidio. Se ripercorriamo l'intera dinamica dell'accaduto si può notare che C. mantiene sempre la situazione sotto controllo. Solo per un momento perde il "lume della ragione": quando rimprovera il compagno di cella per averlo salvato. Probabilmente questo è l'unico vero momento di debolezza, dovuto anche allo stordimento fisico provocato dall'impiccamento. Ma se trascuriamo quella unica battuta, si deve riconoscere che C. si mantiene perfettamente padrone della situazione. C. non cerca di comunicare il proprio senso di angoscia a chi lo interroga. Tiene per sé i "sentimenti" che lo hanno spinto al suicidio e addirittura fornisce ai propri inquisitori una plausibile spiegazione del suo gesto. Così riferisce il rapporto:

"Il detenuto riferisce di aver tentato il suicidio per una recente comunicazione di licenziamento e per motivi giudiziari. Il reato contestato (di bancarotta fraudolenta) a suo dire è ricompreso anche nella Associazione a delinquere per la quale è stato in precedenza arrestato (su ordinanza di custodia cautelare del GIP di Firenze) e scarcerato per decorrenza dei termini l'11/11/93." Queste sono le ultime dichiarazioni di C. per "spiegare" le cause che avrebbero determinato il gesto suicida. Questo era quello che gli agenti volevano sentirsi dire e questo è ciò che C. ha detto. È chiaro che invece il gesto di C. ha avuto una maturazione molto più complessa, che lo stesso non ha voluto e non ha potuto descrivere ed è anche chiaro che la giustificazione razionale che il C. ha fornito non è altro che l'ultimo evento di crisi che può aver costituito solo la spinta ad un processo suicidale ormai già maturo.

Un aspetto molto interessante del caso riguarda le numerose precauzioni usate nell'esecuzione del gesto, che si rivelano come spie significative dell'esistenza di un "piano". Tuttavia mi interessa sottolineare una frase che C. ha rivolto alla guardia durante una delle sue dichiarazioni. Dopo aver descritto all'agente la propria difficile situazione economica, e familiare dice: "... non avendo la forza di ricominciare una nuova vita, specie dopo questa carcerazione frutto di una sadica ingiustizia, l'unica soluzione possibile era il suicidio". Dunque secondo C. il suicidio doveva essere interpretato come la soluzione. Una soluzione razionale che risolve, ad un tempo, l'ingiustizia giudiziaria, la situazione economica a lui familiare, e tutti i problemi di un futuro a dir poco incerto. Il tentato suicidio di C., come si è potuto notare, è stato improntato ad una condotta razionale, nel senso che il soggetto si è adoperato affinché l'effetto finale del suo comportamento fosse la propria morte. C. ha agito in previsione di un obiettivo ben preciso, al punto che ha fatto del suicidio il suo progetto. Non sono pochi i detenuti che, versando in difficili condizioni, hanno visto nel suicidio una soluzione. Così per esempio ha agito D.L. che dopo il fallimento del suo tentativo ha detto: "Ho ritenuto di fare quello che ho fatto" ad esprimere la sua fredda decisione.

Anche nel caso di S.M. il suicidio è interpretato come una soluzione. In una lettera che il detenuto aveva indirizzato al direttore del carcere diceva esplicitamente: "Ma mi dica lei cosa devo fare? ... Meglio questa la scelta giusta (e allude al suicidio)."

Il detenuto S.M. tenta di impiccarsi il 12/5/93 all'età di 35 anni nel carcere di Prato. Ecco come viene descritta la dinamica del gesto nel rapporto disciplinare relativo al caso. "Alle ore 24.00 il detenuto tenta di impiccarsi nella sua cella utilizzando come cappio una corda rudimentale mentre il compagno lo sorreggeva. La corda del cappio è stata ricavata da alcuni stracci ed è stata agganciata alle sbarre della finestra della cella. Dopo qualche stimolo (schiaffi) riapre gli occhi ed è subito lucido e cosciente; protesta quando lo invitiamo a uscire dalla cella per condurlo all'isolamento. Minaccia di autolesionarsi con una lametta nel caso che venga trasportato di forza all'isolamento. Il detenuto si dimostra fermo nel proposito di ripetere il suicidio per l'ingiustizia subita. Il problema sembra essere clinico, a parere dall'agente, e non di custodia."

Durante il colloquio con il medico esperto riferisce che il gesto compiuto è in relazione alla propria posizione giuridica: il detenuto si dichiara "non colpevole" del reato attribuitogli e per cui è in carcere. Pensa con queste dichiarazioni di influenzare i giudici e gli operatori. Dal rapporto risulta che: "Questa posizione assunta si ritiene congrua alle intenzioni manifestate durante il colloquio, che appaiono ferme e orientate all'assunzione di comportamenti dimostrativi in direzione autolesiva come messaggi esplicitanti intenzioni personali e volontà". Nonostante il gergo medico-carcerario burocratico si capisce che il detenuto ha intenzioni abbastanza serie.

S.M. chiede di non essere mantenuto in sezione di isolamento. Nel colloquio minaccia lo sciopero della fame se non verrà rispettata questa sua volontà. Ma questo metodo di comunicazione non sembra essere l'unico possibile per S.M. È in grado di riferire alcuni elementi relativi alla sua storia personale e familiare che hanno un importante valore chiarificatore.

Risulta che S.M. ha una famiglia a Poggibonsi composta da tre figli e dalla convivente incinta del quarto figlio. La compagna sembra avere un lavoro dipendente nella zona, ma si trova in difficoltà a causa dei carichi familiari aggravati dalla difficoltà nel tenere colloqui nell'Istituto.

Durante questa parte del colloquio il detenuto appare giù di tono. Secondo il rapporto: "Si evidenzia una grossa problematica legata al nucleo familiare con l'emergere di uno stato di sofferenza. Si ritiene che il detenuto sia passibile di un trattamento orientato alla educazione degli stili comunicativi e orientati a predisporre opportuni interventi con l'obbiettivo di facilitare l'esplicitazione e la comunicazione dei bisogni poiché il soggetto è di nazionalità straniera ed ha ancora difficoltà ad esprimersi". Il S.M. mostra aspetti depressivi alternati a momenti di massima reattività; ma potrebbe trovare occasione di "smussare" certe posizioni rigide e intransigenti assunte con l'avvicinamento al nucleo familiare.

Dopo che il tentativo di suicidio del detenuto viene scoperto e interrotto vengono trovate due lettere: una indirizzata alla moglie, l'altra indirizzata al direttore della casa circondariale.

Lettera al signor direttore Prato 9/5/95

"Signore devo scusarmi con voi, ma questa è la seconda lettera, la prima lettera arrivata nelle mani del comandante che mi ha chiesto di non fare lo sciopero della fame. Ma vedi signor direttore io mi trovo qui senza motivo condannato per sette anni e sto aspettando l'appello, ma non credo che mi buttano fuori.

Purtroppo mi hanno condannato alla morte, e così mi lascio tre bambini e mia moglie in gravidanza. Prima ho cercato di stare tranquillo senza fare casini con nessuno, ma con me stesso. Ora signor direttore ho deciso di togliermi la vita, così resto senza pensiero. Signor direttore ho scritto questa lettera per chiedere scusa a tutti voi e a tutto il corpo di guardia.

Ringrazio.

Mi creda che non ce l'ho con nessuno di voi, ma con la Giustizia che è sempre ceca, almeno per noi stranieri, ma io sono qui in Italia da più di 13 anni e ho fatto la mia famiglia e ora vengono a distruggermi.

Ho scritto al tribunale per la libertà e ho scritto alla corte di Appello di Firenze. Ma mi dica lei cosa devo fare.

Meglio questa la scelta giusta.

Direttore la ringrazio per l'attenzione e a Dio.

S.M. il 12/5/93 tenta di suicidarsi ufficialmente per motivi di protesta. Sembrerebbe che il soggetto fosse spinto al suicidio per motivi di Giustizia. Nella lettera di congedo indirizzata al direttore del carcere, che ho sopra riportato, dice: - La Giustizia è ceca! - Ma a differenza di altri casi di suicidio in senso di protesta contro la Giustizia, che ho esaminato, nel caso del detenuto S.M. non si avverte alcun intento rivendicativo nei confronti del personale di Sorveglianza. Lo stesso detenuto tiene a sottolineare: - Io non ce l'ho con nessuno credetemi! - e addirittura chiede scusa a tutti per il proprio gesto.

Quello di S.M. è un caso che sfugge un po' alla classificazione dei tipi ideali di suicidio carcerario presa come riferimento. Di solito quando la condotta suicidaria persegue il fine di protestare contro la Giustizia, allo stesso tempo presenta caratteristiche "emotive" di eteroaggressività. Spesso si associa al comportamento proprio del ribelle e si traduce in una reazione aggressiva ad uno stato di frustrazione intollerabile.

In questo caso invece il S.M non aggredisce nessuno, non vuole né vendicarsi, né infliggere del male a nessuno, neppure a se stesso. Diversamente dagli altri detenuti che protestano contro la Giustizia attraverso il suicidio, S.M. non tende a fare di se stesso un martire, usando, in conclusione, della violenza. Egli si suicida semmai per soffrire di meno - per levarsi il pensiero - dice con semplicità al direttore del carcere nella sua lettera di Addio. Si tratta di un comportamento anaggressivo caratteristico di uno stato di rinuncia.

Il detenuto C. dice che il suicidio era l'unica soluzione; il detenuto D.L. dice: "ho ritenuto di fare quello che ho fatto (il tentato suicidio)"; S.L. dice al direttore del carcere: "Questa è la scelta migliore".

2.2. I casi di suicidio inteso come fuga irrazionale

I casi di suicidio, caratterizzati da una scelta razionale si differenziano nettamente rispetto a quelli in cui pare dimostrarsi dominante l'elemento irrazionale. Si tratta di casi in cui il suicidio è comunque un rifiuto della situazione presente, perché considerata o assunta come intollerabile. Tuttavia la decisione avviene senza un calcolo ben preciso, come una reazione simile ad un raptus. In molti casi è stato osservato che tentando di togliersi la vita il soggetto è spinto dal desiderio di provocare un cambiamento radicale di fuggire, di cercare sollievo e riposo. Proprio con questa chiave potremmo cercare di interpretare il suicidio consumato di B.M. Il detenuto pensa al suicidio per accellerare il momento in cui avrà fine la sua sofferenza. Teme di passare tutta la vita in prigione. Il 30 Gennaio del '92 il trentatreenne B.M. tenta di impiccarsi con una striscia ricavata da un asciugamano dopo essersi già procurato delle ferite al braccio. Questa è la dinamica dei fatti descritti dall'agente: "B.M. si trovava con i piedi appoggiati sull'inferriata che congiunge un pilastrino all'altro e aveva una striscia di asciugamano intorno al collo. Piangendo non faceva altro che ripetere: "Devo uccidermi perché non voglio rimanere in galera per tutta la vita. Sono innocente".

Dopo che B.M. viene recuperato dall'agente e fatto visitare dal medico, chiede di parlare nuovamente con l'agente che l'aveva salvato. Dopo un lungo dialogo si scusa dandosi dello stupido, ammettendo che stava per compiere una colossale cretinata, chiede di potersi recare in cella per andare a letto, promettendo che non sarebbero più accaduti episodi del genere. Nonostante queste rassicurazioni, il detenuto ripete in continuazione che riuscirà nel suo intento di togliersi la vita. Il detenuto rifiuta la medicazione delle ferite procuratesi all'avambraccio, e di quella sulla testa procuratasi con il cappio, che a detta del detenuto è il risultato di un momento di sconforto. Solo dopo una lunga opera di persuasione egli accetta le cure; ma non desiste dalle sue idee autosoppressive.

Molti sono i casi come quello di B.M. appena visto, spinti al suicidio dalla paura di rimanere in carcere per sempre. Stranamente, però, può capitare di cercare il suicidio per paura di dover uscire dal carcere come nel caso di G.F.

B.M. diceva: "Mi devo (non "mi voglio", come se la decisione di togliersi la vita fosse imposta dalle circostanze) uccidere perché non voglio rimanere in galera per tutta la vita". G. F. invece dice: "ho paura della fine pena..." G. F. è appellante la cui fine pena è stata fissata al 27/1/94. L'agente informa che l'8/11/93 verso le 10 e.20 di sera mentre effettuava un normale giro di ispezione, notava che il detenuto stringeva la cintura di cuoio al collo tentando di legarla da qualche parte. Ad una prima richiesta di spiegazioni G.F. rispondeva secco: "Sto male per motivi miei personali"

Il mattino dopo sentito il detenuto in merito al tentativo di impiccamento, lo stesso riferiva che il gesto messo in atto non era altro che un gesto per attirare l'attenzione più che altro dei componenti dell'equipe di trattamento; riferiva di aver paura della sua fine pena; si tratta di un ex-tossicomane che una volta scarcerato, non vorrebbe più "bucarsi"; vorrebbe invece, terminata la carcerazione, essere affidato ad una Comunità terapetuica. Il detenuto viene trasferito al reparto isolamento in cella di sicurezza. In seguito, alterato perché alcune sue richieste di indumenti non venivano soddisfatte risultava vano ogni tentativo per calmarlo; questo cominciava a sbattere la testa contro il cancello procurandosi una contusione alla fronte.

Dall'estratto del registro medico risulta che il soggetto si trovava in grave stato depressivo, maturato nei momenti di solitudine. Il detenuto era molto agitato e chiedeva supporto psicologico, perché teme a fine pena di tornare in piazza, mentre invece vorrebbe andare in Comunità. È nei momenti di solitudine che il detenuto rimugina sulla propria condizione esistenziale ed è nei suoi pensieri che tutto assume il senso dell'inesorabilità della propria sorte. La sua fuga se si vuole è a metà fra razionalità e consapevolezza da una parte e irrazionalità dall'altra: il suo punto di vista è lucido: fuori dal carcere ricomincia l'inferno della vita del tossicomane in piazza. La sua soluzione è una fuga verso il niente. Si sente veramente più sicuro e più tranquillo con se stesso in carcere ? Forse la sua è una richiesta esplicita (e razionale): voglio entrare in Comunità terapeutica, fuori di essa sono già morto. Non è possibile? Allora me ne vado per sempre. Forse il suo tentativo era una richiesta consapevole di qualcosa di preciso, esercitata con un atto apparentemente inconsapevole.

2.3. Il suicidio come reazione al rifiuto degli arresti domiciliari

C'è un numero rilevante di casi di tentato suicidio alla notizia del rifiuto degli arresti domiciliari e dunque alla disposizione della misura cautelare in carcere.

È un caso complesso e anche molto dibattuto, perché molto evidente nelle cronache giornalistiche o giudiziarie degli ultimi anni. Nel corso di polemiche contro la carcerazione preventiva molto si è puntato sui pericoli che essa costituisce per la psiche dell'indagato. In molti casi si è parlato di un vero e proprio martirio, o comunque, di una sottovalutazione dei lati di pericolosità di una misura piuttosto che un'altra. D'altra parte è anche vero che i tentativi di suicidio possano spesso essere letti come "mosse" per condizionare la decisione del magistrato o dell'opinione pubblica. Ma una mossa può avere anch'essa una conclusione tragica.

La complessità sta nel fatto che la misura della carcerazione (piuttosto che quella degli arresti domiciliari) può rappresentare effettivamente uno shock, che fa precipitare velocemente la situazione, a epiloghi anche tragici. Il suicidio in questa ipotesi si può considerare una forma di fuga da una situazione intollerabile, solo che in questo caso la soglia di intollerabilità dipende da questa notizia; che perciò diventa l'elemento precipitante di una situazione già al limite della sopportabilità. Il limite di tale sopportabilità, dunque è segnato da questa importante disposizione "cautelare".

Prova di ciò è il tragico caso di suicidio consumato di G.C. che si è impiccato il 29/12/92 a Pistoia. Il soggetto si è suicidato poche ore dopo aver ricevuto il rigetto alla richiesta fatta per ottenere gli arresti domicilari in sostituzione della detenzione in carcere (6). G.C., nato a Foggia nel 1952, era recluso presso il carcere di Pistoia indagato per sequestro di persona, lesioni ed altro.

L'11/12/92 la guardia di servizio riferisce nel suo rapporto che il detenuto rifiutava di alimentarsi. Il detenuto, però, diceva di non avere intenzione di fare lo sciopero della fame per protestare contro la Giustizia, ma spiegava che non prelevava il vitto semplicemente perché non se la sentiva di mangiare. Il 29/12/92 l'agente di servizio riferisce: "alle ore 17.30 vedevo il detenuto G.C. penzoloni alla finestra con il cappio al collo, senza perdere tempo tentavo di allentare il nodo e il medico dell'infermeria gli praticava un messaggio cardiaco ma senza speranza. Il detenuto veniva portato con l'autombulanza al più vicino ospedale, ma ormai era troppo tardi".

A seguito della perquisizione della cella veniva trovata dentro l'armadietto la nota con la quale erano stati respinti gli arresti domiciliari, notificati al detenuto alle ore 13.50 di quello stesso giorno, cioè quattro ore prima del suo suicidio. L'agente di servizio precisava nel suo rapporto: "il detenuto G.C. dal giorno del suo ingresso, avvenuto il 17/11/92, perché indagato di sequestro di persona e di lesione personale, si è sempre comportato regolarmente anche quando faceva lo sciopero della fame per motivi processuali" G.C. prima di morire ha lasciato anche due lettere: una indirizzata alla figlia più piccola e una al fratello e agli altri figli più grandi particolarmente significative.

Lettera alla mia piccola Roili:

... io qui dentro via da te mi sento molto male e vorrei essere lì dove tu sei per poterti tenere sul mio cuore ...

Lettera al fratello:

Caro fratello e cari bambini vi scrivo questa mia lettera per dire due parole prima di lasciarvi per sempre, per me la vita è diventata troppo pesante e non me la sento più di andare avanti, perché sono stanco di combattere una cosa che per me è invincibile e siccome ora siete tutti grandi, la mia piccola Roili la potete guardare voi come se la guardassi io, io non ho il diritto di vivere perché quando una persona si sente inutile non deve vivere e io mi sento così. Ho capito di avere sbagliato tutta la mia vita, perché io pensavo che come la vedevo io era giusto e invece ora ho capito che era tutto sbagliato e voi non dovete prendervela perché almeno questo inferno che c'è dentro di me finirà.

Sono stato il più grande stupido del mondo e ora che ho capito non ce la faccio ad andare avanti. Ora voi guardate di volervi sempre bene e di stare sempre insieme, io, se potrò, sarò sempre con voi. Prego solo per una cosa: la piccola Roili, che abbia tutto il vostro bene e dateglielo voi anche il mio e che non debba mai sentire la mia mancanza.

Io vi auguro, come ho sempre fatto, tutto il bene che c'è in questo mondo: tu Angi guarda di divertirti e di stare bene, tu Lachi cerca di fare il bravo; vi mando un grande bacio a tutti voi: Saimon, Davis, Elvis, Denisa, Samanta, Do, Catia, Cipi e non ti drogare più capito! e Evelina e la mia piccola Roili che sarà sempre nella mia anima. Tanti baci e abbracci a tutti voi piccoli miei. Il vostro Tato.

Caro fratello anche tu non te la prendere perché tanto io in un modo o nell'altro dovevo finire così. Ti ringrazio di tutto quello che hai fatto per me e per i miei bambini, mi dispiace di darti questo dispiacere però devi capire che a tutte le cose c'è un limite e per me è arrivato, sicché era una cosa che doveva succedere. Ti mando un saluto e un abbraccio.

Tuo fratello G.C.

PER I MIEI BAMBINI DATEGLI QUESTA LETTERA È IL MIO ULTIMO DESIDERIO.

G.C.

L'assillo di liberarsi di una situazione insopportabile emerge dalle lettere di Addio che il detenuto ha lasciato ai propri cari. Le dichiarazioni di G.C. esprimono qualcosa di più del disagio ambientale comune alla maggior parte della popolazione carceraria. Il caso di G.C. è tanto doloroso quanto interessante, perché dimostra come nello studio di un fenomeno complesso come quello del suicidio in carcere, sia necessario evitare qualsiasi semplificazione. Per la comprensione di questo gesto bisogna tentare contemporaneamente più interpretazioni diverse. Ad una analisi attenta della lettera di congedo, emerge una pluralità di possibili chiavi di lettura sul significato del suicidio:

V.G.A è recluso nel carcere di Prato ed è in attesa di giudizio di primo grado per detenzione e spaccio di stupefacenti. _ opinione dei medici specialisti, che V.G.A., sia molto provato dalla detenzione e dalla situazione familiare, che si trova al limite del tracollo a causa del suo arresto. Questo ritratto psicologico del soggetto risulta confermato dagli eventi; infatti il 20/3/95 V.G.A. tenta il suicidio impiccandosi. Alle ore 22:50 la guardia di sorveglianza trova il detenuto steso sul pavimento con la cintura dell'accappatoio al collo. Il detenuto dichiara di aver commesso il fatto in un momento di sconforto per motivi di famiglia e di giustizia: "mi volevo impiccare, ma il mio compagno me l'ha impedito"- spiega alla guardia -. Al medico dell'ufficio sanitario dice di aver tentato il suicidio perché innocente e perché gli sono stati rifiutati gli arresti domiciliari. Anche nel rapporto dello psichiatra viene ipotizzato che il tentativo di suicidio sia la risposta al rifiuto degli arresti domiciliari; si parla di una sorta di reazione a "corto circuito" (ricordo per inciso che sempre nel carcere di Prato e nello stesso anno il detenuto A.M. protesta con lo sciopero della fame per il rifiuto del beneficio della semilibertà). Viene riferito inoltre che il gesto di V.G.A., per le modalità di esecuzione non sembra una simulazione (7) (si tratterebbe perciò di un suicidio non riuscito, piuttosto che di un suicidio simulato, ovvero di parasuicidio, o suicidio preterintenzionale che dir si voglia). Il giorno dopo V.G.A. viene posto in regime di isolamento; il soggetto sembra migliorato, ma si trova ancora in stato fortemente depressivo, perciò viene sottoposto a sorveglianza a vista. Dopo una settimana V.G.A. riprende lo sciopero della fame manifestando la seria intenzione di continuarlo fino a morire; lo psichiatra è del parere che esista effettivamente un rischio suicidario molto elevato, poiché lo stato depressivo del soggetto è notevolmente peggiorato presentando caratteri di: "labilità affettiva, scarso controllo degli impulsi, scarsa capacità di resistere alle frustrazioni".

D.P. indagato per ricettazione (di professione restauratore), riceve la revoca degli arresti domiciliari che viene sostituita con la misura della custodia cautelare in carcere. C'è una forte aspettativa da parte del soggetto di essere scarcerato, motivata anche dalle dichiarazioni del difensore di fiducia, che pare avergli assicurato che sarebbe stato dimesso il 22/2/92. Questo non avviene.

Nello stesso giorno la guardia di sorveglianza informa che verso le 18.15 durante il giro di controllo notava che lo spioncino del bagno della cella era aperto, perciò richiedeva di togliere la carta che ostruiva la visuale. Il compagno di cella, una volta entrato nel bagno, iniziava a urlare, dicendo che D.P. si era impiccato. Infatti appena tolta la carta dallo spioncino si poteva vedere D.P. che pendeva dall'alto con una cintura di pelle di un giubbotto attaccata al collo.

In bagno inoltre vi era un intenso odore di gas e infatti per terra vi era una bomboletta. Sulla finestra superiore del bagno era rimasta legata l'altra estremità della cintura di pelle. Il detenuto appariva esanime, ai primi soccorsi, ma poi riprendeva conoscenza e riferiva di aver attuato il tentativo a causa di problemi giudiziari ed esistenziali esistenti all'esterno di questa struttura (probabilmente tale specificazione è stata fatta su richiesta degli agenti per esentarsi di ogni responsabilità circa le cause del gesto).

Il soggetto sembrava seriamente determinato al suicidio; poiché si è anche stordito con il gas di una bomboletta, forse per superare la paura o per aumentare le sue probabilità di riuscita.

Il soggetto ha riferito di aver messo in atto tale gesto per motivi di giustizia, non riferendo altro. Tuttavia il gesto sarebbe essenzialmente rivolto a far pressione nei confronti della Autorità Giudiziaria, affinché disponga la scarcerazione. È un caso tipico in cui si rintracciano più elementi: se il motivo del gesto è diciamo una richiesta disperata, questo non esclude che il gesto abbia poi effettivamente un esito autodistruttivo, e sia una risposta irrazionale e di fuga ad un problema assai specifico di detenzione.

Il sessantenne F.A. è in attesa di giudizio di primo grado per violazione della legge sugli stupefacenti. Il 31/1/95 è stata emessa l'ordinanza di custodia cautelare per i reati di strage, devastazione e saccheggio, detenzione di materiale esplosivo e furto.

Il 3/3/95 il detenuto era trovato in uno stato di profonda ansia dall'agente in servizio, al quale confidava: "Per me ormai è tutto finito". Aveva sentito alla televisione che gli erano stati rifiutati gli arresti domiciliari e lo avevano indiziato di un reato, secondo lui, non commesso. Continuava a ripetere che si sarebbe suicidato da un momento all'altro. A seguito delle dichiarazioni fatte all'agente il detenuto veniva trasferito in isolamento giudiziario, anche perché indagato per concorso aggravato di strage.

Veniva privato di ogni oggetto, che potesse essere utilizzato a scopi autolesivi ed era posto a grande sorveglianza, in attesa di diverse disposizioni dello psichiatra, che avrebbe provveduto a seguire il soggetto con colloqui giornalieri. Venivano prescritti anche i colloqui di sostegno con il soggetto. Il blindato, inoltre, veniva mantenuto aperto per un adeguato controllo.

La situazione di F.A. costituisce uno dei rari casi in cui si sono presi in seria considerazione dei segnali riguardo al proposito di suicidio; senza bisogno che il soggetto mettesse in atto alcun tentativo. Sembra che in questo caso tra gli addetti del personale si sia saputo individuare il momento critico del "suicidal process". In effetti la notizia del rifiuto degli arresti domiciliari, sentita per televisione, poteva costituire l'evento precipitante di un processo suicidario.

3. Discussione dei casi anaggressivi

Prima ho cercato di differenziare i vari casi di suicidio fuga distinguendo tra le diverse accezioni nelle quali si può intendere la fuga; principalmente tenendo separati i casi di fuga come gesto razionale rispetto alla fuga come gesto irrazionale e per così dire a reazione esplosiva, come nella forma del raptus: Tuttavia, al fine di non confonderci nella frammentarietà delle biografie particolari vorrei ora richiamare l'attenzione sugli elementi in comune tra tutti i diversi casi che ho raggruppato sotto il significato di suicidio fuga per poter dimostrare che esiste una similarità tra tutti questi casi e tale "similarità" consiste, secondo me, nel presentare i requisiti dei tipi descritti nella tabella di riferimento.

Atto anaggressivo, atto di devianza passiva e atto di rinuncia in senso di fuga, questo è ciò che accomuna tutti i casi di suicidio che ho raggruppato in questo contesto.

S.M. appare giù di tono e rivela tutta la sua passività e mancanza di ribellione in queste parole rivolte al direttore del carcere:

Prima ho cercato di stare tranquillo senza fare casini con nessuno, ma con me stesso. Ora signor direttore ho deciso di togliermi la vita, così resto senza pensiero. Qui si evidenzia l'aspetto della rinuncia. Signor direttore ho scritto questa lettera per chiedere scusa a tutti voi e a tutto il corpo di guardia. Mi creda che non ce l'ho con nessuno di voi. Da queste dichiarazioni appare molto chiaramente il carattere anaggressivo della condotta, che non presenta alcuna traccia di risentimento.

Così come privo di risentimento verso il personale, anzi in atteggiamento di amicizia si dimostra C. quando nella sua lettera alla Casa circondariale scrive: salutate la mia salma come si fa ad un vecchio amico; giacché così vi ho sempre sentito, inoltre, come S.M., dice non voletemene anche in questo caso si chiede scusa per il gesto che si è commesso, tanto è lontano dai pensieri del detenuto la volontà di esibire il proprio suicidio, di strumentalizzarlo per dirigere la propria aggressività sugli altri. Il gesto di C. è a tal punto privo di ostilità, che spera di poter trasmettere un buon ricordo di se stesso agli amici del personale di sorveglianza. Quando viene recuperato in tempo dalla guardia chiede di poter ignorare l'accaduto e di fare finta di niente temendo l'isolamento. Anche il detenuto D.D.A., pur non arrivando a questa richiesta; tuttavia manifesta l'intenzione volta a celare e perciò a non strumentalizzare il tentato suicidio, come forma di protesta, nel momento in cui cerca di coprire lo spioncino della porta per impedire di essere scoperto. Il detenuto C. dice che ha compiuto il gesto in un momento di debolezza transitoria. Anche il detenuto B.M. confessa piangendo che stava per compiere una colossale cretinata, chiede di potersi recare in cella per andare a letto, e promette che non accadranno più episodi del genere. Mentre B.G. che oltretutto è facile preda di crisi psicomotorie, si trova in grave stato depressivo avuto nei momenti di solitudine. Infine anche il detenuto D.L. presenta caratteristiche simili poiché tenta l'impiccamento in un momento di sconforto.

La rinuncia trapela anche dal gesto di F.A. quando dopo il recupero dell'agente dice che per lui è tutto finito. L'ultimo caso con il quale chiudo la descrizione degli atti di suicidio anaggressivo è quello di G.C. Egli rappresenta uno dei rari casi di suicidio consumato che abbia trovato nel carcere di Pistoia. Si tratta di un caso che rispecchia secondo me tutte caratteristiche dei tipi ideali: il suicido di G.C. è un gesto anaggressivo dal momento che per giustificare il proprio gesto non si propone di responsabilizzare qualcun altro. Semplicemente dice "non me la sento più di andare avanti perché sono stanco di combattere una cosa che per me è invincibile". Qui si evidenzia l'aspetto della rinuncia: rinuncia a combattere, assumendo allo stesso tempo un atteggiamento proprio della devianza passiva; infatti continua la lettera dicendo: quando una persona si sente inutile non deve vivere. Infine sempre osservando scrupolosamente l'itinerario della tabella mi sembra indiscutibile che il significato dell'atto suicidario sia quello di fuga da una situazione ritenuta insopportabile; infatti il G.C. dichiara apertamente che per lui la vita è diventata troppo pesante e che esiste un limite a tutte le cose; cosicché arrivato a quel limite è giusto che il detenuto si tolga questo peso.

Note

1. In appendice sono riportate anche le altre lettere scritte da R.G., che non ho riportato nel testo per evitare di appesantire la narrazione dei fatti. Nell'analisi del caso, tuttavia, si tiene conto anche degli elementi più significativi contenuti in queste lettere, quindi la descrizione del caso è comuque completa di tutti i dati che era possibile conoscere. Cfr. appendice.

2. P. Crepet, Le dimensioni del vuoto e il suicidio giovanile, Milano, Feltrinelli, 1993.

3. J. Douglas, The Social Meanings of Suicide, Princeton, 1967.

4. P. Crepet, Le dimensioni del vuoto e il suicidio giovanile, op. cit.

5. Cfr. cap.2, pf. 6. 2.

6. Frequentissimi sono i casi in cui i detenuti tentano il suicidio dopo che gli sono stati respinti gli arresti domiciliari, fra questi a Sollicciano B.D. e L.E. hanno tentato l'impiccamento.

7. Cfr. cap.1, pf. 2.