ADIR - L'altro diritto

ISSN 1827-0565

Capitolo secondo
Il processo

Ilaria Masini, 1997

1. I primi interrogatori. È Arturo Cindolo ad interrogare i sei imputati nel carcere elbano. Il magistrato ha ascoltato per primo Mario Cappai, il quale ha evitato di rispondere alle domande su come le pistole e gli esplosivi siano entrati nel penitenziario; a questo riguardo Cappai ha solo detto di aver trovato nel campo sportivo una borsa con dentro un coltello. Subito dopo è stata la volta di Mario Tolu. L'ergastolano sardo, assistito dall'avvocato Bernardo Aste, ha detto di essere pronto a rispondere a tutto, meno che alle modalità di ingresso delle armi all'interno del carcere e al piano di evasione. Verso le due del pomeriggio è stato interrogato Mario Tuti, difeso dall'avvocato Adriano Cerquetti. Tuti ha raccontato che il piano di evasione era stato preparato in carcere: i sei rivoltosi con il direttore in ostaggio, dovevano impadronirsi dell'auto blindata e poi, arrivati al porto, salire su un motoscafo ormeggiato e fuggire. Senza nessuno che li attendeva. Anche Tuti però non dice niente riguardo alle armi e dichiara solo che le stesse erano già dentro il carcere e che non sa come siano entrate. Mario Tuti ha detto anche di aver sparato quattro colpi di pistola, ma solo per avvertimento; i primi due all'inizio del tentativo di fuga, per fermare alcuni agenti di custodia; il terzo contro il giudice Domenico Sica che stava salendo le scale per raggiungere l'infermeria, anche se Tuti non sapeva di preciso chi ci fosse per le scale; il quarto infine, verso l'alto (però molto vicino al direttore Giordano) in un momento di rabbia, quando gli avevano annunciato che al telefono c'era sua madre. Temeva fosse una trappola. Ubaldo Mario Rossi, difeso dall'avvocato Emilio Ricci, è stato sentito dal magistrato subito dopo Tuti. Ha detto soltanto che non c'erano capi, che volevano fuggire sull'auto e che non avevano intenzione di uccidere nessuno. Il giudice Cindolo ha poi ascoltato Mario Marrocu e Gaetano Manca, difesi da Concas. A Marrocu è stato chiesto soprattutto come siano entrate le armi nel carcere. Lui ha risposto che era d'accordo con i fratelli perché facessero arrivare le pistole e gli esplosivi nel campo sportivo del penitenziario, ma ha detto di non sapere nulla di chi le ha fatte entrate all'interno di Forte San Giacomo.

2. Trasferimento a Livorno. Nel primo pomeriggio di venerdì 4 settembre i sei protagonisti della rivolta lasciano Forte San Giacomo e vengono trasferiti alle "Sughere" di Livorno, dove saranno interrogati ancora dal sostituto procuratore Arturo Cindolo in vista del processo per direttissima. Tre viaggi su altrettanti cellulari e i rivoltosi vengono imbarcati sui traghetti in partenza da Porto Azzurro e da Portoferraio, scortati in cielo dagli elicotteri e in mare dalle motovedette. Decine di carabinieri in assetto di guerra, provenienti da Livorno, Cecina e Piombino. I primi a lasciare l'isola sono Tolu e Cappai sulla motonave "Planasia", poi Tuti e Rossi sul traghetto "Oglasa", partito da Portoferraio alle 18:30 e infine Marrocu e Manca i quali, a bordo della "Capo Bianco", sono partiti da Porto Azzurro alle ore 20. L'operazione si è conclusa verso le dieci di sera.

3. Capi di imputazione nei confronti degli autori della rivolta. Il processo per direttissima davanti al Tribunale di Livorno, vede tutti e sei i detenuti rivoltosi rispondere dei seguenti reati:

  1. per avere, in unione e concorso fra loro e con altri, sequestrato, con violenza e minaccia commessa mediante armi ed esplosivi, trentacinque persone fra civili, agenti di custodia e altri detenuti. Costoro, privati della libertà personale, sono stati tenuti in ostaggio nei locali dell'infermeria della Casa di Reclusione, allo scopo di conseguire come prezzo della liberazione i mezzi di trasporto per evadere.
  2. per avere, nel medesimo contesto e sempre in concorso e in unione fra loro, usato violenza e minaccia con armi, nei confronti di alcuni degli agenti di custodia e di quanti erano accorsi per reprimere il loro tentativo di evasione; all'indirizzo dei quali esplodevano anche dei colpi di pistola a scopo intimidatorio per impedirne l'intervento ed eseguire i reati loro ascritti.
  3. per avere inoltre, con violenza e minacce, compiuti atti idonei diretti in modo non equivoco ad evadere dalla Casa di Reclusione di Porto Azzurro.
  4. per avere, in concorso fra loro, e materialmente Mario Tuti, che usava minaccia con un coltello nei confronti dell'agente di custodia Galletti Gabriele, preso possesso della somma di £.9.630.000, sottraendola dalla cassaforte dell'ufficio c/c della Casa di Reclusione.
  5. per avere detenuto e portato all'interno del carcere una pistola marca Beretta cal.6,35 ed una pistola Walter PPK cal.7,65; entrambe con matricole abrase. In Porto Azzurro il 9 agosto.
  6. per avere altresì, nello stesso giorno detenuto e portato all'interno della Casa di Reclusione tre coltelli di genere proibito.
  7. per avere detenuto il munizionamento di sei cartucce cal.6,35 e venti cartucce cal.7,65 per le pistole di cui al punto E.
  8. per avere detenuto e portato all'interno del carcere materiale esplosivi utilizzato per il confezionamento di quattro bombe rudimentali, quattro detonatori, cinque micce a lenta combustione e numerose bottiglie molotov predisposte, durante il periodo del sequestro, nell'infermeria con utilizzazione di materiale infiammabile.
  9. per avere ricevuto le pistole di cui al punto E, compendio di furto perpetrato il 19 giugno 1987 a Cagliari in danno dell'avvocato Gaviati Pietro.
  10. per avere, in concorso fra loro, e materialmente Tuti, con minaccia, costretto il detenuto Rubini Clauzio - in condizioni di ostaggio - a consegnare un orologio e un accendino d'oro di apprezzabile valore.

Tutti gli imputati sono recidivi reiterati e hanno commesso i fatti durante l'esecuzione della pena.

I sei rivoltosi non verranno invece processati per tentato omicidio. In realtà un proiettile 7,65 sparato da Mario Tuti, è passato a dieci centimetri di distanza dall'orecchio del direttore Cosimo Giordano, ma, dopo che la pallottola è stata consegnata al giudice Cindolo, non è stata confermata la volontà omicida e anche quello sparo è stato considerato un atto di intimidazione al pari degli altri tre sparati sempre da Tuti durante la settimana di rivolta.

4. La posizione di Giampaolo e Romeo Marrocu. I due fratelli di Mario Marrocu, uno dei sei detenuti ribelli, sono pedine fondamentali del processo poiché sono i principali indagati per aver detenuto e portato all'interno del carcere le pistole, i coltelli e il materiale esplosivo. I Marrocu sono accusati anche di tentata procurata evasione, oltre che di molti reati già ascritti ai sei rivoltosi. Tuttavia quello che interessa chiarire alla magistratura è il come e il quando le armi siano arrivate a Porto Azzurro, e successivamente all'interno della Casa di Reclusione. Una delle versione di Giampaolo Marrocu vedeva lo stesso accusarsi di tutti i reati, cercando di liberare da ogni sospetto il fratello. La versione non ha evidentemente convinto la magistratura.

5. Gli altri due imputati: l'agente di custodia Cesare Pellino e il detenuto Marco Guidi. Anche costoro rientrano nell'indagine sulle armi utilizzate dai sequestratori durante il tentativo di evasione, e poi durante il sequestro. Appena conclusa la vicenda infatti, la magistratura indagò su Giampaolo e Romeo Marrocu, arrestati alla stazione di Firenze per detenzione di arma, ma si adoperò anche immediatamente per individuare dei complici all'interno della Casa di Reclusione i quali, d'accordo sia con i ribelli che con i fornitori delle armi, avrebbero portato le pistole, i coltelli e gli esplosivi, dal paese al carcere. Quasi subito venne fermato Cesare Pellino, addetto al sopravvitto nel penitenziario, e in seguito anche un detenuto, Marco Guidi (1), i quali si sono sempre dichiarati estranei ai fatti. Potrebbe comunque prendersi in considerazione l'ipotesi di un trasporto inconsapevole dal paese al carcere, qualcuno scelto per far entrare le armi nella Casa di Reclusione, ma a sua insaputa. Ogni pista resta aperta anche perché sulla vicenda delle armi ben poche sono state le dichiarazione degli interessati e i giudici navigano, fin dai primi tempi, in alto mare. I principali indagati restano comunque Giampaolo e Romeo Marrocu, Cesare Pellino e Marco Guidi, ai quali vengono tuttavia contestati anche gli altri reati già menzionati per i sei autori della rivolta.

6. Contestazioni in udienza. Per tutti gli imputati viene richiesto il delitto di danneggiamento aggravato, per avere, in concorso fra di loro, in più di cinque persone, materialmente Tuti, Rossi, Marrocu Mario, Tolu, Manca e Cappai, con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso, deteriorato o reso inservibili in tutto o in parte, materiali e apparecchiature della amministrazione penitenziaria, cagionando alla stessa un danno patrimoniale di rilevante gravità per un valore complessivo di £.18.211.000 circa.

A Mario Tuti viene ascritto il reato di oltraggio a pubblico ufficiale per aver offeso il prestigio del brigadiere Walter Tonietti, indirizzandogli la frase: "aprimi la porta che ti stacco la testa con le mani, stronzo", commettendo il reato in presenza di altre persone.

Viene contestato a tutti anche il reato di corruzione per un atto contrario ai doveri d'ufficio, per avere dato, materialmente Ubaldo Rossi, al Pellino denaro per commettere i reati loro ascritti.

Inoltre per tutti gli imputati c'è l'accusa di estorsione per aver costretto gli agenti di custodia Fedele, Vargiu, Cipriano, Mariani, Compagnone, Di Miceli, Cardia, Milani, Galletti e Cipro, tutti in condizione di ostaggio, a consegnare loro con minaccia, documenti di riconoscimento e patenti di guida, per compiere il reato di evasione.

Per Cesare Pellino è richiesta la condanna di corruzione per avere, quale sottufficiale degli agenti di custodia, ricevuto denaro da Ubaldo Rossi.

Infine è richiesta l'aggravante della recidiva specifica per Giampaolo Marrocu e l'aggravante della reiterata recidiva specifica per Romeo Marrocu.

7. Considerazioni nella determinazione delle pene. Il Tribunale di Livorno mette in risalto, oltre alla gravità dei reati dei quali rispondono i detenuti che presero parte al sequestro e che tentarono l'evasione, il pessimo comportamento processuale degli imputati, i quali non hanno offerto alcuna collaborazione all'accertamento della verità. Quindi, dopo aver mostrato una forte propensione al delitto, una personalità socialmente pericolosa e attitudine alla violenza e alla intimidazione, gli imputati, durante le indagini, hanno mostrato reticenza e rifiuto all'approfondimento di ogni particolare diverso dall'evidenza.

A favore degli imputati è innegabile il fatto che essi abbiano usato un trattamento umano verso gli ostaggi, liberando nell'immediatezza i più provati, e il fatto che essi si siano astenuti dall'imporre ai sequestrati sofferenze maggiori di quelle indispensabili per garantirsi la sicurezza e la protezione da aggressioni temute dagli stessi imputati. Tuttavia si sono anche rifiutati di rilasciare Rossella Giazzi, l'unica donna e la vittima più provata dal sequestro.

Viene così disegnata una vicenda dalle connotazioni particolarmente gravi, che ha portato turbativa dell'ordine costituito e di allarme sociale, non certo svilito dall'esito felice della vicenda. Un episodio che ha tenuto l'intera nazione con il fiato sospeso e ha imposto alle vittime sofferenze psichiche e fisiche di notevole rilevanza. Un comportamento del genere non può essere assolutamente giustificato, e anche se è vero che la principale aspirazione umana è quella di vivere in libertà, non può confondersi una legittima pretesa con l'azione di chi si pone contro la Stato e le sue leggi, rifiutando l'accettazione di punizioni e rilevando la totale assenza di consapevolezza e di pentimento degli errori commessi.

8. La sentenza di primo grado, in data 31/12/1987. Il Tribunale di Livorno, composto dal Presidente Giorgio Monteverde e dai giudici Domenico Galdieri e Maria Sammarco, ritiene giusto graduare le pene degli autori della rivolta, secondo l'apporto causale al determinarsi della vicenda e dei suoi sviluppi. Viene considerato maggiore l'apporto criminoso di Mario Tuti, di Ubaldo Mario Rossi e di Mario Marrocu, i quali furono promotori ed ideatori del piano di evasione, "stabilendo contatti utili al conseguimento di strumenti di offesa e mettendo a disposizione degli altri le proprie capacità tecniche e di organizzazione criminale".

Gli imputati sono così condannati:

9. Le reazioni alla sentenza del Tribunale di Livorno. Pene pesanti quelle della sentenza di primo grado, che tuttavia sembrano 'dosate' quanto basta per non scontentare del tutto nessuno.

Soddisfatto l'avvocato Germano Sangermano, legale di Tuti: "Hanno accolto integralmente le nostre richieste, hanno tenuto conto delle nostre ragioni". Soddisfatto anche l'avvocato Bernardo Aste, difensore di Tolu e Marrocu: "Se il Pubblico ministero non farà appello e se non ricorrerà alla procura generale, tecnicamente i benefici potrebbero scattare per tutti". Tolu potrebbe così ottenere la semilibertà e tutti gli altri un lavoro esterno. Il problema insomma, per la difesa, è ora quello di evitare i ricorsi per far diventare definitiva la sentenza. Lo Stato intanto ha già rispettato i patti; infatti l'avvocato Giuseppe Albenzio, parte civile del ministero di Grazia e Giustizia, ha fatto sapere di non avere alcuna intenzione di presentare appello. Lo Stato ha comunque il diritto di procedere in sede civile per ottenere il risarcimento dei danni subiti da parte dei detenuti.

Sicuramente faranno appello gli avvocati di Cesare Pellino e di Marco Guidi. È vero che essi hanno ottenuto la assoluzione, ma soltanto per insufficienza di prove. I legali vogliono la assoluzione piena, per non aver commesso il fatto.

10. Il processo in grado d'appello. Contro la sentenza del Tribunale di Livorno propongono appello il 3 dicembre, Ubaldo Mario Rossi, detenuto nel carcere di Sollicciano; Giampaolo Marrocu, detenuto a Treviso; Romeo Marrocu, nel carcere di Prato e Marco Guidi, assolto in primo grado per insufficienza di prove.

Il giorno successivo presentano ricorso anche il difensore di Gaetano Manca, di Mario Marrocu e di Cesare Pellino, mentre il 5 dicembre presenta appello il difensore di Giampaolo e Romeo Marrocu.

Inoltre il 7 dicembre propone appello il pubblico ministero contro tutti ad eccezione di Pellino e Guidi.

Infine il 21 dello stesso mese ricorre il P.G. contro tutti gli imputati.

Ma, con ordinanza del 20 aprile 1988, la Corte di Appello di Firenze dichiara inammissibili per rinunzia l'appello proposto dal pubblico ministero e dal P.G.

Dichiara inoltre inammissibili per omessa presentazione dei motivi gli appelli proposti da Mario Marrocu e Gaetano Manca, e quello di Guidi per rinunzia.

Davanti alla Corte d'Appello di Firenze si presentano così soltanto Rossi, Pellino, Giampaolo e Romeo Marrocu.

Il Rossi chiede la concessione delle attenuanti generiche poiché le sofferenze e i disagi inflitti ai prigionieri erano stati contenuti nei limiti della stretta necessità e chiede inoltre di essere assolto con ampia formula del delitto di estorsione contro il Rubini.

Il Pellino chiede l'assoluzione con formula piena, dal momento che è caduta l'ipotesi accusatoria della sua prezzolata corruzione e al massimo lui potrebbe essere stato lo strumento inconsapevole attraverso cui sono state fatte entrare le armi dentro il carcere.

Giampaolo e Romeo Marrocu eccepiscono la nullità degli esami testimoniali in data 26 agosto 1987, poiché svolti dal p.m. di Firenze senza alcuna garanzia difensiva benché avessero assunto la qualità di imputati, e di conseguenza la nullità del successivo confronto e di tutti gli atti consequenziali fino alla sentenza di primo grado. Inoltre Giampaolo denunzia la nullità degli interrogatori svolti dal p.m. di Firenze in data 29 e 30 agosto 1987 e di ogni altro atto interrogatorio effettuato anche dal p.m. di Livorno per omesso avviso degli atti all'avvocato Alessandro Dedoni, ritualmente nominato come difensore. Infine Giampaolo eccepisce la nullità del proprio interrogatorio dibattimentale assunto dopo che egli era stato, per esigenze processuali, allontanato dall'aula e interrogato senza previa informativa di tutto ciò che era accaduto in sua assenza. L'imputato chiede anche il minimo della pena e le attenuanti generiche per il delitto di procurata evasione.

Nel merito Romeo Marrocu, alla luce della versione dei fatti definitivamente resa in dibattimento da suo fratello Giampaolo in ordine alle modalità di introduzione delle armi nella Casa di Reclusione, rivendica la propria totale estraneità ai fatti a lui addebitati.

11. La sentenza della Corte d'Appello di Firenze. La sentenza d'appello viene pronunciata in data 5 dicembre 1988 dalla prima sezione penale composta dal dottor Giulio Catelani, dal dr. Alberto Corrieri e dal dr. Emilio Gironi.

Viene accolta la richiesta di assoluzione con ampia formula di Ubaldo Rossi in merito al reato di estorsione ai danni del Rubini, essendo emerso che il fatto è stato posto in essere soltanto dall'imputato Mario Tuti. La assoluzione per non aver commesso il fatto viene estesa a Mario Marrocu, a Cappai, a Manca e a Tolu, sebbene non abbiano presentato appello.

Al Rossi vengono invece negate le attenuanti generiche perché l'attività dei sequestratori sfociò in delitti di estrema gravità che tennero in ansia le istituzioni dello Stato e l'intera nazione per una settimana. Non è vero quindi che i delitti siano stati contenuti nei limiti della stretta necessità, poiché a molti degli ostaggi furono inflitti maltrattamenti e sevizie del tutto gratuiti, al solo fine di rendere più spettacolare e plateale l'azione agli occhi dell'opinione pubblica.

La formula assolutoria di Cesare Pellino viene modificata e l'agente è assolto per non aver commesso il fatto. Infatti manca ogni prova per sostenere una sua consapevole partecipazione al piano criminoso o una sua volontaria complicità. Del resto anche Giampaolo Marrocu non ha mai parlato di un'adesione di Pellino, lasciando anzi intendere che fu coinvolto nella vicenda a sua insaputa, tanto è vero che Giampaolo è dovuto entrare fraudolentemente nell'automobile FIAT 127 di Pellino per nascondere le armi e farle entrare nel carcere in un modo del tutto insospettabile. In realtà sembra che un agente di origine sarda sia stato corrotto, e proprio questo agente avrebbe annotato su un foglio il numero di targa dell'auto di Pellino da consegnare a Giampaolo Marrocu, ma l'agente in questione non è Pellino e non è mai stato identificato.

La Corte respinge tutte le eccezioni di rito sollevate dai fratelli Marrocu. La nullità degli interrogatori è stata sollevata tardivamente, ma anche a prescindere da questa, peraltro decisiva, considerazione, sta di fatto che Giampaolo ha ribadito il contenuto di quegli interrogatori nel successivo interrogatorio svolto in data 22 settembre dal p.m. di Livorno col totale rispetto di ogni garanzia. Per quanto riguarda la non informazione all'imputato di quanto successo mentre egli era stato allontanato dall'aula, la norma prevede espressamente che l'informativa avvenga dopo gli interrogatori separati e dunque non prima. In caso contrario è evidente che sarebbe frustrata la 'ratio' della norma che mira ad assicurare la genuinità dell'interrogatorio del soggetto allontanato.

Passando dalle questioni di rito a quelle di merito, è dimostrato che qualunque sia la versione offerta dall'imputato che si voglia prendere in considerazione, il principale autore dell'introduzione delle armi nel carcere sia Giampaolo Marrocu. Egli pertanto, quale procacciatore delle armi, deve rispondere anche degli altri reati legati da nesso di causalità materiale e psichica e che costituiscono quindi lo sviluppo consequenziale, logico e prevedibile dell'apporto dato da Giampaolo.

Per il resto il trattamento sanzionatorio a lui riservato è ispirato a benevolenza avendo applicato il Tribunale di Livorno il minimo della pena edittale e che le riduzioni delle attenuanti sono state operate in misura contenuta e secondo criteri di giustizia; sarebbe pertanto fuori luogo e del tutto ingiustificata una riduzione della pena in sede d'appello.

Romeo Marrocu ha rivendicato in sede di appello la propria estraneità a tutti i reati, riversando ogni responsabilità sul fratello e chiamandosi fuori dall'intera vicenda vista la sua condizione, platealmente ostentata, di tossicodipendente, condizione che gli avrebbe impedito di essere consapevole delle azioni poste in essere dal fratello Giampaolo. La Corte d'Appello di Firenze dichiara che l'imputato semmai ha già tratto dei vantaggi dalla sentenza di primo grado, ma che in assenza di ricorso da parte dell'accusa, riafferma la responsabilità di Romeo Marrocu, poiché non ha dubbi circa la sua compartecipazione colpevole e volontaria all'operato del fratello. A sostegno di questo sta il fatto che i due si sono sempre mossi congiuntamente ed è logico che Giampaolo non si sia portato inutilmente a rimorchio un Romeo del tutto assente e passivo. Quindi Romeo, anche se ha svolto un ruolo subordinato, ha però avuto funzioni di sostegno e di appoggio nei confronti del fratello più autorevole e più anziano.

12. Sentenze definitive e provvedimenti modificativi. Per Mario Tuti, Mario Cappai, Mario Tolu, Gaetano Manca, Marco Guidi e Mario Marrocu, i quali non avevano proposto appello contro la sentenza di primo grado del Tribunale di Livorno, la sentenza passa in giudicato il 5 maggio 1988.

Il 9 marzo 1989 viene pronunciata ordinanza di inammissibilità del ricorso contro Rossi, Giampaolo e Romeo Marrocu. Le sentenze nei loro confronti divengono definitive rispettivamente il 7 aprile, il 14 maggio e il 25 marzo 1989.

Il Tribunale di Ferrara con provvedimento del 12 novembre 1990 dichiara estinti per amnistia (DPR 75/90) il reato previsto dall'art. 4 della legge 110/75 e cioè il "porto di armi od oggetti atti ad offendere", il reato di cui all'art. 697 c.p. "detenzione abusiva di armi" e il reato ex art. 341 c.p. "oltraggio a un pubblico ufficiale" e dichiara cessata la pena di mesi due di reclusione per Mario Tuti. La Corte d'Appello di Firenze con ordinanza in data 6 dicembre 1991 dichiara condonata la pena di anni due di reclusione e £.1.500.000 inflitta a Mario Tolu con la precedente sentenza di condanna.

13. Ancora un punto oscuro: rimane aperta la questione della introduzione delle armi nella Casa di Reclusione. Le indagini sulla vicenda di Porto Azzurro, seppur incentrate in massima parte a chiarire le modalità con cui le armi siano state introdotte all'interno del penitenziario, lasciano irrisolta la questione per mancanza o insufficienza di prove. Il fatto assolutamente certo e incontestabile è che il principale protagonista e artefice dell'episodio riguardante le armi sia Giampaolo Marrocu. Tuttavia le versioni dello stesso sono talmente tante e diverse fra loro che tentare qualsiasi ipotesi è diventato molto complesso anche per la magistratura. Esaminiamo i due interrogatori più significativi.

Nell'interrogatorio svoltosi il 29 agosto 1987, quando la rivolta era ancora in corso, Giampaolo Marrocu confessa di aver introdotto nel penitenziario due pistole, acquistate a Cagliari proprio per il fratello Mario. Secondo questa versione le pistole dovevano essere nascoste nella FIAT 127 dell'agente Cesare Pellino. E qui salta fuori il nome del sottufficiale del carcere di Porto Azzurro. Interrogato il Pellino, indica un altro nome, quello del detenuto Marco Guidi che, secondo la ricostruzione, il 9 agosto avrebbe preso dalla macchina dell'agente di custodia del pesce, precisamente Kg.1 di scampi, per portarlo a Ubaldo Rossi e Mario Marrocu. Potrebbe essere stata proprio quella l'occasione per introdurre le armi all'interno del penitenziario e successivamente consegnarla ai detenuti ribelli.

Le dichiarazioni rilasciate durante l'interrogatorio, sia da Pellino che da Guidi, sono confuse e contraddittorie. La magistratura continua le indagini a loro carico.

Il 23 ottobre Giampaolo Marrocu cambia radicalmente la versione dei fatti e sembra scagionare del tutto Pellino. Infatti in udienza afferma che la segnalazione del vivandiere e della sua macchina gli era stata fatta, non come tramite per introdurre le armi all'interno del carcere, ma perché Pellino era un personaggio scomodo come addetto al sopravvitto, insomma uno che "dava noia" per i prezzi troppo alti. Gli dovevano semplicemente incendiare la macchina, "se non la casa", ed ecco perché gli avevano fornito il numero di targa della sua automobile. Secondo questa versione Giampaolo Marrocu dice di aver introdotto lui stesso le armi nella Casa di Reclusione facendole passare dal campo sportivo. Avrebbe cioè scalato il bastione e lanciato nel campo sportivo l'involucro con le armi nascoste dentro. Durante l'udienza ai magistrati sembra del tutto impossibile che il ragazzo possa aver effettuato un percorso del genere, in un luogo impraticabile e quasi inaccessibile. Tuttavia, messo alla prova e chiesto al Marrocu di ripercorrere il tragitto e rifare le stesse mosse di quel giorno, nonostante il terreno fosse impervio e l'impresa risultasse impossibile per chiunque, Giampaolo riesce a scalare il bastione e lanciare le armi nel campo sportivo del carcere. Egli infatti risulta molto agile grazie alla giovane età, ma anche al fisico atletico sicuramente al di sopra della media.

Giampaolo dunque si addossa la colpa, ma è difficile per la Magistratura credere completamente ad una versione del genere, soprattutto tenendo presenti altri interrogatori, sia dello stesso Marrocu che di altri imputati, in cui si faceva costante riferimento ad un agente di custodia che avrebbe aiutato i ribelli nel tentativo di evasione, introducendo le armi all'interno della Casa di Reclusione. Del resto anche i magistrati sono sempre stati convinti del fatto che fosse più facile e sicuro far entrare le pistole (magari smontate), i coltelli e il materiale esplosivo dal cancello principale.

In conclusione, la tesi più accreditata (3) sembra comunque essere quella della partecipazione inconsapevole di Cesare Pellino, il quale avrebbe portato le armi all'interno del carcere dopo che i fratelli Marrocu avevano provveduto a nasconderle accuratamente dentro il pesce acquistato dal vivandiere per conto di alcuni detenuti.

Note

1. Ex tossicomane Marco Guidi è giunto in carcere proprio a causa dell'eroina. "Mi sono bucato fino ad arrivare all'omicidio e alla rapina". Queste sono sue dichiarazioni rilasciate ai giornalisti Giustolisi e Buffa, autori di "Al di là di quelle mura". A Porto Azzurro si è disintossicato.

2. Vedi i due Ordini di scarcerazione.

3. Tesi fra l'altro sostenuta dallo stesso Pellino. Vedi intervista nel capitolo III.