ADIR - L'altro diritto

ISSN 1827-0565

Capitolo secondo
Organizzazioni di strada e mass media

Leonardo Basile, 2014

Parte prima

1.1-Introduzione

Tutta la vita delle società nelle quali predominano le condizioni moderne di produzione si presenta come un'immensa accumulazione di spettacoli. Tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione. (Guy Debord, 1977)

In questo capitolo analizzeremo la relazione che intercorre fra i mezzi di comunicazione di massa e le organizzazioni giovanili di strada, sia in termini generali che in relazione al nostro oggetto di ricerca. Come sostiene Feixa (2006) i mass media, lontani dall'essere un osservatore imparziale, rappresentano per i ragazzi delle bande un attore protagonista del loro sviluppo, contribuendo inoltre alla definizione di una sanzione sociale. La cronaca locale, distante dal contribuire ad affrontare problemi legati al disagio sociale e giovanile nei quartieri più disagiati, rischia di costituire un'inesauribile fonte di stigma, contribuendo al consolidamento di traiettorie di marginalità (o resistenza).

L'esplorazione del rapporto fra media e organizzazioni di strada potrebbe iniziare con le parole fortemente evocative di Guy Debord, che nel 77' scriveva:

Lo spettacolo mediatico si presenta nello stesso tempo come la società stessa, come una parte della società, e come strumento di unificazione. In quanto parte della società, esso è espressamente il settore che concentra ogni sguardo e ogni coscienza. Per il fatto stesso che questo settore è separato, è il luogo dell'inganno dello sguardo e il centro della falsa coscienza; e l'unificazione che esso compie non è altro che un linguaggio ufficiale della separazione ufficializzata (Debord, 1997, pag. 53).

Nella "società dello spettacolo" viene descritta una società in progressiva smaterializzazione, in cui persino le esperienze quotidiane vissute in prima persona paiono sfumare sempre più in una rappresentazione di se stesse:

la realtà virtuale sembra essere circondata da un senso di attesa che va oltre i risultati oggettivi. In questo senso noi non abbiamo più un impatto diretto con la realtà: tutto quello che accade, talvolta le nostre stesse esperienze, ci giungono in maniera mediata, filtrata, indiretta (Debord, 1997, pag.60).

Queste parole, che tanto ricordano il concetto di "significazione" di David Matza (1969), trasmettono l'idea di una separazione quasi aprioristica tra la realtà e la rappresentazione virtuale. In questa ricerca, cercheremo di esplorare questo apriori quando il soggetto della rappresentazione sono i giovani delle organizzazioni di strada.

1.2-Una relazione costruita su due chiavi comunicative opposte

Queirolo Palmas (2008, 2009) e Mauro Cerbino (2008, 2009) hanno più volte messo in rilievo il valore della costruzione simbolica e della rappresentazione massmediatica nel vissuto delle "organizzazioni" giovanili di strada. I media, in particolare internet, offrono da un lato la possibilità di far circolare tutto un insieme di linguaggi, tradizioni e pratiche contro-culturali che nascono dal basso; dall'altro, come un rovescio della medaglia, può accadere che la sovraesposizione mediatica ed il bisogno incessante di spettacolarizzare le notizie, provochi, per gli stessi giovani, uno stigma sproporzionato rispetto ai loro comportamenti.

I mezzi di comunicazione risultano protagonisti nel contribuire a diffondere nuove sensibilità, mode e stili di vita: nell'ambito delle sottoculture metropolitane, come sostiene Cerbino (2009), non è infatti immaginabile la costituzione del soggetto giovanile senza la mediazione e l'influenza della cultura audiovisuale proposta e diffusa dalle industrie culturali. Tuttavia, quando gli stessi giovani che appaiono in qualche modo distanziarsi dal contesto culturale socialmente egemone sono presenti nelle pagine di informazione, è spesso per riempire pagine di cronaca, o nel migliore dei casi, di sport.

E' verosimile immaginare di sfogliare un qualsiasi quotidiano locale e trovare ai suoi estremi due letture diverse dello stesso soggetto: da un lato, punto di riferimento di una cultura underground in crescita; dall'altro, prototipo di delinquente di strada dedito continuamente alla violenza ed all'abuso di droghe.

Fra mass-media e organizzazioni di strada esiste in questo senso un rapporto costruito su due chiavi comunicative opposte. Mentre rischiano continuamente di essere vittima di strumentalizzazione e stigma da parte dei canali mediatici mainstream, è anche grazie ad un loro contro-utilizzo che tanti giovani "di strada" possono oggi immedesimarsi in un immaginario globale di valori e costruzioni simboliche altre.

Vilém Flusser (2004), filosofo della comunicazione, ci aiuta ad affrontare questa tensione fra orizzonti comunicativi a partire da una prospettiva sistemica e strutturale. Negli anni settanta iniziò a ragionare in termini dicotomici fra distribuzione "monodirezionale" delle informazioni e "in rete". Secondo questa prospettiva la percezione del recettore, cioè di colui che recepisce l'informazione, può cambiare radicalmente a seconda di quale sia la struttura della comunicazione che acquisisce. Secondo Flusser (2004, pag. 156), quella messa in circolo dalla società dominante da almeno quattromila anni, è la seguente:

le informazioni vengono elaborate in privato, esposte in pubblico, lì acquistate e poi portate nello spazio privato in cui vengono rielaborate.

Le notizie, nella logica della monodirezionalità, ci giungono, nella migliore delle ipotesi, sotto la forma di una rappresentazione disinteressata del mass-media. Viceversa le informazioni viaggiano secondo un flusso opposto quando, sovvertendo il sistema tradizionale, i protagonisti della comunicazione sono isole nella rete che mettono in circolo conoscenze ed esperienze direttamente vissute.

Flusser sosteneva che la capacità di un riordinamento della corrente dell'informazione fosse alla base di una possibile rivoluzione della comunicazione, immaginandosi con buoni trent'anni di anticipo le caratteristiche della rete. Lo spazio pubblico occupato dai media mainstream viene evitato, diventando così progressivamente superfluo. Le informazioni vengono invece elaborate in ambito privato e inviate, tramite internet, verso altri spazi privati per essere ricevute e rimesse in circolo ulteriormente. La conseguenza di questa tensione è che:

se dovesse prevalere la distribuzione a fascio monodirezionale, allora andremmo incontro a una forma di vita irresponsabile, istupidente, kitsch e brutalizzata. Ma se la rete dovesse permeare i mass media e affermarsi tramite loro, e se le isole che si mettono in rete -i terminali dei computer, i circuiti video o gli ipertesti - dovessero riuscire a lacerare la monodirezionalità della distribuzione, allora l'utopica società dell'informazione in cui potremmo realizzarci reciprocamente sarebbe avanzata tecnicamente e nell'ambito del fattibile (Flusser, 2004, pag. 157).

Anche Goffman sottolinea l'essenza strutturale di alcune dinamiche insite nella rappresentazione virtuale (Margherita Ciacci, 1983). Secondo il sociologo canadese l'utilizzo dei mass-media evoca sistematicamente un gioco fatto di confusioni, doppie facciate ed inesattezze, tanto che il vero problema è capire quanto un pubblico sia in grado di orientarsi in una data situazione accettando le indicazioni rappresentate, trattando i simboli ricevuti come prove di qualcosa di più grande o di diverso dai simboli stessi. E' nel quadro della sua teoria sull'"interazionismo simbolico" che Goffman, attraverso le sue "rappresentazioni fuorvianti", suggerisce un metodo per addentrarsi nel mondo mass-mediatico che definisce "schizofrenico, ambivalente e menzognero" (Margherita Ciacci, 1983, pag. 203).

Lo schema logico di una tipica rappresentazione fuorviante, la "bugia", ci risulta particolarmente preziosa. Una bugia evidente rappresenta immediatamente la prova che colui che l'ha detta sapeva di mentire e l'ha fatto deliberatamente. Chi viene colto nel dire sfacciatamente delle bugie può facilmente essere screditato come interlocutore credibile, non solo durante quella particolare circostanza, ma facendo perdere la fiducia verso se stesso probabilmente anche per il futuro. Ma, naturalmente, non tutte le bugie sono uguali. Vi sono, ad esempio, quelle dette a fin di bene. E, soprattutto, esiste sempre la possibilità di dissimulare credibilmente:

... nella vita quotidiana, in genere, l'attore riesce a creare intenzionalmente quasi ogni tipo di falsa impressione senza doversi porre nella insostenibile posizione di aver detto una menzogna sfacciata. Tecniche di comunicazione quali l'allusione, l'ambiguità strategica, l'omissione di fatti importanti permettono all'impostore di approfittare delle bugie senza averne detto tecnicamente alcuna. I mezzi di comunicazione di massa hanno una loro versione di questo fatto e ci danno prova del fatto che con abili inquadrature e montaggi quello che è solo un modesto plauso di simpatia nei confronti di una certa personalità, può essere trasformato in scrosciante ovazione (Ciacci, 1983, pag. 208).

Conclude Goffman sottolineando come già negli anni settanta, negli Stati Uniti, questo meccanismo era stato ufficializzato al punto che, pacificamente, le agenzie mass-mediatiche poterono persino cominciare a stilare dei codici etici per capire fino a che punto potersi spingere oltre nel dare impressioni ambigue.

Con questi riferimenti teorici ci accingiamo ad affrontare una realtà, quella delle organizzazioni di strada contemporanee, che scopriremo profondamente influenzata dal trattamento mass-mediatico. La tendenza alla spettacolarizzazione delle notizie, l'ascesa inarrestabile del "problema sicurezza" nel dibattito pubblico, sono elementi costituivi di un fenomeno di criminalizzazione e stigma, che, pur in scenari sociali e contesti culturali ben distanti, sembra riprodursi sempre in maniera analoga.

1.3-Le organizzazioni di strada all'interno del paradigma securitario: la nascita dello stigma

Una delle ragioni per la quale la presenza delle "bande" viene spesso accompagnata da fenomeni di allarme, quando non addirittura criminalizzazione, nell'opinione pubblica, è costituita dalle sproporzionate attenzioni riservategli dagli organi di stampa locale. I Bolognina Warriors, ad esempio, conobbero un vero e proprio battesimo di fuoco a partire dal Marzo del 2011, quando la città di Bologna era diventata preda di una banda di ragazzi protagonisti di una escalation di violenza irresistibile. Questo, perlomeno, raccontavano i titoli nelle bacheche delle edicole. Nel volgere di pochi giorni, a stigmatizzare i comportamenti di questi "teppisti", giunsero anche le dichiarazioni dei funzionari della questura, seguite dai primi provvedimenti restrittivi della libertà personale e dall'intervento dei servizi sociali.

Parecchi studi negli ultimi decenni hanno messo in evidenza come l'individuazione da parte dei mass-media di un "nemico interno" costituisca il viatico per un intervento in senso repressivo da parte degli organi deputati al controllo sociale urbano (Melossi, 2001). Mike Davis (1999) ha dimostrato come, nel contesto della città di Los Angeles, elementi imprescindibili del giornalismo contemporaneo, quali la ricerca dello scoop, del sensazionalismo o della notizia ad effetto, si leghino funzionalmente alle tematiche securitarie, vero mantra del discorso politico degli ultimi decenni.

Per il sociologo francese Loic Wacquant (2006, pag. 17), il pensiero securitario costituisce la parte di "un progetto ideologico ed una pratica governativa che prescrive in tutti i suoi settori la sottomissione al libero mercato e la celebrazione della responsabilità individuale", attraverso "un uso strumentale della criminalità in ambito politico e mediatico". In "Punire i poveri", sostiene che la generalizzazione dell'insicurezza sociale sia dovuta ad una "improvvisa proclamazione [attraverso i media] di uno stato di emergenza poliziesco e penale, che non corrisponde a nessuna rottura nell'evoluzione della delinquenza, che non è bruscamente aumentata né ha cambiato aspetto all'inizio dei periodi di interesse sull'una e sull'altra sponda dell'Atlantico" (Wacquant, 2006, pag.19). Non è tanto la criminalità ad essere cambiata, "quanto lo sguardo rivolto dalla società su certe illegalità di strada -ossia, in altre parole, sulle popolazioni diseredate e disonorate per situazione o per origine". Le vittime di questa idealizzazione risultano essere sostanzialmente "queste categorie di scarto - giovani disoccupati delle periferie degradate, mendicanti e senzatetto dei quartieri centrali, nomadi e tossicodipendenti alla deriva, immigrati di colore senza permesso di soggiorno e senza vincoli familiari" (Wacquant, 2006, pag.20). Sono dunque i giovani dei quartieri "a rischio" a concorrere -secondo Wacquant- al ruolo di attori protagonisti nella costituzione di un immaginario di perenne degrado urbano.

Alcuni studiosi hanno affrontato il tema del governo della sicurezza è stato affrontato in relazione al governo di nuovi processi di esclusione sociale (Pavarini, 2006; De Giorgi, 2000). Secondo questa prospettiva, la comparsa nell'agenda politica della questione sicurezza, è dovuta all'ascesa di un diverso ordine di priorità (economiche, politiche, giuridiche) contestuali ad un progressivo restringimento dello Stato sociale. Fin dagli anni ottanta la risposta pubblica a questa improvvisa emergenza sulla microcriminalità e stata definita con il nome di "tolleranza zero" (Kelling, Wilson, 1997). Zero tolleranza, all'atto pratico, significa che:

la polizia dovrebbe reprimere quei comportamenti che, pur non comportando eventualmente alcun reato, risultano però molesti, fastidiosi, offrendo al cittadino un'immagine degradata della città: i graffiti nelle metropolitane, la richiesta aggressiva di elemosina, l'insistenza di chi lava i vetri ai semafori, la prostituzione di strada .... dichiarare guerra alla criminalità di strada, alla droga, alle gangs, alla violenza giovanile in genere, facendo appello ai più radicati valori di una comunità (De Giorgi, 2000, pag. 108).

L'esplosione del discorso securitario ha coinvolto in pieno la vita dei giovani delle organizzazioni di strada. In relazione ad una ricerca sui Latin Kings condotta a cavallo tra Europa, Stati Uniti ed Ecuador, Mauro Cerbino ha avuto modo di definire la "questione sicurezza" come una di quelle tematiche che, essendo insistentemente presenti nel discorso pubblico per un lungo periodo tempo, finiscono per divenire "discorsi dominanti":

Il problema della sicurezza è diventato, probabilmente, il tema di maggiore preoccupazione nelle agende delle istituzioni politiche, delle autorità del controllo, e, infine, dell'opinione pubblica in qualsiasi paese del mondo ...il ruolo dei mezzi di comunicazione è di fare da eco all'imperativo della sicurezza, che oggi è riferito a qualsiasi situazione che venga definita come una minaccia per l'ordine stabilito, e per il quale la violenza giovanile e quella pandillera è considerata una delle più importanti ...nell'attualità rappresenta il tema di maggior importanza mediatica, a partire dal quale gli stessi mass-media riaffermano con forza il loro ruolo di costruttori di immaginario sociale e come una delle principali istanze di riproduzione dei discorsi dominanti (Cerbino, 2009, pag.109, trad. mia).

Quando il soggetto giornalistico sono le cosiddette "bande" giovanili, la costituzione del "panico mediatico" può dunque essere letta nel senso della sua funzionalità a contribuire a perpetuare una percezione di continua "insicurezza". L'idea che il crimine violento sia presente ovunque e che sia impossibile da sconfiggere, l'evocazione continua della sensazione che il peggio debba ancora arrivare, l'allarme sull'ascesa di una deriva dei valori morali e del pericolo circa il deterioramento di una comunità, l'auspicio di un intervento degli operatori sociali e l'utilizzo di elementi repressivi più o meno duri, costituiscono solo parte di una semantica ricorrente (Queirolo Palmas, 2008).

Riferendosi sempre ai Latin Kings, ma stavolta nel contesto delle periferie genovesi, Queirolo Palmas sottolinea inoltre come la capacità di evocare attraverso campagne mediatiche sentimenti quali l'apprensione e la paura, in relazione alla presenza dei giovani latinos, abbia come risvolto affatto secondario che il "pericolo bande" diventi un prodotto mediatico a vendita sicura.

Rappresentano in questo senso una testimonianza preziosa le parole di Carles Feixa, a proposito del ruolo svolto dai mass media nella costruzione di continui stereotipi sui giovani delle organizzazioni di strada. Il professore in sociologia dell'università di Barcellona sostiene che i mezzi di comunicazione rappresentino in assoluto il principale agente nella costruzione dell'opinione pubblica intorno alle pandillas.

D: Le scienze sociali hanno lavorato sul tema delle bande nel senso di demistificarlo o trattare di rompere alcuni stereotipi, soprattutto mediatici, che sono dominanti. In che maniera credi che si sia riusciti a rompere gli stereotipi nel trattamento delle pandillas a livello mediatico e anche in quelli che sono più comuni nell'opinione pubblica?

R: Per cominciare, c'è un equivoco nel presupporre che i mezzi di comunicazione riproducano stereotipi preesistenti sopra le pandillas, che sono solo osservatori esterni, più o meno neutrali, quando in realtà si son convertiti in un agente, in un attore centrale nello sviluppo e nella sanzione sociale delle pandillas. Nelle società europee e americane, e dopo in quelle latinoamericane, le prime pandillas emergenti nello spazio urbano non ebbero un trattamento mediatico significativo, per lo meno in una maniera stabile e continua. Tuttavia, dalla metà del XX secolo, la stampa prima, il cinema dopo e per finire la televisione si son convertiti in un attore in più, che può analizzarsi non solo come un riflesso, ma come un produttore di significati sulle pandillas, nel bene e nel male. Normalmente, i significati e le informazioni che emettono i media rispetto alle pandillas sono negativi, stigmatizzanti. Ma, in tutte le situazioni in cui c'è stata una maggiore sensibilità, la stampa e i media hanno anche giocato un ruolo importante, senza il quale sarebbe stato praticamente impossibile costruire una determinata immagine alternativa. Un altro degli equivoci consiste nel pensare che i ricercatori debbano analizzare esclusivamente le pandillas in quanto tali, quando in realtà usiamo le pandillas come pretesto o come strada per ricercare altre questioni, come i processi migratori, le politiche pubbliche o in definitiva l'evoluzione delle società. In questo senso devo dire che negli ultimi anni il mio lavoro si è concentrato maggiormente nell'ambiente sociale delle pandillas piuttosto che nella pandillas stesse. Questo ha incluso la stampa locale e i mezzi di comunicazione. Quando sono andato ad un programma radio o televisivo, o quando mi han fatto un'intervista per i giornali - e in questi anni mi è successo molto spesso- l'ho fatto in maniera partecipante. In Spagna dal 2002 c'è stato un uso sistematico delle denominate "bande latine" per la creazione di paure sociali (1).

L'apposizione dello stigma rappresenta il momento nel quale la centralità del paradigma securitario inizia a produrre i suoi effetti sociali più deteriori. Alcuni soggetti, in base ad alcuni "sintomi" ricorrenti, vengono additati come soggetti pericolosi ed indesiderabili.

Alessandro Dal Lago ed Emilio Quadrelli (2003) nel loro studio sui mercati criminali e le economie illegali di Genova, sostengono come la costruzione dello stigma faccia parte di un meccanismo selettivo affatto casuale. In questa ricerca la pratica dell'illegalità è definita, "nonostante le apparenze", come una dinamica a "geometria variabile", determinata da una "topologia implicita ma efficace, che si basa sul 'noi' come criterio decisivo per stabilire se qualcosa è illegale o stigmatizzabile. Il senso comune prevalente, maggioritario, tende a minimizzare le infrazioni commesse da 'noi' e a sopravvalutare quelle commesse da 'loro'" (Dal Lago, Quadrelli, 2003, pag. 317). Diviene in questo senso fondamentale capire chi detiene il potere di definire la situazione e chi no, chi è libero di agire impunemente e chi, stigmatizzato, si ritrova esposto al flusso repressivo:

I mercati illegali sono solo in parte di competenza dei criminali. In una misura che varia a seconda dei tipi di mercato, i cittadini accedono ai mercati illegali sfruttando le possibilità che questi offrono. Ma la definizione sociale o stigmatizzazione del crimine li riguarda solo marginalmente. Saranno soprattutto figure "specializzate" passivamente (etichettate a priori) a giocare il ruolo di parte per il tutto e a rappresentare quindi, per l'opinione pubblica e le istituzioni, i mercati illegali e i mondi criminali. Tale rappresentazione sociale contribuisce a modellare l'azione delle istituzioni nei confronti dei mercati illegali e a definirne ambito e dimensioni (Dal Lago, Quadrelli, 2003, pag. 320).

Il meccanismo di selezione sociale dei "criminali" opera dunque secondo un modello molto semplice. A rendere cauti gli agenti del controllo sociale urbano (quali le forze dell'ordine o la magistratura) nei confronti delle illegalità diffuse dei cittadini, e al contempo estremamente solerti nei confronti dagli stigmatizzati "non sono tanto ideologie esplicite, quanto considerazioni pratiche, che compongono il vero e proprio sapere operativo delle istituzioni" (Quadrelli, Dal Lago, 2004, pag. 323). Viene così confermato un modello di "durkheimiana" memoria: a seconda del soggetto coinvolto, l'illegalità avrà delle conseguenze diverse, sia in termini di visibilità mediatica che di riscontro penale.

Evidentemente, maggiore sarà lo stigma se i soggetti coinvolti nelle organizzazioni di strada hanno origini straniere. Diversi studi hanno sottolineato come la questione razziale sia un elemento che aggrava ed accelera ulteriormente l'insorgere di processi di stigmatizzazione (Goffman, 2003). Fra i tanti esempi che potremmo citare scegliamo quello di Gilberti (2011), che, in relazione ad un recente studio etnografico sulla popolazione haitiana di Barcellona, racconta di come l'arrivo di un flusso ingente di popolazione giovanile di origine straniera non comunitaria, in particolare latinoamericana, abbia innescato una sorta di preoccupazione aprioristica in ambito scolastico come in generale nello spazio pubblico. Il salto di qualità nella presenza all'interno dei mass-media è avvenuto quando questi giovani iniziavano ad assumere un atteggiamento visibile a livello estetico, facendo percepire la loro esistenza nelle strade e nelle piazze delle città di approdo:

Soprattutto quando si tratta di giovani visibili a livello estetico, con uno stile gangsta, assistiamo a processi di discriminazione simbolica nella società di accoglienza. In questo senso, notiamo che da un immaginario positivo che si era costruito sull'immigrazione delle madri latinoamericane, docili e dedite alla cura di bambini e anziani, si passa all'elaborazione di un immaginario negativo sulle nuove generazioni di giovani latinos, considerati in termini generali dall'opinione pubblica come violenti, delinquenti e volutamente non integrati (Gilberti, 2011, pag. 7).

Analogo pensiero è espresso da Luca Queirolo Palmas. Lo scenario questa volta non è Barcellona ma ancora una volta Genova:

Da un'immigrazione sostanzialmente invisibile, in termini mediatici, di donne dedicate alla cura di anziani e bambini, fortemente ricercate dalle famiglie italiane per presupposte doti culturali legate all'accudimento, spesso invischiate in lavori in nero, orari prolungati e salari bassi, nonché in relazioni paternalistiche e a volte servili, si è infatti passati a un'immigrazione visibile negli spazi pubblici, fortemente mediatizzata, centrata sulla figura del maschio ubriaco e molesto o delle bande di giovani e adolescenti dediti ad attività criminali (Queirolo Palmas, 2005, pag 282).

Moltissime delle gang storiche, dalle "street corner societies" alle prime pandillas latinas nate nelle carceri di Chicago, erano mosse da un'esigenza di riscatto e da una richiesta di visibilità da parte di gruppi e comunità appena arrivate in un paese nuovo e culturalmente ostile. Ancora oggi, non a caso, il trattamento mediatico, la ricezione simbolica e la costruzione di immaginari deteriorizzanti, restano elementi cruciali per comprendere le condizioni di vita e le opportunità sociali a disposizione dei migranti nelle società di arrivo. Anche in Italia questo immaginario continua tutt'ora ad essere ancorato, in termini di comunicazione, ad alcuni campi semantici ricorrenti: emergenza, clandestinità, invasione, criminalità, disperazione. L'appartenenza etnica, nel caso dei giovani membri delle bande, costituisce un elemento ulteriormente stigmatizzante.

1.4-I mass media e le organizzazioni di strada tra letteratura tradizionale e contemporanea

'Quei tizi devono essere pazzi' spiegò stizzosamente a un investigatore. 'Non è forse vero che gli lascio sempre qualcosa? Tutto quello che voglio è la mia quota!'. Si diceva che durante il loro periodo di maggiore celebrità, i capi dei Whyos non lasciassero entrare nella gang chi non aveva commesso almeno un omicidio o per lo meno tentato ontestamente di entrare così a far parte dell'aristocrazia della malavita. Questa leggenda probabilmente ebbe origine da un commento di Mike McGloin, uno dei primi Whyos, che venne impiccato nelle Tombs l'8 marzo 1883 per aver ucciso Louis Hanier, gestore di un saloon della West Twenty-sixth Street (Herbert Asbury, 2001, pag.3, Le Gang di New York)

Raccogliendo i frammenti ufficiali della vita delle "bande" che nell'ultimo secolo hanno animato i quartieri delle città di tutto il mondo, dalle gangs nordamericane alle pandillas latine, fino alle variegate crew europee, troveremo un insieme di istantanee spettacolari e deformate. O, come direbbe Debord (1977, pag. 23), la storia di "un rapporto sociale vero fra individui, ma mediato dalle immagini". Provengano dai più tetri slums di una metropoli americana o dalle grigie periferie di una cittadina europea, con una natura conflittuale e violenta o viceversa sociale, artistica ed espressiva, coinvolte o meno in una qualche attività illegale, le organizzazioni di strada portano con se il peso della leggenda.

Deformazione e spettacolarizzazione non sono sempre elementi connessi ad un processo di stigma e criminalizzazione, ma piuttosto emergono a prescindere dalla collocazione sociale del gruppo, o, in altre parole, non sempre sono legati ad un immaginario costruito "al di fuori" rispetto agli schemi sociali dominanti. Come fa notare Hagedorn, ad esempio, bisogna ammettere che non tutte le "gang" provengono dalle minoranze:

i nigeriani Bakassi Boys difendono il gruppo etnico dominante nella regione, gli Ibgo, attraverso il terrore e la violenza. Gli squadroni della morte sono spesso composti da uomini appartenenti a gruppi dominanti che si sentono minacciati dai diritti delle minoranze e utilizzano mezzi illegali per sopprimere l'altro (Hagedorn, 2008, pag. 139).

Tuttavia, quando i ragazzi delle organizzazioni di strada abitano nei paesi ad "alta coesione sociale" del mondo occidentale, il trattamento mediatico tende sensibilmente ad uniformarsi, pur in diverse epoche e contesti. L'attivazione di un campo semantico ricorrente e l'apposizione dello stigma costituiscono le premesse di un processo di criminalizzazione.

Fu Stanley Cohen (1972) ad agitare per primo con estrema chiarezza il concetto di "panico morale", relativamente all'eco mediatica suscitata da due bande rivali, i Mods e i Rockers. Cohen racconta di una situazione in cui credibili rappresentanti delle istituzioni o dei media, come la polizia o la stampa pubblica, parlavano dei due gruppi esagerando deliberatamente le dimensioni degli episodi di violenza, agitando ad arte lo spettro di una "guerra fra bande" (Melossi, 2003). I media cominciarono ad utilizzare stereotipi negativi, descrivendo piccoli episodi delinquenziali con l'utilizzo di metafore belliche. I giovani coinvolti venivano stigmatizzati come soggetti patogeni, "anormali", sicuramente diversi dai loro coetanei.

L'ipotesi di fondo del lavoro di Cohen era che la realtà, lontana dallo stigma agitato dai media, fosse più varia e culturalmente ricca di quanto non apparisse nelle rappresentazioni dei mass-media. La "creazione dei Mods e dei Rockers" racconta del legame fra la costruzione della devianza e l'attitudine dei media a generare ondate di "moral panic":

Le società appiano soggette a periodi di panico morale. Una condizione, un episodio, persona o gruppo di persone compaiono per essere descritte come una minaccia per i valori e gli interessi sociali; la loro natura è presentata in una maniera stilizzata e stereotipata dai mass media; barricate morali vengono erette da redattori, vescovi, politici ed altra gente benpensante; esperti socialmente accreditati pronunziano le loro diagnosi e soluzioni ....A volte il panico sparisce e tutto viene dimenticato, eccetto che per il folklore nella memoria collettiva; altre volte esso acquisisce ripercussioni più serie e durature e produce cambi nelle persone coinvolte come nel modo in cui esse vengono percepite dalla società (Cohen, 1972, pag. 9, trad. mia).

E' proprio in questi ultimi casi che Cohen individuava i presupposti di un processo criminalizzante e punitivo:

Un iniziale atto di devianza, o di diversità comportamentale (per esempio, l'abito indossato) diviene meritevole di attenzione e viene data una risposta punitiva. Il deviante o il gruppo di devianti è segregato o isolato e le loro forme di comportamento vengono stigmatizzate dalla società convenzionale. Essi si percepiscono come ancor più devianti, e ciò genera ulteriore devianza. Questo, in breve, espone ulteriormente il gruppo a sanzioni punitive ed altre energiche azioni da parte dei conformisti. (Cohen, 1972, pag. 18, trad. mia).

Se i Mods e Rockers rappresentarono un'eccezione al quieto vivere di un Inghilterra ricca e "pacificata", l'attivazione di un feroce dispositivo mediatico ha prodotto scenari decisamente più drammatici per le gang nere delle metropoli americane. Quale emblema di una lunga epopea, Hagedorn (2008) riporta in "un mondo di gang" la storia già raccontata da David Dawley in "Nation of Lords" relativa a due leggendarie bande di Chicago: gli Hamburgs ed i Conservative Vice Lords. L'utilizzo strumentale dei mass-media divenne parte integrante di un conflitto razziale fra due gruppi "istituzionalizzati": uno all'interno della macchina elettorale dei Democratici e nel sistema politico; l'altro, tagliato fuori dal mondo del lavoro e dagli altri sistemi tradizionali, nella strada e nella gestione dello spaccio di marijuana.

Un tempo c'erano due gang. Una era buona e civile. L'altra era cattiva e violenta. Una era durata per molti decenni e i suoi leader diventati cittadini modello a capo della città. Anche l'altra gang è durata per decenni, ma i suoi leader sono stati uccisi o mandati in prigione. Una gang è a prevalenza maschile, orgogliosa delle sue tradizioni etniche e del suo quartiere, e i suoi esponenti sono molto benestanti. Anche l'altra gang è a prevalenza maschile, orgogliosa delle sue tradizioni etniche e del suo quartiere, ma la maggioranza dei suoi membri sono poveri e senza lavoro. Una gang è irlandese e viene da Bridgeport. L'altra sta a circa quattro miglia di distanza, a North Lawndale, ed è afro-americana (Hagedorn, 2008, pag. 139).

Gli Hamburgs, di origini irlandesi, hanno avuto indubbiamente una storia di successo. Arrivati a Chicago da "ultimi", furono i protagonisti delle gangs violente descritte da Trasher (1926) negli anni venti. Trasher, tuttavia, nella sua ricerca si guardò bene dal collocare quelle violenze nel quadro delle sommosse razziali del 1919, che videro proprio gli irlandesi combattere con gli afro-americani per una lotta d'egemonia nei quartieri. Protagonista di quegli anni era Richard J. Daley, che, da presidente degli Hamburgs, raggiunse persino la poltrona di sindaco di Chicago.

I Conservative Vice Lords, invece, nati ufficialmente a St. Charles, il carcere minorile di Chicago, sono la storia del ghetto di Lawndale. Quando nel 50' la popolazione bianca di Lawndale scese da 87.000 a meno di 11.000 residenti, mentre quella afro-americana cresceva fino a 113.000, i Lords divennero la più grande gang di tutta Chicago. A quel punto, come avevano fatto a suo tempo gli Hamburgs, tentarono una scalata sociale attraverso le vie legali. Aprirono centri culturali e si candidarono alle elezioni. Se inizialmente i politici presero a corteggiarli, nel 1969, Daley, allora già primo cittadino, decise di averne avuto abbastanza. La sommossa seguita alla morte di Martin Luther King Jr costituì la punta dell'iceberg delle tensioni politiche con la comunità degli afro-americani. I mass-media di Chicago scatenarono una campagna di "guerra alle gang", dove i Conservative Vice Lords vennero equiparati al crimine organizzato e al terrorismo. Il loro leader, Gore, prima eletto al consiglio comunale, "in un clima di isterismo dei mass media, venne condannato" (Hagedorn, 2008, pag. 160).

Facendo un salto in avanti, le ondate di panico mediatico scatenate ovunque si sia manifestata la presenza delle famigerate "bande latine" costituiscono ormai a pieno titolo parte di questa letteratura. Raccontano in questo senso le ricerche di David Brotherton relative ai Latin Kings newyorchesi (2004), di Carles Feixa (2006) per la presenza degli stessi e del gruppo Netas a Barcellona, di Barbara Scandroglio a Madrid nei quartieri a forte presenza latino americana come i barri Conception e Villaverde Bajo Cruce (2008), e ancora di Queirolo Palmas a Genova (2005), di Mauro Cerbino in Ecuador (2008), a New York e ancora a Barcellona (2009), di Valentina Bugli a Milano (2009). O ancora le ricerche di Hagedorn (2008) per le gangs "transnazionali" e "istituzionalizzate" a San Paolo, Città del Capo e Chicago. Cerbino, nell'ambito della sua ricerca sui Latin Kings, può ormai sostenere che in tre città di altrettanti continenti (New York, Quito e Barcellona):

praticamente ogni volta che i mezzi di informazione si occupano dei giovani latinoamericani lo fanno relazionandosi alla ipotetica azione delle bande delinquenti (Cerbino, 2009, pag.139, trad. mia).

Lo stigma ricevuto dai giovani delle bande latine sembra andare persino oltre la loro reale appartenenza alle bande, costituendo in primo luogo un'etichetta meramente razziale e simbolica. Cerbino cita come esempio un articolo del quotidiano nazionale "La Razon" , che, il 30/10/2003, con il titolo di "Marginalità e delinquenza giovanile a ritmo di rap", tracciava un esemplare identikit di questo genere:

I suoi membri (delle bande) hanno un profilo determinato. Hanno tra i sedici e i diciotto anni, origine latinoamericana, estetica rapper e non hanno un leader molto definito. Vestono pantaloni anchos e caidos, magliette larghe e bandane nella testa a stile di pirata. Usano girare armati di coltelli, catene e mazze da baseball e si dedicano a picchiare altri studenti e rubargli gli zaini, le giacche o le scarpe sportive, organizzare risse nei patii delle scuole e commettere piccoli assalti, organizzandosi in gruppi con altri giovani degli stessi istituti scolastici. (Cerbino, 2009, pag. 127, traduzione mia).

Se secondo questa ricostruzione tutti i giovani latinoamericani potrebbero essere dei teppisti patentati, lo scenario mediatico assume contorni ben più funesti quando il riferimento alle "bande latine" diventa più esplicito. La loro presenza è sinonimo di criminalità organizzata o addirittura terrorismo. Il discorso stereotipante si svela a partire da un vocabolario che enfaticamente associa l'azione delle pandillas con alcuni tipi di reati che corrispondono al modus operandi della delinquenza organizzata. Mentre diverse ricerche etnografiche (Brotherton, 2004; Queirolo Palmas, 2009; Barrios; Bugli, 2009; Cerbino, 2008; Feixa 2006) sottolineano gli elementi della solidarietà e della resistenza, gli stessi gruppi diventano nel linguaggio massmediatico "organizzazioni criminali con ramificazioni internazionali, in particolare negli Stati Uniti ed in Ecuador, con catene di comando e gerarchie ben stabilite" (Cerbino, 2009, pag 129, trad. mia).

Particolarmente interessante è un aneddoto riportato da Cerbino durante una tavola rotonda realizzata nel 2005 a Barcellona, con la partecipazione di diversi giornalisti, all'ordine del giorno c'era la questione di quali fossero i criteri che guidavano l'azione giornalistica nel trattare il fenomeno delle bande giovanili di origine latinoamericana. Ecco l'impressione che ricava dalle risposte ricevute:

nessuno di loro [dei giornalisti] era capace di rispondere a questa domanda, dimostrando così la loro incapacità di riflettere al riguardo. Risultava così sufficientemente chiaro che questi giornalisti eseguivano la loro routine quotidiana in maniera meccanica. Inoltre, diveniva chiaro che l'elaborazione delle loro notizie e tutte le informazioni provenivano sostanzialmente dalle fonti ufficiali, cioè da quelle che consegnavano le forze di polizia (Cerbino, 2009, pag. 130, trad. mia).

Posti di fronte al fatto che l'esclusivo utilizzo di fonti poliziesche determinava una lettura dei fatti parziale e faziosa , i presenti risposero unanimemente con "l'evasiva affermazione che non possono sentirsi responsabili di una realtà che non costruiscono loro, rimettendosi esclusivamente a ciò che realizzano le indagini di polizia".

La polizia diventa così la fonte principale dell'informazione, e l'utilizzo di fonti ufficiali tende di fatto a generare un "effetto eco" nella produzione delle notizie:

Se un mezzo di informazione inizia a parlare di bande nei termini che abbiamo appena segnalato, cioè di pericolo, allarme sociale e insicurezza ...si determinerà una specie di obbligo per tutti gli altri media di non "rimanere indietro", prodigandosi così nella riproduzione e nella manipolazione di una merce che gioca la sua partita in termini di audience nel mercato mass-mediatico (Cerbino, 2009, pag. 140).

A conclusione del quadro, è di assoluto interesse il contributo fornito dai ricercatori del gruppo di ricerca Eurogang (2) sul tema della esposizione mediatica delle gang coinvolte nei loro studi. Preoccupati dall'eccessiva visibilità che i mezzi di informazione tendono a dedicare alle bande, Klein e colleghi temevano che la loro presenza in città avrebbe potuto accelerare fenomeni di allarme e panico morale (Weerman, 2009). L'esito di queste ricerche è sul punto contraddittorio, ma ricco di conferme per le tesi che stiamo sostenendo. Da un lato, i ricercatori, nell'ambito di uno studio condotto in alcuni capoluoghi della Germania, sottolineano come vi sia una tendenza delle istituzioni locali a sottovalutare il fenomeno della presenza delle gang nel proprio territorio. D'altra parte, al contrario, il semplice annuncio dei mass media della presenza dei ricercatori nelle città, sembra di per sé accelerare un processo mediatico di sovradimensionamento del fenomeno, anche attraverso meccanismi di criminalizzazione e stigma. Il tema, purtroppo, non è ulteriormente approfondito dagli autori, che comunque non mancano di segnalare l'esistenza di una "esagerazione del problema delle gang, un panico morale generato dall'attenzione dei media, o persino da dinamiche politiche" (Weerman, 2009, pp. 24).

Parte seconda

2.1-Introduzione

Un altro fenomeno che non è da sottovalutare è la presenza in città delle "baby gang", anche multietniche, che compiono, sempre più spesso, atti di bullismo, rapine, danneggiamenti. Tra queste si segnala "Bolognina warriors", la baby gang alla quale gli investigatori della Squadra Mobile di Bologna attribuiscono almeno dieci episodi di violenza gratuita contro anziani, donne, disabili e coetanei. Teppisti senza scrupoli che per le loro azioni scelgono sempre persone apparentemente deboli e indifese. In questo ambito è utile segnalare quanto scritto dal giudice nella motivazione dei provvedimenti emessi a carico di due ragazze della "banda". Il magistrato mette in evidenza, infatti, la "propensione a delinquere" e "pericolosità sociale", dei giovani, precisando che se la permanenza in comunità non dovesse essere sufficiente, per loro si aprirebbero le porte dell'istituto minorile.

Queste parole di grave allerta, vergate accanto alla voce "criminalità mafiosa di origine calabrese", compaiono a pagina trentadue del "rapporto sulla mafia in Emilia-Romagna", realizzato dalla "Fondazione Antonio Caponnetto" e finanziato dalla regione. La relazione si apre con queste importanti parole:

L'Emilia Romagna non è terra di mafia ma la mafia c'è e rischia di colonizzare la regione e si presume che il suo fatturato oscilli intorno ai 20 miliardi di euro. NON DOBBIAMO ABBASSARE LA GUARDIA.

Precedute da una relazione generale, vengono passate in rassegna le principali operazioni compiute dalla polizia di Bologna contro la criminalità organizzata, a cavallo fra il 2010 e il 2012. Fra queste, situata esattamente tra una confisca di beni per mafia ed un sequestro di droga in un'operazione di contrasto alla malavita cinese, emerge lo "smantellamento" di una "banda" composta da ragazzi e ragazze con un'età compresa fra i tredici ed i sedici anni. Si tratta di una baby gang caratterizzata da grande propensione a delinquere ed una elevata pericolosità sociale, secondo quanto leggiamo nella relazione.

2.2-La costruzione di un nemico: i Bolognina Warriors nella cronaca locale

La presenza di un gruppo di adolescenti in questo contesto potrebbe apparire sorprendente. Leggere di una "baby-gang" all'interno di un rapporto sulla mafia ha il curioso effetto di associare il comportamento di minorenni o addirittura infra-quattordicenni al crimine organizzato di stampo mafioso. L'uso del termine gang, in Italia tipicamente riferito alle associazioni criminali, allude inoltre ad una qualche forma di organizzazione stabile e strutturata.

Se fino al Marzo 2011 avessimo digitato su google la voce "Bolognina Warriors", avremmo trovato dei link relativi ad un fecondo mondo underground bolognese, fatto di hip hop, concerti e videoclip musicali. Le iniziali, BW, che potevano essere osservate da oltre un decennio in alcune zone della Bolognina, rappresentavano il simbolo di un gruppo di ragazzi presenti nel quartiere fin dai primi anni del 2000. "Guerrieri" di quartiere, che fra gli abitanti della Bolognina non avevano però mai destato alcuna preoccupazione.

E' a partire da quel mese di Marzo che l'acronimo BW diventa l'emblema di qualcosa di allarmante. Le pagine di cronaca dei quotidiani locali iniziano a raccontare le avventure di una baby-gang, costituita da adolescenti con forti componenti patologiche e particolarmente inclini alla violenza, che si diletta a mettere a soqquadro la città compiendo reati come il furto, la rapina, i danneggiamenti o l'aggressione deliberata a persone.

Nelle settimane che vanno da Marzo a Giugno, per essere informati del fenomeno "warriors" non occorre nemmeno sfogliare i giornali: sono le stesse edicole a riportare nelle bacheche titoli carichi di allarme. Il quotidiano La Repubblica è in prima linea, e nel numero del 30 Marzo 2011 titola: "La baby-gang della Bolognina. Attenzione, sono pericolosi". Più dettagli dall'occhiello del Bolognatoday: "Identificata gang della Bolognina, teneva in scacco il centro. Rapine, aggressioni, danneggiamenti: questi i reati di cui si era resa responsabile la banda dei "Bolognina Warriors". Denunciate 2 minorenni che aggredirono e derubarono una coetanea in via Ugo Bassi".

Altre testate, invece, scelgono di privilegiare il buon esito delle indagini, che apriranno le porte dei tribunali minorili per diversi "baby-bulli": "Sgominata la Bolognina Warriors, individuati otto minori" (Quotidiano Italiano, 30/05/2011); "Baby-gang, fermata la "capo" dei Bolognina Warriros" (il Resto del Carlino, 30/05/2011); "In due giorni denunciati sei minori. Sgominata la baby-gang della bolognina" (L'Unità, 31/05/2011).

Il contagio mediatico è rapido. Tutti gli organi di informazione locale si affrettano a pubblicare approfondimenti, interviste inedite e resoconti dettagliati. Purtroppo però, vista l'assoluta assenza di fonti più esaurienti dei brevi resoconti forniti dalla polizia, i giornalisti devono aguzzare l'ingegno. Così, per rendere appetibili le notizie, si inizia a dare un tocco di sensazionalismo ai fatti. Alcuni giornalisti cominciano ad aprire gli articoli con immagini di repertorio che rimandano ad un'idea di estrema violenza e brutalità. Il prototipo preferito è una foto in cui tre o quattro ragazzi, incappucciati ed armati di mazze, sono alle prese col picchiare una giovane vittima indifesa nello scenario di un ipotetico bassofondo cittadino (3). In altri casi, invece, accanto al titolo vengono raffigurate delle immagini truci che rappresenterebbero il simbolo della baby-gang, come un teschio attraversato da due ossa a "x" o la bomba con una miccia accesa pronta a detonare.

Anche la struttura narrativa è pensata per suscitare sensazionalismo e allarme. I giornalisti adoperano termini ed immagini stereotipanti idonei a decretare un giudizio inappellabile, a partire da una premessa molto semplice: i ragazzi dei Bolognina Warriors sono "anormali" e "patologici", mentre il resto dei giovani sono "normali".

Un elemento centrale in questo discorso è quello della "carenza". Carenza di qualsiasi valore o morale, incapacità di trascorrere il proprio tempo normalmente come farebbero tutti gli altri adolescenti della loro età. Viene in particolare denunciata la presenza di spazi ingiustificatamente vuoti nelle loro giornate, che vengono riempiti dall'utilizzo della violenza. La normalità e l'uso del tempo rappresentano il simbolo di un immaginario deviante. Il portale "figli e famiglie" ci regala una visione quasi spettrale degli eventi:

Bolognina Warriors, i tredicenni che terrorizzavano Bologna giocavano a fare la guerra, come i protagonisti di un celebre film degli anni Settanta. Il loro terreno non era il Bronx dei guerrieri della notte, ma il centro di Bologna ... Si facevano chiamare Bolognina warriors, una firma con cui avevano marchiato i molti muri della città, e le loro giornate e nottate trascorrevano tra danneggiamenti, aggressioni e rapine a coetanei, ad anziani, donne sole e persone con difficoltà di movimento (30/05/2011).

Fra "giornate e nottate" passate a "seminare terrore, aggredire e rapinare coetanei", si capisce che questi giovani non dormivano mai, se per caso qualche volta fossero anche andati a scuola.

L'intollerabile presenza di tempo libero è anche il sottofondo dell'"arringa" del Bologna Today del 30/05:

Rapine, danneggiamenti, violenze private e aggressioni: questi i reati che la banda, composta da giovanissimi, perpetrava in città, destando allarme sociale, soprattutto nelle categorie più deboli, quali anziani, minorenni e diversamente abili ... baby-gang, che da tempo si era resa responsabile nel centro di Bologna di una serie di episodi criminosi ... avrebbero messo a segno almeno una decina di atti vandalici e violenze. Loro gli artefici di aggressioni violente a minorenni, disabili, donne sole, che venivano presi d'assalto senza alcun motivo. Dietro i raid del gruppo, infatti, ci sarebbe solo la voglia di affermare con la violenza la propria forza e forse riempire le loro giornate vuote.

Sulla stessa falsa riga, il Quotidiano Italiano scrive di "ragazzi terribili", con un'età compresa tra i 13 e i 16 anni, che si dilettano nel disturbare con furti e violenza fisica i residenti "e tutti quei soggetti socialmente più deboli". Ci si augura che questi soggetti patologici, grazie al provvidenziale intervento delle forze dell'ordine, possano finalmente cominciare ad impiegare meglio le loro giornate:

l'auspicio è il recupero psicologico di questi ragazzi, che possano capire gli errori commessi in un'età così precoce, riappropriarsi in fretta del tempo perduto e reinserirsi nuovamente nel contesto societario civile (Quotidiano Italiano, 30/05/2011).

Quello che manca, nella quasi totalità dei casi, è il riferimento a fatti precisi e puntuali. In assenza di una vera inchiesta, con a disposizione le sole testimonianze della questura, l'utilizzo di espressioni vaghe come "si dilettavano a disturbare soggetti più deboli", "erano dediti a compiere aggressioni" o "praticavano indiscriminatamente la violenza", diventano la norma. Si alimenta l'idea che il numero degli episodi violenti sia elevatissimo, ricorrendo all'utilizzo di espressioni quantitative forfettarie come "innumerevoli", "decine" o "una escalation". La carenza di fonti impone un ricorso a piene mani al campo delle mere allusioni. Memorabile in questo senso l'articolo di Repubblica, che ha come titolo: "attenzione, sono pericolosi". Nel ricercare disperatamente una conclusione ad effetto, la redazione finisce per citare episodi notoriamente compiuti da altri, ma come se potessero essere realizzati un giorno o l'altro anche dai Bolognina Warriors:

Scherzi pesanti, arrampicate sui ponteggi, bastoni sottratti ad anziane ... Ancor prima, la signora Anna, impiegata al centro sociale, è stata picchiata e rapinata nel vicino parco, ma pare da ragazzi più grandi. Alle scuole medie Zappa di via Saliceto, il gruppo si è reso responsabile dell'azione forse più "militare", un raid dentro la scuola media Zappa alla fine di gennaio, con scontri fisici seppure senza conseguenze. Il simbolo "Bologna Warriors" con l'immagine di un cranio l'hanno messo pure al centro civico via Marco Polo. Lì una addetta comunale sui sessanta è stata aggredita il 2 dicembre ed è ancora in malattia, ma la banda non c'entra. E' stato un tossicodipendente. (Repubblica di Bologna, 31/03/2011).

La povera signora Anna, come l'addetta comunale "sessantenne" e tutti gli anziani del quartiere, adesso avranno un pericolo in più dal quale guardarsi: i ragazzini del Navile che girano pericolosamente non accompagnati.

2.3-Due "episodi chiave"

In mezzo a tanto rumore, due episodi sembrano emergere per "gravità" nelle ricostruzioni della cronaca locale. Il primo, una "rapina" commessa il 28 Marzo in via Ugo Bassi, rappresenta anche l'unico elemento (4) a corredo di una richiesta di detenzione in comunità per due ragazzine rispettivamente di quindici e quattordici anni, avanzata dal pubblico ministero minorile Silvia Marzocchi e accolta dal giudice per le indagini preliminari. Ma lasciamo inizialmente al Resto del Carlino il racconto dettagliato dei fatti:

In via Ugo Bassi il gruppo agì insieme, in modo violento: le due ragazze furono accerchiate e a una fu strappato lo zaino. La babybulla ha tirato fuori il diario e un peluche e li ha scagliati a terra; quando la vittima ha fatto per raccoglierli ha preso uno schiaffo. Poi alle due è stato rubato un Ipod ritrovato una settimana dopo, durante una perquisizione, in camera di una delle due ragazzine finite in comunità. La rapina si è conclusa con minacce alle vittime di non chiamare la Polizia, ma la cosa non è finita lì: due passanti, infatti, vedendo le ragazzine in lacrime, sono intervenuti e hanno 'acciuffato' due baby-bulli che si stavano allontanando. A quel punto, la 15enne che la Polizia considera la leader morale dei Bolognina warriors, si è messa a gridare "Aiuto, mi stanno violentando". Con lo scompiglio che si è creato, i due sono riusciti ad allontanarsi. Più tardi, poi, quello stesso 28 marzo, le due ragazzine furono fermate dai poliziotti di quartiere (che stavano dietro da tempo alla gang e hanno dato un contributo fondamentale alle indagini della Mobile) e portate in Questura. Qui la 15enne si è dimostrata sbruffona e impertinente: "Non ho tempo da perdere" ha detto agli agenti, aggiungendo: "Tanto sono minorenne, non potete farmi nulla". Cercava inoltre di scaricare le responsabilità sui bulli più piccoli (Il resto del Carlino, 30/3/2011).

Se tecnicamente appare indiscutibile la qualificazione giuridica del reato di rapina, forse elementi come il "peluche" che cade a terra o lo "scompiglio" creato dalle grida della ragazzina che si lamentava di essere violentata, potrebbero in qualche modo aiutare nel relativizzare i fatti. Ma evidentemente il Resto del Carlino non ha intenzione di smorzare i toni. Così, dopo aver terminato gli argomenti di cronaca con il racconto di un'altra rapina realizzata ai danni di un cappellino di un malcapitato tredicenne, l'articolo conclude con i commenti, cioè citando le dichiarazioni lasciate dalla polizia:

La Polizia spera che il provvedimento preso nei confronti delle due ragazzine più grandi serva di lezione alla baby-gang e metta fine alle violenze gratuite. Le azioni dei Bolognina warriors, spiega la Polizia, non nascono da dinamiche interne alle scuole, gelosie o invidie tra ragazzine; sono episodi di violenza fine a se stessa. Lo stesso gip, nel motivare il provvedimento, parla di "propensione a delinquere" e "pericolosità sociale", sottolineando la "destrezza" e la "disinvoltura" con cui colpiscono. Se la permanenza in comunità non fosse sufficiente, il giudice scrive che il prossimo passo sarà l'istituto minorile. Le famiglie da cui provengono i baby-bulli sono in parte normalissime, in parte disagiate e seguite dai servizi.(Il resto del Carlino, 30/03/2011).

Ma è il secondo "episodio chiave" quello che suscita il massimo sentimento di riprovazione sociale, pur privo di conseguenze giuridiche. I giornali scrivono di una violenta aggressione avvenuta la notte del 23 Gennaio 2011. La vittima è Franco Varini, classe 1928, reduce dei campi di prigionia nazisti di Flossemburg, Augsburg e Dachau, nonché vicepresidente dell'Aned (associazione ex deportati) di Bologna. Le fonti, però, sono purtroppo ancora una volta scadenti, ed occorre nuovamente arrangiarsi con quel po' che si ha (cioè le dichiarazioni della polizia). Il Corriere di Bologna parla di "pugni e calci all'anziano signore", mentre il Resto del Carlino accompagna la notizia parlando di sistematiche ritorsioni contro i soggetti più deboli, cioè sostanzialmente gli anziani. L'indignazione è tale che anche Fabio Bernardi, capo della squadra mobile, sente il dovere di "manifestare immediatamente le pubbliche scuse all'anziano bolognese".

La redazione di Repubblica decide dunque di fare il grande passo, andando ad intervistare addirittura il Varini in persona. E' possibile trovare sul web il video di questa intervista, sotto il titolo di: "parla l'anziano aggredito: 'se non ho pianto è perché nella vita ne ho viste di peggio'". Le parole in virgolettato, purtroppo, scompaiono misteriosamente nell'intervista, lasciandoci il dubbio che a pronunciarle non sia stato il Varini, ma lo stesso giornalista nel tentativo di dare un titolo ad effetto al suo articolo. L'ex partigiano racconta semplicemente di aver visto dei ragazzini "di tredici-quattordici anni" insultare un signore anziano, e di essersi così avvicinato per capire meglio cosa accadeva. A quel punto, un gruppo di questi si sarebbe avvicinato a lui, spintonandolo. Come possiamo ascoltare, è lo stesso reduce a ridimensionare drasticamente quanto accaduto: "uno di loro ha provato a darmi un pugno, ma più che altro è stata una bischerata, perché figuriamoci se un ragazzino così può farti del male".

Ha invece suscitato meno clamore mediatico l'episodio di bullismo probabilmente più rilevante, in cui un tredicenne viene accerchiato da venti coetanei e picchiato fino all'arrivo di suo padre e dell'ambulanza, che gli medica una lieve ferita riportata in volto. Repubblica sceglie in questo caso una linea meno cruenta ma senz'altro più toccante, condita dall'inserimento di un'intervista alla madre della vittima in un articolo che inizia così:

La violenza dei Warriors su mio figlio. La madre di una delle vittime della baby gang che prende di mira i più deboli: vorrei incontrarli, sono bambini anche loro. Non riesco a provare rancore, spero tanto che possano essere recuperati (Repubblica di Bologna, 01/06/2011).

A quanto si apprende, le ragioni dell'aggressione sarebbero da ricondurre ad una rivalità legata allo stile ed alla musica. Pare infatti che questi ragazzini della Bolognina propendano per l'hip hop, mentre la giovane vittima aggredita era un cosiddetto "dark".

2.4-Dai mass-media ai tribunali

Fra titoli ad effetto, particolari ingigantiti, fonti misteriose ed immagini da Bronx, due elementi emergono chiaramente dai resoconti dei principali quotidiani bolognesi. Da un lato la gravità, almeno da un punto di vista formale, dei reati in questione, che contemplano il furto, la rapina, la minaccia, il danneggiamento e la violenza privata. Dall'altro l'utilizzo permanente del termine gang, che allude chiaramente all'esistenza di una qualche forma organizzativa dei baby-bulli. Gli adolescenti coinvolti, nel giro di poche settimane, si trovano così catapultati in una dimensione più grande di loro, costretti a fare i conti con le strutture repressive dello Stato o, per i più fortunati, con i servizi sociali.

In linea con le argomentazioni fornite in questo capitolo, la nostra ipotesi è che i mass-media siano stati l'agente principale nel determinare un processo di criminalizzazione iniziato nelle pagine della cronaca locale e concluso nella aule dei tribunali minorili. Analogamente a quanto Cohen denunciava nel 1972, l'allarme sociale scatenato dai mass media ha prodotto un insieme di effetti ben diversi dalla semplice volontà di riportare una ipotetica sicurezza perduta nelle strade di Bologna. Come nella vicenda dei Mods e dei Rocker, i media riproducono i contorni di un immaginario critico: qualsiasi intervento delle autorità del controllo e della giustizia ordinaria arriva in assoluto ritardo, risultando tendenzialmente incapace di mettere un punto alla situazione. In questo scenario le misure concretamente prese, aldilà delle soddisfazioni espresse dalla questura, non risultano quasi mai sufficienti. Tutti gli agenti sociali devono essere mobilitati, bisogna andare in fondo al problema e utilizzare zero tolleranza.

Anche la politica locale reclama così il suo spazio di intervento. Per grado di preoccupazione si distingue la consigliera leghista Lucia Borgonzoni. In un intervento particolarmente denso durante il "question time", prima sollecita l'intervento delle pubbliche autorità per arginare quella che reputa una "grave emergenza", poi chiede anche se non sia opportuno affrontare il problema in un apposito "tavolo provinciale sicurezza". La proposta da porre su quel tavolo sarebbe di istituire dei presidi fissi delle forze dell'ordine nei parchi abitualmente frequentati dai minorenni. E' meglio passare direttamente in rassegna alcune delle domande formulate nell'aula del consiglio comunale del 11/11/2011:

Visti gli articoli di stampa apparsi sui diversi quotidiani locali chiedo alla Giunta ed al Signor Sindaco di sapere:

  • se gli autori del pestaggio ai danni di un quattordicenne - sono in carico ai Servizi Sociali del Comune di Bologna ed in caso di risposta affermativa si chiede di conoscere quale sia per ognuno di loro il progetto educativo stilato con le assistenti sociali;
  • se alla luce di tutta una serie di notizie di reato compiute da diverse baby gang presenti in città - (indimenticabile quella detta della "bolognina warriors") - non ritenga grave quanto stia accadendo in città ed in caso di risposta affermativa si chiede come intenda l'amministrazione agire per arginare tali sempre più frequenti episodi di violenza;
  • tenuto altresì conto che nella maggior parte dei casi tali gang agiscono nelle ore diurne (mattino o primo pomeriggio) e solitamente in parchi pubblici (non ultimo l'azione di violenza perpetrata ai danni di una quattordicenne presso i Giardini Margherita lo scorso 6 maggio) si chiede di sapere se non ritenga opportuno prevedere in tali luoghi azioni di controllo effettuati in sinergia con le Forze dell'Ordine presente in città portando all'attenzione del tavolo della sicurezza provinciale tale questione;
  • se ritiene fondato parlare di grave emergenza educativa e quindi se non ritenga opportuno indire una istruttoria pubblica su tale questione al fine di chiamare a raccolta tutte le realtà del nostro territorio.

La Lega Nord, in sostanza, propone di trattare il fenomeno come un problema di ordine pubblico da arginare soprattutto con un largo impego delle forze dell'ordine e dei servizi sociali.

Ad auspicare un pronto intervento in senso repressivo si registra anche l'intervento della preside delle scuole medie Testoni della Bolognina, che prende parola in un'intervista pubblicata su La Repubblica del 31/05/2011 con il titolo: "La preside alza le mani e s'arrende. La scuola ha fallito, non ascoltano". Il dirigente scolastico sostiene di non aver più carte da spendere per provare a recuperare questi ragazzini turbolenti. La sua tesi è che, dopo aver "studiato a lungo il fenomeno "Warriors"", non vi siano più spazi di recupero all'interno della scuola, occorrendo un intervento su un diverso livello. I ragazzi della scuola media costituirebbero per la preside dei "modelli eversivi con comportamenti ormai strutturati":

Sembra che ti ascoltino per un quarto d'ora, poi è più forte il richiamo al personaggio che si sono costruiti, che vive per il corteggiamento di altri ragazzini che li prendono come loro esempio. Io spero almeno che si riesca a bloccare questo "corteggio" (Repubblica di Bologna, 31/05/2011).

Interventi come quelli della consigliera leghista o della preside delle scuole medie, spiegano come degli infra-quattordicenni, dopo essere stati etichettati come "ragazzi terribili", "teppisti", "piccoli criminali", o addirittura "modelli eversivi", siano finiti alle prese con gli istituti detentivi minorili ed i servizi sociali. Nonostante l'età, è evidente l'esistenza di un processo di criminalizzazione, che inizia con l'apposizione di uno stigma e finisce -come vedremo- con l'intervento a tappeto delle forze dell'ordine. Diversi degli elementi rilevati nei precedenti paragrafi sembrano trovare una coerente rappresentazione. Rileviamo in particolare:

2.5-Il fantasma dell'organizzazione

Abbiamo visto, nel rapporto introduttivo della "fondazione Caponnetto" ed in tutti gli altri articoli ed interventi citati, come l'elemento della struttura organizzativa costituisca una costante ricorrente nella rappresentazione di questo gruppo di adolescenti. L'utilizzo del termine gang colloca i ragazzi all'interno di un contesto da criminalità organizzata che desta allarme e preoccupazione.

Ragionando con gli strumenti teorici raccolti nel capitolo precedente, possiamo tuttavia affermare che pochi elementi "tipici" delle organizzazioni di strada sembrano emergere in questa vicenda. La stessa età potrebbe essere interpretata come un limite insormontabile. Nemmeno fra le migliaia di gang passate con fantasia al vaglio da Thrasher (1927) è possibile riscontrare la presenza di un gruppo deviante, incline alla violenza ed al teppismo, costituito esclusivamente da adolescenti fra i tredici ed i quindici anni.

Anche la questione della leadership appare particolarmente controversa. Se i mass-media, la polizia ed i tribunali individuano chiaramente due ragazze di tredici e quattordici anni come le guide del gruppo, comminando sanzioni che vogliono persino essere "esemplari", altre fonti parlano invece più ottimisticamente di "opinion leader", riferendosi a ragazzine e ragazzini di origini marocchine e meridionali (Corlianò, 2013). A dir la verità, più che per la sembianza di leader organizzatrici, il ruolo delle quattordicenni sembra semmai distinguersi per il senso di protagonismo o la prontezza di riflessi dimostrata nell'affrontare situazioni che nascevano evidentemente dal caso. D'altra parte sembra mancare in assoluto qualsiasi forma di premeditazione, e tutti gli eventi sembrano accadere in maniera fortuita o dettati dalle circostanze del caso.

Emblematica appare invece la realtà relativa alla dimensione simbolica. Tutti i media, nelle loro pagine di cronaca locale, rilevano la minacciosità del nome di "guerrieri della bolognina". Si tratta di un'appartenenza che viene ostentata in diversi modi: questi giovani rivendicano con orgoglio il loro essere dei membri dei Bolognina Warriors, sui loro profili nei social network ma anche attraverso l'elemento artistico dei graffiti. A questi murales allude ad esempio il questore Stingone quando parla dei reati di danneggiamento. Sarebbe stato tuttavia sufficiente fare una passeggiata in quartiere, esattamente nelle zone richiamate dagli stessi giornalisti, come via Saliceto o via Ferrarese, e possedere contemporaneamente una piccola dose di buon senso e lucidità, per poter concludere agilmente che perlomeno la mente di questi graffiti non poteva essere certo quella di ragazzini di quattordici anni. Ben altri, come vedremo, sono i protagonisti di quella simbologia.

Dalla cronaca locale apprendiamo anche che lo stesso baricentro dell'azione del gruppo non era la Bolognina, ma il centro città. Questo particolare ci verrà confermato anche da un operatore dei servizi sociali che aveva in affidamento uno dei baby-bulli. Pare che, ritrovandosi nei pomeriggi, decidessero di girare a piedi per il centro, divertendosi a combinare qualche marachella qua e là.

Anche alla luce di queste considerazioni la sensazione è che il termine "bullismo" (5), inteso quale comportamento deviante e antisociale, potrebbe essere più appropriato del termine "gang". Ma in quanto a conclusioni, forse, è il caso di andare davvero con i piedi di piombo. I più recenti sviluppi di episodi di violenza giovanile a Bologna hanno ad esempio evidenziato nuovi e più complessi fattori sociali all'origine dei comportamenti devianti. E' quanto avvenuto ad esempio con i protagonisti di "bolofeccia" e "bolobene", gruppi di ragazzini non più che quattordicenni che sono anche arrivati a fronteggiarsi in una maxi rissa da duecento persone ai Giardini Margherita. Gli aggettivi "bene" e "feccia" si riferiscono alle classi sociali di appartenenza. Sembrerebbe che gli screzi siano iniziati da un social network (Ask.com), per poi finire per strada e nelle scuole. Neanche a dirlo, i protagonisti di "bolofeccia" sono perlopiù di origine straniera ed abitano in bolognina (6).

2.6-Un epilogo surreale

Tra chi è finito in comunità, chi è stato o si trova ancora sottoposto a procedimento penale, chi ha varcato le soglie del carcere minorile del Pratello e chi invece è finito in affidamento ai servizi sociali, è difficile tenere il conto degli adolescenti coinvolti in misure più o meno repressive. Passata l'eco dell'attenzione mediatica, si è dissolta anche l'attenzione pubblica in merito alle loro sorti. Ho avuto tuttavia la possibilità di continuare a seguire le loro tracce attraverso il più diretto dei canali. Questo grazie alla conoscenza di Alberto, un operatore della cooperativa "Dolce", responsabile di una misura di affidamento per un ragazzo di tredici anni. Alberto è un ragazzo ventiseienne della provincia di Reggio Calabria laureato in Scienze dell'Educazione. In conclusione di questa seconda parte del capitolo riporto integralmente il contenuto della sua intervista, che credo possa valere più di ogni altro commento in merito all'utilità ed all'efficacia del trattamento ricevuto da questi ragazzini.

D: Per chi lavoravi?

R: Per la cooperativa Dolce, una cooperativa che si occupa anche di "affidamento domiciliare". Vai a casa di alcuni "soggetti problematici" per alcune ore ogni settimana e cerchi di sviluppare un programma di recupero.

D: Che tipo di contratto avevi?

R: Era un contratto inizialmente a tempo determinato. E' durato un anno, con due rinnovi, il primo di tre mesi il secondo di sei. Me l'hanno rinnovato un anno, poi quando mi hanno offerto il rinnovo significava diventare socio della cooperativa. Così facendo però inizi a versare il capitale sociale. Già guadagni poco e così ancora di meno. E poi sinceramente non ci vedevo nessuna utilità pedagogica.

D: Com'era organizzato il tuo lavoro?

R: Il lavoro non era organizzato. All'educatore, con o senza esperienza, veniva lasciata la libertà più assoluta se vogliamo. Con pochi dettami. Ti dicevano che non puoi stabilire un rapporto troppo intimo col ragazzo, non puoi invitarlo a casa, non puoi avere il suo numero di cellulare, non puoi usare internet. Tutte cose che sarebbero necessarie. Io sono riuscito a stabilire un contatto col ragazzo proprio perché ho fatto tutto quello che mi dicevano di non fare. Allo stesso tempo non mi davano mezzi per svolgere quelle attività che secondo loro andavano fatte. Ad esempio mi suggerivano di andare a giocare insieme a pallone, ma il pallone lo dovevamo andare a comprare noi educatori, per il cinema dovevamo pagare il biglietto ... e soprattutto io non ho mai fatto l'educatore, ho fatto dei tirocini formativi, ho aiutato ragazzi nel doposcuola, ma in strada "la domiciliare" non l'avevo mai fatta. Loro non hanno verificato le mie competenze, mi hanno sbattuto e mi sono dovuto arrangiare da solo, non mi seguivano per nulla. Anziché creare contatto ed un aiuto reale creano distanza.

D: In che modo eri sostenuto durante il tuo lavoro da assistente sociale domiciliare?

R: Non ti davano i mezzi, non facevano concorsi di formazione e non ti aiutava nessuno. Facevano solo un colloquio all'inizio. Tu con un colloquio non puoi stabilire le capacità di un educatore. E lui non può capire come fare il suo lavoro in situazioni così complicate. Io seguivo un ragazzino di 14 anni pieno di problemi in casa. Il padre non c'era e la madre era piena di difficoltà. E loro non mi hanno preparato. Ho avuto solo due corsi di aggiornamento, che non erano nemmeno legati all'aspetto formativo della cooperativa ma a quello amministrativo, burocratico se vogliamo. Ti insegnavano semplicemente a compilare un modulo. Coi responsabili della cooperativa ci vedevamo una volta ogni due-tre mesi, e dovevi fare una raccolta dati, dovevi compilare dei moduli, tu ed il ragazzino. L'unica cosa importante per loro era questo benedetto modulo.

D: Com'è stato il primo contatto con il ragazzino? Cosa ti avevano detto i responsabili della cooperativa?

Dalla cooperativa non mi hanno detto praticamente nulla. Il ragazzino aveva 14 anni. Lui faceva parte dei Bolognina Warriors. Il che non significava essere iscritti ad un club. A differenza di quello che i responsabili della cooperativa mi indicavano io provavo a stare in compagnia del ragazzino. Ho tentato di capire come funzionavano questi rapporti di amicizia. La coop non mi aveva detto niente di lui. Mi hanno dato una responsabile che però non mi rispondeva nemmeno al telefono, i contatti sono stati minimi e l'aiuto è stato nullo. Non mi hanno spiegato come portare avanti il mio lavoro.

D: Come è stato il primo incontro?

R: E' stato a casa sua, con lui e la madre. Abbiamo discusso dei vari problemi in famiglia, del fratello chiuso in comunità, e ho visto soprattutto i problemi fra madre e ragazzino. Ho cercato di instaurare subito un buon rapporto, evitando di fare quello che la coop mi indicava. Cioè lo invitavo a pranzare a casa mia, ci vedevamo i film assieme, anche perché i fondi erano minimi e non mi potevo certo permettere di portarlo al cinema!

D: Come ti sembrava il ragazzo?

R: Intelligentissimo, sveglissimo, altamente sensibile, e non ho visto tutti i problemi di cui si parlava. Lui aveva rubato un cellulare coi suoi amici e aveva picchiato un ragazzetto. Ha avuto la visita della polizia a casa e l'hanno portato in questura, e dopo un po' lo hanno affidato ai servizi sociali.

D: Tutto questo a 13 anni?

R: Si, credo che quasi tutti i ragazzini di quel gruppo siano etichettati come a rischio.

D: Quando hai saputo che faceva parte di un gruppo che si chiamava Bolognina Warriors?

R: Subito, il primo incontro è stato tra me, la responsabile e la madre del ragazzino. Qui mi dissero che faceva parte dei Bolognina Warriors. Io non sapevo chi fossero, ma appena li ho visti mi son sembrati assolutamente innocui, tranquilli, abbastanza vivaci ma nulla di che.

D: Lui come ti parlava del suo gruppo?

R: Me ne parlava come niente più che i suoi amici. I Bolognina Warriors hanno anche la particolarità di integrare gente proveniente dai posti più disparati, l'italiano col moldavo, il magrebino, ecc.. quindi sembravano quasi come una famiglia allargata, io ho visto anche ragazzi molto svegli culturalmente ...ma non sembravano una banda, erano come un gruppo di amici molto largo e inclusivo.

D: Non c'erano solo italiani?

R: No, erano soprattutto stranieri, ed italiani di origine meridionale

D: Lui era orgoglioso di far parte di questo gruppo?

R: Si, si. Ci ritrovava una seconda casa. C'era anche la cultura hip-hop di mezzo. Ma più che un gruppo erano semplicemente degli amici che si ritrovavano anche nei pomeriggi.

D: Lui svolgeva qualche ruolo particolare?

R: Non era un leader dentro il gruppo, faceva solo balotta. E comunque non c'erano leader riconoscibili, forse quelli che c'erano erano in comunità e avevano qualche anno in più. Per il resto non facevano nulla di particolare. Magari qualcuno più grande, tipo quindicenne, faceva uso di sostanze, erano personalità un po' più al limite. Ma appunto al limite fino a che punto? Fino al punto di perdere l'adolescenza in comunità? Io non credo.

D: Uscendo con lui hai incontrato tutti questi ragazzi..

R: Si non mi sembravano da recuperare, erano ragazzini normalissimi con tutte le voglie ed i problemi tipici della loro età.

D: E dove si vedevano?

In Bolognina per poi magari spostarsi in centro storico, davanti al McDonald, o davanti Sala Borsa.. il pomeriggio andavano spesso in centro.. la sera tornavano a casa tardi magari.. questo creava qualche problema con la madre.. il fatto che io avessi preso il numero di telefono della madre ha evitato che si creassero problemi ulteriori fra di loro, e lei poteva tranquillizzarsi. Ho cercato di creare un rapporto un po' più intimo. La madre era convinta che i servizi sociali fossero un metodo che permettevano il recupero del ragazzo. Il padre non si sa che fine abbia fatto, li ha mollati, la madre fa tutto ed era abbastanza provata dalla vita. Quindi trovava positivo che uno dei ragazzi fosse rinchiuso in comunità ed un altro affidato ai servizi sociali. I suoi amici sono tutti con l'educatore. Se vuoi prendere contatto con i servizi sociali basta pubblicizzare al massimo quei due-tre episodi di violenza che ci sono stati in quartiere e allora scatta il meccanismo dei servizi sociali. Fai pubblicità al disagio che c'è nel quartiere.

D: Lui non vi ha mai parlato di come funzionavano i bw?

R: No, anche perché non funzionavano, non avevano una particolare articolazione. Non c'è un capo o dei rapporti di potere così definiti ed articolati, ma diciamo che ci sono delle figure, è una compagnia di ragazzini fondamentalmente, uniti più che altro dall'andare nelle stesse scuole.

D: com'e finita la tua esperienza con la cooperativa Dolce?

R: Guarda, il contratto lo rinnovavano ogni tre mesi, di solito fino alla fine dell'anno scolastico, quando finisce il periodo domiciliare. Poi te lo rinnovano eventualmente per un altro anno. Nel caso mio sarei dovuto diventare socio della cooperativa. Inoltre mi diminuivano le ore, e avrei guadagnato 300 euro in totale! Ho deciso di mollare, adesso lavoro in un call center ...

La possibilità di questo ragazzo di raccontare la sua esperienza è stata senz'altro anche uno sfogo personale. In queste parole troviamo un'importante conferma a proposito dell'allarmismo sproporzionato suscitato dai mass-media. Troviamo anche un'accusa affatto velata all'intero sistema dei servizi sociali, che nelle parole di Alberto "non facevano altro che drammatizzare il rapporto fra i genitori ed i figli, peggiorando visibilmente le condizioni di entrambi". Ma ciò che emerge in maniera prepotente è l'esistenza di una realtà di profondo disagio e malessere familiare. Una madre che, abbandonata dal compagno, si ritrova a dover lavorare tutto il giorno in maniera precaria per dar da mangiare a se stessa ed alla famiglia, non può che trovare un sollievo nel fatto che la comunità si occupi dell'educazione di uno dei due figli. Vedeva nei servizi sociali una figura capace di poter portare alla retta via il ragazzo. Purtroppo la realtà sembra essere anni luce distante dalle sue aspettative. Il figlio tredicenne, più che un caso limite da recuperare attraverso l'affidamento ad un educatore, sembra piuttosto un ragazzo sveglissimo pieno di energie che desidera semplicemente vivere un'adolescenza tranquilla, ma che somatizza e scarica verso l'esterno un profondo disagio esistenziale vissuto a partire dai muri della sua stessa casa. Il caso di questo ragazzo non sembra essere un'eccezione: come ci conferma Alberto, o il lavoro della Corlianò (2013), gli adolescenti coinvolti in questi episodi di cronaca sembrano tutti provenire da realtà familiari particolarmente dure, e principalmente da famiglie di migranti. Viene da domandarsi in che modo i giornalisti di Repubblica e del Resto del Carlino siano riusciti a rintracciare, nelle famiglie di questi minorenni, i tratti di una Bologna agiata e borghese.

Note

1. Intervista estratta dal giornale "Urvio, Revista Latinoamericana de Seguridad Ciudadana". No. 4, Quito, Mayo 2008, pp. 141-150.

2. Abbiamo dedicato un paragrafo nel capitolo precedente all'attività di ricerca comparativa portata avanti dal gruppo Eurogang.

3. Vedi notiziario di tiscali.it 31/05/2013 o la rivista Figli e famiglia del 30/05/2013.

4. Almeno secondo quanto leggiamo nel Resto del Carlino 30/05/2011.

5. Secondo una definizione fornita da Irene Petruccelli, il bullismo si identificherebbe con "quei comportamenti offensivi e/o aggressivi che un singolo individuo o più persone in gruppo mettono in atto, ripetutamente nel corso del tempo, ai danni di una o più persone con lo scopo di esercitare un potere o un dominio sulla vittima" (De Stasio [a cura di], 2005, pag.153).

6. A tentare una prima lettura in termini sociologici dell'accaduto è stato il portale infoaut, in un articolo emblematicamente intitolato: "Tra Bolobene e Bolofeccia non è questione di bullismo".