ADIR - L'altro diritto

ISSN 1827-0565

Capitolo 4
Serial killer in Italia; tre casi eclatanti: Gianfranco Stevanin, Donato Bilancia, Luigi Chiatti

Gianluca Massaro, 2002

Sui dolci colli di Firenze, tra cipressi e olivi, tra vigne e ginestre, il "mostro di Firenze" ha ucciso non solo quattordici (o sedici) ragazzi, ma anche la serena certezza che l'Italia fosse immune dal fenomeno dell'omicidio seriale. È difficile spiegare perché, fino all'inizio degli anni '80, ci ritenessimo immuni da questa forma di patologia criminale. Eppure, anche prima di questi fatti, la cronaca aveva parlato più volte di crimini seriali. Queste informazioni erano rimaste però sepolte nelle pagine della cronaca locale. Del resto, le autorità ribadivano che in Italia (non considerando la criminalità organizzata) si uccideva essenzialmente per due sole ragioni: denaro e passione. Culturalmente, sostenevano, ci era estraneo il fenomeno dell'omicidio per piacere. Purtroppo, il "mostro di Firenze" ci ha violentemente risvegliato da questa illusione.

L'idea stessa di assassino seriale era così lontana dalla nostra cultura che, ancor oggi, nella lingua italiana, non esiste una parola adatta a denominarlo. Abbiamo dovuto mutuare il termine anglosassone serial killer, l'unico in grado di rendere chiaramente il concetto. In italiano è stato usato, e tuttora si usa, l'appellativo "mostro". Definizione incompleta e anche fuorviante nel suo significato di fenomeno eccezionale, contronatura. Oggi, quando sentiamo parlare dell'esistenza di un "mostro", intuiamo subito che si tratta di un serial killer.

A questo punto è possibile fare un altro tipo di riflessione; quasi tutte le vicende di omicidi in serie avvenute sembrano ricalcare quella che ha visto protagonista Pacciani: omicidi misteriosi senza colpevole, smentite ufficiali sull'ipotesi dell'assassino seriale, difficoltà a collegare i vari casi tra loro, inadeguatezza investigativa, panico nell'opinione pubblica, processi sommari. E questo perché, con ogni probabilità, si cerca di non vedere il fenomeno nella sua originalità, si continua a rimuoverlo, a tacerlo, a sottovalutarlo e, contemporaneamente, a considerarlo un fenomeno eccezionale. E tanti funerali continuano ad essere fatti a causa di questo silenzio.

Come per il resto del mondo, l'omicidio seriale in Italia trova riscontro soprattutto nel XX secolo, mentre i casi storici registrati sono pochi. Nel XIX secolo (oltre al già citato Vincenzo Verzeni, cap. 1, par. 1) troviamo due casi interessanti. Il primo riguarda Antonio Boggia che, nello spazio di dieci anni, uccise diverse persone, senza curarsi del sesso delle vittime, soprattutto commercianti e uomini d'affari. L'altro caso riguarda Callisto Grandi, conosciuto come "l'ammazzabambini" proprio perché sceglieva questo tipo di vittime a Incisa Valdarno (Firenze). De Pasquali ha considerato quelle che lui definisce le "psicobiografie criminali" di 43 assassini seriali che hanno ucciso dal 1850 ad oggi. Gli elementi principali di questa analisi sono i seguenti: (1)

  1. elementi anamnestici pregressi alla serie omicidiaria.

    Più della metà degli assassini seriali sono nati al nord (56%), il 16% al centro ed altrettanti al sud, mentre il 7% è nato nelle isole e il 4% all'estero. Il 44% di loro ha vissuto l'infanzia in una famiglia povera di affetti e il 35% in famiglie povere e "spezzate". Il 14% ha passato diversi anni in un orfanotrofio. Nel 21% dei casi considerati, i familiari erano soggetti aventi tare psichiche e quasi tutti i serial killer avevano già commesso altri reati prima dei delitti seriali, sia contro la proprietà che contro la persona.

    In più del 40% dei casi, prima dei delitti, si sono verificati eventi traumatici fisici ma soprattutto psichici, anche se quasi mai c'è un rapporto diretto di causa-effetto tra evento stressante e inizio della serie omicidiaria;

  2. dati psicobiografici inerenti al periodo del primo omicidio.

    Il 63% dei serial killer ha un inserimento sociale scarso o nullo. Il 26% degli assassini seriali sono disoccupati, il 14% ha un'attività illegale, il 38% svolge un lavoro non qualificato e soltanto il 7% ha un lavoro qualificato. Il 58% soffre di disturbi psichiatrici che non sempre, però, sono la causa dei delitti. L'età media in cui viene commesso il primo omicidio è trenta anni, mentre l'ultimo viene commesso a trentaquattro anni e gli omicidi vengono compiuti soprattutto al nord (70%), seguito dal centro (17%), mentre l'8% viene commesso al sud.

    Come armi utilizzate, abbiamo le armi da fuoco (37%), armi bianche (16%), strangolamento (17%), corpi contundenti (12%) o veleni (4%). Il 70% degli assassini seriali italiani è di tipo organizzato, il 20% disorganizzato, il 10% a pianificazione parziale;

  3. relazione col corpo della vittima.

    Il 10% degli assassini seriali ha avuto rapporti sessuali con le vittime prima di ucciderle e, nel 6% dei casi, ha praticato sevizie. Dopo l'uccisione, nel 60% dei casi, il cadavere viene lasciato sul posto e, soltanto in un 10%, viene trasportato altrove. Comportamenti necromanici si riscontrano in circa il 30% degli omicidi;

  4. comportamento post-omicidiario.

    Soltanto l'1% degli assassini seriali si costituisce e una percentuale analoga tenta il suicidio. La metà di loro si allontana dal luogo dell'omicidio subito dopo aver sottratto soldi, documenti oppure oggetti (25%) e aver cancellato le tracce (30%). I soggetti che restano sul luogo del delitto lo fanno per affermare ancora di più il controllo totale sulla scena e sul cadavere. Il 10% lancia messaggi di sfida alle forze dell'ordine;

  5. comportamento all'arresto.

    Più o meno tutti i serial killer si comportano allo stesso modo: all'inizio non confessano, preferendo negare ogni colpa, poi cominciano ad ammettere qualcosa, adducendo però numerose giustificazioni. Dopo interrogatori abbastanza serrati, confessano prima qualche delitto, poi tutti, mentre una minoranza addirittura si attribuisce un numero di omicidi superiore a quelli realmente effettuati;

  6. comportamento al processo.

    La maggior parte degli assassini seriali non si pente, rimane freddo, distaccato o manifesta atteggiamenti arroganti. Soltanto il 2% chiede perdono e il 14% dichiara che, se e quando tornerà in libertà, ricomincerà ad uccidere.

Musci, Scarso e Tavella, scremando l'esteso bacino degli omicidi volontari di autore ignoto, sono pervenuti a definire "l'area della probabilità". (2) Questa categoria deve essere intesa come "l'insieme dei delitti impuniti a carattere mostruoso" rilevati a livello nazionale che, in base ad analogie, similitudini, connessioni reciproche, può essere scomposta in serie omicidiarie omogenee. Ogni serie, che comprende omicidi accaduti in una stessa zona o in zone limitrofe, costituisce uno specifico oggetto analitico da sottoporre ad osservazione. Sul piano operativo, lo sviluppo di questa ricerca è avvenuto in base al seguente schema:

  1. censimento dei delitti impuniti a livello nazionale
  2. selezione di omicidi con carattere di mostruosità e privi di un movente apparente
  3. enucleazione delle serie omicidiarie omogenee
  4. analisi delle singole serie e valutazione del "tasso di probabilità serial killer" ("fattore SK") per ciascuna di esse
  5. elaborazione dell'identikit o del profilo psicologico del probabile serial killer.

A conclusione di questa analisi, gli autori in questione parlano di "Piemonte zona a rischio", considerando soprattutto la tipologia delle vittime e la frequenza temporale degli omicidi. Dal 1988 al 1996, diverse serie delittuose con prostitute in qualità di vittime hanno avuto origine e sviluppo, intrecciandosi tra loro fino quasi a confondersi ed interessare vaste zone della regione. Considerando la distribuzione dei cadaveri, risulta che gli assassini hanno agito in buona parte lungo l'asse Torino-Alessandria. Anche altre provincie risultano interessate tant'è che si parla di "quadrilatero della morte", che occuperebbe il cuore del Piemonte (Torino-Ivrea-Novara-Alessandria), per indicare lo spazio operativo dei serial killer.

L'omicidio seriale in Italia viene commesso soprattutto da "predatori solitari", similmente a quanto avviene negli altri paesi industrializzati. A differenza, però, di quanto avviene nel resto del mondo e, soprattutto negli Stati Uniti, gli assassini seriali italiani agiscono soprattutto in provincia e nelle piccole città. Nella maggior parte dei casi, le vittime sono donne e, subito dopo, la categoria vittimologica più presente è quella dei bambini ed anche qui si conferma la tendenza generale dell'omicidio seriale. Nove casi presentano una vittimologia mista e ciò è indicativo del fatto che per l'assassino è prioritaria l'azione omicidiaria, mentre la vittima è scelta in base all'opportunità. In due casi (De Martino e Businelli), abbiamo degli infermieri che uccidono dei pazienti anziani in ospedale. Singolare il caso di Antonio Cianci, un ragazzo che uccide esclusivamente dei carabinieri. Gli omicidi seriali di prostitute sono tra i più comuni anche in Italia e, soltanto nel 1995, sono stati catturati tre assassini seriali uccisori di prostitute, Matteucci, Stevanin, Schrott.

I serial killer italiani non presentano particolarità che li differenziano da quelli degli altri paesi. Si nota in tutti la "sindrome dell'alienazione", i problemi di relazione con il prossimo, la difficoltà ad inserirsi nel mondo reale, la predominanza delle fantasie.

In alcuni casi, le donne uccise sono le mogli, le amanti o, comunque, le donne con le quali l'assassino seriale ha un rapporto sentimentale, e, in questi casi, abbiamo la cosiddetta "sindrome di Barbablù". Un dato interessante da notare sull'omicidio seriale in Italia è che sono rarissimi i casi di donne serial killer e l'unico caso storico è quello che ha visto coinvolta la Cianciulli, anche se in generale va notato che, quello dell'omicidio seriale commesso da donne, è un fenomeno soprattutto americano.

I casi di omicidio seriale in coppia sono pochi e sicuramente quello che ha visto coinvolti Wolfgang Abel e Mario Furlan è il più interessante. Firmandosi "Ludwig", commettono una serie di omicidi che hanno come obiettivi dichiarati quelli che per loro sono i "rifiuti della società", omosessuali, prostitute, vagabondi. Il motore della coppia era Abel, che credeva ciecamente nelle virtù del nazismo; entrambi professavano la religione della "razza pura" e, dopo ogni omicidio, inviavano dei volantini di rivendicazione. Del tutto anomalo anche il gruppo composto da sei carabinieri e noto come la "banda della uno bianca" che, in sette anni, ha ucciso ventiquattro persone, ferendone centodue. Si tratta di un gruppo criminale dedito alle rapine, però, a volte, gli omicidi appaiono del tutto immotivati, eseguiti soltanto per soddisfare un sadico piacere personale: in questo senso rientrano pienamente nella logica dell'omicidio seriale.

In generale, gli assassini seriali italiani sembrano manifestare un complesso di perversioni meno estremo rispetto ai loro corrispettivi di paesi come gli Stati Uniti e l'ex Unione Sovietica, dove, ad esempio, i casi di cannibalismo legati all'omicidio seriale sono molteplici.

1. Gianfranco Stevanin: il "mostro di Terrazzo"

Il primo caso analizzato riguarda appunto Gianfranco Stevanin, l'agricoltore di Terrazzo (Verona), uno dei serial killer che ha destato maggiormente l'attenzione dell'opinione pubblica e che sembra uscire direttamente da un serial killer dell'F.B.I.

Partendo dall'arresto e dallo svolgimento dei fatti, passando attraverso le tappe fondamentali della vita di questo assassino seriale, verranno ripercorse tutte le vicende giudiziarie che hanno portato poi alla condanna definitiva all'ergastolo sancita dalla Corte di Cassazione.

1.1. L'arresto, le indagini, il rinvio a giudizio

Il "caso Stevanin" nasce a Vicenza la sera del 16 novembre 1994: l'agricoltore di Terrazzo viene arrestato al casello di Vicenza Ovest, dopo che una prostituta austriaca, Gabriele Musger, si lancia dalla Lancia Dedra Blu, targata VE A28260, di proprietà dello Stevanin, dirigendosi verso una volante della polizia, che si trovava nei pressi del casello chiedendo aiuto. Gli agenti identificavano l'uomo in Stevanin Gianfranco e procedevano alla perquisizione del veicolo, rinvenendo e sequestrando una pistola giocattolo priva di tappo rosso.

La donna, in sede di denuncia, rendeva dichiarazioni accusatorie nei confronti dello Stevanin, raccontava di essere stata avvicinata dall'uomo, mentre era in attesa di clienti, il quale le domandava il prezzo per poter scattare delle fotografie. Pattuito questo per un milione di lire, specificato che non voleva farsi ritrarre il viso, saliva in auto per dirigersi verso l'abitazione del cliente. La Musger ha raccontato per ore cosa era successo in quell'abitazione: rapporti violenti, giochi erotici, foto porno. Agli agenti ha anche spiegato di aver cercato di fuggire dalla finestra del bagno, in cui era chiusa, ma il tentativo era fallito proprio per l'intervento violento di Stevanin, che aveva forzato la porta.

Ma era nel momento in cui la donna si rifiutava di farsi legare nuda al tavolo, di schiena, con una benda sugli occhi per ulteriori fotografie, che Stevanin, infuriato, la minacciava con una pistola ed un taglierino. Allora la prostituta gli offriva 25 milioni di lire per esser lasciata andare e lui le spiegava che erano pochi per il tipo di foto scattate, quindi la costringeva a salire in camera da letto, obbligandola ad avere un altro rapporto sessuale, ma assicurandole che, dopo, l'avrebbe accompagnata a casa per farsi dare i soldi. Così faceva, subito dopo, e, al vicino casello, la donna notava la pattuglia di Polizia, che provvedeva a bloccare Stevanin. La Musger dichiara immediatamente di voler denunciare il cliente per la violenza subita.

Immediatamente iniziano le perquisizioni nelle case dell'agricoltore, la villetta di via Torrano 41 ed il vecchio casolare di via Brazzetto, nelle quali gli investigatori sequestrano centinaia di riviste e fotografie pornografiche e peli pubici. Ma sequestrano, soprattutto, i documenti di due donne, Biljana Pavlovic, cameriera serba di 25 anni, residente ad Arzignano (Vicenza), della quale non si hanno notizie dall'agosto del 1994, e di Claudia Pulejo, 29 anni, tossicodipendente di Legnano (Verona) scomparsa il 15 gennaio dello stesso anno. Mentre gli inquirenti avviano le indagini sui probabili rapporti tra le scomparse e Stevanin, questi viene condannato a tre anni per la violenza sessuale subita dalla Musger, per sequestro di persona e di tentata estorsione di 25 milioni, ritenuto il reato più grave perché commesso con l'uso di un'arma. Nella motivazione della sentenza (3), si specifica che non assume alcun rilievo in senso contrario il fatto che i referti medici non abbiano riscontrato segni di violenza sul corpo della stessa, giacché, secondo il disposto dell'ex art. 519 del codice penale (abrogato dalla legge 66/1996, ora art. 609 bis), la violenza sessuale può essere realizzata anche con il ricorso alla semplice minaccia.

Intanto, all'ospedale di Borgo Trento, muore il padre di Stevanin, a causa di un cancro polmonare; è la madre a portargli la notizia in carcere. Nel frattempo continuano le perquisizioni della polizia, bloccata dal passaggio burocratico degli atti da Vicenza, dove è avvenuto l'arresto, a Verona, nel cui territorio è avvenuto lo stupro e dove, quindi, è radicata la competenza del caso giudiziario. Vengono trovate lettere indirizzate a fidanzate e compagne di giochi erotici, schede di ragazze con indicate misure e prestazioni, riviste pornografiche mescolate a santini di Padre Pio. Tra queste c'è anche la scheda di Claudia Pulejo, una tossicomane scomparsa.

Il 3 Luglio 1995, a Terrazzo, a poco distanza dalla casa di Stevanin, un agricoltore trova in un fosso, in disuso da tempo, un sacco contenente un cadavere, che il medico legale, il Dottor Zanardi, stabilisce essere umano. Il fato o la Provvidenza, per chi è cristiano, ha fatto scoprire da una possibile scarcerazione il primo dei cadaveri di cui Gianfranco Stevanin, oltre un anno dopo, ammetterà di essersi sbarazzato. (4) Le indagini, a questo punto, vengono condotte dai carabinieri, che per primi sono intervenuti sul luogo del ritrovamento, e da un nuovo magistrato, Maria Grazia Omboni: tre giorni dopo, Stevanin, indagato per omicidio volontario ed occultamento di cadavere, viene trasferito nel carcere di massima sicurezza di Montorio, e a Terrazzo arrivano le ruspe.

12 Novembre 1995. Viene trovato il cadavere di una giovane donna, piegato in due, avvolto in un ampio telone blu del tipo usato in agricoltura, ad un'ottantina di centimetri di profondità. A differenza di quello ritrovato il 3 Luglio, questa volta il ritrovamento non è casuale e, soprattutto, non è in un luogo qualsiasi. Il cadavere (che dopo le prove del Dna e la ricostruzione dei lineamenti del volto risulterà essere quello di Biljana Pavlovic) era stato sotterrato in un podere della famiglia di Gianfranco Stevanin. (5)

1 Dicembre 1995: viene disseppellito un terzo cadavere, anche questo avvolto in un bozzolo di pellicola trasparente; si tratta di Claudia Pulejo. Diventano così sempre più inquietanti i risvolti della vicenda, che inizialmente sembrava solo uno stupro ai danni di una prostituta, la Musger, che ha fatto arrestare Stevanin per violenza carnale, dando il via all'indagine sulla storia di un'ossessione, quella del "mostro di Terrazzo".

Dicembre 1995-Giugno 1996. Inizia la battaglia di nervi tra la Omboni e Stevanin: dalle foto sequestrate si scopre che vi sono riprese almeno altre due vittime. Stevanin, pertanto, viene accusato della sparizione della prostituta austriaca Roswita Adlassnig e della morte di una donna, mai identificata, ritratta, apparentemente priva di vita, in una pratica erotica estrema; ed ancora, si indaga per la morte di una ragazza dell'est, il cui corpo era stato recuperato nell'Adige a Piacenza d'Este (Padova). Gli omicidi contestati a Stevanin diventano cinque: tre con cadavere ritrovato, due solo supposti.

Intanto il Giudice per le indagini preliminari, Carmine Pagliuca affida la perizia psichiatrica a due periti, due esperti di serial killer: Ugo Fornari, professore di psicopatologia forense presso l'Università di Torino, e Ivan Galliani, ordinario di criminologia presso l'Università di Modena; si affiancano a loro due periti di parte Mario Marigo e Giovani Battista Traverso; ed infine Marco Lagazzi, consulente per il P.M. Continua, nel frattempo, il serrato interrogatorio del pubblico ministero Omboni: Stevanin nega di essere la causa della morte di quelle donne, ma inizia ad avere dei flash di memoria e riferisce di come si sia sbarazzato dei corpi. L'agricoltore spiega che i suoi avvocati (Dal Maso e Acebbi), insistendo con le domande, cercano di fargli rivivere il passato e qualcosa gli ritorna in mente, ma, racconta, "è come se fosse un ricordo che io sogno", quindi spiega meglio, "cioè può essere una cosa che io avevo vissuto realmente ma che avevo cancellato". (6)

19 Luglio-23 Agosto 1996. A modo suo, Stevanin "confessa" quattro delitti: quattro ragazze gli sono morte tra le braccia, tre durante rapporti sessuali spinti all'estremo, una, la Pulejo, per overdose da eroina. Ci sono voluti tre interrogatori per delineare meglio la vicenda della terza vittima (una studentessa universitaria, conosciuta a Verona ed incontrata tre o quattro volte; la prima parte la racconta il 23 giugno, come un sogno fin troppo lucido e ricco di dettagli macabri; la seconda il 23 agosto, il giorno del crollo, quando il sogno diventa realtà; la terza il 20 settembre prima del sopralluogo sul fiume). Oltre a ciò, Stevanin racconta, sotto forma di deduzioni o presunzioni, di aver sezionato il cadavere al fine di occultarlo, di aver tagliato prima gli arti, le gambe, poi le braccia, ricavando due pezzi per ogni arto, che la ragazza era abbastanza giovane con dei lunghi capelli biondi. Ricorda anche di aver vomitato una volta durante il sezionamento, di aver visto molto sangue; egli sostiene che "il ricordo più forte che ho è appunto del sangue". Afferma di avere come dei flash in cui si trova di notte sulla sponda di un ampio canale, in due punti, dove avrebbe potuto gettare i cadaveri. Sostiene di non aver alcun ricordo del volto ("è come se io vedessi un volto sfocato al massimo"); riferisce, poi, di un secondo momento, di aver rinvenuto nella stanza della cascina un rotolo avvolto nel nylon trasparente, che lasciava trasparire al suo interno una massa scura, che "poteva essere di una pecora, ma anche il corpo di una persona piegata in due", ma più volte ribadisce che "quello probabilmente era una corpo umano, sono io che vorrei che fosse qualcos'altro". (7)

Settembre 1996. Vengono sequestrate cinque lettere, con minacce di morte, inviate alla giornalista Alessandra Vaccari dal detenuto Giuliano Baratella. Si tratta di lettere scritte da Stevanin e fatte copiare dal compagno di detenzione, in cui Baratella si autoaccusa di essere il colpevole dei delitti "ingiustamente" attribuiti all'indagato. Relativamente alle domande fatte dal P.M. sull'argomento, Stevanin dichiara di avvalersi della facoltà di non rispondere. Intanto (24 Settembre 1996), viene ritrovato un altro cadavere; si tratta di una giovane donna sconosciuta, trovata priva di capelli e in avanzato stato di decomposizione lungo le rive dell'Adige.

Ottobre 1996. I periti Fornari, Galliani e Lagazzi dichiarano Stevanin processabile.

5 Novembre 1996. Il P.M. Omboni chiede il rinvio a giudizio per omicidio volontario e premeditato di Claudia Pulejo e Biljana Pavlovic. All'udienza preliminare, i parenti delle vittime si costituiscono parte civile; non c'è il rito abbreviato, perché sono state contestate molte aggravanti da ergastolo: oltre alla premeditazione, l'assassinio durante la violenza sessuale, la crudeltà, i motivi abietti, l'aver approfittato di vittime rese inermi; per l'occultamento di cadavere, sono indagate altre persone, tra cui la madre, ma per loro si procede separatamente. Il Gip, Carmine Pagliuca, accoglie la richiesta di rinvio a giudizio per duplice omicidio volontario, premeditato e con le aggravanti della violenza sessuale. Su Stevanin, sospettato di essere un sadico serial killer, sono ufficialmente aperte altre cinque inchieste per omicidio.

6 Ottobre 1997. Questa è la data in cui Gianfranco Stevanin comparirà davanti ai giudici della Corte d'Assise.

1.2. La storia della sua vita

I dati a nostra disposizione sono quelli raccolti dalla sua viva voce durante i numerosi colloqui che i periti, Fornari e Galliani, hanno avuto con lui presso il carcere di Verona Montorio: Stevanin, a quanto riferiscono i periti, a parlato il maniera spontanea, sciolta, cercando di fornire loro tutti i chiarimenti che gli venivano richiesti. Gli elementi riguardanti la vita di Stevanin dedotti da altri ambiti sono indicati in nota.

Anamnesi familiare. Il padre Giuseppe è deceduto il 17 novembre del 1994, per cancro polmonare all'età di settantadue anni, due giorni dopo l'arresto del figlio. L'agricoltore racconta di aver sofferto molto per la sua malattia. Aggiunge di avere un ottimo ricordo di lui: "c'era un rapporto più da amici che da padre e figlio, ci si intendeva molto bene con papà, specie nel campo del lavoro". La madre Noemi Miola, è una donna vivente e sofferente di artrosi, vive con una sorella; Stevanin dichiara, in un primo momento di avere un buon rapporto con lei, "anche se non è così aperto come tra un genitore e un figlio". Afferma esplicitamente, di appartenere ad una famiglia economicamente agiata, ma ricorda di essere cresciuto in un ambiente anche troppo protettivo: "i miei, forse per iperprotettività, intervenivano sempre; in poche parole, se volevo fare qualcosa senza sottostare al loro occhio inquisitore, dovevo tenerla nascosta". Poi, aggiunge che tutto questo gli dava fastidio all'inizio, perché i suoi non lo consideravano un adulto in proporzione all'età che aveva; dopo però, ha iniziato a decidere con la sua testa e diceva loro solo l'indispensabile.

Anamnesi personale. Gianfranco Stevanin nasce a Montagnana (Padova), il 2/10/1960; i primi quattro anni della sua vita li trascorre in campagna; proviene da una famiglia di agricoltori, ma era il padre, come egli ammette, che si occupava di uccidere le bestie per mangiarle, in quanto a lui dava fastidio uccidere galline o vacche.

Infanzia. A 4-5 anni viene messo in collegio, in quanto la madre ha problemi con la gravidanza (poi sfociata in un aborto); quando ritorna in famiglia, frequenta regolarmente le scuole elementari del paese, ma, dice "tra la seconda e la terza classe, usando un attrezzo agricolo, caddi e picchiai la testa sul timone di questo; rischiai grosso ma me la cavai con 3-4 punti di sutura. Questo fatto è importante perché i miei, per evitare che mi cacciassi in situazioni di rischio, mi affidarono ad un istituto di suore. Da quel momento mi venne a mancare la presenza di figure importanti ed è per questo che iniziai a far affidamento solo su me stesso". (8) Questa situazione richiama alla mente quella che Mazer chiama "famiglia problematica" (vedi cap. 2, par.1.1), in cui la famiglia, pur se spezzata, sussiste ancora e vi è mancanza di continuità nello svolgimento dei ruoli. Nel collegio rimane per tutte le scuole medie e per il primo anno delle superiori; di queste ha un ricordo neutrale, anche se, spiega, si è ambientato bene col tempo. Tornato a casa, continua gli studi presso la scuola statale di Legnano, ma deve interromperla a causa di un incidente stradale.

L'incidente stradale. Il 21 novembre 1976, a seguito di un incidente stradale con la moto, picchia violentemente il capo e riporta una frattura frontale ed un grave trauma cranico; dopo un mese, viene sottoposto ad un intervento di "plastica del pavimento della fossa cranica anteriore destra e ricostruzione del margine orbitario". (9) Le conseguenze furono gravi: lesione bilaterale dei lobi frontali e delle vie nervose collegate al sistema limbico; l'atrofia successiva ha provocato un focolaio epilettico. Il grave danno neurologico, come egli racconta, ha indotto numerosi cambiamenti nella vita, nella sfera sessuale, nei comportamenti, nei rapporti con le persone. Un lento ma evidente mutamento del carattere osservato da tutti: parenti, amici, fidanzata.

Lo stesso Stevanin dice che quel volo dalla motocicletta gli ha stravolto l'esistenza: "dopo il trauma sono cambiato, ho dovuto cambiare. Tornato dall'ospedale, mi sono trovato senza amici, senza compagnie. Non potevo neanche fare il motocross, il mio sport preferito. Rispetto a prima ero diventato più tranquillo, misuravo sia le parole che i fatti. Mia madre, a quell'epoca, è diventata ancor più iperprotettiva, ero sempre sotto una cappa". Come detto, dopo le dimissioni dall'ospedale, iniziano le crisi epilettiche e, in seguito, Stevanin fu costretto a lasciare la scuola perché "non riuscivo più a rimanere concentrato a lungo ed avevo forti emicranie". (10)

Precedenti giudiziari. Risulta che Stevanin sia stato processato e condannato per reati commessi tra il 1978 ed il 1979; simulazione di reato ("ho fatto finta di essere stato rapito, telefonavo a casa fingendo di essere il rapinatore e chiedevo il riscatto"); violenza privata ("ho fatto finta di avere una pistola in tasca e ho chiesto ad una ragazza di venire con me ad una fiera lì vicina"); rapina ("sempre fingendo di avere un'arma, ho chiesto ad una donna di darmi una spilla attaccata al bavero"). Nel marzo del 1983 è responsabile di un incidente stradale in cui muore una donna e viene condannato per omicidio colposo; qui emerge ancora il carattere iperprotettivo della madre che lo rassicura: "non ti preoccupare, ti comprerò una macchina nuova". Infine, nel luglio del 1989, sequestra e violenta Maria Luisa Mezzari, prostituta di Verona; dopo nove anni, Stevanin viene riconosciuto colpevole anche di questo reato.

I rapporti con i coetanei. Ammette, quantomeno fino all'incidente stradale, di aver sempre avuto molti amici, non aveva difficoltà a farsene; i primi ricordi risalgono ai compagni del collegio: "quando scappavamo dal collegio, avevamo una sensazione di libertà".

La sessualità. "La mia sessualità è un po' complicata"; esordisce così e racconta di averla scoperta intorno ai dodici anni; a tredici anni ha avuto due rapporti con una ragazza di 24-25 anni, sposata, "lei mi ha usato e non mi è dispiaciuto, in questo modo ho conosciuto il sesso in prima persona". I suoi genitori erano molto religiosi, perciò ha avuto un'educazione molto rigida; a quattordici anni gli avevano regalato un libretto sulla sessualità, ma apertamente in casa non se ne è mai parlato; da solo, sostiene, ha, però, appreso informazioni utili e corrette da alcune "buone letture sulla sessualità, non porno, ma educazione sessuale vera e propria". I libri, ammette, li leggeva in biblioteca, le riviste porno a casa; sua madre ha fatto delle scenate, poi le acque si sono calmate; in quel periodo, sostiene, "giravano in casa mia foto che facevo di donne nude, prima ci furono battibecchi con mia madre, poi più niente". Andava a confessarsi, "però cercavo di fare andare alla svelta la confessione in quel punto"; il sesso in se stesso, Stevanin, non lo considerava peccato, visto che si trattava di qualcosa che completava la relazione affettiva tra due persone.

In uno dei primi colloqui con i periti, dice che dopo il rapporto si sentiva come un dio, come se avesse riportato una grande vittoria, ma in quelli successivi nega di averlo mai detto; e precisa "mi sentivo piacevolmente disteso e, assieme alla mia partner, vivevo momenti di meraviglioso oblio, in cui problemi e preoccupazioni sparivano". Nega di aver mai avuto rapporti omosessuali, anche se non li condanna, né rapporti violenti: "le uniche cose che non sopporto (riguardo al sesso) sono la violenza, l'egoismo e quanto legato alla psicopatologia". Quando i periti gli chiedono di dare un valore alla sessualità, lui risponde: "sinceramente, non mi sento di valutarla senza considerare il sentimento; assieme al sentimento vale un buon 50%, forse qualcosa di più; per me, la sessualità insieme al sentimento è molto forte, è una cosa quasi indispensabile". Ammette che le esperienze di sesso estremo sono incominciate nel 1993, quando ha avuto l'occasione di prenderne conoscenza su alcuni libri. Quando i periti gli chiedono quale sia il suo concetto di perversione, egli afferma: "per me la perversione inizia quando, per avere piacere o per trarre piacere si debba dare dolore", quindi, per lui, sadismo e costrizione psichica sono considerate "tecniche raffinate". Gli incontri fatti sul marciapiede, dice, "si possono contare sulle dita di una mano, le ragazze le incontravo per strada, alcune erano prostitute ma io non lo sapevo". Fino a 18 anni dice di aver cercato solo il sesso fine a se stesso, poi si è interessato al sentimento, che alla fine ha prevalso, fino a che non è diventato fondamentale con Maria Amelia.

La relazione più significativa. Il rapporto più lungo è stato tra i 20 ed i 25 anni (1980-'85), con una sua coetanea, Maria Amelia; "è stato il rapporto più importante in assoluto, c'era l'amore, quello con la A maiuscola". Ammette di aver fatto dei progetti di vita insieme a lei, ma il matrimonio era molto lontano; poi, quando la ragazza si è ammalata, i genitori gli hanno sconsigliato di continuare a frequentarla, i rapporti con i suoi cominciano a deteriorarsi e, quindi, decidono di lasciarsi. Stevanin sostiene che "finì per colpa dei miei genitori. Hanno fatto di tutto perché la lasciassi. Forse per iperprotettività, intervenivano sempre; non mi consideravano un adulto". (11) Quando lui ritorna a cercarla, lei si è rifatta una vita sentimentale e Stevanin ne soffre molto. Confessa ai periti: "dopo quella donna, ho avuto altri rapporti sentimentali, che si sono sempre interrotti, perché io cercavo la sua sosia e non la trovavo; prima, la mia, era una solitudine piena, poi è diventata una solitudine vuota". (12) Dopo la fine della storia con Amelia, nel 1985, sono diventati frequenti i rapporti di una notte: il sesso è aumentato, ma in Stevanin è aumentata anche l'insoddisfazione di fronte a prestazioni erotiche fini a se stesse; "l'affetto è rimasto legato ad Amelia, il sesso, un po' per volta, se ne andato per la sua strada".

Le fantasie. Stevanin sostiene che le sua fantasie sono sempre state fervide: fino ai diciotto anni sono rimaste tali; dopo sono diventate realtà, ma "passando a realtà, si esaurivano nel comportamento; la miglior cosa per le fantasie sarebbe che rimanessero tali, una volta messe in atto non erano più fantasie; diventate realtà non mi eccitavano più". Importante è un episodio avvenuto nel novembre 1994, quando incomincia a cercare donne per strada; l'ultima quando è di ritorno dall'ospedale dove è ricoverato il padre morente; quella sera avviene, probabilmente, la giunzione tra sesso e morte; la fantasia di morte del padre si congiunge perversamente con quella del sesso a pagamento.

1.3. Il materiale sequestrato nell'abitazione di Stevanin

Durante le perquisizioni nella casa di Stevanin, i carabinieri rinvengono del materiale che viene messo sotto sequestro: (13) un taglierino, due pistole giocattolo, indumenti intimi, capi d'abbigliamento femminile, borsette da donna ed i documenti di cinque ragazze. Poi ancora, circa 150 contenitori di foto, per un totale di oltre settemila fotografie, negativi non ancora sviluppati, decine di videocassette porno, una capigliatura bionda, contenitori con peli pubici; inoltre, giornali pornografici, lettere ad amanti e fidanzate, santini ed immagini di libri sacri, riviste, romanzi, enciclopedie di medicina, atlanti di anatomia, volumi sull'uso della macchina fotografica e, infine, le famose "schede" sulle prestazioni di alcune donne.

Relativamente ai capelli ed ai peli, Stevanin, in un primo momento, informa che sono di tre o quattro donne, successivamente dice di averne rasate parecchie, non ricorda però il numero preciso: "provavo piacere a vedere una ragazza adulta come una ragazzina; mi piaceva sentire la pelle liscia, senza peli". Per quanto riguarda i capelli, continua a spiegare di non ricordare, ma in seguito precisa: "io tenevo i peli pubici e i capelli perché pensavo di farmi l'imbottitura di un piccolo cuscino; già c'erano i peli pubici, mi sono detto: perché non mettere anche dei capelli?". (14)

I Libri. Dei libri sequestrati molti erano a carattere erotico o sadico. Al di là dei temi, i periti spiegano che colpisce il fatto la maggioranza di questi si collocano, come anni di pubblicazione, tra il 1985 ed il 1989, quasi a testimoniare, come l'interesse per questioni inerenti la sessualità si fosse concentrato in quell'arco temporale, per poi scemare nettamente. Ma è lo stesso Stevanin a precisare, di fronte al dubbio dei periti, che "semplicemente, non hanno trovato quelli di prima; ce n'erano molti di più che poi ho eliminato, perché non avevano niente a che vedere con il sentimento applicato al sesso". (15) I consulenti delle parti processuali, successivamente, hanno preso visione di tutta la documentazione cartacea e fotografica, analizzandone approfonditamente il contenuto, ritenuto estremamente importante per la ricostruzione del profilo psicologico del periziando. Emerge chiaramente da essa che Stevanin leggeva e, poi, modificava quanto appreso, arricchendo e variando le tecniche erotiche sulla scorta di esperienze e fantasie personali; inoltre, il giovane di Terrazzo, copia alcune parti di libri e riviste, trascrivendoli in parte a mano, in parte a macchina, e spiegando egli stesso che "servivano per sé oppure per darli a persone che, in quel momento, lo interessavano". (16)

Particolarmente importante, secondo il periti, risulta essere il libro Facile da uccidere (17), per una parte del suo contenuto e, soprattutto, perché, in copertina, è raffigurata una donna bionda, seduta di spalle su di una sedia, nuda, legata con la tecnica del bondage (immobilizzazione), con appesa una macchina fotografica; a specifica domanda, Stevanin liquida la questione affermando di non aver ancora letto il libro. Si tratta di un romanzo di letteratura poliziesca, in cui si descrivono le ultime ore di vita di un serial killer, narrando, da un lato, il rapporto con la vittima tenuta sotto sequestro, dall'altro, la biografia del protagonista, interpretata in chiave psichiatrica. Particolarmente suggestivi risultano alcuni passi, se confrontati con la storia e le vicende di Stevanin; infatti, gli psichiatri hanno sottolineato, nella loro perizia, le analogie di comportamento tra il periziando e Douglas Jeffers, il protagonista del romanzo. I due esperti, Fornari e Galliani, sostengono che Stevanin, suggestionato dal romanzo, potrebbe aver voluto emulare, almeno in parte, le gesta del suo "eroe": un fotoreporter che ama fotografare le proprie vittime appena uccise, tra cui donne tagliate a pezzi, prostitute assassinate e sepolte nei terreni vicini alla casa dell'infanzia, donne legate e seviziate con il rasoio. Scrivono i periti nel loro commento: "se confrontato con quanto è noto della sessualità dello Stevanin, dei suoi hobbies, del suo modus operandi nell'approccio sessuale e nella successione degli omicidi, dei reperti rinvenuti nella sua auto e in casa e di come si è svolto l'episodio con la Musger, il libro appare estremamente suggestivo, tanto da poter far sorgere l'ipotesi che il personaggio del libro sia stato assunto come modello". (18)

In data 25 settembre 1996, Stevanin consegna ai periti un foglio scritto di proprio pugno e copiato da una rivista pornografica trovata in carcere. In questa pagina descrive "come mi riconosco": "elegante, raffinato, sempre con un accenno di quel buon profumo e perfettamente rasato. In lui e da lui ogni cosa è al suo posto, tutto in ordine. E sempre con quella piccola perversione: a lui la donna piace "nature", in minigonna, senza slip né collant e depilata. In questo modo, infatti, il piacere inizia quando esco dalla porta di casa e termina solo quando rientro in casa". (19) A questo punto Stevanin precisa che la pornografia non ha niente a che fare con l'oscenità. Secondo i periti, queste poche righe ritraggono Stevanin in un modo che coincide perfettamente con il profilo psicologico da loro effettuato.

Le Schede. Tra le altre cose, sono state sequestrate numerose "schede di fotomodelle", accompagnate da alcuni facsimile di scheda tipo, con molte voci inerenti alle misure del corpo delle ragazze. Recano tutte la voce "esperienze"; in seguito Stevanin precisa che la dizione indica "esperienze fotografiche": contengono generalità della modella, dati descrittivi quali misure corporee (altezza, peso, giro seno, fianchi, ecc.) e colore dei capelli, tipo di servizio fotografico per il quale la ragazza è disponibile.

Il serial killer rivela, inoltre, ai periti la sua intenzione di fare il fotografo e non più l'agricoltore. Ammette che le foto venivano fatte solo per suo piacere e che furono scattate in un arco temporale piuttosto ampio (1981-1994); tutte le ragazze che sono inserite nelle schede, sostiene di averle conosciute e che nessuna è inventata; viene, invece, appurato in seguito che solo alcune di quelle donne sono realmente esistenti. Allegati alle schede, vengono trovati dei fogli che inducono gli inquirenti a ritenere che la finalità di esse fosse legata all'intenzione di svolgere servizi fotografici pornografici ed avere delle credenziali da presentare ad eventuali clienti e nuove candidate. In alcune cartelle, sono presenti scritte che fanno riferimento allo Stevanin come fotografo (es. modella n.2: "unico fotografo, sviluppatore e stampatore della mie fotografie sarà Stevanin Gianfranco"). Fare qualche foto, diceva, lo aiutava a creare un clima di confidenza e di complicità; del resto Stevanin affermava che "le foto mi servono per ricordare o per fantasticare".

Le Lettere. Numerose missive trovate nell'abitazione dell'agricoltore sono indirizzate alla sua ex fidanzata e, ovviamente, l'argomento principale di esse è il sesso. In molte di queste egli cerca di convincere le ragazze a spingersi oltre quanto abbiano già sperimentato sul piano delle esperienze sessuali. Vi è anche un foglio in cui Stevanin scrive un pensiero al suo grande amore: "ti voglio tanto bene. Franco al suo amore, l'Amelia, l'anima gemella per l'eternità". (20) Poche sono le lettere che esulano dall'argomento sesso; in una di queste il serial killer parla di una ragazza che apprezza per la sua semplicità e sensibilità: "vedi, mi ha molto colpito di te la semplicità e la franchezza con le quali ti sei confidata con me; e, visto che le persone capaci di aprirsi e di fidarsi del prossimo sono poche, troppo poche, tu rientri in quella cerchia di persone con le quali vale veramente la pena aprirsi, donare il tutto per tutto, donare tutto se stesso". (21) Poi continua scrivendo: "e visto che quando posso aiutare qualcuno mi sento veramente realizzato, tu mi hai dato molto, non credi? Di questo non finirò mai di ringraziarti. Sono le persone come te che mi rendono felice. Felice di sentirmi utile, di fare qualcosa di utile, felice di vivere". (22)

1.4. Esame delle perizie

Sono state molte le volte che i periti hanno incontrato Gianfranco Stevanin, così come lo sono state le ore di colloquio; di conseguenza, lunghe e dettagliate sono state le relazioni psichiatrico-forensi sulle condizioni di mente del periziando, presentate durante l'incidente probatorio.

1.4.1. Le perizie d'ufficio

I periti d'ufficio, Ugo Fornari e Ivan Galliani, nominati dal Gip del tribunale di Verona, Carmine Pagliuca, hanno ricevuto l'incarico ben due volte, una in data 13 aprile 1996, l'altra in data 21 settembre dello stesso anno. I risultati dei test effettuati sono i seguenti: (23)

Al termine dei test, i periti commentano con Stevanin i profili ed i risultati di essi, affermando che è ben dotato intellettivamente, non emergono difetti di memoria, non ci sono dei grossi indici di dispersione; di fondo, non è una persona ansiosa e neppure depressa; risulta essere un soggetto sospettoso e cauto; emerge anche una certa aggressività, il bisogno di tenere tutto sotto controllo (elemento tipico dei serial killer) e l'incapacità di lasciarsi andare alle emozioni.

La madre. Durante i colloqui con i periti, Stevanin parla a lungo della madre, con la quale dice di aver avuto sempre un buonissimo rapporto. Spiega, però, di non essere mai riuscito ad avere una relazione duratura con le ragazze (fatta eccezione per Maria Amelia), perché lei si intrometteva sempre; afferma: "mia madre era peggio di uno 007, era praticamente impossibile depistarla, era peggio di un segugio, praticamente mi faceva dire quello che in realtà io le volevo tenere segreto". (24) Da un certo momento in poi, Stevanin esclude i suo genitori dalle sue storie personali facendo di testa sua; tutto questo rivela, secondo i periti una rapporto molto conflittuale ed oppositivo con la figura materna. Sua madre, comunque, ha avuto una grande importanza per lui, specie nei primi quattro anni della sua vita. Tanto che, alla fine, ammette che potrebbe aver influito molto l'allontanamento dalla famiglia e la chiusura in collegio, dove si sentiva oppresso e non amato; tutto questo lo ha fatto soffrire perché non è più stato oggetto delle cure e dell'attenzione della madre. Afferma, infatti, che "l'affetto della madre è un affetto unico; più nessuno nella vita dà quello che la madre ha dato ad ognuno di noi quando eravamo bambini; mia madre, senz'altro, mi dava tutto il possibile"; (25) questo è il suo convincimento, cioè che la madre fosse sempre dalla sua parte, nonostante l'avesse mandato in collegio ed avesse per questo motivo patito un senso d'abbandono. Infatti, quando scappa dall'istituto, ha il suo primo rapporto sessuale con una donna sposata, proprio perché in lei cerca, per i periti, più l'affetto che non la libertà e quella donna rappresenta per lui l'immagine materna.

Secondo Fornari e Galliani, la madre ha sempre considerato Gianfranco Stevanin come un bambino, non lo ha lasciato crescere; addirittura quando in un incidente provoca la morte di una persona, la madre lo tranquillizza e lui stesso disse che lei aggiunse: "ti comprerò una macchina nuova". È nell'infanzia, dicono i periti, che si è costruita una figura fonte inesauribile di gratificazioni, poi la frustrazione di un bisogno e la delusione di un'attesa gli può aver causato un trauma. Si ha "un involuzione del sentimento", fino al suo spegnimento, con la progressiva prevalenza dell'erotismo, fino al trionfo assoluto di questo. La constatazione: "la donna non mi può dare spontaneamente e disinteressatamente quello che mi dava mia madre", esprime la sua profonda delusione; quindi l'amore originario si è un po' per volta trasformato in odio per la donna, pur continuando a cercare nella figura femminile la fonte della gratificazione primaria; costatando però la vanità di questa ricerca, ripiega su condotte di compensazione.

La figura della donna. Dal quel momento in avanti, la donna non è stata più vissuta da lui come buona e tutte le esperienze che ha avuto hanno consolidato in lui quest'idea. A livello inconscio, spiegano i periti, Stevanin si è convinto che non sarebbe mai cresciuto, che non sarebbe mai stato in grado di stabilire una relazione paritaria con la donna e ciò per colpa della figura femminile stessa. Tutte le attese sono state deluse e Stevanin "chiude la partita degli affetti, perché convinto che le donne lo obbligassero a chiudere questa partita", (26) non perché egli non avesse il desiderio di dare affetto; si sente amareggiato perché le donne lo hanno "fregato pesantemente", iniziando dalla madre.

Secondo Fornari e Galliani, sacrificare l'affettività è stata la sua sconfitta; nel rapporto di coppia, egli si ritiene un perdente, un vinto e di questo ritiene responsabile la donna. Cercano di capire, i periti, cosa possa essere successo dentro di lui per arrivare ad uccidere quattro donne; ma egli stesso non sa spiegarlo; si cela dietro molti "non ricordo" e afferma che "la nostra memoria, nel decidere quali ricordi lasciare vivi e quali lasciar andare, opera una selezione. In base ad essa potrebbero mancare particolari importanti; è probabile che si cancellino i ricordi di poca importanza e quelli brutti". (27) Ha dei flash, rievoca qualcosa e "le uniche che seppellisce (la Pulejo e la Pavlovic), sono quelle che ricorda con affetto; delle altre due dice di non rammentare neanche il nome; del resto con queste ultime, non c'era legame alcuno"; (28) infine aggiunge che "se mi dicessero che ci sono altre vittime oltre a quelle quattro, non saprei cosa dire". Da queste risposte, spiegano i periti, non si riesce ad approfondire la psicodinamica dei suoi reati, né a comprendere appieno i suoi vissuti; il suo atteggiamento rimane bloccato e chiuso, non tradisce emozione alcuna.

L'attenzione di Stevanin, però, è altissima, è turbato, soprattutto vuol sapere se tutto il discorso fatto lo può portare al riconoscimento di una patologia che potrebbe averlo indotto a compiere i delitti; vuol sapere inoltre se e come interrompere questa potenziale patologia, sostiene infatti che "se gli argini posso metterli io, praticamente la pericolosità non ci sarebbe più". (29) Attraverso queste parole, affermano i periti, appare chiaro l'obiettivo perseguito da Stevanin e la sua strategia difensiva; del resto, dai colloqui effettuati non emergono sensi di colpa o rimorso verso le vittime ed i loro parenti.

I temi psicologici dominanti. Emergono alcuni elementi ricorrenti in molti momenti della sua vita, considerati dai periti di straordinaria importanza:

  1. l'abbandono, che non scatena soltanto la solitudine, ma spinge anche alla ricerca compulsiva di qualche forma di riempimento.
  2. il vuoto, che è "la negazione del sentimento"; Stevanin associa tristezza-solitudine-freddo; la mancanza totale di sentimento coincide, per lui, con la solitudine; "ho sentito la vera solitudine", ripete più volte, "soprattutto dopo la fine della storia con Amelia"; di contro, si collocano i vissuti legati all'amore e al sentimento, termini che associa a trasporto-amore-famiglia-fisicità-intimità.

I ricordi. Sono i periti, ma anche gli avvocati difensori che, in ogni incontro, sollecitano Stevanin a ricordare il più possibile dei momenti cruciali degli incontri con le vittime, quelli in cui è avvenuta la morte. Sono soltanto i racconti riguardo alla Pulejo e alla Pavlovic ad essere fluenti, proprio perché, come detto, sono quelle a cui Stevanin era in qualche modo legato; relativamente alle altre vicende le memorie sono bloccate, per queste ha dei flash; spiega che "non c'è una visione che mi porta da qui fino alla fine, vado spezzettato". Tutti i suoi ricordi, afferma di "riviverli come se rivivessi un sogno, non come di qualcosa che è veramente successo". (30) Ed è così che, nelle lunghe rievocazioni ricche di "presumo di ricordare", "potrebbe essere", "non ricordo", "pensandoci bene", racconta di aver fatto a pezzi i corpi di alcune ragazze e che a quelle reminiscenze collega due flash di zone vicine a dei canali, dove potrebbe aver buttato i corpi o parti di essi. Sottolinea che nessuno di questi ricordi gli fa pensare ad un omicidio, precisando, però, che "questo lo dico per la mia coscienza, non per voi"; anzi ammette di essere raccapricciato all'idea di aver fatto qualcosa del genere e non sa darsi una spiegazione di come possa essere arrivato a tanto.

Nonostante i numerosi inviti dei periti, al fine di rinunciare ai suoi "non ricordo" ed incoraggiandolo in un clima estremamente comprensivo, Stevanin afferma: "io continuerò a sforzarmi, anche se mi costa; indipendentemente da quello che mi costa, se per caso dovessi ricordare parlerò; non è mica simpatico dover ricordare cose simili". (31) Nessuna rassicurazione da parte di Fornari e Galliani, quindi, è riuscita a smuoverlo più di tanto; tutto questo, secondo i periti, indica la natura tutt'altro che psicogena delle sue amnesie; infatti, la caratteristica propria del suo modo di non ricordare documenta in maniera quanto mai chiara che egli può ricordare tutto perfettamente, altrimenti non gli sarebbe possibile, a tratti, ricordare in modo così dettagliato.

Considerazioni conclusive. In primo luogo, Fornari e Galliani, sottolineano che Stevanin si è sempre presentato ai numerosi incontri avuti presso il carcere di Verona Montorio; si è dimostrato lucido, cosciente, perfettamente orientato nel tempo, nello spazio, nei confronti della propria persona e della situazione di esame. Hanno valutato la modalità di esposizione, osservando che è completamente aderente alla realtà processuale e alle sue esigenze, nonostante non abbia seguito un filo logico nella ricostruzione degli eventi. Stevanin è apparso, come detto, molto dotato sul piano intellettivo, attento, preciso, pignolo fino all'eccesso; una coerente e costante freddezza ha accompagnato ogni suo dire.

Affermano i periti che "Stevanin ha invocato improvvisi black-out della coscienza e rievocazioni del tipo dream-state, per quello che riguarda gli eventi più vicini ai delitti"; ma il modo in cui ha ricordato i fatti "è assolutamente incompatibile con un disturbo dello stato di coscienza, quale il soggetto vorrebbe far intendere esser stato presente in lui". (32) Nel fornire le proprie ammissioni, aggiungono, è molto attento alle esigenze processuali, ma anche a quelle di "immagine", allo scopo di apparire agli altri come una persona dedita a pratiche di sesso estremo, ma non come un sadico o un violentatore; è evidente la precisa intenzionalità di "ammettere quanto non può più essere ragionevolmente negato". I comportamenti sessuali, pur rivestendo carattere di abnormità e di perversione, non possono assumere valore di malattia; quindi non acquisiscono rilevanza alcuna agli effetti della valutazione dell'imputabilità. Non corrisponde ad alcuna "entità clinica e/o psicopatologica l'atmosfera di sogno e di irrealtà in cui il periziando ha cercato di ammantare le prime ammissioni"; (33) è evidente che Stevanin ha utilizzato questa modalità espositiva in modo intenzionale: "accampa dei ricordi in forma di flash e delle lacune amnesiche che vengono poi facilmente recuperate con ricordi dettagliati dell'ambiente in cui si sono svolti i fatti, degli oggetti, dei comportamenti, di ciò che è avvenuto dopo" (34).

Quindi i periti sostengono con sicurezza che questi dati non sono assimilabili a quegli "stati crepuscolari" tipici della personalità multipla. Affermano, altresì, che la capacità di giudizio, di analisi, di critica, sono perfettamente conservate e che Stevanin presenta una "cronica incapacità di dire il vero, un'eccessiva fiducia nelle sue capacità ed abilità, un temerario piacere a sfidare gli altri, una consumata abilità a presentarsi come vittima-carnefice, un freddo controllo della situazione peritale, una struttura narcisistica ed egodistonica, un mal dissimulato disprezzo per la donna". (35) Questi tratti sadici, perversi e narcisistici sono comuni alla maggioranza degli assassini seriali, per cui possiamo considerare Stevanin un serial killer tipico.

"In questi soggetti", continuano i periti, "il deterioramento dell'esperienza affettiva è espresso nella loro insofferenza per qualsiasi accrescimento di angoscia; nella loro incapacità di deprimersi provando un dolore che riguarda la loro persona; nella loro impossibilità di innamorarsi e di provare tenerezza nelle relazioni sessuali". (36)

In conclusione, dal complesso delle loro indagini, dalle cartelle cliniche analizzate, dalla condotta avuta, Fornari e Galliani affermano che, al momento dei fatti per i quali è sotto processo, Gianfranco Stevanin non era affetto da alcuna infermità tale da costituire vizio parziale o totale di mente.

1.4.2. Le perizie dell'accusa

Lo psichiatra Marco Lagazzi ha partecipato, in qualità di consulente del pubblico ministero Maria Grazia Omboni, alle operazioni peritali condotte dai periti Fornari e Galliani sulla persona di Gianfranco Stevanin ed ha ritenuto necessario trarre alcune osservazioni di carattere clinico e psichiatrico-forense, riguardanti i seguenti aspetti della condizione clinica e comportamentale del periziando:

  1. la definitiva valutazione circa la sussistenza o meno di patologie somatiche, neurologiche o psichiatriche, in atto al momento dei fatti.
  2. lo studio del comportamento del periziando nella vicenda processuale e peritale.
  3. la coerenza tra la personalità del periziando, messa in luce dalle protratte indagini peritali, e le caratteristiche proprie dei serial killer.
  1. In merito al primo aspetto, Lagazzi ha rilevato che, come documentato dalla sua stessa storia clinica e dal diario clinico della casa circondariale, Stevanin "non risulta essere affetto da nessuna patologia somatica o psichiatrica di rilievo". (37) Al contrario risulta, sempre secondo Lagazzi, che il periziando ha mantenuto sempre una costante vita sociale e di relazione; la stessa meticolosità del soggetto nella descrizione delle pratiche sessuali, la capacità di ricordarne la frequenza, la durata delle stesse, consente di chiarire come, in ogni momento delle sue attività, Stevanin sia stato "pienamente edotto di quanto faceva" e come "conservi un adeguato ricordo di quanto vissuto e realizzato". (38) Per quanto riguarda il tema dei "non ricordo", attraverso i quali Stevanin ha articolato il suo dialogo con i periti, il consulente dell'accusa sostiene che essi non corrispondano ad alcuna possibile manifestazione amnesica di carattere psicopatologico o deficitario. Oltre a ciò, rileva che non risulta documentato alcun ricovero ospedaliero in ambito psichiatrico, mentre risulta allegato solamente un trattamento psicologico, limitato nel tempo, risalente a molti anni addietro (a causa del trauma cranico riportato nell'incidente stradale del 1976). Quindi, Lagazzi, esclude con certezza ogni possibile dubbio circa la piena imputabilità del periziando.
  2. Circa questo aspetto delle indagini peritali e della situazione processuale, Lagazzi è perfettamente d'accordo con i suoi colleghi Fornari e Galliani, in particolare sul mantenimento del contatto con la realtà da parte di Stevanin. Afferma, infatti, che il periziando, in ogni momento delle indagini, ha sempre mostrato una costante attenzione per gli elementi che emergevano, un'eccezionale capacità di concentrazione e di gestione del dialogo; in questo modo esprime un'immagine di sé coerente con i suoi fini e con la sua strategia difensiva. Lagazzi nota, inoltre, un'attenta consapevolezza delle notizie che emergevano attraverso la stampa ed una meticolosità nel proporre un'immagine di sé il più possibile positiva. Il perito definisce Gianfranco Stevanin "ben agganciato alla realtà", quindi del tutto adeguato rispetto all'esercizio dei propri diritti difensivi.
  3. Anche Lagazzi, come i periti nominati dalla Corte, è d'accordo nel sostenere la piena coerenza tra le caratteristiche di Stevanin e quelle proprie della maggioranza dei serial killer descritti nella letteratura e nella cronaca. Particolarmente importante, a questo proposito, è "l'eccessiva fiducia nelle sue capacità e quel temerario piacere di sfidare gli altri". (39) Proprio questo, infatti, è uno degli elementi tipici degli assassini seriali; la tesi della difesa, invece, è che questo è un sintomo di una ridotta capacità di intendere e di volere. Secondo Lagazzi, se questa teoria venisse accolta, nessun autore di omicidi premeditati potrebbe sottostare a processo. Come abbiamo analizzato in precedenza, ognuno di questi assassini ritiene di essere più capace degli inquirenti e di farla franca; spesso, accade che sia proprio lo stesso assassino seriale a decidere la propria strategia difensiva, anche al di là dei suggerimenti dei propri difensori; proprio perché è convinto di saper gestire meglio il complesso gioco di menzogne, ammissioni e verità che intende proporre agli investigatori.

    In alcuni serial killer, spiega Lagazzi, questa tendenza a rifiutare la delega a terzi della propria difesa è molto evidente. Quindi non condivide, anzi considera addirittura fantasioso, voler qualificare questa scelta oggettiva come una "automatica diminuente della capacità processuale del periziando", come, invece, sostengono i consulenti della difesa.

Il perito del P.M. termina la sua relazione affermando che "nulla consente di identificare in Gianfranco Stevanin un minus habens, ma, al contrario, è un individuo la cui personalità e le cui risorse sono del tutto compatibili con i molti delitti realizzati e con l'impunità che, se non si fossero verificati il caso Musger ed i casuale ritrovamento dei reperti, forse ancor oggi lo caratterizzerebbe". (40) In conclusione, Lagazzi, ritiene di poter solo confermare le "chiare ed incontrovertibili valutazioni" alle quali sono giunti i periti Fornari e Galliani. Con questo riafferma la piena capacità processuale del periziando, attestando, con piena serenità e al di fuori di qualsiasi dubbio, l'assenza di elementi psicopatologici tali da integrare una condizione di infermità di mente; quindi ritiene necessario consegnare Stevanin al giudizio che lo attende, per i gravi e ripugnanti delitti da lui compiuti.

1.4.3. Le perizie della difesa

Gli avvocati Accebbi, Dal Maso e Roetta, difensori di Stevanin, nominano i periti Francesco Pinto e Giovanni Battista Traverso, per dare una valutazione del caso in chiave psichiatrico-forense e, quindi, per valutare la presenza, al momento dei fatti per i quali si procede, di un'infermità che ne limitasse grandemente o ne escludesse la capacità di intendere e di volere. I due esperti incentrano la valutazione dell'imputabilità su un episodio ritenuto da entrambe la parti processuali fondamentale per lo sviluppo della personalità di Gianfranco Stevanin: l'incidente del 1976.

I periti di parte spiegano che Stevanin è affetto da una "complessa sindrome psicopatologica su base organica di origine post-traumatica, ben dimostrabile sul piano strutturale e funzionale (esami TAC e RMN), che interessa entrambi i lobi frontali, il lobo temporale destro ed alcune strutture profonde del sistema limbico, sede degli istinti, dell'aggressività e della memoria"; (41) ciò ha determinato una grave forma di epilessia temporale post-traumatica.

Stevanin viene più volte ricoverato prima all'ospedale di Legnano e successivamente trasferito nel reparto neurochirurgico dell'Ospedale Civile Maggiore di Verona, dove i medici intervengono chirurgicamente per ricostruire il margine orbitario destro. Dopo due anni dall'incidente viene nuovamente ricoverato a causa della comparsa di "crisi di perdita di coscienza generalizzante". Nonostante la terapia, le crisi epilettiche continuarono a comparire, tanto che nel 1980 si assiste ad un nuovo ricovero per "crisi comiziali". I periti di parte sostengono che il lobo frontale "sovrintende a quei fenomeni di controllo, critica ed inibizione che consentono valutazioni e scelte adeguate, soprattutto quando si tratta di scelte comportamentali o, comunque, correlate a problematiche eticamente rilevanti". (42) Le alterazioni del sistema limbico, poi, spiegano la presenza di "carenza critica e di disturbi della memoria di fissazione".

Pinto e Traverso sono concordi nel sostenere che le suddette anomalie cerebrali sono state responsabili di gravi e significativi cambiamenti comportamentali, riconosciuti da tutti, ed hanno avuto un "ruolo centrale nella strutturazione di alterazioni della personalità di tipo patologico"; queste alterazioni riguardano sia la personalità generale del periziando, ma soprattutto la sfera della psicosessualità, determinando vere e proprie parafilie, che, abbiamo visto, sono disturbi psichiatrici codificati nel Manuale Diagnostico e Statistico (D.M.S. IV) dell'American Psychiatric Association.

Tutte queste alterazioni patologiche a carico del sistema nervoso centrale, secondo i consulenti tecnici della difesa, hanno pesantemente condizionato non solo la commissione dei reati per i quali si procede, ma anche tutti i reati precedentemente commessi. Naturalmente, i periti hanno accostato a queste anomalie altri elementi significativi, quali esperienze nell'infanzia e nell'adolescenza, le alterate relazioni parentali, il contesto socioculturale, l'utilizzazione di materiale pornografico, l'intervento di fattori situazionali.

Sul piano affettivo-volitivo, Stevanin appare, a loro dire, appiattito, instabile, labile, "portato a reagire in modo acritico agli stimoli interni ed esterni. Incapace di scelte ponderate, in quanto facile preda di spinte incontrollate e di episodici momenti di discontrollo, nei quali, verosimilmente, la patologia complessa di cui soffre si rinforza, annullandosi le difese a livello superiore e comparendo strutture psicotiche, che emergono nei momenti in cui alle fantasie perverse si sostituisce la perversione agita; a questo punto la sostituzione di un'intenzionalità con un'altra diviene estremamente difficile, permettendo la concretizzazione dell'evento delittuoso". (43) I consulenti tecnici della difesa precisano, inoltre, che nell'interpretazione dei test non si sono limitati ad un'analisi formale dei protocolli, come, invece, sostengono abbiano fatto i periti d'ufficio; dichiarano di aver considerato "il discorso del paziente nella sua interezza" (44), riscontrando una patologia neuropsichiatrica grave, che costituisce infermità ai sensi di legge; ritengono, quindi, che Stevanin abbia commesso i reati "in uno stato di mente tale da escludere sia la sua capacità di intendere, vale a dire la capacità di comprendere il vero significato delle sue azioni e le loro conseguenze sul piano giuridico, sia la sua capacità di volere, cioè la libera scelta di autodeterminarsi secondo i motivi". (45) Data la gravità della situazione patologica sofferta dal periziando, ritengono che egli debba considerarsi, dal punto di vista clinico-criminologico, persona socialmente pericolosa.

1.5. Il processo davanti la Corte d'Assise

"È processabile. Gianfranco Stevanin è sano di mente". Sulla base delle perizie psichiatriche, il 5 novembre del 1996 viene rinviato a giudizio. Un anno dopo, lunedì 6 ottobre 1997, in Corte d'Assise si apre il dibattimento. Diciannove udienze, centoquattordici giorni in aula, novanta testimoni che sfilano davanti ad una giuria popolare quasi interamente composta da donne: quattro giovani ragazze, più o meno della stessa età delle vittime e due uomini. Anche il pubblico ministero, come detto, è una donna: Maria Grazia Omboni ha esposto i fatti alla Corte, presieduta da Mario Sannite e con Mario Resta come giudice a latere.

Soltanto per la lettura dei capi d'imputazione, il cancelliere ha impiegato diciassette minuti: una serie di articoli del codice penale per crimini atroci che neppure l'asettica formulazione giuridica riesce ad attenuare. Nell'aula parole sconvolgenti richiamano una carrellata di immagini da brivido: "sesso estremo", "mutilazioni di parti intime", "deturpamenti di cadavere", "sadismo", "brutalità". Il sostituto procuratore punta il dito su "la criminosa attività sessuale, che era la principale occupazione di Stevanin". Il magistrato inizia con un racconto che va indietro nel tempo, quando una sera del 1989 l'imputato fu fermato dalle forze dell'ordine; in macchina aveva un campionario di attrezzi erotici, cacciaviti, un coltello e una pistola scacciacani. Maria Grazia Omboni ripercorre, poi, i tre anni di attività investigativa alla ricerca di persone scomparse e dei loro corpi sepolti: l'austriaca Roswita Adlassnig (mai trovata), Claudia Pulejo, Blazenka Smojo, Biljana Pavlovic. E ancora: il mistero del tronco non identificato (forse quello di una prostituta di origine tailandese) e il giallo dell'omicidio in fotografia, l'altra donna senza nome. Riassume le caratteristiche dell'inchiesta sviluppata soprattutto sulle sconvolgenti dichiarazioni di Stevanin durante gli interrogatori in carcere. Confessioni, secondo l'accusa, rilasciate dall'agricoltore nella speranza di barattarle con la possibilità di esser riconosciuto incapace di intendere e volere.

Alla prima udienza l'aula è strapiena. Il "mostro di Terrazzo" non tradisce nemmeno un attimo di turbamento, è un blocco di ghiaccio, non batte ciglio davanti ai parenti delle vittime che un implacabile regista sembra aver voluto collocare a pochi metri dalla gabbia. L'imputato ottiene subito di stare fuori da questa e siede tra i suoi avvocati. Attento, impassibile, non perde una parola, prende appunti come uno studente diligente. Ha anche cambiato fisionomia: si è tagliato la barba e rasato completamente i capelli, forse un coupé de theatre orchestrato dai suoi difensori, affinché giudici e giurati possano vedere la cicatrice semicircolare che il loro assistito porta sulla tempia destra, conseguenza del noto incidente del 1976. Agli psichiatri viene data la parola già alla seconda udienza, precedenza chiesta dal P.M. ma osteggiata dai difensori.

Il professor Ugo Fornari dipinge dell'imputato un ritratto a tinte fosche: "è un serial killer che mi ha affascinato; dopo i colloqui con lui ero stanchissimo, perché sgusciava via come un'anguilla. Giocava come il gatto fa con il topo, ma in questo gioco il topolino ero io". Per il perito d'ufficio, le confessioni non sarebbero altro che "le rivelazioni di ciò che lui stesso non poteva più nascondere". (46) Stevanin, insomma, è uno stratega abilissimo, intelligente e dotato di un certo carisma. "Assaggiava le reazioni facendo ipotesi; a seconda delle nostre reazioni faceva marcia indietro o andava avanti". (47) L'esperto in questione respinge con forza l'ipotesi di trovarsi davanti un malato oppure ad un soggetto affetto da sdoppiamento della personalità, afferma, infatti, che i tanti "non ricordo" pronunciati da Stevanin contrastano con altri minimi, a volte inutili, particolari raccontati dall'agricoltore. Il suo comportamento sarebbe frutto di una "ipoaffettività e conseguenza di una disfunzione sessuale". Ma sapeva quello che faceva fino all'ultimo momento. Secondo Fornari è un bambino mai cresciuto, a causa della madre che non l'ha mai lasciato crescere, lo ha sempre giustificato, impedendogli così di provare rimorso o pentimento per le uccisioni delle donne. Tant'è che "le donne che si ribellavano erano quelle che si salvavano"; insomma, Stevanin al comando "no" ubbidisce; riemerge in lui il bambino che teme la madre, che l'ascolta quando lei gli impone di fare qualcosa.

Il perito della difesa, Traverso, sostiene, invece, che Gianfranco Stevanin è una persona malata, che la parte destra del suo cervello è stata danneggiata a seguito dell'incidente. "C'è una carenza di materia grigia nel cervello dell'agricoltore. Sono l'esito di lesioni che hanno colpito in profondità la sfera degli istinti e, quindi, dell'aggressività, della sessualità, della memoria". (48) Sostiene, inoltre, che Stevanin, a causa di questo, non ha avuto una vita normale, ha abbandonato gli studi ed il suo comportamento è stato radicalmente stravolto.

Il processo procede a tappe serrate; passo dopo passo, con la minuzia e la pignoleria che ha contraddistinto tutta l'indagine, il pubblico ministero Omboni ha cercato di ricostruire le prove e gli indizi a carico dell'imputato. Vengono ascoltate le madri delle vittime, che raccontano storie che si assomigliano. Poi tocca ad altri testimoni, ancora donne, alcune sono amiche delle vittime, altre sono le sue ex "fidanzate"; il loro contributo è importante, in quanto si apprendono le abitudini sessuali del presunto serial killer: la disponibilità ad accogliere le perversioni sessuali (fotografarle nude, rasarle il pube, fornirle indumenti intimi) è sempre proposta con delicatezza e educazione. Tutto questo, per la difesa, significa che Stevanin non praticava abitualmente sesso violento spinto fino al sadismo; per l'accusa e le parti civili, invece, dimostra chiaramente che l'imputato, non solo è capace di intendere, ma anche e soprattutto di volere, perciò in grado di assumere atteggiamenti diversi con le proprie partner, delle quali sono alcune rimangono vittime dei suoi giochi erotici. Testimonia anche la Musger, a porte chiuse, la donna che lo ha fatto incastrare nel novembre 1996, dando l'avvio all'indagine su questa terribile storia.

Poi arriva anche il momento del "primo amore", Maria Amelia, il rapporto più importante in assoluto, come aveva detto Stevanin agli psichiatri. C'è voluta un'ordinanza della Corte per portarla davanti alla giuria; si è sposata, ha dei figli e un'altra vita; le viene concesso di essere sentita a porte chiuse. Stevanin si è presentato in aula con il vestito delle feste, un gessato grigio scuro, mocassini neri, calze intonate alla camicia azzurra; manca solo la cravatta, ma quella è vietata dai regolamenti carcerari; lei, per oltre mezz'ora, racconta la storia di quell'amore che, finendo male, ha forse scatenato la furia omicida di Gianfranco Stevanin, e lo descrive come un ragazzo mite, tranquillo, gentile, ma anche come un uomo che non riusciva a diventare adulto.

Al processo, arriva anche il momento della madre dell'imputato, Noemi Miola, e del cugino, Antonio De Togni, entrambi accusati di concorso in occultamento di cadavere; questi ultimi sono stati chiamati in causa da un compagno di detenzione di Stevanin, il quale gli avrebbe riferito che, la sera della morte della Pulejo, arrivò la madre che rassicuro l'agricoltore e chiamò il cugino per farsi aiutare ad avvolgere il corpo e a sotterrarlo nel luogo in cui fu poi ritrovato. Parla il cugino che riversa sulla madre di Gianfranco Stevanin un mare di sospetti: "non poteva non sapere" afferma; alcuni giorni prima di arare il campo, dove fu poi ritrovato il cadavere della Pavlovic, la donna si era raccomandata di non effettuare lavori in quell'area e che ci avrebbe pensato suo figlio, una volta uscito dal carcere; in seguito, quando fu ritrovato il "pacco", come lo chiama, corre ad avvertire la zia, la quale gli suggerisce di non avvertire i carabinieri, ma di parlare prima con gli avvocati. Non solo, il cugino parla anche di indumenti, scarpe e bigiotteria femminile che la donna gli diede da gettare via. È Stevanin, però, a proteggere la madre, tanto da arrivare a proporre al presidente della Corte di ripetere l'esperimento dell'avvolgimento del cadavere, per dimostrare che riusciva a farlo da solo; era, forse, la disperata mossa del figlio per tenere la madre lontana da ogni responsabilità.

È il momento delle domande degli avvocati. L'avvocato Guarienti, di fronte al perché Stevanin sia diventato un serial killer, afferma che egli è sicuramente sano di mente, come ha dimostrato il suo comportamento nel corso del processo, e che la causa dei delitti vada ricercata nel problematico rapporto con la madre, un personaggio che incombe sul processo anche se assente, "l'unica figura femminile con cui rapportarsi, con un sentimento di odio/amore"; e, citando le parole del cugino dell'imputato, afferma: "bisogna essere stati in quella famiglia; lì, apparire è sempre stato più importante che essere". (49)

L'avvocato Bastianello lo descrive come un "assatanato che uccide solo per soddisfare il suo piacere sessuale"; mentre l'avvocato Cazzola esordisce dicendo: "mancano in quest'aula le persone che dovrebbero gridare assassino a Stevanin, le vittime" (50), affermando, poi, di essere di fronte ad un serial killer che sembra essere uscito dai profili psicologici dell'F.B.I.

Ai difensori dell'imputato spetta una missione disperata: dimostrare l'infermità mentale del loro assistito, data la lucidità con cui Stevanin ha risposto sotto i loro occhi ad ogni domanda. La tesi dell'avvocato Acebbi è ardita: in conseguenza del trauma cranico e delle lesioni al cervello riportate nell'incidente stradale del '76, Gianfranco Stevanin è totalmente incapace di intendere e volere quando uccide; non lo è, invece, quando occulta i cadaveri; insomma, "un malato che va curato e che, dopo avergli dato il minimo della pena per le incriminazioni minori, va recluso in un ospedale giudiziario". (51) L'avvocato Roetta, asserisce che: "è difficile difenderlo", perché non aiuta loro nella difesa; ritiene che l'ergastolo non possa risolvere il problema, perché Stevanin è "una persona sola, un malato che non è mai stato curato. Adesso è il momento di farlo". (52)

L'avvocato Acebbi, invece, punto il dito sulla madre che, forse, era consapevole della pericolosità del figlio, sicuramente era preoccupata "più della vergogna che della colpa"; la malattia del figlio era, per lei, una vergogna, quindi andava tenuta in casa con un "cordone sanitario". L'avvocato Dal Maso è l'uomo che più è stato vicino a Stevanin negli ultimi tre anni della sua vita; d'altra parte è stato lo stesso imputato, al momento di parlare dei suoi rapporti di amicizia a metterlo al primo posto; anche il legale ammette di sentire per lui sentimenti di affetto; chiede alla Corte l'assoluzione, perché il suo cliente è una persona incapace di intendere e di volere, in quanto "le sue azioni incongrue sono indice di una mente assolutamente disturbata". Conclude affermando di aver capito, dopo tutto il tempo passato con Stevanin che "l'umana miseria è compatibile con la malattia e che, comunque, c'era un uomo che mi chiedeva aiuto". (53)

Il legale conclude la replica, il presidente della Corte d'Assise, Mario Sannite, porge l'ultima domanda di rito all'imputato: "Cosa si aspetta dai giudici?". Lui si alza: "Sono probabilmente malato ...adesso però bisogna vedere quale idea ogni giurato si è fatto di me". (54)

1.5.1. Anche Stevanin sale sul banco dei testimoni

Cinque udienze, trenta ore di interrogatorio durante il quale l'imputato rimane sempre lucido, con quel sorriso indecifrabile, che qualcuno considera tonto ed altri furbissimo; le braccia conserte, gli occhi fissi su un punto lontano, la voce ferma, sempre con lo stesso tono monocorde. Parla per ore, ha una risposta logica per ogni contestazione che gli viene mossa; rimescola le carte, scambia gli anni, sovrappone vicende, donne, cadaveri; si sofferma minuziosamente su dettagli insignificanti e poi si rifugia dietro comodi "non ricordo" quando gli viene chiesto di precisare i momenti chiave del suo racconto.

Viene messo sotto torchio dal pubblico ministero, dagli avvocati di parte civile, persino dai suoi legali, passa momenti difficili, ma non dà mai quell'impressione di incapacità di intendere e volere. Quando il presidente Sannite gli chiede se avverte sensi di colpa, egli risponde: "ero qui che ci stavo pensando, non saprei rispondere. Non saprei fino a che punto io possa essermi sentito colpevole di queste situazioni"; (55) i congiuntivi ci sono, i sentimenti, ancora una volta, no. Nel momento in cui gli avvocati di parte civile contestano a Stevanin che, nel suo caso, compaiono tutti i tratti tipici di un serial killer, lui risponde di aver l'impressione che certe cose siano loro a volerle mettere assieme a tutti i costi. Un momento importante, che mette l'imputato in difficoltà, arriva quando l'avvocato Cazzola gli pone dei problemi esistenziali, sui quali l'assassino seriale non ha preparato alcuna risposta; tergiversa, prende tempo, la sua imperturbabilità sembra, per la prima volta, vacillare. Ecco il contraddittorio tra il legale e l'imputato. (56)

Volevo capire se per il signor Stevanin esiste un concetto di bene e di male.

Caspita ... si rende conto che per rispondere a questa domanda ci vorrebbe tutta la giornata?

Non credo...

Il concetto di bene e di male certo che ce l'ho

Possiamo conoscerlo? Qui stiamo parlando di vita e di morte. Di persone che c'erano e non ci sono più.

Male è ovviamente quello che va contro la salute e la vita di una persona. E anche contro la moralità, se vogliamo. In generale ...bene è l'opposto, per farla breve.

E per farla lunga?

Avete da battere record?

Interviene il presidente Sannite a richiamare Stevanin a risposte più adeguate. Passano quasi tre minuti prima della risposta.

Bene è tutto ciò che favorisce il benessere dell'uomo.

Segue un'altra lunghissima pausa.

Male, invece, è ... stimolo agli atti negativi della vita, porta a valenze negative.

Lei si è sempre ispirato al concetto di bene?

Ho cercato di farlo.

E c'è riuscito?

Spesse volte si, qualche volta no.

Su quali aspetti?

A volte non sono riuscito a capire bene le persone e, pur volendo far del bene, inconsciamente ho fatto del male, perché non riuscivo a comprendere i problemi di una persona ...non so se rendo l'idea.

Esiste un concetto di normalità e di non normalità per lei?

La normalità esiste si, solo che è un concetto molto soggettivo.

Ma esiste una distinzione tra questi due concetti?

La stessa distinzione che ho fatto prima. Cambia solo la vetrina.

Esiste un limite ai propri desideri, al proprio volere, al proprio piacere?

I limiti ci devono essere.

Quali sono?

I limiti sono quelli stabiliti ...da ciò che è bene e male. Un limite da non oltrepassare è quello che può provocare del male, tanto per dire.

Ha mai oltrepassato questi limiti?

Devo ammettere che li avevo già passati inconsapevolmente.

Quanto vale per lei la vita umana?

Che io sappia nessuno può dare un valore alla vita umana.

Per qualcuno può valere molto poco ...

Il valore è incalcolabile.

Considera la carcerazione un giusta punizione?

Almeno una parte di colpa, per aver nascosto i cadaveri c'è ... la carcerazione per quella parte di colpa che so di avere, la vivo serenamente, perché so che sono lì per espiare una colpa. Ma se dovessi essere incarcerato per altri reati, ben più gravi, direi che è ingiusta. [...].

Non le sembra che ci sia una progressione nella sua condotta? Lei inizia conservando un cadavere e arriva, nella fase finale, al sezionamento del cadavere. Non le sembra una forma di perfezionamento di un certo stile?

Se avessi avuto il controllo della situazione no ci sarebbe stato nessun decesso, probabilmente.

Bisogna vedere quale era stata la sua volontà effettiva ...

Adesso mi sembra che stia esagerando.

Si è mai eccitato nel tagliare un cadavere?

Una sensazione che ho avuto ...

C'è una forma di piacere a veder morire una persona?

Direi proprio di no.

Che sensazione ha provato lei?

Un po' di panico ...

Un atteggiamento diverso, Stevanin, assume subito dopo con il suo avvocato, "l'unico amico rimastogli". Voce suadente, tono basso, ammiccante, confidenziale. Deve dimostrare ai giudici che il serial killer che si trovano di fronte è un essere totalmente privo di coscienza, ossia della capacità di comprendere ciò che ha fatto.

Gianfranco di donne te ne sono morte tante sei sfortunato o cosa?

Molto fortunato no.

Hai mai collezionato peli pubici?

Collezionato ... avevo iniziato qualcosa del genere ...

Che volevi farne?

L'imbottitura di un piccolo cuscino.

Ma un cuscino del genere rientra dalla parte del bene o da quella del male?

Non ci vedo nulla di male.

Hai mai mangiato carne umana?

Oh Dio ...se dovessi risponderti, ti direi di no ...certo che, con i vuoti di memoria che mi ritrovo, non posso esserne certo.

Se tu l'avessi mangiata, rientrerebbe nel concetto di bene o di male?

Rimanendo nella normalità ...se una persona è normale non credo ...

Tu sei anormale?

Non lo posso sapere. Deve essere qualcun altro a spiegarmelo.

Di queste morti, di queste disgrazie che ti sono capitate, ti eri preoccupato?

Forse troppo e ...ma poi sono capitate quando mio padre stava male e quindi mia madre poteva salvarmi fino a un certo punto.

Dicevi, la prima può andare, la seconda vabbé, alla terza cominci a preoccuparti ...

Perché la prima non basta a preoccuparsi?

Ma un campanello d'allarme t'è suonato?

Per la prima (la Pulejo), sai che non posso avere qualche responsabilità.

E con la Smoljo?

Non so cosa pensare ...

Ma ti preoccupi? Dici "io con le donne non voglio averci più niente a che fare"?

È una soluzione troppo radicale. Non era colpa mia, quindi ...

Sempre le donne, di cui non può fare a meno, che rappresentano il centro dei suoi desideri, dei suoi pensieri. Ma poi, spiega, che nella sua vita c'è una sola donna che rappresenta "il massimo di femmina, di donna"; non dice il suo nome, ma tutti sanno che parla di lei, di Maria Amelia. Di certo, l'andrebbe a trovare "se uscisse dalla galera domattina", ma è consapevole di non essere più accettato, "visto il castello messo in piedi dai mass media", eppure, riprende, "un tentativo lo farei, visto che il mio ideale era di formarmi una famiglia". (57) Continua a parlare il difensore Dal Maso.

Ti consideri una brava persona?

Vorrei evitare di fare apprezzamenti su di me, potrebbero essere fraintesi dalla stampa.

Voglio sapere da te se ti consideri una brava persona.

Io si. Mi considero discretamente.

Ti consideri un soggetto pericoloso?

Assolutamente no. Anzi, ho sempre cercato soluzioni ai problemi con diplomazia, senza alzare la voce.

Tu sei un soggetto pericoloso ...

Più che pericoloso, direi che forse sono un soggetto che ha bisogno di cure.

Vuoi chiedere pietà a qualcuno?

Come minimo ai parenti delle vittime.

Lo fai sinceramente o è una cosa che fai perché devi farlo?

Non è un pro forma. Per pro forma non faccio niente.

Ti faccio un esempio: "cari signori, io ho commesso questi reati, devo chiedere scusa ai genitori e alle famiglie delle vittime, sono una persona che ha bisogno di cure, vi chiedo la massima accortezza nel giudicarmi. Sono pentito di quello che ho fatto". Prova a dirlo con le stesse parole cosa senti.

Vedi, adesso in quattro e quattr'otto, sicuramente ...

No, quando si arriva al dunque, tu parti sempre con il quattro e quattr'otto. Dopo tre anni hai tutto il tempo per esprimere un concetto di pentimento o di quello che senti. Puoi farlo? Ce l'hai questo sentimento? Fai tu, esprimi qualcosa. Non possiamo chiedere noi per te. Prova.

L'unica cosa che posso dire è che c'è il rischio di dire banalità.

Di banalità ne hai dette tante. Siamo al dunque, esprimi un tuo sentimento riguardo a queste vittime, riguardo a quello che è successo. Lascia stare le banalità, non sono banalità.

Non mi sento ancora di spiegare io stesso perché siano successi certi fatti ...e nonostante questo sono molto amareggiato, per quello che è successo, veramente molto amareggiato, perché erano tutte persone per le quali c'era, più o meno, un certo sentimento. Farei di tutto per far tornare in vita queste persone, ma so che questo non è possibile ...in ogni caso se mi dovesse ricapitare mi comporterei, immagino, in modo diverso.

E cioè, se avessi un'altra donna tra le braccia cosa faresti?

Andrei al Pronto Soccorso, dai carabinieri, insomma farei quello che va fatto e non ho fatto perché preso dal panico, chiamiamolo così ...

Questo sarebbe il tuo messaggio di pentimento?

Capisco di non rendere l'idea di pentimento, ma caspita è difficile esprimere qualsiasi sentimento d'altronde.

Unico risultato finale: Stevanin appare alla giuria come un soggetto incapace di provare emozioni. Un anaffettivo. Ma a noi, interessa conoscere l'unico giudizio che conta, quello che ha espresso la giuria.

1.5.2. Il pubblico ministero chiede il massimo della pena

"Ergastolo". Alle 17.37 la parola cade inesorabile nel silenzio dell'aula. Scivola su uno Stevanin immobile al suo posto. Dopo cinque ore e quaranta minuti di requisitoria il pubblico ministero Maria Grazia Omboni ha pronunciato la sua richiesta, con tutte le aggravanti: nella ricostruzione dei sei omicidi e della violenza carnale non c'è posto per nessuna attenuante. Gli assassini, per il P.M., sono stati tutti volontari e legati da un unico filo conduttore, non ce n'è uno più grave degli altri, vista l'efferatezza con cui sono stati compiuti. Merita il massimo previsto dal codice penale: il carcere a vita più tre anni di isolamento diurno.

Stevanin si aspettava questa richiesta, per due anni i suoi legali lo avevano messo in guardia. Mentre il magistrato lo descrive come il più spietato degli assassini, l'imputato risponde ai cronisti mandando bigliettini: "dico chiaro e tondo che il P.M. sta esagerando alcuni fatti, minimizzandone altri e in generale sta stravolgendo il senso dei fatti in questione pur di dare l'immagine più negativa possibile e arrivare a un ovvio risultato. Sta tracciando un'immagine che mi rende adatto a una piena imputabilità. Scontato che, se questa viene accolta, non mi posso che aspettare il massimo della pena. (Ma ciò non significa che sia la mia vera immagine e, la conseguente, giusta pena)". (58)

Maria Grazia Omboni procede nella sua requisitoria, precisa, nitida, senza nulla concedere a effetti speciali e chiude il cerchio dei crimini. Parte dalle due violenze sessuali: quella commessa nei confronti di Maria Luisa Mezzari nel lontano 1989 e di Gabriele Musger il 16 gennaio 1994. Dentro il cerchio scorre la cronologia degli omicidi: Roswita Adlassnig (giovane prostituta, incantata dal fotografo in cerca di modelle. Muore ai primi di maggio del 1993; il suo corpo non viene mai trovato); Caludia Pulejo (tossicodipendente, soffocata il 15 gennaio e sepolta a ridosso di un muro del casolare); Blazenka Smoljo (prostituta soprannominata "Fatina", strangolata il 5 luglio 1994 e gettata nell'Adige); Bilijana Pavlovic (cameriera slava illusa dalle promesse di una lavoro e soffocata con un sacchetto di plastica il 18 settembre 1994); due sconosciute: una tagliata a pezzi, l'altra ritratta in una foto, orribilmente mutilata nelle parti intime.

Ricomposto il puzzle, il magistrato inquadra la personalità dell'imputato e le cause della sua criminosa attività sessuale. Azioni provocate da "risentimento per non essere apprezzato e considerato quanto lui avrebbe voluto essere e quanto lui riteneva di meritare. Ha avuto molte relazioni con donne ma, alla fine, tutte hanno deciso di interrompere i rapporti. Perché era bugiardo, inaffidabile, noioso, in ogni caso non suscitava più il loro interesse. Questi aspetti della personalità lo hanno portato a collezionare una serie di insuccessi. E gli insuccessi non fanno piacere a nessuno, però a Stevanin sono risultati particolarmente pesanti. Così, ha coltivato dentro di sé rancore e risentimento e ha maturato il desiderio di rivalersi e di riaffermare, anche con la violenza, se stesso sulle donne. Poi il suo bisogno di sentimento, rimasto insoddisfatto, ha lasciato spazio alla ricerca del sesso e la difficoltà di colmare anche questo lo ha condotto a pratiche sempre più spinte e letali per le compagne occasionali. Considerate come oggetti usati per il soddisfacimento dei propri bisogni e poi da gettare e distruggere nel momento in cui non servivano più, dimostrando il massimo disprezzo per il bene supremo della vita umana". (59) Gli avvocati dei parenti delle vittime calcano la mano, gli tolgono l'ultimo spiraglio: l'incapacità di intendere e di volere al momento dei fatti.

Spetta all'avvocato dal Maso giocare l'ultima carta. Afferma: "punirlo anziché curarlo sarà difficile, non si capisce chi si debba punire, se il ginecologo, il fotografo, il serial killer, il ragazzo perbene. Vi chiedo di assolverlo perché i fatti sono stati commessi da una persona incapace di intendere e di volere". (60)

Sono le 10.55. La Corte si ritira in camera di consiglio.

1.5.3. La sentenza della Corte d'Assise

È il 28 gennaio 1998, la Corte, il presidente Sannite, il giudice togato Resta ed i sei giudici popolari, entrano in camera di consiglio per uscire meno di sei ore dopo. Dopo 114 giorni e 19 udienze, il presidente della Corte scandisce: "responsabile di tutti i reati". Stevanin si irrigidisce appena. I muscoli del viso un po' contratti. "Ergastolo". L'espressione del serial killer si fa di pietra. Fermo, immobile ascolta le altre pene che gli piovono addosso.

Quindi, la giuria accoglie in pieno la tesi e le richieste dell'accusa; hanno riconosciuto Stevanin colpevole di tutti i reati ascrittigli in un capo di imputazione interminabile, tra cui sei omicidi volontari, mutilazioni e occultamento di cadavere, stupri e sequestro di persona. L'idea di tutti i giurati è stata quella di una persona pienamente consapevole di quello che ha fatto e non di un malato di mente, come avevano, invece cercato di dimostrare fino all'ultimo i suoi legali.

Da qui, la condanna all'ergastolo, tre anni di isolamento diurno appena sarà esecutiva; la pena accessoria dell'interdizione perpetua dai pubblici uffici, il risarcimento alle parti civili per oltre un miliardo, 150 milioni per ogni genitore e alla figlia minore di Roswita Adlassnig, 50 milioni per ogni fratello, sorelle e figli delle vittime, più le spese degli avvocati di parte civile e quelle processuali. E, onde evitare che successive lungaggini nella definizione del giudizio consentano a Stevanin di uscire dal carcere per decorrenza dei termini, ecco anche l'ordinanza di custodia cautelare per gli ultimi quattro omicidi che gli sono stati contestati e per i quali, ora, è stato condannato.

Omicidi volontari, crudeli e agghiaccianti, tutti egualmente gravi, sottolinea la sentenza, frutto di una mente lucida, capace di distinguere il bene dal male e di scegliere se lasciar vivere o morire le donne conosciute. Gianfranco Stevanin è colpevole anche di una lontana violenza carnale del luglio 1989, ai danni di una prostituta veronese. Importante perché, vincolandola ai sei delitti con la continuazione, dimostra la correttezza della ricostruzione accusatoria del P.M. Omboni, per la quale, l'agricoltore avrebbe iniziato la propria carriera di assassino seriale in quella ormai remota estate del 1989 e l'ha continuata imperterrito e impunito fino all'arresto, quando, a seguito della violenza sessuale ai danni della Musger, viene scoperto. E quale era il suo ritmo? Nel maggio del'93, sparisce la Adlassnig, nel gennaio del '94, la Pulejo, poi un crescendo; luglio dello stesso anno, la Smoljo, settembre la Pavlovic, ottobre la "studentessa", novembre la Musger. Per tre di loro, almeno, adesso ci sarà la pace di un sepolcro, per le altre no; si può solo sperare che Stevanin restituisca, magari "ricordando un altro poco", anche a queste sue vittime la possibilità di una degna sepoltura.

Gianfranco Stevanin, trentasette anni, possidente terriero che nella sua vita aveva fatto più nulla che poco, aveva una sola passione: il sesso. Una passione che ha condotto alla morte sei giovani donne, anche se per lui, sembra essere stata colpa della morte il fatto che non siano sopravvissute. "Non mi hanno capito", è l'unico commento che fa in tempo a dire al suo legale Dal Maso, prima di venire bruscamente portato via dall'aula. Stevanin esce di scena, se ne va solo, come solo è stato per tutto il processo, senza il conforto di una presenza amica o di un parente. Anche questa è la sua tragedia.

1.6. Il processo davanti la Corte d'Assise d'Appello

Il 22 marzo 1999 prende il via, presso la Corte d'Assise d'Appello do Venezia, il processo di secondo grado per i delitti attribuibili al "mostro di Terrazzo". Gianfranco Stevanin non è comparso davanti ai giudici. Ha preferito rimanere nel carcere di Brescia, dov'è detenuto. Non ha quindi ascoltato, nell'aula semideserta, i particolari agghiaccianti dei delitti, così come li ha evocati il giudice a latere Antonio De Nicolo nella relazione preliminare del processo d'appello. È la scarsa presenza di mass media e di semplici curiosi a impressionare maggiormente nel secondo grado processuale; si ha una situazione completamente opposta a quella verificatasi in Corte d'Assise.

Il primo momento importante dell'udienza si ha quando il presidente della Corte, accogliendo la richiesta dei difensori di Stevanin, ha disposto una nuova perizia neurologica, che dovrà stabilire se le lesioni al cervello subite nell'incidente stradale del 1976, hanno determinato una diminuzione o addirittura l'annullamento della capacità di intendere e di volere dell'agricoltore. L'incarico formale sarà affidato ai professori Gianfranco Denes, Giuliano Avanzini e Mario Tantalo. L'organo giudicante, presieduto da Silvio Giorgio, ha riaperto, quindi, la questione preliminare dell'imputabilità del serial killer. La presenza, accanto ai due neurologi, di uno psicopatologo forense, lascia presumere che sarà chiesto, un parere sul piano neurologico e non solamente su quello psichiatrico previsto dall'incarico. Questa soluzione è importante, perché i periti d'ufficio del Gip e i periti dell'accusa in primo grado, non erano neurologi, mentre questa specializzazione aveva il professor Pinto, che, nei risultati delle analisi da lui svolte, aveva svelato un "buco nero" nel cervello del periziando.

I difensori di Gianfranco Stevanin hanno riportato altri due parziali successi nella prima udienza. Il primo è stato quando la Corte ha disposto l'acquisizione del verbale in lingua originale (tedesco) dell'interrogatorio di Barbara Adlassnig, sorella di una delle sei vittime, Roswita, scomparsa dopo un incontro con l'agricoltore nel maggio del 1993. Era stato uno dei punti controversi del dibattimento di primo grado, perché conteneva un'indicazione temporale dell'ultima telefonata ai familiari da parte della prostituta austriaca, che poteva scagionare Stevanin per uno dei sei delitti. Infatti, Barbara Adlassnig, parlava del settembre 1993, quindi, quattro mesi più tardi dell'incontro con il serial killer. Un supplemento di indagine dei carabinieri aveva portato la Corte di Verona a ritenere che la donna si fosse confusa e a considerare prevalente il riferimento ad una fiera che si tiene a Graz (città dove risiedeva) a maggio, in occasione della quale Roswita aveva promesso di tornare a casa con dei regali per i due figli. La Corte veneziana si era riservata anche di decidere anche sulle cause della morte della Pulejo. Dal Maso, infatti, ha rilanciato l'ipotesi del decesso per overdose, contro quella per soffocamento della tossicodipendente, che era stata, invece, accolta da giudici di primo grado.

Le parti civili, invece, hanno presentato la propria rinuncia a costituirsi in appello, visto che poche settimane prima erano state risarcite grazie alla vendita dei poderi in via del Brazzetto e via Torrano, dove Stevanin aveva seppellito alcuni dei cadaveri delle proprie vittime. E, così come era stato profilato da alcuni, si ha un clamoroso rovesciamento delle conclusioni della Corte d'Assise di Verona. I periti, infatti, hanno stabilito che, quando Stevanin uccideva, anche se lo ha fatto più volte, era incapace di volere, perciò non punibile. Giuliano Avanzini, Gianfranco Denes e Mario Tantalo hanno decretato che, al momento di compiere gli omicidi di cui l'agricoltore è stato accusato, aveva una "capacità di intendere grandemente scemata, mentre era esclusa la capacità di volere".

I periti della Corte d'Assise d'Appello hanno, perciò, privilegiato gli aspetti neurologici rispetto a quelli psichiatrici e hanno riscontrato in Gianfranco Stevanin una forma di epilessia causata da una lesione cerebrale frontale destra, provocata dall'incidente motociclistico, e lesioni atrofico-degenerative di entrambi i lobi frontali del cervello. E proprio questi danni avrebbero influito sulla sua volontà nel momento di uccidere. Stevanin, invece, sarebbe stato pienamente consapevole sia nel compiere atti di violenza sessuale, sia nell'occultare i cadaveri delle sue vittime. La loro conclusione è stata tuttavia concorde nel definire socialmente pericoloso il periziando.

Di fronte ad una perizia d'ufficio di questo tipo, pochi spazi sono rimasti per l'accusa. Il procuratore generale Augusto Nepi, al termine della requisitoria, chiede perciò 13 anni di reclusione per l'occultamento e la distruzione dei cadaveri e l'assoluzione per i reati di omicidio. Alla richiesta di condanna ha poi aggiunto anche l'applicazione della misura di sicurezza di dieci anni a causa della pericolosità sociale dell'imputato. Il P.G., pur condividendone le conclusioni, ha sottolineato l'esistenza di "contraddizioni e lacune" nel lavoro dei periti, da cui non emergerebbero con chiarezza i "fattori scatenanti degli atti omicidiari, che non possono essere giustificati da lesioni craniche". (61) Per il calcolo complessivo della pena, il magistrato ha chiesto il massimo previsto per il reato di vilipendio di cadavere, sette anni, per l'episodio più grave, più quattro per gli altri episodi legati agli omicidi contestati per i quali non è punibile. Infine due anni di reclusione per l'episodio di tentata violenza sessuale a Maria Luisa Mezzari.

Il procuratore generale aveva "scontato" a Stevanin anche l'accusa di omicidio nei confronti di una donna di cui rimangono alcune fotografie che la ritraggono con lesioni conseguenti a pratiche di "sesso estremo". A detta di Nepi, infatti, non si può presumere che la donna ritratta fosse priva di vita. I legali di Gianfranco Stevanin, invece, hanno insistito sulla completa non punibilità del loro assistito chiedendone l'assoluzione. Le reazioni delle parti, come prevedibile, erano del tutto contrastanti.

I difensori dell'imputato cantano vittoria, anche se ritengono più giusto tenerlo sotto osservazione per un lungo periodo di osservazione, data la sua pericolosità. L'avvocato Bastianello, che rappresentava la madre di Biljana Pavlovic nel primo processo, si dichiara "esterrefatto", trovando la valutazione psichiatrica dei periti anomala; ritiene, infatti, che, interpretando a segmenti la personalità dell'imputato, non ne sia stata valutata appieno la personalità.

L'avvocato Guarienti, difensore della madre della Pulejo in primo grado, commentando la sentenza, sostiene invece che il discorso dell'incapacità di volere poteva esser valido solo per il primo omicidio, non quando si hanno uccisioni ripetute. "Il processo lo stanno facendo le perizie, non i giudici", afferma Giampaolo Cazzola, che assisteva i fratelli della Pulejo; a Verona, sostiene, i giurati avevano avuto la possibilità di avere Stevanin sotto gli occhi per molti giorni e di valutarne il comportamento. A Venezia questo non è avvenuto. Continua affermando che: "la svolta processuale dimostra quanto sia stata azzeccata la decisione di chiudere l'accordo per i risarcimenti prima dell'Appello. Almeno i parenti delle vittime hanno avuto qualcosa, altrimenti, oggi, non potrebbero accampare nessuna pretesa". (62)

Spetta a questo punto ai giudici di Venezia emettere la sentenza.

1.6.1. La sentenza della Corte d'Assise d'Appello

Il 7 luglio 1999 la Corte d'Assise d'Appello, la Corte, presieduta da Silvio Giorgio, emette finalmente il verdetto. Il giudizio è ancor più mite di quanto chiesto dal pubblico ministero: 10 anni e sei mesi. Stevanin, quindi, è stato ritenuto incapace di intendere e di volere al momento in cui violentava e uccideva le sue vittime e lo hanno, di conseguenza, assolto per tutti gli omicidi e le violenze sessuali per i quali era stato condannato in primo grado all'ergastolo.

"Folle", invece, Stevanin non era, secondo i giudici veneziani, quando mutilava orribilmente i cadaveri delle donne che aveva ucciso, quando li faceva a pezzi, quando ne disossava alcune parti e li occultava nei propri poderi o se ne sbarazzava nei corsi d'acqua della zona. E solo per questo (e per una tentata violenza sessuale del 1989), lo hanno condannato a dieci anni e sei mesi di carcere. Insomma, la Corte ha accolto in pieno le tesi degli ultimi tre periti che hanno studiato i meandri del pensiero e del comportamento di Gianfranco Stevanin: Giuliano Avanzini, Gianfranco Denes, Mario Tantalo. Tre esperti che, a leggere la perizia, hanno studiato più il cervello in senso materiale, che la mente del periziando. E infatti, sulla base del quesito posto dalla Corte, hanno analizzato a fondo soprattutto le conseguenze del "buco nero" nella mente di Stevanin, a causa del grave incidente stradale del 1976. Due lesioni profonde ai lobi frontali che non hanno intaccato né la capacità di comunicare, né quella di muoversi, ma che, secondo i periti, ha inibito la capacità di autocontrollo davanti a certi stimoli. E anche le amnesie, limitate ai momenti cruciali degli omicidi, sono credibili, mentre per Fornari e Galliani, erano invece, finte e strumentali.

Su una cosa tutti i periti sono stati d'accordo: la pericolosità sociale di Stevanin e il rischio che, se rimesso in libertà, possa uccidere di nuovo. La Corte, recependo anche le richieste del P.G. Nepi, ha previsto l'applicazione della misura di sicurezza della permanenza, per almeno dieci anni, in un Ospedale psichiatrico giudiziario. E, proprio perché ritenuto pericolosissimo, la Corte d'Assise d'Appello, alle prese con il problema della scarcerazione del serial killer, in quanto la sentenza rendeva di fatto nulli tutti i termini di custodia cautelare, ha disposto, da un lato, la "liberazione" dell'imputato, dall'altro, il suo immediato internamento provvisorio in una struttura psichiatrica criminale, per la "prevedibile reiterazione di gravi reati e per l'irreversibilità e l'immodificabilità, se non in senso peggiorativo della sua condizione". (63)

Una sentenza clamorosa, che fa discutere. Una sentenza che nasce senza che quelli che erano delegati a pronunciarla abbiano mai visto né sentito Stevanin. Il procuratore Nepi, che aveva accolto in toto la perizia della difesa chiedendo 13 anni di reclusione, i sei giudici popolari, il presidente Giorgio e il giudice togato De Nicolo, hanno preso la loro decisioni solamente sulla base della lettura di documenti processuali e perizie medico-legali. Risulta, da questo punto di vista, apprezzabile la strategia difensiva dei legali di Stevanin, nel sottrarre il loro assistito al dibattimento in aula. Un esame diretto che ha che, in primo grado, aveva contribuito in maniera determinante alla formazione della convinzione della capacità di intendere e di volere dell'imputato.

Il legale di Stevanin afferma: "i giudici hanno capito che l'imputato è una persona malata e che è più giusto curarlo, anche se rimane un criminale. Solo un difetto mentale di origine organica poteva spiegare il perché di tanta violenza in Gianfranco Stevanin". (64) Di tutt'altro avviso è l'avvocato Guarienti che sostiene che: "le conclusioni della Corte andrebbero bene se fossimo di fronte ad un unico episodio, ma qui gli omicidi sono almeno sei. Anche ritenendo accidentale la prima morte, Stevanin sapeva benissimo che, ripetendo certe situazioni, la conseguenza sarebbe stata il decesso della donna che stava con lui". (65)

Come detto, la perizia in base alla quale Gianfranco Stevanin è stato ritenuto incapace di intendere e di volere è stata più neurologica che psichiatrica in senso stretto. I periti hanno, di conseguenza, compiuto un'indagine "neuropsicologica". E definiscono la neuropsicologia "lo studio, attraverso il metodo sperimentale, delle relazioni intercorrenti tra il sistema nervoso centrale e la vita mentale", ritenendo che questa sia la branca delle neuroscienze che "negli ultimi anni ha avuto il maggiore sviluppo grazie all'affinarsi delle tecniche di indagine radiologica, di misurazione delle variazioni del flusso ematico o del metabolismo cerebrale e all'applicazione di sofisticati modelli teorici delle funzioni cognitive". (66) Il tipo di lesioni presente in Stevanin può provocare infatti "a cambiamenti, talora drammatici, della personalità e del controllo delle emozioni che si manifestano o sotto forma di impulsività e comportamento inadeguato sulla base di un mancato controllo degli impulsi inibitori, o come restringimento del campo degli interessi e di indifferenza emotiva". (67) Uno dei nodi irrisolti rimane quello "dell'amnesia a scacchiera", ossia del mancato ricorso dei momenti cruciali di alcuni dei "decessi accidentali" delle donne che facevano sesso con Stevanin.

Tirando le conclusioni, i tre periti dell'appello formulano una prima diagnosi di "epilessia con crisi parziali secondariamente generalizzate", che non hanno però "alcun ruolo nell'ambito dell'imputabilità di Stevanin", non incide cioè sulla capacità di intendere e di volere. Diverso è il caso delle lesioni encefaliche. I danni ad alcune aree del cervello possono "compromettere meccanismi inibitori che scattano normalmente alla visione del dolore altrui, una sorta di indifferenza alla sofferenza". (68) Soprattutto, però, possono dar luogo alla cosiddetta "sindrome frontale", in particolare tre incapacità: "di modulare il proprio giudizio in conformità con le situazioni vissute, per cui egli non appare in grado di distinguere tra una trasgressione morale e una convenzionale, di appendere dalle situazioni svantaggiose e di inibizione dell'aggressività". (69) Su queste componenti organiche deteriorate si è innestato un come un detonatore "l'estrinsecazione di una sessualità vissuta come un percorso erotico ad alto rischio".

Nella motivazione della sentenza si afferma anche che: "il solo epilogo pronosticabile per Stevanin è la segregazione in ospedale psichiatrico giudiziario a vita". Da questo passo, si denota lo scetticismo di giudici, data la natura organica della malattia di Gianfranco Stevanin, sulle possibilità di miglioramento che potrebbero, in futuro, rimetterlo in libertà. I legali dell'agricoltore, sono parzialmente d'accordo, in quanto sostengono che: "è certo che non potrà mai guarire, ma credo che, col tempo, potrà esser tenuto sotto controllo, anche perché la pulsioni sessuali decadono con l'età". (70) Stevanin viene in seguito, trasferito nell'O.P.G. di Castiglione delle Stiviere. Nel frattempo, l'avvocato dell'agricoltore annuncia di voler ricorrere in Cassazione per ottenere un'assoluzione piena. La medesima intenzione viene denunciata dal procuratore generale. Come prevedibile, la Sentenza emessa dalla Corte d'Assise d'Appello di Venezia ha provocato molteplici reazioni per lo più orientate verso lo sdegno.

Emblematica, a tale proposito appare il commento di Gian Guido Zurli, uno dei maggiori esperti italiani di serial killer. Egli, in primo luogo definisce "vergognosa" la sentenza, avendo seguito da vicino il processo e ritenendo che Stevanin sia pienamente normale, come ha dimostrato la lucidità mantenuta durante tutto il dibattimento di primo grado. Ritiene, inoltre, incontestabili le perizie effettuate da Fornari e Lagazzi, ritenuti i migliori in questo campo e asserisce che i periti d'ufficio che si sono pronunciati in secondo grado sono soltanto "psichiatri di sperdute università di provincia in cerca di notorietà". Afferma che la soluzione adottata (incapacità quando uccideva, capacità quando occultava i cadaveri) sia esclusivamente una situazione di comodo. Conclude affermando che chi ci rimette sono "le vittime e i loro parenti, che non hanno ottenuto giustizia e il Popolo Italiano, che non è assolutamente d'accordo con questa sentenza, anche se pronunciata in suo nome".

1.6.2. La revisione del processo d'Appello

Una nuova svolta nel processo che vede imputato l'agricoltore di Terrazzo per la morte di sei donne tra i 1993 ed il 1994, avviene quando il P.G. Augusto Nepi presenta ricorso alla Corte di Cassazione.

Il motivo del ricorso è basato sulla presunta carenza e illogicità della motivazione sui risultati delle perizie. Alla stregua dell'art. 606 del codice di procedura penale, che consente il ricorso per Cassazione in caso di "mancanza o manifesta illogicità della motivazione, quando il vizio risulta dal testo del provvedimento impugnato", il P.G. contesta la sentenza emessa dai giudici di Venezia. "La motivazione", spiega il procuratore generale, "aderisce incondizionatamente alle conclusioni dei periti e dei consulenti tecnici di parte, pur in presenza di opposte conclusioni dei periti di primo grado, ma non analizza o trascura alcune lacune argomentative e trasforma in certezze diagnostiche quelle che sono meri enunciati ed ipotesi scientifiche". "La sentenza", continua, "ignora alcune lacune ed incongruenze in modo illogico e non può quindi sottrarsi all'annullamento". (71) In particolar modo viene criticato l'approccio metodologico nella trattazione del tema. Del resto, afferma lo stesso procuratore generale, "è del tutto infondato e immotivato che l'imputato fosse consapevole e determinato nell'intraprendere il rapporto sessuale a rischio, ma altrettanto non fosse per l'evento conclusivo della morte della partner e non si espone perché sia disattesa l'ipotesi opposta, che fosse proprio l'evento omicidiario quello perseguito e attuato attraverso il percorso erotico". (72) La Cassazione, con un provvedimento preso il 24 maggio 2000, annulla la sentenza emessa dalla Corte d'Assise d'Appello di Venezia il 7 luglio 1999 e, ai sensi dell'art. 623 del codice di procedura penale, rinvia il processo ad un'altra sezione della stessa Corte.

Il 30 novembre del 2000 inizia, perciò, il processo d'Appello-bis nei confronti di Gianfranco Stevanin, che al momento sta scontando la pena nell'Ospedale psichiatrico giudiziario di Montelupo Fiorentino. La prima udienza del processo, privo dell'imputato, forse memore del risultato ottenuto in secondo grado dai sui legali, inizia con la richiesta da parte del P.G. di una nuova perizia psichiatrica sull'agricoltore. Gli incarichi sono affidati ai dottori Gaetano De Leo, Francesco De Fazio, Luigi Rossi e Giovanni Mancardi. Nella scelta dei consulenti, il collegio si è premurato di far scandagliare tutte la possibili angolature della personalità dell'imputato, nominando un medico legale, uno psichiatra, un criminologo e un neuropsichiatra. Nei precedenti gradi di giudizio qualcuna di queste figure era assente, causando lacune che, tra l'altro, avevano portato all'annullamento della prima sentenza d'Appello.

I giudici sono, perciò, chiamati nuovamente a decidere sulla capacità di intendere e di volere di Stevanin al momento dei delitti e sulla loro premeditazione: è questo, infatti, il punto debole della motivazione del primo appello annullata dalla Cassazione. In questa prima udienza, i legali dell'imputato presentano istanza per la concessione del rito abbreviato, che viene accolta dalla Corte. Anche in questo caso, il processo di svolge essenzialmente sulla base dei risultati degli esami effettuati dai periti sulla persona di Gianfranco Stevanin. Per quanto riguarda le richieste effettuate dalle parti, come era prevedibile, si ha una netta contrapposizione tra il P.G., che chiede l'ergastolo, ed i legali di Stevanin, la non punibilità del loro assistito per incapacità di intendere e di volere.

Il 23 maggio 2001, la Corte d'Assise d'Appello, presieduta da Luigi Lanza, dopo cinque ore di camera di consiglio, emette la propria sentenza: è ancora ergastolo. La Corte d'Assise d'Appello, accogliendo in pieno le richieste del procuratore generale, non ha concesso all'imputato la prevalenza delle circostanze attenuanti generiche rispetto alle aggravanti. La Corte ha, inoltre, emesso un ordine di cattura nei confronti di Stevanin e ne ha disposto il trasferimento immediato in un istituto penitenziario. L'agricoltore è stato, invece, assolto in via definitiva per un sesto delitto, quello della donna di cui era stata trovata una fotografia che la ritraeva con lesioni causate da rapporti sessuali estremi. "Sadico, ma non pazzo, affetto da un disturbo mentale, ma non tale da non poter capire che doveva fermarsi prima di infierire sulle vittime della sua foga sessuale. E i suoi delitti hanno la causa esclusivamente nel soddisfacimento della propria libido". (73) È in questo passaggio, pronunciato da uno dei quattro periti d'ufficio, il crinale che ha portato alla condanna all'ergastolo per l'agricoltore veronese. L'esito della perizia non ha dato scampo a Stevanin: se per un solo delitto si sarebbe potuta invocare la non imputabilità, ciò non è possibile quando gli omicidi si sommano.

Le motivazioni della sentenza emessa dalla Corte d'Assise d'Appello di Venezia affermano anche che il "mostro di Terrazzo" possedeva "mezzi intellettivi e culturali per evitare siffatti crimini e, comunque, per non ripeterne il percorso dopo la prima volta". Quanto alle condizioni mentali, la Corte sottolinea che "né il trauma cranico, né l'epilessia, né la relazione con la madre assumono ruoli causali". (74) Secondo l'organo giudicante, inoltre, nei delitti assumono un ruolo aggravante la sua condotta sempre lucida e l'atteggiamento processuale mai rivelatore di un barlume di pentimento, ma attento ad adeguarsi di volta in volta a una nuova emergenza probatoria. A Gianfranco Stevanin resta il lumicino della Cassazione, ma è una speranza flebile, vista in fondo ad un tunnel lungo quanto può esserlo l'ergastolo.

È, infine, la Suprema Corte a mettere la parola fine sulla tormentata vicenda giudiziaria iniziata nel 1994 e che vede come protagonista assoluto l'agricoltore di Terrazzo. Il 7 febbraio 2002, la Cassazione, infatti, conferma la Sentenza della Corte d'Assise d'Appello di Venezia che ha inflitto a Gianfranco Stevanin l'ergastolo. Si chiude così la clamorosa vicenda, iniziata quasi casualmente nel novembre del 1994, con la denuncia della prostituta austriaca Gabriele Musger, sfuggita a Stevanin nei pressi del casello autostradale di Vicenza Ovest e che ha coinvolto l'opinione pubblica nazionale. Dopo un iter processuale tormentato e ricco di colpi di scena, cala finalmente il silenzio sulla vicenda che vede coinvolto il serial killer più sadico della nostra storia.

1.7. Stevanin e la città di Verona

È terminata da poco la vicenda di Gianfranco Stevanin e la città di Verona è ancora sotto choc. Amarezza, paura e rabbia non si sono certo attenuate, si respirano ancora nell'aria. Attorno al caso ed alla figura di Stevanin in particolare, l'interesse dell'opinione pubblica era stato subito molto forte, con tratti anche morbosi. Dopo i giorni del dolore, sono arrivati i giorni della rabbia, dello sdegno; cronisti e studiosi, in tutti questi mesi, avevano indagato sul paese di Terrazzo e l'opinione pubblica voleva sapere: curiosità, interesse scientifico, morbosità o autentico bisogno di capire.

Cos'è successo a Terrazzo? Cos'è accaduto non tanto in quelle due case dell'orrore, ma a quell'agricoltore all'apparenza docile e tranquillo ed a quel piccolo paese nel suo insieme? Dobbiamo avvertire che, quella zona, la provincia di Verona, non è nuova a episodi efferati e clamorosi: dalle imprese del gruppo neonazista denominato "Ludwig", uno dei pochi casi italiani di assassini seriali che agiscono in coppia, alla vicenda di Pietro Maso, che massacra per soldi i genitori. "Questa terra partorisce un altro orrore?" Si sono domandati in molti quando hanno saputo della vicenda dell'agricoltore di Terrazzo. Sembra quasi che, tutti quegli eventi passati, avessero voluto presagire questa nuova orrenda vicenda, rivelando un carattere violento, nascosto nella mitezza verdeggiante del paesaggio e nella vita scarna e taciturna degli abitanti, votati al lavoro, alla famiglia, alla chiesa, secondo una tradizionale e diffusa convinzione. Si intuisce che, nella vita di tanti paesi e paesini del profondo Veneto, insieme alla vitalità e alla produttività, si stava manifestando un disagio nuovo e crescente; "un microcosmo egoista, gretto, chiuso", definiva il professor Vittorino Andreoli, con toni durissimi, l'intera provincia veronese all'epoca del caso Maso; "una società improntata all'apparenza, incapace di risolvere nuovi problemi, apparentemente pacifica e accondiscendente, in realtà aggressiva o, ancor peggio, vittimista". E aggiunge: "Qui vale di più un maiale o un paio di buoi che una moglie". (75)

Il serial killer "contadino", come lo definisce il giornalista de L'Arena Giancarlo Bendrame, usa pratiche e strumenti del mondo contadino, per sezionare il corpo delle vittime e anche per seppellire il cadavere, ma, sempre e soltanto, nel suo territorio, perché il possesso nei contadini veronesi è sentito in modo estremo. E le pratiche ed i segreti del suo mestiere, di un mestiere che però non ha mai svolto, dimostra di conoscerli bene; soprattutto quando sceglie di adoperare rotoli di nylon per avvolgere i corpi, evitando in questo modo la fuoriuscita di gas dal cadavere in decomposizione, che, mineralizzando il terreno, avrebbero fatto crescere piante più alte in quell'area.

Stevanin, sempre secondo Bendrame, rappresenta il "lato oscuro della ricca provincia veronese, che sotto la placida e talora paciosa immagine superficiale nasconde inquietanti tensioni, che di tanto in tanto magmaticamente esplodono, portando a galla orrori inenarrabili". (76) Si è parlato, addirittura, di "sindrome veronese", offrendo un'immagine, ancora una volta, cinica e negativa della provincia. Ma per gli abitanti di Terrazzo, per chi ha conosciuto Gianfranco Stevanin sin da piccolo, per coloro che lo incontravano al bar, chi è Stevanin, qual è l'immagine che si sono fatti di lui? È ancora una volta Bendrame che tratta di questo argomento, sostenendo che, a Terrazzo, all'indomani dell'arresto del giovane figlio di agricoltori, ma che mai era stato visto lavorare in campagna, nessuno ha dubitato della sua colpevolezza. Il male di Gianfranco Stevanin è stato, secondo il giornalista, la solitudine, aggiungendo che la sua deve essere stata una vita assai magra dal punto di vista affettivo.

Al termine della vicenda parla il sindaco del paese, intervistato dal giornalista de L'Arena, che afferma: "quello che desidera il paese è dimenticare", e continua asserendo che ciò che è accaduto poteva succedere ovunque e che di pubblicità ne hanno ricevuta abbastanza; ora vorrebbe che Terrazzo ritornasse ad esser ricordata per le mele e per il ponte sull'Adige. Ma qualcuno rimpiange già la notorietà perduta.

2. Donato Bilancia: il serial killer più atipico e prolifico della storia italiana

Passiamo ora a parlare di Donato Bilancia, l'assassino seriale che, nella zona di Genova, ha seminato tra il 1997 e il 1998 panico e terrore. Cercheremo di analizzare gli elementi caratteristici, la storia di vita, l'attività omicidiaria e la sequenza processuale di questo serial killer, sicuramente atipico tenuto conto dei canoni tradizionali rispetto alle caratteristiche ricorrenti negli omicidi seriali per la letteratura criminalistico-investigativa.

2.1. I fatti

Dall'ottobre 1997 all'aprile 1998, Donato Bilancia ha ucciso diciassette volte. La prima vittima è "l'amico" Giorgio Centanaro, soffocato il 16 ottobre 1997 nella sua abitazione genovese con del nastro adesivo, la cui morte viene inizialmente rubricata come "decesso per cause naturali" (si parlò d'infarto), prima che Bilancia confessasse di averlo ucciso per vendetta. Sempre per questo motivo, il 24 ottobre, uccide altre due vittime nel loro appartamento, i coniugi Maurizio Parenti e Carla Scotto. Dalla loro cassaforte vengono sottratti 5 orologi Rolex, di cui Parenti faceva collezione, ed una grossa somma di denaro. Bilancia racconta che Centanaro e Parenti l'avevano coinvolto in una bisca genovese dove aveva perso circa 400 milioni di vecchie lire.

Il 27 ottobre, uccide (sempre con la stessa arma, una pistola calibro 38) i coniugi Bruno Solari e Maria Luigia Pitto, orefici, nella loro casa di Genova. Anche in questo caso il movente sembra essere la rapina, dal momento che dall'appartamento mancano alcuni gioielli. Il 13 novembre, a Ventimiglia, uccide e rapina il cambiavalute Luciano Marro e, dopo una pausa di più di due mesi, il 25 gennaio 1998 uccide il metronotte Giangiorgio Canu, giustiziandolo nell'ascensore di un caseggiato genovese. Anche in questo caso il portafogli della vittima non viene recuperato dagli inquirenti. Fino a questo punto, gli inquirenti non pensano minimamente a collegare gli omicidi tra di loro.

Il 9 marzo, Bilancia inizia a uccidere le prostitute, Stela Truya a Varazze; l'esecuzione avviene con un solo colpo di pistola alla nuca e non vi è evidenza di alcun segno di stupro o di maltrattamenti fisici. Il 18 marzo è il turno di Ljudmyla Zubkova a Pietra Ligure, uccisa con le stesse modalità della precedente; anche in questo caso, la borsetta della vittima non è presente sul luogo del delitto al momento del ritrovamento del cadavere.

La decima vittima è il cambiavalute Enzo Gorni, ucciso il 20 marzo a Ventimiglia. Il 24 marzo, alla Barbellotta (Novi Ligure), Bilancia, a bordo della sua Mercedes scura, mentre si trova in intimità col viado Lorena, uccide due metronotte, Candido Randò e Massimino Gualillo; il transessuale viene ferito e, grazie alle sue dichiarazioni, viene tracciato il primo identikit del misterioso assassino. Lorena afferma anche che: "quel pazzo vuole uccidere ancora ...è sicuramente lui che ha ucciso le altre ragazze". (77) Il 29 marzo, a Cogoleto, Bilancia toglie la vita alla prostituta nigeriana Terry Asodo, mentre il 12 aprile, in un bagno dell'intercity La Spezia-Milano, spara a Elisabetta Zoppetti, giovane infermiera milanese. Giunti a questo punto, "l'allarme serial killer" non è più solo un ipotesi dal macabro fascino al vaglio degli inquirenti. Gli ultimi omicidi: i 14 aprile, a Pietra Ligure, la prostituta albanese Kristina Walla; il 18 aprile, sul treno Genova-Ventimiglia, Maria Angela Rubino, colf e baby-sitter di Ventimiglia; il 21 aprile, a Arna di Taggia, il benzinaio Giuseppe Mileto.

Uno degli elementi determinanti a far individuare Bilancia sono state le dichiarazioni dell'uomo che gli cedette la Mercedes, l'automobile vista nei luoghi di diversi omicidi. Il 6 maggio del 1998, Donato Bilancia viene arrestato dai carabinieri di Genova e la sua piena confessione inizia il 14 maggio. Il 13 maggio 1999 è iniziato il processo al serial killer italiano con il più alto numero di vittime.

2.2. La storia della sua vita. Vicende biografico-giudiziarie

Donato Bilancia nasce a Potenza, il 10 luglio del 1951. Nel 1955 la famiglia Bilancia (composta da 4 membri in totale) si trasferisce prima nel piemontese, poi a Genova. Nel 1966, ancora minorenne, ruba una vespa 50. Viene arrestato e rilasciato poco dopo perché, data la sua giovane età, viene considerato incapace di intendere e di volere. L'esordio delinquenziale nel mondo della microcriminalità avviene nel 1971, quando ruba un furgone carico di panettoni, che tenta poi di rivendere davanti ad un supermarket. Anche in questa occasione viene segnalato ed arrestato, ma in seguito assolto perché, ancora minorenne, viene dichiarato incapace di intendere e di volere.

Nel 1974, viene nuovamente arrestato a Como, per detenzione abusiva di armi da fuoco e viene condannato. Nel 1978, tenta di fuggire in pigiama dal reparto psichiatrico dell'Ospedale San Martino di Genova. Viene ripreso subito dopo e finisce di scontare in carcere la condanna a 18 mesi per rapina impropria. Nello stesso anno, viene arrestato in Francia, insieme ad un suo complice, per una serie di furti ai danni di diversi studi dentistici. Viene dunque condannato ad una pena detentiva di 2 anni e sei mesi. È, poi, rilasciato prima della scadenza del termine (circa sei mesi) per buona condotta.

Nel 1981, viene arrestato, insieme a due complici, per rapina e sequestro di persona ai danni di due coniugi nell'entroterra genovese. Viene condannato a due anni e quattro mesi. Finirà di scontare la condanna nel gennaio del 1994. L'11 novembre 1987, avviene un episodio che, secondo quanto afferma Bilancia sconvolge la sua vita. Il fratello maggiore Michele, muore suicida gettandosi sotto un treno nei pressi della stazione di Genova-Pegli, trascinando con sé il figlioletto Davide, di appena quattro anni. Nel 1990, viene denunciato da una prostituta per atti di libidine violenta e sequestro di persona. Nel 1994, viene incriminato per reiterate molestie sessuali ai danni di una delle commesse del negozio di intimo femminile che gestiva a Genova.

Il 15 ottobre 1997, inizia la serie di delitti. Come risulta da questa lunga sfilza di precedenti penali, Donato Bilancia non era una persona sconosciuta alle forze dell'ordine. Possiamo notare, nella sua biografia, una progressione dell'iter criminale; si parte nel 1966, con una serie di reati contro il patrimonio, cui succedono furti, per poi, nel 1981, passare a reati contro la persona, che poi sfociano nei brutali omicidi degli ultimi anni. Secondo le testimonianze delle persone che meglio conoscono Donato Bilancia, egli viene descritto come uno "spaccone" e un incallito giocatore d'azzardo che frequentava spesso bische e casinò. Aveva seri problemi sessuali, al punto che era arrivato a chiedere dei pareri medici: soffriva di impotenza e faceva molta fatica ad avere rapporti con le donne. Gli piaceva guardare le coppiette in macchina e, a una donna con cui usciva, disse che "tutte le donne dovrebbero essere ammazzate dovrebbero inginocchiarsi perché io sono il re".

2.3. Caratteristiche delle vittime e modus operandi dell'aggressore

La prima vittima fu Giorgio Centanaro, ex imprenditore e legato al mondo delle bische clandestine. Secondo quanto afferma Bilancia, il motivo dell'uccisione va ricercato proprio all'interno di questo ambiente; era stato Centanaro, definito da Bilancia "un viscido", insieme a Maurizio Parenti, ad introdurre il serial killer in una bisca genovese, dove aveva perso quattrocento milioni; l'assassino era convinto che fosse un piano architettato dai due per truffarlo, ascoltando, per caso, nel giugno 1997, un dialogo tra i due all'interno della bisca stessa.

Stando a quanto afferma Bilancia, la vittima fu uccisa intorno alle 2-3 del mattino nel proprio appartamento a Genova; successivamente l'assassino sottrasse diversi orologi di valore dalla cassaforte e diversi milioni di lire in contanti, per simulare una rapina. Bilancia afferma: "lo conoscevo bene. L'ho seguito alla sua abitazione dopo aver preso il numero di targa per vedere dove andava (sembra che Bilancia si fosse recato all'A.C.I. di Genova pochi mesi prima, per risalire, dal numero di targa dell'auto del Centanaro, al suo indirizzo). Una sera l'ho aspettato quando stava per rientrare a casa, l'ho seguito a breve distanza e sono entrato, quando lui stava per chiudere la porta. Avevo con me la pistola, quella che mi è stata sequestrata, ma non l'ho usata perché l'ambiente era piccolo e temevo di far troppo rumore. Lo volevo ammazzare, non c'erano altri scopi nella mia visita. L'ho soffocato dopo averlo immobilizzato con del nastro adesivo. Ho lasciato il cadavere davanti la porta a pancia in giù ...volevo che si sapesse che era stato ammazzato". (78) È l'unico omicidio di Bilancia avvenuto con queste modalità, infatti, gli altri sono tutti avvenuti con l'utilizzo di armi da fuco.

Nei giorni successivi, Bilancia scopre dai giornali che la morte di Centanaro è stata archiviata per decesso per cause naturali (infarto). Il 23 gennaio del 1998, il pubblico ministero Canepa, riceve una telefonata anonima da un uomo che, con pesante accento siciliano contraffatto, afferma che la morte del Centanaro era dovuta a soffocamento, non a infarto. Il P.M. verificò, subito dopo, al centralino l'origine della chiamata. Risultò che aveva appena chiesto di parlare con lui un uomo dall'accento genovese. Questa stesso circostanza era stata rivelata dal Bilancia nel corso della sua confessione.

Il secondo evento omicidiario si verifica il 24 ottobre dello stesso anno. Le vittime, come detto, sono Maurizio Parenti, installatore di videopoker, legato anch'egli al mondo delle bische clandestine, e Carla Scotto, commessa in un negozio di abbigliamento. Anche i due giovani sposi vengono uccisi nel loro appartamento di Genova. La loro abitazione, a causa dell'efferatezza del duplice omicidio, viene ribattezzata dai mass media "la casa del boia". L'aggressione omicida è avvenuta intorno alle 4 e mezza di notte. Anche in questo caso Bilancia sottrae oggetti di valore per depistare le indagini.

Il serial killer, nella sua confessione, si dichiara dispiaciuto soltanto della morte della donna, uccisa perché insieme al marito; dell'uomo dice invece che "non me ne frega niente e neanche dei suoi genitori; non sono intenzionato a chiedere perdono, me ne frega meno di niente". Continua "conoscevo bene anche loro. Il Parenti era sempre scortato. Da qualche sera lo aspettavo nei pressi della sua abitazione. Ho atteso che la scorta andasse via e l'ho avvicinato nel portone. Ho detto che dovevo fargli vedere qualcosa, appena ha chiuso gli ho puntato la pistola e l'ho ammanettato. Entrati in casa gli ho detto che doveva darmi del denaro e mi ha detto che era in cassaforte. Essendosi svegliata la moglie mi sono fatto dare la combinazione da lei. Li ho fatti sedere sul divano, ho aperto la cassaforte e ho prelevato una scatoletta che conteneva alcuni orologi Rolex. Gli ho detto cosa pensavo di lui. L'ho anche colpito alla mascella con il calcio della pistola poi gli ho sparato in fronte. La moglie invece l'ho colpita sul petto. Prima l'avevo legata braccia e gambe con il nastro". (79) Sappiamo poi che Bilancia si recò all'obitorio ed alla veglia funebre per dare "l'ultimo saluto" alla coppia.

Continua la serie di omicidi: Bilancia, sentendosi sicuro per il fatto che la polizia non sospetta che gli omicidi siano collegati, uccide una coppia di anziani orefici, sospettati di avere legami con il mondo della ricettazione genovese, Bruno Solari e Maria Luigia Pitto. Anche questa volta l'assalto avviene nell'appartamento delle vittime e con la stessa arma, una pistola calibro 38 ed è il tragico epilogo di una fallita rapina. Cambia soltanto l'ora, stavolta la "mattanza" avviene nel tardo pomeriggio. Dell'omicidio di Solari e della moglie Bilancia confessa che non aveva previsto di ucciderli, in quanto lo scopo dell'assassino seriale era, in questo caso, solo quello di rapinarli. Dei due dice che erano spaventatissimi e che è stato costretto ad ucciderli.

Luciano Marro, cambiavalute viene, invece, ucciso nel suo ufficio, in una delle strade più trafficate di Ventimiglia intorno alle 19/19.30, orario di chiusura serale. L'arma è ancora una calibro 38. L'omicidio, come nel precedente caso, è a scopo di rapina, a riprova delle difficoltà economiche in cui, all'epoca, doveva dibattersi Bilancia. L'assassino, con la scusa di dover cambiare dei franchi francesi, si introduce nell'ufficio della vittima e, avendo notato che la cassaforte dove teneva la valuta era aperta, decide di sottrarre il denaro; ma, a causa della reazione della vittima, Bilancia decide di ucciderlo. Per quanto riguarda questo omicidio, vediamo come si riscontri nella modalità di azione di Bilancia una condotta tipica del serial killer organizzato; infatti, l'assassino ha per giorni studiato attentamente le abitudini della vittima ed ha individuato il momento migliore per agire.

Il 25 gennaio del 1998, è il turno di Giangiorgio Canu, metronotte. Viene freddato nell'ascensore di un palazzo della zona in cui la vittima era di guardia. L'aggressione ha avuto luogo intorno alle due del mattino. È questo il più atipico tra gli episodi delittuosi della serie, nel senso che Bilancia non ha chiarito quale ne sia stato il movente. Pur essendo, nella motivazione della sentenza della Corte d'Assise, inserito tra gli omicidi a scopo di rapina, in realtà, Bilancia non trasse alcun vantaggio economico dall'atto delittuoso, per cui si può affermare che il motivo dell'assassinio vada forse ricercato nella sete di vendetta verso questa categoria di lavoratori che una volta lo colse sul fatto a seguito di un furto per il quale fu condannato e che questa brutale esecuzione fosse causata esclusivamente dal bisogno compulsivo del serial killer di uccidere.

Il 15 marzo del 1998 inizia la serie di omicidi ai danni di prostitute. La prima a farne le spese è Stela Truja, 25 anni, albanese. Viene assassinata sulle alture di Varazze, intorno alle 3 di notte. Questo omicidio, dal punto di vista della qualificazione giuridica è sicuramente aggravato dalla premeditazione dato che, in precedenza, Bilancia si era recato sul luogo del delitto per verificarne la compatibilità con il suo disegno criminoso. Afferma il serial killer: "l'ho fatta salire in macchina prelevandola a Genova, in zona Foce, le avevo offerto una grossa somma di denaro per una prestazione in casa. Poi l'ho portata in una località isolata sulle alture di Varazze e l'ho fatta spogliare. Subito dopo l'ho fatta scendere. Lei non voleva, così l'ho presa per i capelli e l'ho trascinata fuori io. Subito dopo l'ho fatta inginocchiare e le ho sparato un colpo di pistola alla testa. Poi l'ho lasciata lì e sono andato via". (80) Cinque giorni dopo la stessa sorte tocca a Lyudmyla Zubkova, anch'essa prostituta, assassinata con modalità pressoché identiche alla precedente vittima.

La decima vittima è Enzo Gorni, cambiavalute di Ventimiglia; la modalità sono identiche a quelle relative all'omicidio di Luciano Marro. Afferma Bilancia: "anche qui quando ho studiato l'obiettivo, dovevo fare attenzione che il blindato fosse aperto ...è andata come nell'omicidio del primo cambiavalute. Ho aspettato il momento più opportuno, quando la vittima era più vulnerabile, sono entrato, l'ho minacciato con la pistola, gli ho ordinato di aprire la cassaforte e di darmi il danaro. Poi ha tentato una reazione ed io gli ho scaricato il caricatore addosso". (81) Quella stessa sera Bilancia si reca al casinò di Sanremo ed un croupier, all'udienza del 16 luglio 1999, dichiarò di ricordare precisamente che in quella circostanza l'imputato aveva un'insolita disponibilità di denaro in contanti. Quella sera, dunque, Bilancia aveva giocato ad uno dei molti tavoli verdi con il destino di un uomo.

Il 24 marzo, Bilancia incappa nel primo serio "incidente di percorso", in quanto la vittima designata sfugge alla sua furia omicida e fornisce i primi elementi utili per la realizzazione dell'identikit. Bilancia si introduce in una villa, al momento deserta, con il transessuale Lorena per consumare un rapporto sessuale. All'improvviso giungono sul posto due metronotte, Candido Randò e Massimino Gualillo, che si erano insospettiti per la presenza dell'autovettura di Bilancia e che, dopo che l'aggressore afferma, smentito dal transessuale, di essere il proprietario della villa, decidono di chiamare la centrale; questa mossa scatena l'ira del serial killer che spara una raffica di colpi di arma da fuoco uccidendo i metronotte e ferendo il transessuale. Come per gli altri omicidi ai danni di prostitute, Bilancia non ha saputo dare una motivazione plausibile del gesto criminale. Si deve ritenere perciò che egli abbia agito per dare sfogo ai propri istinti criminali. Diversa la situazione per i due metronotte, uccisi soltanto in conseguenza del loro intervento.

Il 29 marzo dello stesso anno, è ancora una prostituta, la nigeriana Terry Asodo, la vittima della "follia" di Donato Bilancia. Fatto sta che il serial killer, facendo tesoro dei propri timori circa il rischio della possibile individuazione, da parte degli inquirenti, della sua Mercedes, si tutela cambiando auto e utilizzando una Opel Kadett rubata. Bilancia narra in questo modo l'accaduto: "dopo aver consumato un rapporto sessuale, l'ho trascinata fuori dall'auto con la forza, ma lei ha tentato di reagire scappando. È partito il primo colpo e lei si è accasciata, poi l'ho colpita con altri due colpi alla testa e sono andato via". (82)

Il 10 aprile del 1998 il serial killer aggredisce una prostituta Luisa Ciminiello, 51 anni e la rapina; le punta una pistola alla testa per ucciderla, ma grazie all'arrivo di un altro cliente riesce a scampare alla furia omicida di Bilancia. La donna sostiene di esser stata graziata dall'assassino perché, per impietosirlo, gli fece vedere una foto di bambino di due anni, dicendogli che era suo figlio. È importante sottolineare che Bilancia non parla di questo episodio in nessuna occasione. È la stessa prostituta a denunciare l'avvenuta rapina ed il tentato omicidio quando nota la straordinaria somiglianza tra l'uomo che l'aveva aggredita nel suo appartamento sanremese e l'identikit dell'assassino seriale pubblicato da tutti i quotidiani.

Il giorno di Pasqua del 1998, domenica 12 aprile, inizia la serie degli omicidi sui treni. La prima vittima è Elisabetta Zoppetti, infermiera di Milano. L'omicidio avviene sull'intercity La Spezia-Milano, intorno alle 15. È la serie di omicidi che hanno maggiormente allarmato l'opinione pubblica, sfuggendo a qualsiasi valutazione logica o di "ambiente". Una volta atteso che la donna si sia recata in bagno, Bilancia la segue ed apre la porta dello stesso con una chiave "tripla". La Zoppetti si mette ad urlare e il serial killer, dopo averle messo una giacca in testa, le spara un colpo di pistola a bruciapelo. Poi attende che il treno si fermi alla successiva stazione per uscire dal bagno. Bilancia riguardo a questo omicidio dichiara: "sono salito sul treno con quell'intenzione. Doveva essere necessariamente una donna, anche se non l'ho nemmeno toccata dal punto di vista sessuale. Credo che sia stata la consecuzione di un oggetto, di un programma che è scattato in me dopo i delitti Centanaro-Parenti ...". (83)

Due giorni dopo, l'assalto a Kristina Walla, prostituta albanese di 22 anni; l'aggressione avviene nei pressi dell'uscita autostradale di Pietra Ligure. Per quanto riguarda la modalità dell'omicidio, è del tutto identica alle altre uccisioni di prostitute. È importante sottolineare che l'unico criterio utilizzato da Bilancia nella scelta delle prostitute era legato alla nazionalità: voleva uccidere lucciole di nazionalità sempre diversa. Per prima cosa chiedeva da quale nazione provenivano; se aveva già ucciso qualche ragazza di questa nazionalità, non la faceva neppure salire.

Il 18 aprile un nuovo omicidio su un treno: la vittima è Maria Angela Rubino, 32 anni, sul treno Genova-Ventimiglia tra le 22.30 e le 23. Il serial killer dice "ho visto una donna all'interno dello scompartimento ed ho provato l'impulso di uccidere". La modalità è analoga alla precedente, ma il comportamento è ancora più sprezzante, in quanto Bilancia, dopo averla uccisa, si trattiene nel bagno e si masturba, forse come egli stesso afferma "per una forma di disprezzo verso quella donna che non avevo mai visto prima". (84)

Due giorni dopo, a seguito di una rapina, Bilancia uccide, ad Arma di Taggio, il cinquantunenne benzinaio Giuseppe Mileto. L'aggressione avviene nel piccolo ufficio della stazione AGIP dove la vittima stava prestando servizio. In questo caso la furia omicida dell'assassino seriale è dovuta al rifiuto del benzinaio di fare credito al Bilancia. A questo punto il serial killer decide di rapinare il benzinaio, ma arriva un altro cliente, cui la vittima fa dei segnali per fargli comprendere la situazione di pericolo. È a questo punto che Bilancia, dopo aver atteso che l'altro cliente andasse via, fredda la vittima con cinque colpi di pistola.

In conclusione, possiamo affermare che il rituale esecutivo dell'assassino è scarno, rapido e spietato (e nel caso degli omicidi sui treni i tempi dell'esecuzione sembrano ridursi ancor più). Non vi è alcun segno di infierimento specifico sui vari cadaveri (overkilling) e tutti i colpi sparati sono mortali, esplosi cioè con l'intento di uccidere nel più breve tempo possibile la vittima che, una volta esanime, viene abbandonata a se stessa nel luogo in cui è avvenuto il delitto. In tutti gli omicidi, a cominciare dal duplice omicidio Scotto/Parenti, l'arma usata è sempre una Smith & Wesson calibro 38 special. L'emissione acustica causata dal munizionamento di questo tipo di arma è decisamente poco intensa e, piuttosto verosimilmente è questa la ragione per cui, per quanto riguarda i due delitti avvenuti sui treni, il rumore dello sparo non è stato avvertito da nessun altro passeggero.

Ci sono alcuni fattori che Bilancia prende maggiormente in considerazione nell'esecuzione del suo piano criminale. In primo luogo, cerca di rendere impossibile la via di fuga alla potenziale vittima; era solito, infatti, parcheggiare l'automobile con il lato del passeggero quasi attaccato ad un muro, in modo che la vittima non potesse uscire. Al contrario, per garantirsi egli stesso una rapida fuga, visionava precedentemente i luoghi dell'aggressione, in modo da individuare il percorso migliore per fuggire. Un altro elemento fondamentale del suo modus operandi è quello di disseminare le vittime, estremamente eterogenee dal punto di vista tipologico, in luoghi apparentemente non collegati tra loro, in modo da rendere molto difficile l'identificazione di una stessa mano omicida dietro la serie di delitti.

2.4. La confessione

Pochi giorni dopo l'arresto, avvenuto il 6 maggio 1998, Bilancia decide di fare una lunga confessione in cui spiega tutte le motivazioni che lo hanno spinto a commettere degli omicidi apparentemente così diversi tra loro. Tredici ore di interrogatorio, in cui spiega minuziosamente, con tono calmo e distaccato, i suoi delitti.

La definizione che dà di se stesso è quella di un serial killer "da bar", gentile, ironico, ladro gentiluomo, giocatore incallito, ma affidabile, pronto però ad uccidere per uno "sgarro". Già da queste parole si notano le contraddizioni della sua personalità nella quale coesistono aspetti del tutto opposti. Secondo la sua versione, è proprio lo "sgarro" subito dall'amico Maurizio Parenti e da Giorgio Centanaro, le sue prime vittime, a farlo diventare un assassino seriale:

Quando nella bisca ho colto la frase di Maurizio che diceva "hai visto che sono riuscito ad agganciare Walter" (così era chiamato Bilancia dagli amici), nella mia testa è successo un macello e ho subito pensato: questi qui ora li debbo uccidere ...sono sempre stato un lupo solitario, non mi sono mai iscritto a niente. Ma credevo nell'amicizia. Con quella frase pronunciata da Maurizio per l'ennesima volta mi sono sentito pugnalato alla schiena ...Mi dispiace solo di aver ucciso Carla. Centanaro invece è sempre stato un viscido e lo trattavo come tale. Questo è stato il motivo che ha fatto esplodere in me una cosa di incredibile violenza. Perché io ho sempre vissuto tranquillamente per quarantasette anni, poi qualcosa è successo da un momento all'altro, non è che uno si sveglia alla mattina e dice: "va bé, oggi mi cerco un'arma e vado ad ammazzare qui e là".

Dopo aver ucciso Centanaro, Bilancia racconta di aver telefonato al magistrato che si occupava del caso Parenti/Scotto perché "volevo che si sapesse che era morto ucciso", elemento, questo, tipico degli assassini seriali, i quali tengono particolarmente ad affermare la paternità dei propri delitti. L'uccisione dei coniugi orefici Solari/Pitto, inizia, invece, con l'intenzione di fare una rapina, "poi però non ho più controllato la situazione". I delitti dei due metronotte e del transessuale vengono commentati ironicamente da Bilancia: "da tiratore esperto ho sparato dieci colpi per fare due morti e un ferito". (85)

Per quanto riguarda gli omicidi ai danni delle prostitute Bilancia afferma che "dovevano appartenere per forza a nazionalità diverse" e che le modalità di azione erano pressoché analoghe: "le dicevo "scendi un attimo, guarda il mare", senza farle capire quello che avrei fatto. Poi sparavo e me ne andavo". Il programma del serial killer prevedeva, dopo tanti omicidi, di "lasciar riposare Genova perché era una città un po' scossa", anche se conferma che, in seguito, avrebbe ripreso ad uccidere ma cambiando bersaglio: "in seguito sarebbe stato il turno di tutti questi pseudo malandrini conduttori di bische".

Come molti altri assassini seriali, accanto alla volontà di continuare ad uccidere, c'è una parte che vuole essere fermata e che, anzi aspira al suicidio. Bilancia racconta di quale fosse la sua speranza "che la cosa finisse al più presto, magari a seguito di una sparatoria con la polizia; è per questo che porto sempre la pistola con me" e, al pubblico ministero, dice di aver accarezzato spesso l'idea di suicidarsi: "non sa quante volte, centinaia, mi sono puntato la pistola alla testa, ma non ho mai avuto il coraggio". Aveva anche progettato di suicidarsi con il cianuro, ma chi gli vendette le capsule lo truffò rifilandogli delle vitamine al posto del veleno.

Le modalità dell'omicidio delle due donne sui treni sono, come detto, state analoghe e Bilancia le racconta dettagliatamente; per quanto riguarda l'omicidio di Elisabetta Zoppetti dichiara: "ho preso il treno a Genova, in uno scompartimento c'era una donna. Ho aspettato che si recasse in bagno. Aveva la borsa con lei. Ho aperto la porta con una chiave falsa e lei si è messa ad urlare. Le ho posto la sua giacca sulla testa ed ho sparato. Lo faccio perché non voglio vedere la faccia. Ho ripreso la borsa e mi sono appropriato del biglietto che spuntava, perché non ce l'avevo. Ma non ho toccato nient'altro". Nel secondo delitto sul treno, Bilancia rimane chiuso nel bagno e, come detto, si masturba davanti al cadavere di Maria Angela Rubino.

2.5. Il processo in Corte d'Assise

Il 13 maggio 1999 il presidente della Corte d'Assise di Genova, Loris Pirozzi ed il giudice a latere Massimo Cusatti, danno inizio al processo al serial killer più prolifico della storia d'Italia. Ventisei i capi d'imputazione a carico di Bilancia: 17 omicidi, due tentati omicidi, detenzione e ricettazione della pistola calibro 38, sei rapine, porto d'armi abusivo, atti osceni e vilipendio di cadavere.

Durante la prima udienza, viene notificata la costituzione delle parti civili. Bilancia è assente, come accadrà per tutta la durata del procedimento; pochi giorni prima dell'inizio del processo è lo stesso imputato ad inviare una lettera al presidente della Corte d'Assise, in cui si scusa per la sua decisione, sottolineando che non c'è alcun pregiudizio nei confronti dei giudici togati e popolari, ma ribadisce che è una scelta processuale. È proprio questa assenza, unita al fatto che la confessione è già stata resa dall'assassino, a togliere parte dell'interesse sul processo; in effetti, a differenza del processo in Corte d'Assise nei confronti di Gianfranco Stevanin, in cui tutti gli occhi erano indirizzati sulla figura del serial killer, qui manca l'oggetto di tanta morbosa curiosità. Oltre a ciò, il pilastro fondamentale del processo è costituito proprio dalla piena confessione resa dall'imputato dopo la cattura, senza la quale uno degli omicidi, quello del Centanaro, non sarebbe mai stato considerato tale e buona parte degli altri sarebbero forse rimasti a lungo irrisolti.

Il 20 maggio ha inizio l'istruttoria dibattimentale articolata dal pubblico ministero, Enrico Zucca, sulla base dei singoli episodi criminosi. Il P.M. inizia affermando che quelli in questione "sono delitti orribili che non vorremmo mai aver visto e temiamo di vedere. Quando ancora non erano collegati tra loro hanno causato allarme sociale di enorme rilevanza". L'accusa procede poi a descrivere uno ad uno tutti gli omicidi della serie, non tralasciando il minimo dettaglio nell'esposizione delle brutali aggressioni terminate con la morte di diciassette persone. Secondo il magistrato Bilancia agì sempre da solo e la sua confessione può considerarsi veritiera.

In seguito, al fine di confermare l'idoneità delle dichiarazioni rese dall'imputato ad integrare, alla luce degli elementi di riscontro acquisiti, la piena prova della sua colpevolezza, sono stati esaminati i consulenti tecnici del pubblico ministero, tutti appartenenti al Reparto Investigazioni Scientifiche dei Carabinieri; questi hanno consegnato gli esiti degli esami da loro effettuati in riferimento agli accertamenti biologici, chimici, tecnici, merceologici, balistici e grafologici sul materiale sequestrato nel corso delle indagini e riconducibile alla persona di Bilancia, all'autovettura ed alla pistola che in quel periodo erano nella sua disponibilità. In particolare dagli esami eseguiti risulta che il Dna dell'imputato è riscontrabile, con certezza scientifica, in seguito ai numerosi esami autoptici, in numerose tracce biologiche rilevate sui corpi e sugli indumenti delle vittime, in particolare su quelli di alcune prostitute e di Maria Angela Rubino, la seconda donna uccisa su un treno. Secondo Zucca ad accusare l'imputato ci sono anche la saliva sul mozzicone di sigaretta trovata nell'appartamento dove furono uccisi Maurizio Parenti e Carla Scotto e le tracce ematiche riscontrate nell'auto sulla quale il serial killer trasportò la prostituta nigeriana Tessy Asodo. Il comandante del R.I.S., Luciano Garofalo, ha sottolineato, invece, l'importanza della parte balistica per indirizzare verso una sola mano omicida, in quanto i proiettili usati erano inusuali, sia dal punto di vista commerciale che criminale, difficilmente reperibili da persone diverse. Garofalo afferma, infine, che le tracce degli pneumatici rinvenute nei luoghi dei delitti erano del tutto compatibili con quelle dell'automobile di Bilancia.

È importante sottolineare che non sono mancate nel dibattimento sollecitazioni e suggestioni ad affrontare temi estranei al thema decidendum, come quello della possibile esistenza di mandanti o di concorrenti nell'esecuzione del piano criminale messo materialmente in atto da Bilancia, circostanze poi smentite in pieno dalla sentenza della Corte.

Dall'udienza del 15 luglio inizia la lunga processione di potenziali testimoni di alcuni omicidi (in particolare quelli di Enzo Gorni e Luciano Marro) e di conoscenti di Bilancia, circa duecento, che aiutano a fornire un quadro complessivo della personalità, delle abitudini, delle tendenze e dello stile di vita del serial killer; egli viene descritto come una persona solitaria, gran bevitore e fumatore e giocatore d'azzardo compulsivo; e ancora emerge il ritratto di una persona che detesta tutte le donne, probabilmente a causa della sua incapacità sessuale; frequentava esclusivamente prostitute, in quanto quest'ambiente era l'unico in cui riusciva a procurarsi, sempre con l'onnipresente denaro, un po' di attenzione da parte dell'altro sesso; avido di soldi, una sensibilità esasperata rispetto al tema del credito, che pretendeva di riscuotere, per la sua puntualità nei pagamenti anche presso gli sconosciuti e, dunque, correlativamente, un'avversione estrema per l'altrui sfiducia, che non a caso l'ultima vittima, il benzinaio Giuseppe Mileto, ha pagato con la morte.

Particolarmente importante è la deposizione del viado Lorena, che racconta i dettagli dell'aggressione: "vidi il calcio della pistola che sporgeva da una tasca della portiera della Mercedes ed allora capii quali erano le sue intenzioni. Cercai di prendere tempo intrattenendolo il più possibile, per trovare una soluzione e potermi salvare. Poi vidi le luci dei fari e poi ancora un'altra macchina, [ ...] dopo che sparò ai due metronotte fuggii, ma sentii il suo fiato dietro di me; mi disse: "dove credi di scappare?". A quel punto ingaggiammo una colluttazione, poi Bilancia mi sparò un colpo al ventre e, credendo di avermi ucciso, fuggì dalla villa".

Testimonianza di enorme interesse è stata, inoltre, quella del maggiore dei Carabinieri Filippo Ricciarelli, artefice dell'arresto del serial killer, che ha ripercorso i giorni precedenti la cattura di Donato Bilancia e quella di Mario Toto, cognato del cambiavalute Enzo Gorni, che ricorda: "ho visto sparare due colpi seguiti da una fiammata e mio cognato sparire sotto il balcone. In quel momento ho pensato solo a dare l'allarme, a chiamare un'ambulanza". Toto afferma anche di aver aspettato che l'assassino uscisse dal negozio: "ci siamo affrontati con lo sguardo, ma quando ha messo la mano in tasca come per estrarre nuovamente la pistola, mi sono spaventato ed ho cercato rifugio dentro il negozio vicino di generi alimentari ed ho dato l'allarme".

In apertura dell'udienza del 21 ottobre, la Corte, sciogliendo la precedente riserva, dispone una perizia psichiatrica per accertare se Bilancia, al momento dei fatti, versasse in stato di incapacità di intendere e di volere; è questo il nodo centrale di tutto il processo: il problema dell'imputabilità di Bilancia. Il compito di effettuare la perizia psichiatrica sul serial killer è affidato a Romolo Rossi, Marco Lagazzi e Francesco De Fazio (consulenti del P.M.), Pierluigi Ponti, Ugo Fornari e Giacomo Mongodi (consulenti della Corte), Elio Di Marco e Giacomo Canepa (consulenti della difesa). È questa l'unica possibilità del difensore di Bilancia, Umberto Garaventa, nominato d'ufficio dal pubblico ministero Enrico Zucca dopo la rinuncia degli avvocati Enrico Franchini e Patrizia Franco prima, di Nino Marazzita poi, di evitare l'ergastolo al suo assistito.

Nell'udienza dell'otto novembre, constatata l'assenza dell'imputato ed il suo implicito rifiuto di sottoporsi all'esame richiesto dalle parti, sono stati acquisiti tutti i verbali delle dichiarazioni dal medesimo rese nel corso delle indagini preliminari; in quella stessa data, su istanza del pubblico ministero e con il consenso delle altre parti, è stata altresì disposta la riproduzione fonografica in aula delle registrazioni di tutti gli interrogatori resi da Bilancia.

L'udienza del 17 febbraio 2000 è stata dedicata all'esposizione delle conclusioni rassegnate dai periti, e dell'udienza successiva, gli stessi sono stati esaminati dalle parti. Come era prevedibile, i risultati delle perizie stesse sono oggetto di scaramucce processuali tra i periti di parte e quelli del pubblico ministero (come vedremo meglio nel paragrafo successivo).

2.5.1. Le perizie psichiatriche su Bilancia

Il problema legato alla capacità di intendere e di volere dell'imputato ha costituito, come detto, il pilastro fondamentale del processo in Corte d'Assise. In questa sede sono stati diversi i consulenti che hanno analizzato l'imputato ai fini della diagnosi relativa all'imputabilità di Bilancia.

I consulenti nominati dal pubblico ministero, Enrico Zucca, sono Romolo Rossi e Francesco De Fazio e Marco Lagazzi. In primo luogo i periti dell'accusa passano alla individuazione di elementi organici o somatici di rilievo attraverso una tomografia assiale computerizzata ed un encefalogramma. I referti hanno permesso agli esperti di escludere elementi organici di rilievo, anche con riferimento ai traumi cranici subiti in passato da Bilancia. Rossi e De Fazio sottopongono Bilancia a tutta una serie di test:

L'intelligenza che ne è emersa è di livello medio, tendente verso il buono. Il quoziente intellettivo è di 120 senza deterioramento di rilievo.

Per quanto riguarda l'esame psichico, Rossi e De Fazio notano un tipo di comportamento che mira a tenere sempre in pugno il controllo della situazione, individuano quella tendenza alla manipolazione degli altri che è, come visto, un elemento tipico dei serial killer. Il suo comportamento, secondo i periti, è del tutto adeguato, la coscienza è vigile, lucida, la memoria molto ben funzionante. Non ci sono disturbi della tensione, della percezione e del pensiero. Sul piano affettivo Rossi e De Fazio descrivono il periziando come una persona piuttosto ansiosa, ma con momenti in cui scoppiava in un pianto silenzioso, soprattutto quando rievoca la tragica esperienza della morte del fratello, che si gettò sotto un treno con il figlioletto in braccio a seguito di una serie di contrasti con la moglie. Alcune idee assumono per Bilancia valore preminente, soprattutto due: la prima è quella di essere stato, fin dall'infanzia, sempre maltrattato, tradito e ferito da coloro cui concedeva affetto e confidenza, la seconda è l'idea di essere condannato alla solitudine.

In secondo luogo, Rossi e De Fazio analizzano la possibilità di individuare una diagnosi psichiatrica, cioè individuare l'eventuale presenza di qualche malattia psichiatrica riconosciuta dalla nosologia. Innanzitutto, sono stati esclusi aspetti di tipo schizofrenico o paranoide, anche se sono presenti dei tratti fobici (ha il terrore del dolore fisico). Improponibile per i periti è anche la diagnosi di "depressione intensa" e di disturbo del controllo degli impulsi. Rossi e De Fazio escludono anche forme di parafilia, cioè disturbi della sfera sessuale; Bilancia non sarebbe un "perverso specifico", ma un "perverso polimorfo" con una sessualità prettamente voyeuristica. I consulenti tecnici escludono anche l'esistenza di qualsiasi sindrome di disturbo dissociativo, mentre ritengono molto intensa la dimensione di disturbo narcisistico di personalità. Un altro aspetto da considerare, secondo Rossi e De Fazio, è l'esistenza di una personalità istrionica, che però ritengono una modificazione quantitativa, non qualitativa rispetto alla norma.

I periti affermano, inoltre, che l'età in cui l'imputato diventa serial killer, 47 anni, è atipica, in quanto l'età media di un assassino seriale, al momento del primo omicidio è intorno ai ventinove anni. Rossi spiega che questo "passaggio all'atto tardivo con incapacità di Bilancia di sopportare la più piccola frustrazione, sentendosi tradito da quelle che credeva delle grandi amicizie. Fino a quel momento la rappresentazione di sé era quella di un grande ladro, di un giocatore d'azzardo internazionale, ma poi entra in gioco l'immagine del serial killer ed uccide perché immedesimatosi in questo ruolo. Uccide per recitare una parte che lo gratificava". (86)

La perizia psichiatrica di Rossi e De Fazio descrive Bilancia come una persona intensamente sofferente e, nel suo vissuto, si rappresenterebbe i genitori come attenti solo ai suoi bisogni materiali, non a quelli affettivi. Fino all'adolescenza, Bilancia ha sofferto di enuresi notturna (uno degli elementi caratteristici della "triade di McDonald", tipica dei serial killer) e la madre mostrava ai vicini le lenzuola bagnate, mentre il padre lo faceva spogliare e lo scherniva di fronte alle zie per il pene piccolo. Questi traumi hanno fatto in modo che lui non sia capace di tollerare le frustrazioni ed abbia un bisogno continuo di risarcimento per quelle ferite antiche. In lui si è sviluppata un insicurezza che lo ha portato a vivere in quasi totale solitudine, senza amicizie vere. Rossi sostiene che il bisogno di risarcimento è stato soddisfatto con la costruzione di un sé grandioso.

Secondo la perizia, alcuni omicidi sarebbero "omicidi transferali", termine psicoanalitico che sta ad indicare omicidi commessi per vendetta e per risarcimento, altri "omicidi pseudoerotici", quelli in cui entrava nel gioco del serial killer erotico, e "omicidi da giustificazione o da razionalizzazione" in cui cercava di uccidere la parte infantile di sé, senza riuscirci. In sostanza, i primi delitti e quelli per rapina sono legati alla vendetta per essere stato umiliato da bambino, quelli delle donne dal desiderio di controllo totale sulla madre.

Rossi e De Fazio evidenziano soltanto la sussistenza di un disturbo del comportamento che però rappresenta solo uno degli aspetti del carattere di Bilancia, che "non ha inciso sulla capacità di intendere la realtà dei delitti che andava consumando". (87) I periti si soffermano sulla possibilità della presenza di un disturbo borderline della personalità, in quanto lo reputano l'unico disturbo di cui potrebbe esserci una vera alterazione. Quello borderline è un quadro che non è psicotico, bensì caratterizzato da disturbi dell'identità, dei rapporti interpersonali e dell'umore, aggravata dalla compresenza di disturbi narcisistici, che sono ben altra cosa rispetto alla vera e propria infermità idonea ad incidere sulla capacità di intendere e di volere. Il professor Rossi conclude affermando che "a mio parere, tuttavia, per usare un termine non giuridico, si tratta di una persona tragica, ma altamente responsabile. Le due cose non si elidono". (88) In conclusione i periti del pubblico ministero ritengono Donato Bilancia pienamente capace di intendere e di volere.

Diverso è, come può prevedersi, il risultato dei consulenti tecnici di parte, Elio Di Marco e Giacomo Canepa. I periti ritengono, per poter meglio comprendere la lettura psichiatrica dell'imputato, che sia necessario dividere la vita di Bilancia in tre fasi: la prima fase va dalla nascita del periziando fino al 1987, anno in cui il fratello si è suicidato portando con sé a morte anche il figlio; la seconda fase va da questo momento fino al giorno in cui Bilancia sente dire quella tragicamente famosa frase: "abbiamo incastrato il Walter"; infine, la terza fase che arriva fino al processo, comprendendo tutti i delitti della serie. Relativamente alla prima fase, ad avviso di Di Marco, sono particolarmente importanti i primi 10-12 anni, caratterizzati da rapporti quantomeno conflittuali con i genitori. Crescendo arriva il momento in cui Bilancia deve affrontare lo sviluppo dell'istinto sessuale e questo è un momento difficile per Bilancia, perché il suo mondo degli affetti è sufficientemente compromesso e non riesce assolutamente ad elaborare il legame tra sessualità ed affettività, come dimostrerà in seguito frequentando esclusivamente prostitute.

Un episodio ritenuto da Di Marco e Canepa particolarmente rilevante è quello avvenuto nel 1982, quando Bilancia alla guida di un autobotte, durante il lavoro, ebbe un incidente stradale che lo fece stare per tre giorni in coma; è da questo momento che l'imputato rifiuta di svolgere un qualche lavoro e si dedica esclusivamente all'attività delinquenziale. Canepa dichiara nella sua perizia che a causa di questo incidente il periziando riportò il 44% d'invalidità e che, nel 1990, ebbe un altro infortunio che gli causò il 18% d'invalidità; in base a questi dati il perito sostiene che le capacità intellettive di Bilancia, in relazione all'età dello stesso, siano gravemente danneggiate.

I consulenti tecnici di parte, inoltre, individuano un altro elemento importante dal punto di visto degli affetti; l'unica figura per la quale prova un affetto profondo è quella del fratello Michele ed è per questo che la sua morte risulterà particolarmente traumatica per il periziando e lo rinchiuderà ancor più in un mondo di solitudine. Soltanto dopo molti anni riesce a costruire un nuovo legame di amicizia, con Maurizio Parenti; ma quando ascolta quella frase dentro la bisca e si accorge che anche lui ha tradito la sua fiducia, Bilancia diventa veramente un uomo solo; a questo punto inizia la terza fase, in cui tutta questa situazione aumenta l'angoscia dell'imputato, sempre più finché non diventa insopportabile, un dolore il cui livello si identifica con quello dell'angoscia psicotica. Quando raggiunge il suo culmine, quando cioè Bilancia non riesce più a controllare i suoi impulsi, si realizza l'omicidio. Con la realizzazione di questo, il livello di angoscia scende o comunque diviene più sopportabile.

Di Marco continua affermando che un altro dato importante è la telefonata al magistrato per rivendicare l'omicidio di Centanaro; il perito ritiene che questo non è soltanto indice di una personalità di tipo narcisistico, ma nasconde il desiderio inconscio di essere fermato, tant'è vero che in ogni episodio lascia delle tracce e addirittura una persona viva, che quindi è in grado di riconoscerlo. Di Marco e Canepa ritengono pertanto che i meccanismi psicologici che si sono messi in moto dopo la famosa frase della bisca non hanno il carattere di una sola malattia, ma l'aspetto di molte infermità. Nel senso che si trovano, da questo momento in poi, aspetti paraniocali, nella fattispecie una sorta di delirio di persecuzione, aspetti antisociali e narcisistici della personalità; infine, aspetti borderline di personalità: incapacità di rapporti, di tollerare le frustrazioni, reazioni abnormi, con la previsione di un progressivo peggioramento dello stato psichico dell'imputato.

Conclude Di Marco: "quindi non è molto importante o necessario, a mio avviso, fare molte diagnosi, qui ci sono molte diagnosi che tutte insieme assolutamente vengono a rendere Bilancia totalmente incapace di decidere cosa fare quando commette questi delitti". Quanto alla capacità di volere, secondo i periti della difesa, è "stata totalmente inficiata, perché gli aspetti paranoicali, narcisistici, gli spunti persecutori, hanno assunto il valore di una infermità molto grave. Non esisteva la possibilità per Bilancia di fermarsi. Io credo che anche la capacità di intendere fosse gravemente lesa, inficiata, come dimostra la sproporzione totale tra causa ed effetto fin dai primi omicidi. Però quello che importa a noi è che la capacità di volere lo era totalmente". (89)

Infine i consulenti della Corte i professori Pierluigi Ponti e Ugo Fornari ed il dottor Giacomo Mongodi effettuano la loro indagine tentando di ricostruire lo stato di mente dell'imputato al momento in cui ha commesso i delitti; è Fornari ad indicare la premessa metodologica con parole chiare ed essenziali: "questa Corte ci ha fatto un quesito appropriato, perfetto e cioè ci ha chiesto se esisteva un infermità di mente tale da costituire vizio parziale o totale di mente; su questo i periti hanno competenza. Quindi, in contenitore in cui ci siamo mossi è quello degli artt. 88-89 del codice penale, non dell'art. 85.; alla luce di ciò, tutto quello che emerge dalla perizia, che può anche indicare la presenza di una patologia clinica, va tenuto distinto dai quesiti sull'imputabilità, in quanto ci può essere una persona affetta da disturbi patologici psichici di una certa gravità ma capace di intendere e di volere". (90)

Dal punto di vista dell'analisi del periziando, i periti considerano in primo luogo le testimonianze di coloro che ebbero contatti con Bilancia nei giorni immediatamente precedenti o successivi ai singoli delitti, affermando che nessuno di questi ebbe l'impressione che si trattasse di una persona psichicamente disturbata. I secondo luogo hanno cercato di ricostruire lo stato d'animo eventualmente morboso che sussisteva nell'imminenza o durante l'attuazione dei delitti ed anche in questa seconda indagine non è emerso alcunché che fosse indicativo della presenza di uno stato morboso.

I periti affermano anche che Bilancia, parlò loro di una sorta di impulso irresistibile ad uccidere sorto in lui dopo aver ascoltato l'ormai famosa frase della bisca; in realtà, precisa Ponti, "un fenomeno di obnubilamento della coscienza di questo tipo, che comincia immediatamente prima di un delitto e finisce subito dopo, sotto il profilo psichiatrico è assolutamente inesistente". Cioè non esiste un disturbo mentale che comporti, a scadenza fissa, un'alterazione della cosciente partecipazione. In questi casi continua Ponti "avremmo uno sdoppiamento della personalità che si presenta quasi ritmicamente, ma una scissione della personalità di questo tipo non è concepibile e non è esistente nella psichiatria". (91) Pur essendo riscontrati tratti di personalità di tipo narcisistico ed istrionico in Bilancia, Ponti, Fornari e Mongodi sostengono che essi individuano semplicemente lo stile di vita e il profilo psicologico dell'imputato ed il fatto che per gli omicidi successivi ai primi tre il movente sia rimasto ignoto, non vuol dire, per ciò solo, che questo assuma carattere di malattia.

I periti della Corte continuano affermando che "poiché dagli esami diretti, dai colloqui e dai test non è emerso alcun dato di significativo psicopatologico che avesse valore di malattia e che potesse pertanto ipotizzarsi quale infermità, siamo giunti alla conclusione che Bilancia era al momento dei fatti, come nell'attualità, pienamente capace di intendere e di volere, posto che sono una malattia è condizione indispensabile per poter attenuare o abolire la capacità di intendere e di volere". (92)

L'organo giudicante afferma infine, come precisa nella motivazione della sentenza, che "emerge con tutta evidenza la congruità, a ragionevolezza e la fondatezza scientifica della tesi sostenuta dai periti e condivisa dai consulenti del pubblico ministero". (93) La Corte d'Assise, non negando la presenza di disturbi della personalità in Bilancia, sostiene però che questi non sono qualificabili come infermità ai sensi degli artt. 88-89 del codice penale.

2.5.2. Conclusioni del pubblico ministero, delle parti civili, del difensore dell'imputato

Chiusa la lunga istruttoria dibattimentale con l'acquisizione di ulteriore documentazione, il 3 aprile, inizia la requisitoria, secca, scarna e senza fronzoli del P.M. Enrico Zucca, il quale ricostruisce i diciassette omicidi confessati dal serial killer, continua affermando la responsabilità dell'imputato anche per la morte di Giorgio Centanaro, che invece le parti civili ritengono sia dovuta a cause naturali, rivendica l'assoluta certezza scientifica dei riscontri del Dna e termina, come prevedibile, con la richiesta di 13 ergastoli, ricordando la brutalità degli omicidi e l'assenza di motivazioni nel compiere il progetto omicidiario da parte di Bilancia.

Subito dopo vengono indicate le conclusioni delle parti civili, che, come detto, ritengono inattendibile la confessione del serial killer, in quanto propendono per la presenza di concorrenti nell'esecuzione di alcuni omicidi o, per quanto riguarda i primi tre eventi delittuosi, di mandanti; secondo le parti civili, questa pista è stata trascurata intenzionalmente dal pubblico ministero per chiudere in fretta le indagini.

La parte civile Centanaro viene, invece, a negare l'assassinio di Centanaro stesso ad opera di Bilancia, ritenendo che, la morte fosse causata da infarto cardiocircolatorio, ma ritiene di chiedere che sia "esclusa la responsabilità di Bilancia come autore del fatto nei modi e nei tempi indicati dallo stesso, comunque condannare l'imputato stesso per aver, con la sua presenza nei tempi e nei modi prospettati, favorito il verificarsi dell'evento comunque voluto" (94). In sostanza, secondo questa parte processuale, Bilancia dovrebbe essere condannato per aver soltanto favorito una morte che comunque ha dimostrato di aver voluto. La parola passa poi al difensore dell'imputato, che chiede l'assoluzione per vizio totale di mente; come afferma l'avvocato Umberto Garaventa: "Bilancia non può essere giudicato a prescindere dalle sue azioni, come dicono i consulenti della Corte. I suoi delitti sono testimonianza, effetto e sintomo della sua malattia".

Effettuate le repliche tra le parti, la Corte, il 10 aprile si ritira in camera di consiglio per la decisione.

2.5.3. La sentenza della Corte d'Assise

Il 12 aprile 2000, la Corte d'Assise di Genova, presieduta da Loris Pirozzi, insieme al giudice togato Massimo Cusatti ed ai sei giudici popolari, dopo quasi cinque ore di camera di consiglio, emette la sentenza, condannando Donato Bilancia a 13 ergastoli più tre anni di isolamento diurno, infliggendogli, inoltre, 16 anni per il tentato omicidio ai danni del viado Lorena e di Luisa Ciminiello, sei anni per le varie rapine, altri sei anni per vilipendio di cadavere ai danni di Maria Angela Rubino, disponendo un risarcimento dei danni che ammonta a 50 milioni delle vecchie lire in favore di ogni parente delle vittime costituitesi parte civile, oltre all'interdizione perpetua dai pubblici uffici e al pagamento delle spese processuali.

Per lo svolgimento del processo al serial killer, circa 30 udienze, sono stati coinvolti 29 avvocati, 144 testimoni citati dal P.M. Enrico Zucca, 120 da difesa e parti civili e 19 dai periti. La storia dell'assassino seriale è raccolta in 65 faldoni per 85 mila pagine complessive, arricchite da 80 fascicoli di intercettazioni telefoniche, tabulati su utenza e videocassette.

La motivazione della sentenza è particolarmente ampia e la Corte non tralascia il benché minimo aspetto della vicenda. Dopo aver ricostruito i singoli delitti alla luce della confessione dei Bilancia, dei riscontri effettuati e delle testimonianze emerse nel corso del dibattimento, ritenendo le dichiarazioni dell'imputato, in linea con le conclusioni del P.M., del tutto attendibili, analizza, in primo luogo il problema dell'imputabilità, dimostrando di aderire pienamente alla tesi dei periti nominati dal pubblico ministero. Riguardo a quest'aspetto, la Corte ritiene opportuno fare una premessa sulla personalità dell'imputato, partendo dalle precedenti vicende giudiziarie dell'imputato, passando per le condizioni di salute, la passione per il gioco d'azzardo, il rapporto di Bilancia con il danaro e con le donne per finire con il comportamento prima dei delitti così come sono stati descritti dai testimoni del processo.

Infine, passa a motivare le risultanze dei periti, accogliendo, come detto, le tesi dei periti nominati dal pubblico ministero. Nella motivazione della sentenza emerge chiaramente il perché di questa decisione; la Corte spiega, infatti, che mentre i periti ed i consulenti tecnici del pubblico ministero hanno cercato nei fatti e nella stessa storia di Bilancia i segni di un disagio psichico che andasse al di là del mero disturbo di personalità, che comportasse fenomeni di scollamento dalla realtà e di incontrollata gestione degli impulsi, i consulenti della difesa si sono limitati a battere il tasto dell'anamnesi dell'imputato: come se bastasse avere un vissuto di incomprensione da parte dei genitori, vivere male la propria sessualità, impostare la propria vita in senso antisociale, essere dediti al gioco d'azzardo per diventare, ineluttabilmente, un omicida plurimo. La Corte sostiene che le cose non stanno in questi termini e che occorre trovare, se si vuol sostenere la tesi dell'imputabilità un quid pluris.

L'organo giudicante ritiene, inoltre, che sia errato ricercare temi psicanalitici quali la "ferita antica" da risarcire o l'immedesimazione con il nipotino perito sotto il treno; "il diritto penale", continua, "non può, per sua natura, scendere così a fondo nei meandri della coscienza, perché, se così facesse, dovrebbe assolvere tutti, e non solo Bilancia, per aver agito sulla base di condizionamenti ambientali, familiari e sociali". Del resto il compito del diritto penale è quello di mediare tra le libertà individuali e la tutela della collettività. Certamente anche la Corte esterna il fondato convincimento che Bilancia sia un soggetto "anormale" sul piano psichiatrico, del resto i suoi disturbi della personalità non sono stati disconosciuti nemmeno da periti e consulenti del pubblico ministero, ma ritiene altresì che questi disturbi non siano qualificabili come infermità ai fini degli artt. 88 e 89 del codice penale.

Terminato il discorso sull'imputabilità, la Corte affronta quello della continuazione nel reato, affermando che quest'aspetto ha costituito il leitmotiv fin dall'inizio del giudizio. I giudici sostengono che la comprensibile esigenza, per motivi di economia processuale, di un dibattimento unitario per tutti i fatti contestati ha fatto premio sul rigore interpretativo dell'art. 81 del codice penale; in realtà, già dagli interrogatori di Bilancia e dalle conclusioni rassegnate dai consulenti tecnici del pubblico ministero, emerge che si tratti di una forzatura, per quanto non eccepita da alcuna parte processuale nei tempi e nelle forme previste. Infatti, Bilancia, nella sua confessione, afferma che il suo programma era quello di uccidere Centanaro e Parenti dopodiché suicidarsi. Tutti gli omicidi successivi, per espressa ammissione dell'imputato, esulano da un programma predeterminato, ancorché nelle sue linee generali. Neppure la successiva teoria di Bilancia, che ha parlato di una "progressione" del suo piano criminoso, è idonea a spiegare i delitti successivi ai primi due in termini di una medesima trama criminosa data la molteplicità dei moventi perseguiti. In sostanza, per l'organo giudicante, non c'è nemmeno un appiglio probatorio per affermare la continuazione tra i delitti o anche tra alcuni gruppi di essi. Per la Corte è questa l'ennesima riprova che "l'estrema attenzione portata alla persona di Bilancia e alla sua storia faccia correre il rischio di perdere di vista l'imputato Bilancia". I giudici di primo grado concludono affermando che ciascuno degli episodi criminosi successivi ai primi due fa storia a sé, è un unicum e come tale va trattato sul piano sanzionatorio. Va invece riconosciuta l'identità del disegno criminoso tra i singoli delitti di volta in volta consumati e quelli di detenzione e porto illegale di arma da fuoco.

La Corte continua negando la concessione delle circostanze attenuanti generiche e la concessione di un trattamento sanzionatorio più mite per il comportamento processuale dell'imputato, in quanto ritiene che la confessione abbia avuto valore eminentemente liberatorio. La questione della commisurazione della pena ha per l'organo giudicante una soluzione obbligata: l'ergastolo. La Corte si fa carico di giustificare questa sanzione alla luce delle recenti prese di posizione relative all'incostituzionalità della pena perpetua, affermando che lo stesso art. 27 della Costituzione non prevede che le pene realizzino coattivamente la rieducazione del condannato, ma soltanto che esse debbano tendere a quest'obiettivo.

In conclusione, la Corte dichiara Donato Bilancia colpevole di tutti i delitti commessi, trattandosi di soggetto pienamente imputabile al momento di ciascuno dei fatti a suo carico accertati e determina la pena complessivamente inflitta a Bilancia in quella dell'ergastolo con isolamento diurno per tre anni.

2.6. Il processo e la sentenza alla Corte d'Assise d'Appello. Sentenza della Corte di Cassazione

Com'era da attendersi, il 6 ottobre 2000, Umberto Garaventa, l'avvocato di Donato Bilancia presenta la dichiarazione di impugnazione ed i motivi d'appello nei confronti della sentenza della Corte d'Assise di Genova. L'appello è basato sul tentativo di ricondurre il ricorso sui temi dell'infermità mentale con la critica della perizia d'ufficio e la richiesta di una nuova valutazione per contrastare la sentenza di primo grado. Alla base della richiesta del difensore di Bilancia ci sono le osservazioni di Alessandra Luzzago, ordinario di psicopatologia forense all'Università di Pavia, una relazione di oltre 50 pagine, secondo la quale, dai test effettuati, emergono chiaramente i connotati della malattia mentale del serial killer: il mancato controllo delle pulsioni, il profilo personale dove si evidenzia un delirio di onnipotenza, un'accentuata componente nevrotica di tipo ossessivo.

Il 6 aprile presso l'aula bunker del palazzo di giustizia di Genova si apre il processo di secondo grado nei confronti di Bilancia, davanti alla Corte d'Assise d'Appello presieduta da Bruno Noli, affiancato dal giudice relatore Renato Pastorino. Questa volta il ruolo della pubblica accusa è affidato al sostituto procuratore Pio Macchiavello, che ha il compito di controbattere la tesi dell'avvocato Umberto Garaventa, il quale intende ottenere una nuova perizia psichiatrica ed il riconoscimento dell'infermità mentale del suo assistito. Come in primo grado Bilancia è assente e anche in questo caso l'imputato invia una lettera ad i giudici per spiegare che la sua scelta non è motivata da sfiducia nei loro confronti, ma perché, dice, non ha il coraggio di guardare in viso i parenti delle vittime; anche per questo motivo l'aula è deserta: sono presenti soltanto tre parenti delle vittime, il fratello di Maurizio Parenti ed i genitori di Carla Scotto, gli avvocati, i giornalisti e nessun curioso.

La prima udienza si è svolta interamente sullo sfondo della relazione introduttiva del giudice a latere, che ha ripercorso tutte le fasi della confessione di Bilancia riguardante i 17 omicidi compiuti tra l'ottobre del 1997 e l'aprile del 1998. Umberto Garaventa, difensore dell'imputato, prospetta quello che sarà il fulcro del giudizio: "è un processo dove non ci sono impugnazioni. L'unico problema di questa fase processuale è quello dell'infermità mentale di Bilancia. È un processo senza storia che non sia questa. Per Bilancia ottenere la parziale o totale infermità significa essere curato. Questo non cambia la sua vita ma le prestazioni che può ricevere". Il 13 aprile si svolge la seconda udienza del processo.

La svolta si verifica già in quest'udienza allorché i giudici respingono la richiesta di rinnovazione parziale del dibattimento per una nuova perizia psichiatrica avanzata dalla difesa. A questo punto il pubblico ministero pronuncia la sua richiesta: ergastolo e 28 anni di reclusione, più tre anni di isolamento per 17 omicidi, due tentati omicidi, vilipendio di cadavere e rapine. La richiesta è stata pronunciata dopo circa due ore di requisitoria basata, quasi esclusivamente, sulla base delle risultanze della fase istruttoria. Il giorno successivo la Corte, dopo due ore e mezzo di camera di consiglio, emette la propria sentenza: ergastolo e ventisei anni di reclusione per il serial killer della Liguria. A leggerla è il presidente della Corte Bruno Noli davanti ad un'aula di giustizia ancora una volta deserta. In primo grado erano state necessarie più di trenta udienze per condannare Bilancia, ora soltanto tre; è un processo lampo che ha confermato la pena inflitta in primo grado al serial killer, basato quasi del tutto su quanto l'imputato ha dichiarato nella confessione e non considerando le richieste del difensore dell'imputato di effettuare una nuova perizia.

La parola fine a questa tragica vicenda è stata da poco messa da parte della Corte di Cassazione; il 12 aprile 2002, Mario Sossi, presidente della prima sezione penale della Suprema Corte si pronuncia confermando la sentenza emessa dalla Corte d'Appello. Anche in questa sede i difensori di Bilancia hanno sostenuto la tesi dell'incapacità di intendere e di volere, sulla base in particolar modo, delle osservazioni di Alessandra Luzzago, la quale sostiene l'esistenza di un difetto della personalità in Bilancia che lo rende quanto meno seminfermo di mente. Ma la prima sezione penale della Corte di cassazione non ha dato credito alle loro tesi, sottolineando come il serial killer avesse agito con lucidità, sia al momento dei delitti che quando rese la sua lunga confessione.

Bilancia è tuttora detenuto nel carcere di Padova.

2.7. Tratti salienti della personalità di Bilancia. Elementi comuni e difformità rispetto alla figura prototipica di serial killer tratteggiata dalla letteratura criminologica-investigativa internazionale

La figura di Bilancia è sicuramente estremamente interessante perché in essa, oltre a molti elementi che possono riscontrarsi nella maggioranza dei serial killer, si trovano aspetti del tutto peculiari ed anomali, che fanno di lui un unicum nella casistica internazionale.

Per quanto riguarda gli aspetti tipici degli assassini seriali, molti di questi sono emersi con prepotenza durante le perizie effettuate in primo grado; vediamoli nel dettaglio. Il primo elemento da considerare è la mancanza di empatia. Bilancia, infatti, in almeno sedici degli episodi delittuosi, mostra un totale disinteresse nei confronti del tipo di risposta delle vittime alla sofferenza che egli infligge loro durante le aggressioni. La modalità esecutiva torna implacabile omicidio dopo omicidio: egli non mostra alcun segno di pietà, si mostra freddo, lucido, spietato e le varie esecuzioni sono di tipo "sicariale". Quest'elemento può ricondursi al vissuto di Bilancia, improntato alla solitudine, al pessimo rapporto con i genitori e ad un'infanzia problematica, aspetto ricorrente nelle storie di vita di altri serial killer.

Un'altra caratteristica tipica è data dalla tendenza manipolativa, che può essere inferita dal tipo di contatto utilizzato dal Bilancia nei confronti delle vittime prescelte; nella maggior parte si tratta di una approccio "seduttivo", egli si avvicina, infatti, alla vittima mostrando la parte rassicurante di sé, ad esempio quando avvicina il Parenti con la scusa di fargli vedere alcuni orologi e, un volta vicino a lui, mostra le sue reali intenzioni. In altri casi però muta radicalmente la strategia di contatto, agisce improvvisamente, secondo la modalità del blitz attack, usando la terminologia dell'F.B.I., non lasciando alcuno scampo alla vittima, come avviene per gli omicidi sui treni o nel caso dei due metronotte. Da tutto ciò si evince nitidamente che Bilancia era perfettamente consapevole del tipo di strategia più adeguata da adottare nei diversi contesti in cui hanno avuto luogo le sue incursioni omicide. Sa essere seduttivo quando questo sembra garantirgli una migliore strategia di contatto e sa essere freddo e spietato quando pensa che la situazione possa richiedere un diverso approccio per centrare l'obiettivo.

Un altro aspetto comune a molti altri serial killer è quello dell'incapacità di assumersi le proprie responsabilità. Questo tratto può essere inferito dal fatto che Bilancia sembrava agire in una certa misura mosso da una "spinta catartica" ossia voleva "fare pulizia" (come risulta dai verbali di confessione): egli, infatti, considera ognuna delle sue vittime in una certa misura responsabile della loro morte in quanto "soggetti tutt'altro che degni di continuare a vivere". In proposito a ciò Bilancia, nella sua confessione fiume, ha più volte dichiarato che, se avesse continuato la sua serie di delitti, i prossimi bersagli sarebbero stati i maggiori esponenti della malavita genovese, gestori di bische in primis.

Un altro connotato tipico degli assassini seriali riscontrabile anche in questo caso è quella del grandioso senso di sé, che può essere dedotto dall'omicidio ai danni dei due metronotte; egli, dopo aver fatto salire in automobile il viado Lorena con l'allettante offerta di un milione per un rapporto a casa del serial killer, lo conduce poi nel parco di una delle più belle ville di Novi Ligure, fingendo di possederne la chiave d'accesso. Dice alla vittima di essere un imprenditore di successo e che la villa è in ristrutturazione perché sta apportando delle costosissime migliorie all'edificio, il quale "naturalmente" è di sua esclusiva proprietà. In altre parole, tende a fornire un'ipertrofica e del tutto fasulla immagine di sé.

Un altro aspetto ricorrente negli assassini seriali è l'impulsività; in Bilancia questa caratteristica si estrinseca in particolar modo dalla frenesia che l'ha colto proprio nell'episodio di Novi Ligure all'arrivo dei due metronotte, quando cioè la situazione gli è sfuggita di mano, cosa che poi ha permesso al viado di sopravvivere e di diventare il suo primo accusatore. Correlato a questo aspetto, notiamo in Bilancia uno scarso controllo comportamentale: utilizzando questo termine mi riferisco a quei casi in cui l'aggressore non sembra in grado di controllare adeguatamente il proprio comportamento durante la perpetrazione di un delitto. Soprattutto nella seconda fase (dopo l'omicidio di Stela Trujo), la condotta criminale di Bilancia è sempre più avventata, emblematico è l'omicidio di Maria Angela Rubino, quando, dopo averla uccisa, si masturba sul suo cadavere. Questo comportamento, incauto e del tutto imprevisto, del serial killer ha permesso il campionamento del suo Dna, risultato in seguito di cruciale importanza investigativa e può esser causato da diversi fattori: il maggior bisogno compulsivo di uccidere, accettando anche il rischio di venire scoperto, la sfiducia nelle forze dell'ordine, il desiderio inconscio di esser catturato o la maggior sicurezza nei propri mezzi.

Bilancia denota un ulteriore caratteristica: la totale assenza di rimorso e di sensi di colpa, come risulta dal fatto che è capace di compiere azioni efferate e, subito dopo, di fingere la più completa calma ed indifferenza. Emblematico è il caso del duplice omicidio dei coniugi Solari: due testimoni affermano di aver visto una persona (poi identificata in Bilancia) scendere le scale fischiettando, fermarsi subito prima del portone del palazzo e chiedere, con gentilezza e calma cosa fosse successo, quindi per niente in preda ad angoscia o a qualsiasi altra sensazione che potesse in qualche modo collegarsi a quanto era accaduto solo pochi istanti prima.

Altri elementi, invece, allontanano Bilancia dalla figura prototipica del serial killer così come viene tratteggiata dalla letteratura criminologico-investigativa internazionale. In primo luogo va considerato il fattore età in cui Bilancia dà avvio alla serie di delitti. Il predetto inizia ad uccidere a 47 anni, mentre l'età media, stimata sulla base dei dati forniti dalla casistica internazionale, è di 29 anni (con un range compreso tra i 20 e i 40 anni). A differenza del tipico omicidio seriale maschile, che vede come vittime persone sconosciute, Bilancia inizia la propria serie omicidiaria coinvolgendo in primo luogo la sfera delle sue frequentazioni amicali più assidue. L'assassino seriale in questione, inoltre, non predilige un'unica categoria di vittime, ma scelta vittimologica di Bilancia cade su amici che l'hanno tradito, prostitute, obiettivi di carattere "economico" (i due cambiavalute), ragazze comuni, vittime accidentali (i due metronotte e la moglie di Parenti). A differenza della figura tipica di serial killer, Bilancia non uccide le proprie vittime prediligendo il contatto fisico (evita l'utilizzo di armi da taglio o pratiche quali strozzamento e strangolamento, eccetto che per il primo omicidio), ma uccide utilizzando un'arma da fuoco, una Smith & Wesson calibro 38 special.

Un altro aspetto tipico della serialità omicida risiede nel fatto che molto raramente gli assassini seriali sfogano la propria furia omicida direttamente sulla persona che l'ha provocata in prima istanza. Questa caratteristica si riscontra, invece, nei primi due omicidi di Bilancia, il quale uccide Centanaro e Parenti perché ritiene di essere stato tradito da coloro che ritiene amici (soprattutto il secondo). È, inoltre, presente soltanto in parte una motivazione di carattere sessuale (propria della maggior parte degli assassini seriali maschi); anche negli omicidi delle prostitute la matrice motivazionale sessuale agisce soltanto sullo sfondo del movente primario, che è dato dal bisogno compulsivo di uccidere, come del resto si evince dal fatto che non sussiste alcun segno di "sfregio specificamente sessuale" sui cadaveri delle giovani "lucciole" assassinate. Da quanto complessivamente emerso nella descrizione del "caso Bilancia", possiamo affermare che questo serial killer può essere considerato tendenzialmente "organizzato", come dimostra la preparazione specifica della stragrande maggioranza degli omicidi, seppur con ampi tratti di disorganizzazione, che hanno poi consentito la sua cattura.

Donato Bilancia, in conclusione, può esser considerato un assassino seriale assolutamente fuori dell'ordinario. Per molti rappresenta un caso che "finirà sui libri di criminologia", (95) in quanto coesistono nella sua figura ben tre profili: la criminalità ordinaria (gli omicidi a seguito delle rapine), la psicopatologia nei confronti di una categoria ben determinata, le prostitute, e quella nei confronti di persone assolutamente estranee alla sua persona, le donne sui treni. In primo luogo, come detto, Bilancia è un criminale "ordinario" come dimostra la sua storia giudiziaria. Ma egli uccide anche le prostitute, spesso per procurarsi i soldi per giocare al casinò; ma per prendere il denaro alle ragazze non era certamente necessario ucciderle. Le uccisioni, poi, avvengono con una ritualità precisa, facendo inginocchiare le vittime e coprendo loro la testa con un indumento.

Per quanto riguarda i delitti sui treni, infine, ci troviamo di fronte a vittime scelte a caso, il movente della rapina è assente; il treno ha per Bilancia una simbologia ben precisa: gettandosi sotto un convoglio ferroviario si è tolto la vita il fratello del serial killer con il figlioletto, dopo la separazione dalla moglie. Da quel momento l'uomo ha maturato rancore nei confronti delle donne ed ucciderle in quel luogo acquisisce per Bilancia appunto un valore simbolico. Da questo punto di vista può essere considerato un maniaco vero e proprio.

3. Luigi Chiatti: il "mostro di Foligno"

La vicenda di Luigi Chiatti è una di quelle maggiormente note agli operatori criminologici, in particolar modo per l'ampio risalto dato dai media al caso in questione a causa del particolare allarme sociale causato dai suoi omicidi. Le vittime di Chiatti, infatti, sono due bambini, elemento che ha provocato, non solo in Umbria, ma anche nel resto d'Italia una sorta di "psicosi pedofilia". Ho ritenuto opportuno citare questa vicenda, da un lato, per prospettare un caso riguardante un assassino seriale avente per oggetto la categoria vittimogena dei bambini, dopo aver analizzato le vicende di un omicida sessuale sadico (Stevanin) e di un assassino seriale a "vittimologia mista" (Bilancia), dall'altro, appunto per l'impatto che il fatto in questione ed il relativo processo (insieme con quello al cosiddetto "mostro di Firenze") ha avuto sull'opinione pubblica e sugli addetti ai lavori, che fino a quel momento consideravano il fenomeno dell'omicidio seriale come una questione estranea al nostro paese e propria della realtà americana.

Occorre premettere che, seguendo la definizione di serial killer e la relativa tassonomia creata dall'F.B.I., questo omicida andrebbe escluso dal novero degli assassini seriali, in quanto ha ucciso soltanto due vittime. In realtà, conformandomi alla più corretta definizione resa da De Luca (vedi cap. 1) sull'argomento, ritengo che Luigi Chiatti debba di diritto entrare in questa categoria, in quanto, come lui stesso ha ammesso, se non fosse stato catturato avrebbe inevitabilmente continuato ad uccidere. George B. Palermo, noto criminologo americano parla, a proposito di Chiatti, di "serial killer abortivo", proprio per questo motivo. Vediamo nel dettaglio questa vicenda.

3.1. I fatti

Il 4 ottobre del 1992 Simone Allegretti, un bimbo di quattro anni e mezzo di Casale, un paesino vicino Foligno, scomparve da casa. Venne ricercato per giorni, ma senza risultato. La polizia e la popolazione del luogo perlustrarono invano i dintorni, le indagini si allargarono, vennero seguite molte piste. L'ipotesi di un rapimento per fini di estorsione venne subito abbandonata per le modeste condizioni economiche della famiglia e si andò ormai facendo strada il terribile dubbio che il piccolo fosse rimasto vittima di qualche maniaco: tutti i giornali parlarono dell'esistenza di un mostro.

Pochi giorni dopo la sua scomparsa un giovane agente immobiliare di Milano, Stefano Spilotros, si costituì dichiarandosi autore dell'omicidio, ma le indagini accertarono poi che si trattava di un mitomane: erano emerse troppe contraddizioni e l'indagato non seppe nemmeno dichiarare dove avesse celato il cadavere. Egli stesso, infatti, ritrattò dicendo. "la mia ragazza voleva lasciarmi e io volevo essere ucciso, per questo ho inventato tutto". Quando Spilotros era ancora indiziato, venne trovato in una cabina telefonica di Foligno un messaggio anonimo senza data, scritto in stampatello col normografo su un foglio di carta quadrettata:

AIUTO!
AIUTATEMI PER FAVORE
IL 4 OTTOBRE HO COMMESSO UN OMICIDIO.
SONO PENTITO ORA, ANCHE SE NON MI FERMERO' QUI.
IL CORPO DI SIMONE SI TROVA VICINO LA STRADA CHE COLLEGA CASALE (FRAZ. DI FOLIGNO) E SCOPOLI.
È NUDO E NON HA L'OROLOGIO COL CINTURINO NERO E QUADRANTE BIANCO.
PS NON CERCATE LE IMPRONTE SUL FOGLIO, NON SONO STUPIDO FINO A QUESTO PUNTO.
HO USATO DEI GUANTI.
SALUTI AL PROSSIMO OMICIDIO.

IL MOSTRO.

Nel luogo indicato, in fondo ad un pendio fiancheggiante quella strada, nascosto in mezzo a dei rifiuti, venne, in effetti, ritrovato il cadavere del bambino: era morto per strozzamento, aveva una ferita da coltello al collo, contusioni in più parti del corpo, ma senza segni di violenza carnale. Gli abiti erano sparsi attorno. Le indagini si intensificarono e si allargarono ulteriormente, vennero lanciati appelli, fu istituito un numero verde per raccogliere qualsiasi segnalazione, ma si brancolava ancora nel buio. Quello che poi doveva risultare un mitomane era ancora in stato di fermo. Alla polizia erano giunte alcune telefonate di ignoti che si dichiaravano gli autori dell'omicidio di Simone.

Qualche giorno dopo l'autodenuncia di Spilotros, venne trovato nella stessa cabina telefonica un altro messaggio, scritto con gli stessi caratteri, e con un tenore di compiaciuto scherno nei confronti di coloro che svolgevano le indagini.

AIUTO!

NON RIESCO A FERMARMI.
L'OMICIDIO DI SIMONE È STATO UN OMICIDIO PERFETTO.
CERTO, È DURO AMMETTERE CHE SIA COSI' DA PARTE DELLE FORZE DELL'ORDINE, MA ANALIZZIAMO I FATTI.
1º IO SONO ANCORA LIBERO.
2º AVETE IN MANO UN RAGAZZO CHE NON HA NULLA A CHE FARE CON L'OMICIDIO.
3º NON AVETE LA MIA VOCE REGISTRATA, PERCHÉ NON HO EFFETTUATO NESSUNA CHIAMATA. QUINDI CHI DICE CHE HO TELEFONATO AL NUMERO VERDE SBAGLIA.
4º LE TELECAMERE NON MI HANNO INQUADRATO DURANTE IL FUNERALE DI SIMONE, PERCHÉ NON CI SONO ANDATO.
SIETE QUINDI FUORI STRADA;
VI CONSIGLIO SI SBRIGARVI, EVITANDO ALTRE FIGURACCE.
NON POLTRITE.
MUOVETEVI.
CREDETE CHE BASTI UNA DIVISA E UNA PISTOLA PER ARRESTARMI.
USATE IL CERVELLO, SE NE AVETE UNO ANCORA BUONO E NON ATROFIZZATO DAL MANCATO USO.
N.B. PERCHÉ HO DETTO DI SBRIGARVI?
PERCHÉ HO DECISO DI COLPIRE DI NUOVO LA PROSSIMA SETTIMANA.
VOLETE SAPERNE DI PIU'? VI HO GIA' DETTO TROPPO, ORA TOCCA A VOI EVITARE CHE SUCCEDA.

IL MOSTRO.

L'impegno di uccidere ancora nell'arco di una settimana non venne mantenuto. Le indagini di mesi non approdarono a nulla. Unico fatto di qualche significato fu la sottrazione dalla tomba della fotografia del piccolo Simone.

Si giunse così al 7 agosto 1993, quando scomparve da casa, sempre da quelle parti, Lorenzo Paolucci, un ragazzo di tredici anni. Fu Marcella Sebastiani che, verso le 14 e 20 di quel giorno, segnalò al 113 che il proprio nipote tredicenne mancava da casa da tre ore circa. La polizia si mise subito in movimento, tutto il paese, ovviamente in allarme per l'assassino di un anno prima, partì alla ricerca del bambino, vennero organizzate delle squadre di volontari per esplorare i dintorni e ad esse partecipò anche Luigi Chiatti, un geometra di ventitré anni al momento disoccupato, che si trovava in quei giorni nel paese, dove i suoi genitori adottivi avevano una seconda casa per il fine settimana: egli vi si trovava da solo, perché padre e madre erano rimasti a Foligno, dove risiedevano. Chiatti accompagnò il nonno della vittima, Feliciano Sebastiani, alla ricerca dello scomparso e si diressero verso il laghetto dove il geometra gli disse di voler controllare se ci fossero tracce di Lorenzo. Durante il tragitto il serial killer ne approfittò per sbarazzarsi di alcune buste di plastica dove, in seguito, vennero trovati dei vestiti sporchi di sangue e la foto del piccolo Simone, trafugata quattro mesi prima dal cimitero.

Il cadavere venne in breve ritrovato, dal nonno della vittima, vicino al ciglio di una strada, da dove evidenti scie di sangue fresco e tracce di trascinamento del corpo conducevano proprio ad una finestra dell'abitazione di Chiatti. La polizia fece subito irruzione nella casa: il pavimento del salone sembrava esser stato lavato, ma in maniera grossolana tanto da lasciar intravedere ancora macchie di sangue; tracce ematiche erano presenti anche su di un muro, su di un davanzale, sul prato prospiciente la casa. Nella cucina venne trovato un secchio di plastica giallo contenente uno strofinaccio ancora umido e uno spazzolone con il manico di legno. Tutto questo venne sequestrato, insieme a un orologio al quarzo, digitale, senza marca, rinvenuto lungo il percorso esterno alla casa segnato dalle tracce. Chiatti venne invitato a seguire gli agenti. Nel momento in cui giunse in caserma, indossava un paio di jeans che presentavano macchie e aloni, probabilmente causati da sangue. Tutti i suoi indumenti vennero sequestrati. Sulla cute si notavano alcuni segni, in particolare sulla schiena, dove erano presenti cinque ferite lineari e parallele. I genitori del piccolo Lorenzo confermarono che l'orologio ritrovato era quello del figlio, dono dello zio Renato per la prima comunione. Il pubblico ministero, con un provvedimento immediatamente notificato all'interessato, avvisò il geometra che si sarebbe proceduto a suo carico per i reati di omicidio a danno di Lorenzo Paolucci e di Simone Allegretti. L'8 agosto 1993, il giorno successivo al ritrovamento del corpo di Lorenzo, Chiatti confessò al magistrato che lo interrogava di essere l'omicida.

Nonostante la confessione del serial killer e la risoluzione del caso, molte furono le critiche alle forze dell'ordine sul modo in cui furono condotte le indagini. In particolar modo, Carmelo Lavorino, direttore della rivista Detective & Crime ed esperto in materia, criticò la mancata collaborazione tra forze dell'ordine e persone coinvolte, in qualche modo, nella faccenda. In primo luogo, Lavorino censurò l'atteggiamento dei genitori di Chiatti che, tenuto conto delle condizioni mentali del figlio, non si erano mai chiesti cosa avesse fatto egli il giorno in cui erano assenti. Poi censurò la mancata collaborazione della psicologa che aveva in cura l'assassino, la quale non avvertì di aver in terapia un soggetto di Foligno nonostante che la polizia avesse fatto sapere di cercare una persona che poteva essere in analisi presso uno psicologo. Infine, la critica fu rivolta alle agenzie di controllo, concentratesi inutilmente sulla pista Spilotros nonostante mancasse il requisito della territorialità.

3.2. La storia di Luigi Chiatti

Luigi Chiatti è nato il 27 febbraio del 1968 e trascorre i primi anni della sua esistenza in un brefotrofio di religiose presso Narni, dove lo collocò, il giorno stesso della sua nascita, Marisa Rossi, ragazza madre di ventiquattro anni, cameriera in un ristorante, che non sapeva come mantenerlo. Chiatti non sa chi sia il suo vero padre, la madre lo andò a trovare per qualche tempo, poi diradò le visite e finì con l'acconsentire a che venisse posto in adozione. Luigi, che all'epoca si chiamava Antonio rimarrà nel brefotrofio fino all'età di sei anni, quando, nel 1974, venne adottato da una coppia di anziani coniugi: i Chiatti. Il padre, Ermanno Chiatti, faceva il medico, la madre, Giacoma Ponti, era un ex insegnante elementare, non avevano figli. Il padre non è convinto, almeno all'inizio, di adottare un bambino così grande, ma la madre lo persuade.

Degli anni del brefotrofio Luigi Chiatti non vuol parlare, dice di non ricordare niente e dal suo racconto è come se la sua vita fosse incominciata nel momento in cui entrò nella casa dei genitori adottivi. Il bambino iniziò, però, a manifestare già in orfanotrofio un comportamento aggressivo e ribelle, in particolare verso le figure femminili. Risentiva negativamente della mancanza della madre, della carenza affettiva e delle frustrazioni vissute nell'istituto, e si notava già la sua tendenza ad isolarsi. Venne ritenuto utile e urgente il suo inserimento in una nuova famiglia, che avrebbe dovuto dargli la massima disponibilità affettiva. Così, il 24 marzo 1974, Luigi venne affidato ai coniugi Chiatti, e il 13 giugno 1975 venne decretata l'adozione: Antonio Rossi diventa da quel giorno Luigi Chiatti. Della madre naturale dice: "se mi ha messo in un orfanotrofio, l'avrà fatto per il mio bene, per un motivo valido". (96) Divenuto più grande, avrebbe voluto sapere qualcosa di lei, andare all'orfanotrofio per raccogliere qualche notizia, ma si trattò solo di un proposito che, di fatto, non fu realizzato.

Il rapporto con i genitori adottivi fu difficile e ambiguo, del resto Chiatti parla di loro senza affetto e in termini critici.

Mio padre è stato un padre assente. Il suo era un mondo tutto legato al lavoro. La cosa che mi faceva più rabbia era che con i pazienti e gli amici scherzava ed era aperto; in casa, invece, il silenzio assoluto, da lui stesso imposto. A pranzo guardava la televisione, poi si chiudeva in studio. La sera guardava la televisione e a metà film si addormentava. Io qualche volta ho provato a parlargli, ma un po' per motivi miei, un po' per come era fatto lui, sta di fatto che non si parlava.

Quindi mi salvavo solo con mia madre, con la quale, almeno agli inizi, potevo parlare. Ma poi è finita anche con lei. Loro erano uniti e concordi, nel senso che non litigavano. Però la mamma lo rimproverava perché non interveniva nei miei confronti, oppure litigavano per piccole incomprensioni. Ma tutto finiva lì, perché lui, quando iniziava una litigata, se ne andava subito nello studio e non diceva una parola.

Da piccolo sono stato un bambino difficile, ribelle e capriccioso, anche aggressivo: ma è stata più che altro aggressività verso l'ambiente di casa che poi si è trasformata in astio. Con mio padre c'era un silenzio assoluto, mia madre mi rimproverava e mi sentivo in colpa verso di lei, perché non riuscivo a fare quello che lei mi diceva e, al contempo, non riuscivo a manifestarle affetto perché provavo vergogna. Mio padre, invece, mi evitava sempre. Quando succedeva sentivo odio verso di lui, ma non ho mai pensato, che so, "crepa". Per il cattivo rapporto con i miei genitori mi sono sentito un bambino e poi un ragazzo senza via di uscita: quando accennavo a qualche mia questione o lanciavo messaggi, loro mi bloccavano sempre. Io sapevo che soffrivano anche loro, perché io li facevo soffrire; però non mi sono mai ritenuto cattivo. (97)

Chiatti è convinto che il cattivo rapporto con i genitori abbia condizionato non solo l'infanzia e l'adolescenza, ma anche gli anni successivi, tutta la sua vita, dentro e fuori la famiglia: "io da piccolo la chiusura (verso gli altri) non l'avevo, poi è iniziata, prima verso i genitori, poi verso tutto l'ambiente". (98) Di questo periodo ricorda un episodio, che lui ritiene abbia avuto molta influenza sul suo carattere.

Era un giorno di scuola normale, la mia insegnante, che era anche mia amica perché abitava vicino a me, entrò in classe e mi sgridò dicendo che a casa io picchiavo mia nonna. Non ho saputo ribattere e sono rimasto tutto il giorno in silenzio, anche a casa piangevo, non tolleravo che avessero confessato a lei quel mio comportamento. Da allora ho cominciato a chiudermi, mi sentivo etichettato come il cattivo, ma non ero cattivo. Sentivo come una resistenza ad entrare in quella casa, ce l'avevo con l'ambiente in cui mi trovavo, non con i miei, dicevo parolacce, forse davo dei calci. (99)

Chiatti fu dunque un bambino difficile, a casa e a scuola: i genitori, quando aveva dieci anni, lo inviarono da una psicologa, Beatrice Li Donnici, che lo seguì per qualche tempo. Riguardo a questo il "mostro di Foligno" afferma:

Con lei l'apertura è sempre stata limitata, per la paura che poi riferisse ai miei genitori. Per questo motivo non mi sono mai aperto con lei; lei conosce solo una parte dei miei problemi, ma non conosce quello vero che è molto più vasto. In me c'era il bisogno di aprirmi, però non lo facevo perché avevo paura che le persone con cui potevo parlare riferissero poi ai genitori i miei problemi. (100)

La terapia, quindi, non sembrò sortire alcun effetto e Luigi rimase chiuso in un mondo tutto suo. Del resto l'ambiente familiare non lo aiutò ad uscire da questa situazione; in casa Chiatti regnavano la freddezza e il culto delle buone maniere. Lui è diventato metodico, preciso fino all'esagerazione: per tutte le scuole superiori è entrato in classe alle 8,02 esatte. Chiatti è diventato grande restando infantile, un bambino in un corpo di adulto. La psichiatra che lo aveva in analisi formulò una diagnosi di "marginalità e di iposocializzazione". Rilevava un Io debole, una certa anaffettività, uno scarso controllo degli impulsi e dispersione dell'identità. Tuttavia, poiché le analisi a quell'età risultano particolarmente mobili e dinamiche, si orientò verso un disturbo di personalità borderline. Questa diagnosi ha suscitato, soprattutto nei periti processuali, una serie di reazioni negative. Acquisito il diploma da geometra nel 1987, ha svolto il praticantato obbligatorio di due anni per potersi iscrivere all'ordine dei geometri e questa fu la sua unica esperienza lavorativa. Relativamente a questa circostanza afferma:

Anche nell'ambiente lavorativo stavo zitto e non mi applicavo molto, sia perché non mi pagavano, sia perché mi chiedevo come avrei potuto fare il geometra con un carattere così chiuso: avevo paura di bloccarmi e di non riuscire a fare il mio lavoro. L'atteggiamento di chiusura e di incomunicabilità ha costituito una costante nella mia vita, è stato uno dei miei problemi. Preferivo perciò stare sempre per conto mio. Dicevo solo qualche parola, ascoltavo più che altro. (101)

Il 13 dicembre 1989 partì per il servizio militare, dove ebbe le prime esperienze omosessuali. Questa è la vita di Chiatti fino al 4 ottobre 1992, quando incontrò casualmente Simone Allegretti per strada. Da quel momento finisce la storia di Luigi Chiatti ed inizia quella del "mostro di Foligno".

3.3. L'interrogatorio

Nei corridoi del commissariato, appena catturato, Chiatti ripeteva una specie di filastrocca ossessiva: "non sono stato io, io sono un bravo boy scout". Nicola Cavaliere, capo della Criminalpol del Lazio afferma che "dopo l'arresto, all'inizio ci ha dato dei pazzi, diceva che stavamo commettendo un clamoroso errore. Cantava continuamente quella filastrocca ...gli abbiamo portato un panino e un pezzo di dolce e lui commentava la qualità del cibo, come fosse un ospite ben educato". (102) Poi la confessione, lucida, agghiacciante. "raccontava quei delitti", continua Cavaliere, "come se fossero una scampagnata, senza mai una parola di dolore, di pentimento, niente". (103) Chiatti non confessa perché si sente "battuto" dalle forze dell'ordine, ma per emergere, per rivendicare quel "delitto perfetto", l'uccisione di Simone, nei minimi particolari. Non ha resistito per quella voglia di dimostrare che se non si fosse tradito con una serie di errori dopo la morte di Lorenzo, sarebbe diventato uno di quei serial killer che tengono sulla corda la polizia di mezzo mondo.

Disse di "essersi fatto prendere", di "non essere scappato", tratti narcisistici di chi vuole rimanere protagonista anche nella sconfitta. Dell'omicidio di Lorenzo, Chiatti parlò in questi termini:

Mi ero fermato da qualche giorno nella casa di campagna; i miei erano rimasti a Foligno. Avevo conosciuto, fra altri ragazzi, anche Lorenzo. È arrivato a casa mia senza che neppure l'aspettassi: l'ho fatto entrare. Ci siamo messi seduti e ci siamo messi a parlare di varie cose. Mi disse anche che era timido e mi parlò di una ragazza che gli piaceva. Fin lì non c'erano problemi, poi ci siamo messi a giocare a carte. Abbiamo fatto due partite a briscola e lui le ha vinte tutte e due. Poi abbiamo giocato alle due carte, io ho vinto due mani su tre, lui una su due; rimaneva da fare l'ultima mano.

Poi è scattato qualche cosa che non so, forse un sentimento di invidia che già altre volte avevo provato, perché sentivo Lorenzo in qualche modo simile a me, ma al tempo stesso migliore e più fortunato. Lorenzo era un po' timido, ma lui gli amici li aveva comunque. In più non mi ha detto che aveva un fratellino piccolo, io lo immaginavo solo, non l'avrei mai ucciso. Così per Simone, poi si è scoperto che aveva una sorellina, ecco, io non l'avrei mai ucciso. Avrei pensato che non era simile a me, solo come me, quindi non l'avrei mai ucciso. Sotto la spinta di questo sentimento, in un lampo ho preso la decisione di colpirlo. Ho preso un forchettone che avevo vicino e l'ho colpito al tronco. C'è stata una specie di lotta; io non vedevo Lorenzo, era come se fossi accecato, era come se non avessi pensieri. Io stavo sopra di lui e lui cercava di impedirmi di colpirlo; poi lui mi ha detto: "perché mi vuoi uccidere?". Le sue parole mi hanno momentaneamente bloccato, ma non sono state sufficienti per fermarmi, è prevalsa la considerazione che ormai non potevo tornare indietro. In quel momento ho cominciato a riflettere su quello che stava accadendo. Vedevo la disperazione dipinta sul volto del bambino. Mi vergognavo del suo sguardo. Avevo fatto del male ad un bambino, era la prima volta. Mi è parso che mi rimanesse un'unica strada, quella di ucciderlo, e ritenevo seriamente che questa fosse la migliore soluzione anche per lui. Non era morto e allora l'ho colpito con una coltellata al collo. Dopo che l'ho colpito è iniziato il panico, il terrore, come se incominciassi a svegliarmi. Cercai di mettere il corpo in un sacco per trasportarlo da qualche parte e nasconderlo, ma era troppo pesante. Allora l'ho trascinato giù dalla finestra e quindi per pochi metri fino al margine della strada, dove l'ho lasciato. Ho cercato poi di mettere in ordine e di pulire, ma ad un certo punto mi sono reso conto che non ce la facevo a pulire tutto e allora mi sono arreso. (104)

Dirà al processo che, ucciso Lorenzo, si masturbò sul suo cadavere. Venne contestato a Chiatti anche l'omicidio del piccolo Simone dell'anno prima ed egli confessò senza reticenze. Disse che da tempo aveva accarezzato il progetto di andarsene da casa, di vivere lontano dai suoi con la sola compagnia di un bimbo piccolo, per questo motivo andò girovagando in auto, cercando un bambino da rapire, che avrebbe tenuto con sé solo qualche giorno, come per fare una sorta di piano generale di quella ventilata fuga. Incontrò per caso Simone: era solo nei pressi della sua casa, se ne stava seduto ai piedi di un albero a giocare. Così Chiatti spiegò l'accaduto:

Il bambino mi piaceva, mi interessava, oltre che per rapirlo, anche sessualmente. Non lo forzai a salire con me in auto, non fece resistenza; mi diressi verso casa mia a Foligno, sapevo che i miei genitori erano assenti, lo portai nella mia camera e, senza fargli violenza, lo aiutai a togliersi i pantaloni e gli slip: volevo fargli dei giochi sessuali. Gli presi il pisellino in bocca, mi stavo eccitando, ma il bambino si mise a piangere, diceva "perché non mi porti a casa?". Il suo pianto mi bloccò l'eccitazione, temevo che i vicini udissero il pianto. Avrei voluto riportarlo a casa sua, ma temevo che la polizia mi avrebbe scoperto e poi il bambino piangeva, soffriva e così gli misi una mano sul collo. Non volevo ucciderlo, avevo il timore di essere scoperto, ma volevo solo far cessare la sua sofferenza, togliergli il dolore, non la vita. Fu così che gli strinsi con le mani il collo il più possibile, senza pensare che lo stavo uccidendo: stava accadendo un fatto che non mi aspettavo. Avevo voglia di troncare tutto, come se non fosse accaduto niente. (105)

Narrò che era in preda al panico, ma ciononostante mise in atto tutto quanto servisse a occultare il delitto: la descrizione delle sue successive mosse è tanto minuziosa, quanto agghiacciante per l'assenza di qualsiasi emozione.

Cercai dei sacchetti di plastica per mettervi il bambino e gli indumenti. Presi un coltellino perché non ero convinto che fosse del tutto morto; lo misi nel baule dell'auto e andai a cercare un posto adatto per nasconderlo. Durante il tragitto sentii il rumore della plastica, capii che Simone si muoveva ancora. Trovato il posto, posi il bambino sul ciglio della strada, presi il coltello e lo colpii due volte al collo, ma senza guardare; mi pulii le mani dal poco sangue e poi lo feci rotolare nella discarica e sparsi all'intorno i vestiti, così che si pensasse che fosse stato ucciso in quel posto. (106)

Ormai il panico era cessato e la sua preoccupazione era di essere veloce, di non farsi scoprire, di nascondere le tracce prima che i genitori rientrassero in casa. Tornò a Foligno, ripulì la stanza dove aveva ucciso il bimbo, asciugò l'urina che Simone aveva perduto quando lo strozzava, aprì la finestra per cambiare aria, bruciò nel caminetto gli stracci usati per pulire, gettò il coltello in un tombino, pulì l'auto dentro e fuori.

Nell'interrogatorio parlò molto anche della sua vita, imperniata, come le storie degli altri serial killer analizzati, alla solitudine e alla carenza di rapporti affettivi.

È da molto che non ho amici stabili e vivo prevalentemente in solitudine. Non esco la sera, non ho ragazze, non vado a ballare, mi limito a guardare i film in televisione e, talvolta, a uscire da Foligno per un giro in macchina. Il mio problema è che non ho compagnia [ ...]. Spesso mi prendevano in giro ma non ho mai reagito. Tutti o quasi approfittavano del fatto che ero un tipo tranquillo e che, sicuramente, non avrei reagito [ ...]. Quando ho uccido Simone vivevo ormai da un pezzo in solitudine e questo aveva fatto crescere dentro di me la necessità di una compagnia. Anche il bisogno di un contatto fisico. Coi bambini avevo un ottimo rapporto, riuscivo ad avere la loro fiducia e a essere coinvolto nei loro giochi. Mi ero dato alla ricerca fisica dei bambini ...percorrevo in macchina le vie nei dintorni i Foligno, poiché in tutta la città è difficile trovare bambini soli. (107)

Con il suo abituale atteggiamento privo di reticenza, con dovizia di particolari, con apparente massima serenità, senza mai tradire imbarazzo, perplessità o manifestare sensi di colpa o autocritica, Chiatti ha narrato anche gli antecedenti dei due omicidi.

Venendo al primo delitto, il geometra sostenne che andava da tempo organizzando il progetto della fuga con uno o al massimo due bambini, che avrebbe rapito e tenuto con sé, vivendo non sa dove, ma in ogni modo in un luogo isolato, "lontano dalle grandi strade e dalle ferrovie", magari in tenda. Aveva preparato per i bambini, come detto, provviste e indumenti che, secondo i suoi fantasiosi piani, avrebbero dovuto bastare per qualche anno. Li avrebbe rapiti e tenuti con sé fintanto che avessero raggiunto sette o otto anni: "era il progetto che avrebbe consentito di risolvere i miei problemi. Non avevo intenzione di isolarmi completamente, e anzi volevo portare di tanto in tanto i bambini che avrei rapito a fare qualche gita, insegnare loro qualcosa e, comunque, in qualche modo civilizzarli", (108) disse al magistrato. Aveva, infatti, cominciato a fare provviste di abiti per bambini dai tre ai sette anni, aveva compilato un elenco di vestiti che gli sarebbero serviti e l'aveva inserito in un dischetto con la scritta "segreti". Nel suo racconto, che non si comprende bene quanto fosse un vero progetto e quanto una sorta di gioco fantastico, non compare comunque alcuna preoccupazione per la sofferenza dei bambini, che si sarebbero visti strappati dai genitori. Chiatti precisò però che avrebbe placato l'ansia di questi ultimi, telefonando periodicamente per rassicurarli sullo stato di salute dei piccoli.

Il desiderio di attuare questo progetto era grosso, però non avevo preparato abbastanza materiale e allora pensai di trovare un bambino da tenere con me solo per un periodo più breve, così da poter terminare le provviste per la fuga vera e propria. Pensavo di rapirlo e di tenerlo nascosto nella mansarda di casa mia. Era diventata un'idea fissa, anche se capivo che era un'idea assurda. (109)

Fu così che, girando per trovare il bambino da rapire, incontrò Simone. Nel raccontare la terrificante sequenza delle sue azioni, rievoca ogni dettaglio con ossessiva minuziosità.

Allora non mi sentivo responsabile di quel che era accaduto, perché le mie intenzioni non erano di ucciderlo e perché la situazione mi è poi sfuggita di mano. Sono religioso, perciò sono certo che Dio sa che non era mia intenzione ucciderlo, Dio non doveva farmi incontrare Simone. (110)

A questo punto gli è stato chiesto, poiché aveva affermato che "allora" non si sentiva responsabile, se in quel momento non si sentisse tale, ed egli: "non mi so rispondere". Ha fatto tutto il discorso, come sempre, senza far trapelare la minima emozione, con assoluto distacco, quasi con serenità. I genitori non sospettarono di niente; il giorno dopo l'uccisione di Simone, commentando con la mamma la notizia appresa alla televisione della scomparsa del bambino, dichiarò che anche in casa fece finta di niente, ma anche che "mi sentivo un eroe; mi sembrava di aver fatto un grande gesto, all'improvviso mi sono trovato alla ribalta". (111)

Anche sui due messaggi inviati alle forze dell'ordine, Chiatti non lesina spiegazioni: dice che il primo lo scrisse per favorire il rinvenimento del cadavere e perché l'aver assunto la veste di un mostro da tutti ricercato lo lusingava. Il secondo perché non voleva che il "merito" delle sue gesta andasse a quel mitomane che si era accusato del delitto, quindi solo "per mero protagonismo". Con compiacimento descrive tutti gli accorgimenti messi in atto per non lasciare impronte digitali sulla carta usata per i due messaggi o nella cabina telefonica e per distogliere da sé ogni sospetto. Parlò anche del furto della fotografia di Simone dalla tomba del piccolo, spiegando che voleva avere "qualcosa di visibile che me lo ricordasse in un momento di felicità". (112) Con analoga abituale e sconcertante sincerità narrò gli antecedenti del secondo delitto.

Lorenzo lo avevo conosciuto un anno prima a Casale. Con lui è nata una relazione un po' diversa; da lui ero attratto sessualmente e poi il suo carattere era molto simile al mio: silenzioso, riservato e timido. Io, vedendolo, vedevo un po' me stesso. Però lui, pur essendo timido, riusciva in qualche maniera ad avere amici, io no. Per questo lo invidiavo. Volevo stringere amicizia con lui, ma non riuscivo, perché avevo paura che poi lui, scoprendo i miei problemi di omosessualità, mi avrebbe abbandonato, avevo paura di non piacergli per i miei problemi. (113)

Alla luce di queste dichiarazioni, corroborate dagli elementi di prova raccolti dagli inquirenti, il 28 giugno 1994 il procuratore della Repubblica presso il tribunale di Perugia chiede il rinvio a giudizio per Luigi Chiatti.

3.4. Il processo davanti alla Corte d'Assise

Davanti alla Corte d'Assise di Perugia, presieduta dal presidente, Paolo Nannarone, affiancata dal giudice a latere Nicola Rotunno e dai sei giudici popolari ha inizio il processo al "mostro di Foligno". L'aula del palazzo di giustizia è gremita, a causa del clamore suscitato dall'atrocità dei delitti. Alla prima udienza è proprio il "mostro" ad essere assente, come accadrà per quasi tutto il resto del dibattimento. Dopo che è stata omologata la costituzione delle parti civili, il pubblico ministero, Michele Renzo, procede all'esposizione dei fatti, ripercorrendo i due atroci delitti compiuti dal Chiatti che ancora scuotono la tranquilla cittadina umbra. Terminato il resoconto degli eventi e contestati i delitti di omicidio dei due bambini, la violenza sessuale ai danni di Simone Allegretti, il sequestro dello stesso ai fini del compimento della violenza suddetta, l'occultamento dei due cadaveri, la detenzione illegale di una considerevole quantità di cartucce ed il loro furto avvenuto nel giugno del 1993, sottratte a Mario Ronci, il P.M. chiede l'ammissione delle proprie prove, analogamente ai difensori di parte civile e a quelli dell'imputato.

La Corte ammette tutte le prove, in particolare gli esiti delle analisi effettuate dai carabinieri del R.I.S. relative alla compatibilità del Dna dell'assassino con quello ritrovato sui corpi delle vittime e gli esami aventi ad oggetto la conciliabilità dei pneumatici dell'auto di Chiatti con quelli riscontrati nel luogo dove è stato ritrovato il corpo del piccolo Simone.

Particolarmente importanti, come può prevedersi, sono i risultati dei consulenti tecnici riguardo la capacità di intendere e di volere dell'imputato, in quanto, anche in questo caso, il fulcro dell'intero processo si basa sulle risultanze delle perizie effettuate sull'imputato. Le considerazioni tratte dai periti nell'analisi della psiche di Chiatti verranno riportate nel paragrafo seguente, in quanto, dato l'impatto processuale delle stesse, meritano una trattazione autonoma. Le udienze procedono in modo serrato; vengono ascoltati i potenziali testimoni degli eventi delittuosi, onde evitare che, nel caso in cui l'imputato ritrattasse, il giudizio subisca un inaspettato intoppo, e coloro che, in qualche modo, possono fornire una valutazione d'insieme della vita e della personalità dell'imputato.

All'esito dell'istruttoria dibattimentale il pubblico ministro conclude chiedendo la pena dell'ergastolo per Chiatti, in quanto colpevole di tutti i reati ascrittigli, ritenendo nella fattispecie di dover racchiudere sotto il vincolo della continuazione il reato di omicidio di Simone Allegretti con quelli di sequestro di persona e occultamento di cadavere ai danni dello stesso e, analogamente, applicare tale istituto giuridico all'assassinio di Lorenzo Paolucci e al relativo occultamento di cadavere, nonché la condanna la detenzione illegale di armi o munizioni con il furto delle cartucce ai danni di Mario Ronci. I difensori dell'imputato, avvocati Claudio Franceschini e Giulio Bacino, chiedono, invece, di assolvere il Chiatti, essendo egli persona incapace di intendere e di volere, e, in subordine, l'unificazione di tutti i reati contestati sotto il vincolo della continuazione, la concessione delle attenuanti generiche e, in ogni caso, la diminuzione di pena prevista dall'articolo 442 del codice penale prevista in caso di giudizio abbreviato.

Nell'ultima udienza del processo di primo grado è lo stesso imputato a rendere spontanee dichiarazioni alla Corte, confermando però sostanzialmente quanto detto in sede di interrogatorio e nel corso dei colloqui con i periti processuali.

3.4.1. Le perizie psichiatriche sull'imputato

Alla luce della piena confessione resa da Chiatti al magistrato, il nodo cruciale del processo è costituito, anche in questo caso, dalle valutazioni relative alla capacità di intendere e di volere dell'imputato al momento dei fatti. Al serial killer sono stati effettuati una serie considerevole di test:

Il tema dei suoi problemi è quello sul quale Luigi Chiatti particolarmente insiste nei colloqui con i vari consulenti tecnici. Egli pare più di tutto preoccupato di far conoscere i modi e le ragioni del suo sentirsi gravato da tante difficoltà psicologiche. Vi è in lui il compiacimento di parlare di sé, poiché si sente un individuo speciale ("il fatto è che sono troppo perfetto", dirà durante i colloqui) e pretende che anche gli altri gli dedichino un'attenzione particolare: ritiene che solo persone altrettanto "speciali" siano in grado di capirlo. Tutto il suo interesse, nell'intero corso dell'esame peritale, lo rivolgerà verso se stesso. Racconta i delitti e i motivi per i quali li ha commessi, ma solo perché in tal modo può parlare di sé. Le due vittime restano sfuocate nel suo racconto, è come se quasi non fossero esistite come persone: ciò che costituisce il centro dei suoi interessi sono solo i suoi problemi.

La prima questione di cui parla è quella della chiusura e dell'incomunicabilità. Per uscire da questa situazione Chiatti, ad un certo momento, pensa alla fuga: gli piacerebbe lasciare casa e genitori, coltiva, tra fantasia e realtà, il progetto di vivere da solo, in qualche posto isolato di montagna, anche se dichiara che:

La mia prima e ultima fuga l'ho fatta nell'estate del 1989 ed è durata solo un giorno. Era il giorno che dovevamo partire per il mare; io volevo troncare ed iniziare una vita nuova. Non avevo nessuna vera organizzazione, ma avevo comperato tutto quanto poteva occorrermi per la fuga. Volevo fuggire io da solo. Più tardi pensai di fuggire con un bambino di quattro-cinque anni, che avrei rapito. Fu così che cominciai a comprare gli indumenti ed il necessario per un bambino.

Tutta la roba l'avevo accumulata in soffitta e l'avevo schedata, era tantissima. Volevo mettere in ordine tutta questa roba così l'ho portata in camera mia. Mia madre voleva però entrare in camera, io non volevo, altrimenti avrebbe visto tutta quella roba. Poi è venuto su anche mio padre. Allora mi è venuta l'idea di chiuderli da qualche parte, prima papà, che ho inviato in bagno con un inganno e poi l'ho chiuso dentro; poi ho spinto mamma di sotto nel bagno dell'ambulatorio. Poi me ne sono scappato, dopo aver caricato la roba in macchina. Non so cosa sarebbe successo se avessero scoperto la roba. (114)

Parlerà poi, nei colloqui con i consulenti tecnici delle parti processuali, del suo secondo problema, quello legato alla sessualità.

[ ...] non ricordo neppure quando ho iniziato a masturbarmi. A 13 anni mi sono innamorato di una ragazza, mentre trascorrevo un periodo di vacanza in montagna. Manco le parlai. Soffrii dentro. Poi ricordo un episodio con una ragazza più grande di me che mi propose di giocare al dottore. È successo tanti anni fa, andammo di sopra, in camera mia, ci scambiavamo le parti facendo finta per gioco di farci le iniezioni. Ci siamo divertiti, non ero imbarazzato, il gioco mi ha eccitato sessualmente. Non ho mai toccato però una ragazza sulle parti intime o sul seno. [ ...] Mi sono reso conto della mia omosessualità in modo chiaro solo successivamente. Ho scoperto di essere attratto dai ragazzi. Anche adesso se guardo una partita in tv, mi sento attratto dai giocatori. Ma non ho mai avuto rapporti sessuali, né con uomini, né con donne e non farei mai un rapporto: lo vedo come una cosa sporco. La sessualità per me è solo contatto fuori dal rapporto, può essere anche il solo toccare una persona vestita o la parte sessuale, ma sempre a distanza dai due corpi, senza congiunzione. Tutte le miei esperienze omosessuali con i miei coetanei, o al militare, si sono però limitate a brevi toccamenti, nulla più.

Con un bambino, invece, è diverso; il bambino non lo vedo sporco; il pene di una persona grande è sporco, quello di un bambino no. (115)

La sessualità è dunque per Luigi Chiatti solo omosessualità. Ma è anche una cosa "sporca", solo con i bambini è "pulita", solo con loro è "trasmissione d'amore". Questo però nel suo effettivo comportamento, perché nell'immaginario erotico le cose vanno diversamente:

Questo limite esiste solo nella realtà, non nella fantasia. Una cosa che mi soddisfa molto è la fantasia della lotta con un altro ragazzo, durante la quale ci si spoglia e poi ho un rapporto in cui io sono passivo. [ ...] Nella realtà mi piacerebbe lottare, vincerebbe lui, perché io lo lascerei vincere con lui che decide di me in tutto e per tutto, anche fuori dalla sessualità, come se fossi il suo schiavo. (116)

Chiatti era perfettamente consapevole di quel che ha fatto e della gravità della sua posizione giudiziaria, però il suo principale interesse non si concentra sui delitti o sugli anni di carcere che l'attendono, ma solo sui suoi problemi psicologici e chiede che gli vengano risolti dai periti, dall'amministrazione carceraria o comunque dalla società. È un po' questa la chiave di volta di tutta la sua organizzazione difensiva e non solo processuale. Chiatti si presenta ai periti senza alcuna colpa per aver ucciso due bambini, proprio perché egli è un individuo che ha dei problemi che sono così gravi di averlo "costretto" ad uccidere, quindi moralmente assolto. Egli dunque non si sente responsabile e, come tale, in credito verso il mondo, essendo i suoi problemi psicologici i veri responsabili dei suoi delitti. Il suo interesse è concentrato solo in questa prospettiva: ha questi disturbi e tutti si devono far carico di risolverglieli (dirà si periti che "voi siete obbligati a risolvere i miei problemi").

Chiatti ritiene i suoi problemi particolarissimi, anche se poi li identifica in generiche difficoltà di rapporto con gli altri, nella solitudine, nell'omosessualità e nella pedofilia. In questa prospettiva, il suo primo atteggiamento è stato quello di limitarsi a informare di essere appunto "un ragazzo con dei problemi": chi lo ascolta doveva prenderne atto, meditare su di essi per poi risolverli. Grande è apparso il bisogno di parlare, ma anche il compiacimento di trovarsi al centro dell'attenzione di un uditorio di psicologi e psichiatri, che si occupavano di lui. Questa è un'espressione del suo narcisismo, ma anche del suo bisogno di aiuto. Tale necessità profonda si è manifestata in tutta la sua drammaticità quando ha affermato che, se fosse uscito in quel momento dal carcere, avrebbe probabilmente sentito il desiderio di cercare un altro bambino e, forse, anche di ucciderlo.

Dai colloqui avuti con tutti i consulenti nel carcere di S. Vittore sono emersi, quindi, molti dati importanti per meglio comprendere la psiche del periziando. In primo luogo si riscontra una sorta di aggressività di ambientazione, poi trasformatasi in astio, al suo ingresso nella famiglia adottiva; un sentimento di vergogna nei confronti della madre perché non riusciva a manifestarle affetto, un cattivo rapporto con i genitori che lo bloccavano quando accennava ai suoi problemi o inviava loro messaggi; la sua successiva chiusura verso l'esterno, l'incapacità di confidarsi con chiunque ed il senso di importanza sentito quando si parlava dell'omicidio del piccolo Simone; infine, per risolvere il problema dell'incomunicabilità aveva fantasticato di fuggire da casa con uno o più bambini. I colloqui psichiatrici diretti, invece, hanno fornito i seguenti dati: comportamento accattivante e tendente a conquistare la simpatia degli osservatori, bisogno di parlare e compiacimento di sentirsi finalmente al centro dell'attenzione.

Il consulente nominato dal pubblico ministero è Vittorino Andreoli, noto psichiatra, con esperienza pluriennale come perito processuale. L'esperto in questione, che ha studiato la psiche di Luigi Chiatti per ben tre mesi nel carcere di Verona attraverso colloqui personali con il periziando, inizia la propria relazione analizzando gli elementi chiave dell'infanzia del geometra. Andreoli rileva che, dei primi sei anni della sua esistenza, il periziando non ricorda praticamente niente. C'è un buio completo. È come se la sua vita iniziasse il giorno dell'adozione ed è interessante notare, afferma il perito, che l'unica immagine che Chiatti conserva dell'orfanotrofio è quella in cui si trova in fila con dei bambini in una stanza, quando entra la signora Chiatti e lo indica con un dito. Ha la percezione del suo nome, Antonio, ma è come se tutta la vita di Antonio Rossi fosse stata cancellata. Se tutto questo vuoto mnemonico, così lungo e preciso, rappresenta una forte rimozione, un meccanismo di difesa che ricaccia nell'inconscio un'esperienza che egli considera in qualche modo negativa, ciò significherebbe ammettere la straordinaria traumaticità di quel periodo. Andreoli si chiede, tuttavia, se non si possa rimuovere anche un periodo positivo, felice, quando la situazione successiva appare negativa: spesso Chiatti manifesta la sua predilezione per i luoghi "protetti", in cui vigono regole precise, orari stabiliti, giornate scandite senza quasi la possibilità di decisione da parte del singolo.

Il perito sostiene che l'imputato non voleva essere adottato e la rimozione avviene proprio nel preciso momento dell'adozione. Andreoli ritiene possibile pensare che "il periodo ipotetico di sette anni che Luigi aveva intenzione di trascorrere con i bambini rapiti rappresentasse proprio il tempo trascorso in orfanotrofio, da ricordare e da rivivere". (117) Il perito si pone, inoltre, il problema se durante quel periodo dell'orfanotrofio Luigi possa aver subito violenze di natura sessuale, ma anche se egli non possa essere stato oggetto di curiosità e di attenzione erotica percepita positivamente. Insomma, per Andreoli, questo reset totale (di solito è parziale) potrebbe rappresentare un mezzo di sopravvivenza nella nuova vita. In questa ipotesi la rimozione del positivo è una costante inconsapevole rimozione della vita reale, che lo porta a vivere un'esistenza da bambino, con un'età che oscilla tra gli zero ed i sei anni.

"In ogni caso", continua il perito dell'accusa, "appare evidente che la rappresentazione del mondo di Luigi è rimasta assolutamente infantile. Anche i suoi film preferiti hanno come protagonisti i bambini. Il suo amore per i bambini diviene la migliore metafora dell'amore di se stesso come bambino. Esso rappresenta quello stesso bambino che ha cancellato, ma che vuole comunque ripossedere, riconquistare, persino rubare. Per questo arriva a rapire Simone, a ucciderlo come ha ucciso se stesso. Simone è il suo Antonio dimenticato, ucciso". (118)

Il mondo interiore di Chiatti, afferma Andreoli, si accompagna ad una straordinaria povertà di vita sociale, tale da non permettergli alcuna percezione al di fuori del proprio Io. Non ha mai fatto esperienza di gruppo, né nella scuola, né nella famiglia. Si è sempre percepito solo con i propri bisogni. Ha simpatia per gli ambienti dove vigono imposizioni, in cui egli non debba scegliere, ma solo ubbidire. Un sistema direttivo tuttavia rappresenta per lui semplicemente una guida alle sue azioni, tale da semplificare i problemi di scelta che gli generano ansia. Chiatti ha "i caratteri di una soggettività autocentrata e narcisista, rigida e ossessiva. Nasce un opposizione soltanto quando egli avverte, narcisisticamente, un comportamento come ingiusto, offensivo, sottovalutante nei suoi confronti". (119) La percezione della norma sociale, specifica Andreoli, viene allontanata o addirittura ignorata nel momento in cui essa contrasta con i suoi bisogni: l'imputato pensa di non aver infranto la legge nemmeno quando rapisce Simone. In conclusione, la percezione delle regole sociali è in esclusiva funzione del suo vissuto e delle sue necessità. La società può affermare che egli ha compiuto due omicidi, ma in realtà, secondo la sua prospettiva, egli ha semplicemente risolto, in quel momento, un suo problema. Il suo senso di colpa segue dinamiche del tutto personali: affiora come dolore narcisistico per un corpo che lui ama e non vuole che rimanga insepolto. Continuando l'analisi di Chiatti, Andreoli sostiene che se la colpa deriva sempre da un confronto tra Io reale e Io ideale all'interno del soggetto, confronto che questo serial killer non è in grado di fare, la vergogna nasce sempre dal confronto con gli altri e con la realtà esterna. E Chiatti prova questo sentimento di fronte all'omicidio di Lorenzo, non senso di colpa, proprio perché viene scoperto, smascherato.

Un altro aspetto che emerge chiaramente nel periziando è la grave difficoltà di relazione e di comunicazione, che ha trovato un ostacolo decisivo nel distacco e nella poca amorevolezza incontrati nella sua famiglia adottiva. È lo stesso Chiatti ad offrirne un'analisi, secondo il perito, quando afferma che: "c'era un conflitto dentro di me. Io mi stimo e poi mi piaccio fisicamente. Una delle mie paure è quella di rimanere solo anche nel futuro; un'altra è l'attenzione verso i bambini, perché non riesco a comunicare con i grandi ... tutte cose legate ai miei problemi ... ma poi penso che, se anche avessi un bambino, finirei con il restare solo". (120) Ciò di cui il giovane di Foligno aveva estremo bisogno era una relazione affettuosa, una figura materna e paterna che sapessero dimostrargli amore, una casa accogliente che potesse comunicargli calore e attenzione.

Andreoli si sofferma proprio sul rapporto del periziando con i genitori. Dalla sua analisi emerge un quadro di vera patologia del nucleo familiare. Il padre sembra sempre voler fuggire dalla casa e dal figlio. La madre è più affettiva del padre, ma chiusa in una rigidità che si rende evidente nella freddezza e nell'ordine immobile della casa; si preoccupa di aspetti superficiali, mentre le sfugge completamente cosa voglia dire per un giovane di vent'anni nascondere pacchi con indumenti per l'infanzia. Si interroga solo in modo formale e perbenista sulle stranezze del figlio e sulla sua condizione di solitudine. Risulta incapace di gestire i problemi di un bambino difficile, adottato quando è già grande, al quale non esita con una leggerezza ingiustificabile a cambiare anche il nome, creando un ulteriore elemento di rottura di una già fragilissima identità. Lo psichiatra afferma perciò che, per cercare di capire la condotta dell'imputato, non si può dimenticare che Luigi Chiatti ha un padre assente, una famiglia rigida e disaffettiva, vive in un clima di costante distanza e perbenismo.

Continuando la sua analisi Andreoli analizza poi il comportamento di Chiatti nelle vicende incriminate. Relativamente ai messaggi lasciati dopo l'uccisione del piccolo Simone, la richiesta di aiuto presente nel primo di questi si può connettere ai numerosi problemi di inserimento, di solitudine, come afferma Chiatti stesso ("chiedendo aiuto ho cercato di far capire che io avevo comunque dei seri problemi personali e non ero un omicida per piacere ..." (121)). In entrambi i casi, invece, rileva il consulente del P.M., l'omicidio si accompagnava ad un piacere erotico-sessuale. Riguardo all'idea della fuga con alcuni bambini, il perito dell'accusa afferma che "questo vissuto fantastico acquista in lui espressioni organizzative paradossali per un ventenne e tipiche dell'età infantile". (122) Relativamente al movente degli omicidi, invece, lo psichiatra di cui si tratta afferma che i due eventi hanno delle caratteristiche che sono assolutamente identiche.

Andreoli passa poi ad analizzare la sessualità dell'imputato. L'imputato ha sempre avuto una grande difficoltà nel rapporto con le ragazze, però dice di considerarsi anche diverso agli omosessuali, in quanto non riuscirebbe ad avere rapporti intimi con un coetaneo o con un uomo, il rapporto con loro è visto come "sporco", solo con i bambini riesce a sentirsi a suo agio. In secondo luogo, il perito nota una netta distinzione tra una sessualità fantastica, tra i suoi desideri, e una sessualità effettivamente esercitata. Chiatti si blocca di fronte a relazioni più mature e questo lo paralizza nei rapporti interpersonali.

Il perito riscontra due tipi di desiderio sessuale nella storia del periziando: quello di vivere insieme ad un bambino di un anno fino a quanto avesse raggiunto l'età di sette, in un luogo intimo e appartato, e il desiderio di avere contatti fisici con un bambino, dettati da un'esigenza propriamente erotica. Ma c'è un terzo tipo di desiderio che si manifesta in Chiatti, un desiderio che Andreoli definisce "di lotta con un maschio". La fantasia era quella di vedersi aggredito da qualcuno fino al tentativo di venire ucciso. Altre volte era lui ad aggredire un bambino fino ad ucciderlo. È un evidente caso di sadismo sessuale con il raggiungimento del massimo piacere nel momento in cui si uccide. Lo psichiatra ci spiega che "la sua violenza è dunque un'espressione sessuale, si mescola a veri e propri vissuti di amore e possesso. In questo dinamismo il soggetto che manifesta il suo amore in modo violento non sa distinguersi dal suo oggetto amato: colui che agisce si mescola con colui che patisce, in un circolo di reciproca sottomissione e dominazione". (123)

Che si tratti di una violenza legata nel suo immaginario al rapporto con i bambini risulta da molti elementi. Una lettera di Chiatti scritta a Simone, la prima vittima, esprime un amore sconfinato: una violenza tra le più gravi è dunque inserita in una relazione; un'ambivalenza tra il sé bambino e il sé prescelto come vittima. Anche la lotta è parte integrante delle fantasie sessuali dell'imputato e gioca anche nei suoi omicidi, in particolare in quello di Lorenzo, un ruolo fondamentale. Nel caso del periziando avviene poi una proiezione per cui chi violenta si percepisce anche come colui che è violentato.

In Chiatti è anche presente il richiamo a fantasie masturbatorie in cui egli immagina di essere, in qualche modo, aggredito e poi strangolato. Le fantasie erotiche normalmente non trovano realizzazione sul piano concreto, ma sono comuni e spesso violente. In un soggetto con sviluppo normale, spiega Andreoli, le fantasie vengono sempre nettamente distinte dalla realtà, mentre in certi stadi dello sviluppo infantile e anche in certe condizioni patologiche, il rapporto tra fantasia e realtà è molto più labile. In Chiatti avviene "un continuo rimbalzo tra il sé interno e il sé percepito nel mondo esterno e quindi un meccanismo che lo porta a sentirsi alcune volte aggressore, altre aggredito: le fantasie divengono difficili da controllare e spingono per essere realizzate. La fantasia diventa un vero e proprio stimolo interiore all'azione e agisce come un'energia che si consuma nella propria espressione attuale, in una specie di modello di condizionamento; ciò impedisce ogni sviluppo verso un'identità coerente e promuove una diminuzione di contatti tra il paziente e la realtà esterna". (124)

Andreoli analizza, inoltre, il tema della pedofilia in Chiatti partendo da un'impostazione psicanalitica. Il perito afferma che secondo i freudiani il comportamento pedofilo si lega alla scelta di un oggetto sessuale immaturo come specchio di un complesso edipico non risolto. Il quadro riporta comunque a momenti della sessualità infantile e rientrerebbe in un quadro di immaturità generale che si lega ancora alla paura di una separazione materna. E ciò concorda con il dato che spesso i pedofili provengono da situazioni familiari patologiche e anche da un'esperienza pedofilica a loro volta subita.

Ne emerge un profilo caratteriale che ha molto in comune con quello di Chiatti. I pedofili presentano un'immaturità psicosessuale e in alcuni casi risposte fobiche nei confronti delle donne. Il periziando mostra una vera avversione verso la donna adulta, verso i rapporti eterosessuali, in particolare verso il corpo femminile. Inoltre, in questi soggetti è presente una notevole componente violenta, almeno nell'ambito della loro espressione attrattiva per il bambino. Luigi Chiatti, conclude Andreoli, è un pedofilo con manifestazioni di sadomasochismo sessuale. Questa diagnosi non va intesa solo considerando i gesti sessuali, ma tutta una serie di caratteristiche e di tendenze comportamentali tra cui i rilievi narcisistici, la bassa soglia di tolleranza alle frustrazioni, ma soprattutto, l'ossessività, che ha sempre un riferimento alla sessualità.

La situazione psicopatologica di Luigi Chiatti, conclude Andreoli, "non si colloca tra le caratteristiche di personalità che influenzano la sua dinamica ma non escludono o limitano grandemente la capacità di intendere e di volere e dunque l'esercizio dell'intelligenza e della volontà. Non creano stati di necessità o automatismi". (125) Come visto, lo psichiatra di cui si tratta dedica parte della perizia psichiatrica ad analizzare i bisogni terapeutici di Chiatti, sollecitando perché questi potessero essere risolti, ritenendolo comunque una persona bisognosa di cure.

In sostanza dai colloqui personali del consulente tecnico del pubblico ministero emerge, rispetto a quanto affiorato invece negli esami con gli altri esperti, una maggiore specificazione delle reazioni del Chiatti all'uccisione dei bambini da cui si desume una forte componente di eccitazione sessuale al momento delle due azioni omicidiarie; una più marcata considerazione del collegamento tra fantasie sessuali e morte, del clima di conflittualità in famiglia, del senso di umiliazione in Chiatti nei confronti di chi lo prendeva in giro per il suo carattere, della sensazione di auto piacere e di stima, nonché di odio nei confronti di chi lo sfruttava; ma soprattutto emerge un maggiore specificazione del sentimento di vergogna che ritiene essere causa della sua solitudine, e del rapporto con le norme sociali, che egli ignora se contrarie ai propri bisogni.

I periti nominati dai difensori di Chiatti, sono il professor Vittorio Volterra, il professor Giovanni Battista Traverso ed il professor Uberto Gatti. Questi esperti, innanzitutto, premettono di dover rigettare la diagnosi di "grave disturbo di personalità" nell'accezione proposta dai periti d'ufficio e di poter accogliere la stessa, solo se essa viene intesa nel senso conferito a questa espressione da Kernberg e da Dahl, e cioè come "un'organizzazione di personalità di tipo borderline, connotata da una grave compromissione della sfera dell'Io e dal ricorso a meccanismi difensivi primitivi in peculiari situazioni emotive-affettive, con incapacità a far fronte all'angoscia e a tollerare le frustrazioni e impossibilità a controllare gli impulsi". (126) Volterra, Gatti e Traverso hanno, inoltre, espresso l'avviso che tale sindrome psicopatologica deve essere considerata a tutti gli effetti una vera e propria infermità mentale ai sensi di legge, che ha inciso tanto profondamente sulle capacità di intendere e di volere del Chiatti, da annullarle del tutto al momento dei reati commessi.

I legali di Chiatti, Bacino e Franceschini, ritengono utile portare a sostegno delle loro affermazioni il parere del noto criminologo americano George Palermo, uno dei maggiori esperti mondiali di serial killer, interpellandolo sulle condizioni psichiche dell'imputato. Palermo inizia la propria relazione peritale affermando di esser rimasto profondamente impressionato dall'estremo distacco con cui Chiatti descriveva i suoi delitti. Lo faceva come se fossero faccende che non lo riguardavano per niente. Egli afferma che il periziando parlasse degli omicidi in maniera molto puerile, incolpando i bambini di quel che aveva fatto, perché loro non lo aiutavano. Secondo Palermo, Chiatti si riferiva ai bambini in generale e probabilmente al malessere della sua infanzia disastrata in brefotrofio.

Il criminologo americano ritiene che l'imputato sia seminfermo di mente, parlando a proposito di borderline personality; il periziando non è dunque, secondo il criminologo, sano di mente: "è estremamente lucido, ma in realtà si tratta di una persona che ha una specie di cancro nella psiche. E non credo che sia in nessun modo recuperabile", (127) continua Palermo. Lo descrive come una persona incapace di relazionare con gli altri. Infatti Chiatti era un solitario assoluto, gli unici con cui tentava di avere un rapporto erano bambini, in quanto si sentiva al loro stesso livello emotivo, uno della loro età. Parlando con il serial killer, Palermo ha maturato la convinzione che egli cercasse se stesso nei bambini, anche nelle sue vittime; riviveva, ricostruiva attraverso l'esperienza con loro la sua infanzia dolorosa, provava a riscriverla come qualcosa di positivo, nella sua mente, di sostituirla con quella protesi della fantasia. Sperava di non essere rifiutato un'altra volta. I suoi interlocutori non potevano essere adulti, che temeva, ma esseri più deboli ed indifesi.

Questo suo infantilismo, continua Palermo, lo portava a fare progetti deliranti, come quello di rapire un bambino per crescerlo ed averlo a sua disposizione come compagno di giochi e come oggetto sessuale. Il criminologo in questione non esclude, come Andreoli del resto, che Chiatti abbia subito in brefotrofio esperienze sessuali traumatiche che poi ha rimosso. E periodicamente si aprono finestre nella sua memoria dove il passato riaffiora scatenandogli rabbia e desiderio di vendetta; del resto non ricorda niente di questo periodo, comunque sembra terrorizzato da questo vuoto. Il suo comportamento ossessivo/compulsivo lo ha portato a scambiare i bambini per giocattoli, per cose, non più persone. Ha spiegato, del resto, il geometra che quando uccideva Simone si sentiva come staccato da sé, come se assistesse al suo agire. Palermo afferma che ci troviamo di fronte "ad uno stato schizofrenico, ad uno stato dissociativo accompagnato da isteria". (128)

Il criminologo americano spiega che la personalità borderline, che egli diagnostica al periziando, appartiene a soggetti spesso eccentrici, intelligenti, molto narcisisti e vanitosi. Una persona sana di mente, afferma Palermo, non parla così abbondantemente dei propri crimini come ha fatto Chiatti, al contrario tende a coprirsi, a non svelarsi. Insomma, sa che se parla si accusa. Invece, questo tipo di serial killer indulge nella descrizione dei propri atti, se ne vanta, gode nel ripensarci. Sotto stress, magari a causa di un cronico rifiuto degli affetti, un borderline sfocia facilmente nella schizofrenia nevrotica. Chiatti non aveva amici, non ha mai avuto la ragazza, si è scoperto attratto dagli uomini, ma solo in astratto perché affermava che il sesso con un adulto gli sembrava una cosa "sporca". Pensava di poter avere un rapporto affettivo con i bambini più piccoli, ma quando anche Lorenzo lo ha battuto a carte lo ha colpito perché si è sentito sconfitto un'altra volta. Il suo umore abituale oscilla tra calma, timidezza e irascibilità che lo porta al raptus omicida. Il criminologo di cui si tratta, a proposito della sessualità del Chiatti, afferma che questa "sia infantile, preedipica, in quanto si limita soltanto nel toccare. La propria sessualità non è sviluppata, è un ragazzo di due, tre anni, quattro anni dal punto di vista sessuale". (129) Ma egli non è solamente dal punto di vista sessuale un bambino di quell'età, ma anche dal punto di vista psichico, maturativo, etico e sociale.

Palermo continua la propria diagnosi affermando che "Chiatti resta genericamente in grado di intendere e di volere, sa distinguere il bene dal male, il giusto dall'ingiusto, non è folle nel senso comune. Egli, pur sapendo che uccidere è male, non era in grado di valutare esattamente i propri gesti per quello che erano. Ha agito in base ad impulsi coatti, senza rendersi conto delle conseguenze". (130) Il criminologo americano resta del parere che il geometra non abbia progettato i delitti. Quando si è sentito rifiutato, o ha avuto il timore di esserlo, anche dai due bambini, è esploso, ammettendo di aver provato piacere mentre uccideva Simone e Lorenzo.

Affrontando il tema delle lettere anonime inviate alle forze dell'ordine, Palermo afferma che le richieste d'aiuto avevano lo scopo di liberare Chiatti dei sensi di colpa, ma egli è ambivalente, non riesce a svelarsi del tutto, non dice la sua identità. Ribadisce sempre il criminologo americano, che il periziando soffre di una sindrome borderline di tipo prepsicotico con forti elementi ossessivi compulsivi, pedofilici, ma di natura basicamente infantile e dunque di una sindrome seria, perché essa può sfociare "sia in una forma paranoidea orribile, sia in una forma depressiva con idee suicide o omicide, sia in una forma schizofrenica, che magari si presenta con manifestazioni falsamente nevrotiche". (131) Considerato ciò afferma che Chiatti, al momento dei fatti, era affetto da infermità tale da diminuire grandemente, ma non totalmente, la capacità di intendere e di volere, discostandosi parzialmente dai consulenti tecnici nominati dai legali dell'imputato.

In ogni caso, precisa il criminologo americano, Chiatti rimane un individuo pericolosissimo, che non dovrebbe tornare in libertà, altrimenti commetterebbe nuovi delitti. Soggetti come lui, continua Palermo, sono "per lo più paranoici, feticisti, ossessivo-compulsivi, sadici. Hanno comportamenti antisociali, anche se appaiono normalissimi, in quanto hanno complessi non risolti di identificazione personale e di relazione con le figure importanti della loro vita. Hanno una profonda ostilità, un desiderio di vendetta a volte, che non riescono a controllare e hanno un'aggressività distruttiva perché il rifiuto subito negli affetti scatena odi ingestibili verso di sé e verso gli altri". (132)

Palermo ritiene che un trattamento psicoterapico e farmacoterapico solo in teoria potrebbe guarire Luigi Chiatti. Dovrebbe stare sotto cura per vent'anni, con psicoterapia di gruppo quasi quotidiana, e forse non basterebbe. Sostiene, inoltre, che la cosa migliore sarebbe quella di continuare a farlo vivere in un luogo dove il giovane sia protetto anzitutto da se stesso, perché è estremamente probabile che il suo comportamento aggressivo non si plachi con l'età e che possa tornare ad uccidere una volta libero. Si scatenerebbe di nuovo, se fosse rimesso in libertà senza adeguata terapia, una lotta fra l'impulso distruttivo, che lo porta a uccidere di nuovo, e la volontà di controllo, che non riuscirebbe a prevalere. Palermo asserisce, infatti, che "uccidere dà a questi soggetti un orgasmo psichico, che altrimenti non raggiungono. Un piacere che dura pochi minuti e il cui effetto, come quello della droga, deve essere ripetuto. Più il "mostro" ha successo, più torna ad uccidere anche se a volte può passare molto tempo fra un delitto e l'altro". (133)

I periti nominati dalla Corte d'Assise sono Gianluigi Ponti, ordinario di psicopatologia forense presso l'Università di Milano, Ugo Fornari, docente di psicopatologia forense presso l'Università di Torino, e Ivan Galliani, associato di criminologia e difesa sociale presso l'Università di Modena. Anche loro, come Andreoli, passano in primo luogo a individuare gli elementi portanti della problematica esistenziale del periziando. In primo luogo il sentimento della solitudine, del vuoto, dell'incapacità a comunicare che Chiatti riconduce al cattivo rapporto con i genitori adottivi. Quel padre, con lui scontroso e silenzioso e dal quale si è sentito rifiutato e mal accettato, nei cui confronti ha solo espressioni di svalutazione e rancore. Quella madre che ricorda solo come persona dura, frustrante e repressiva. Nel suo sentire, nessuno dei due è stato in grado di dargli quell'affetto e quell'amore che da sempre gli mancano, fin dal momento in cui la madre naturale lo ha abbandonato. I periti ricordano che l'imputato ha opposto un forte e violento rifiuto a parlare della sua vita antecedente l'adozione, e il suo affermare che non conservava alcun ricordo degli anni trascorsi in orfanotrofio è per Ponti, Galliani e Fornari soltanto una scusa e ritengono che la ferita dell'abbandono della madre è per Chiatti ancora bruciante, anche se non vuole ammetterlo.

In secondo luogo, i periti indagano sul suo bisogno inappagato di essere accettato ed amato. Come detto, il periziando non ha conosciuto l'amore della madre e non ha conosciuto il calore continuativo e assiduo dei genitori. "Io ho bisogno del contatto fisico, perché ho molto bisogno di affetto, di una persona che mi stia vicina, che mi guidi, che mi ami. Ho bisogno di poter esprimere il mio amore. Se non riesco, mi sento giù, se riesco, sono felice". (134) Sono proprio queste le parole con cui Chiatti spiega il suo bisogno di affetto.

Ponti, Galliani e Fornari passano, poi, ad analizzare la sessualità del periziando e notano che egli mostra grande imbarazzo e vergogna nel trattare questo argomento. Considera l'amore per l'altro sesso rischioso e inappagante, anche se specifica che questo problema sussiste anche con gli uomini, seppur in misura minore. Anche i periti della Corte indagano sulla sua mancanza di empatia verso gli altri, concludendo che, non avendo conosciuto l'amore della madre, non sa amare gli altri di conseguenza "non manifesta sentimenti, manca di profondità affettiva, sono assolutamente assenti sentimenti di rimorso, di melanconia, di rimpianto e di lutto; al contrario, vi sono in lui rabbia e risentimento, se viene abbandonato o rifiutato o comunque non accettato dalle altre persone, che egli, a quel punto degrada da persone a cose". (135)

I periti nominati dalla Corte descrivono l'imputato in questi termini: "non soltanto si sente una persona speciale, che ha problemi speciali, non solo egli vive in una chiave esclusivamente egocentrica e si sente l'ombelico del mondo; non semplicemente pretende di essere amato, ammirato, stimato e accettato senza alcuna riserva; non soltanto nutre invidia per quelli che hanno qualche cosa di più, che non hanno i suoi problemi; non soltanto non sente empatia con nessuno e non sa mettersi nei panni degli altri: ma addirittura il prossimo esiste solo in quanto gli è utile e serve ad alimentare il senso grandioso che ha di sé". (136) Nel linguaggio psichiatrico questi aspetti della personalità configurano ciò che si denomina "disturbo narcisistico di personalità".

Come giunga ad uccidere lo si apprende dalle sue stesse parole. Chiatti è sincero, non nasconde nulla dei suoi sentimenti, delle motivazioni e delle pulsioni che lo hanno portato a diventare per due volte assassino: addirittura se ne vanta. I periti non si meravigliano di tutto questo, perché ritengono che il suo narcisismo gli fa credere di essere al di sopra di tutto, degli scrupoli morali e anche della pietà, di essere senza colpa e lo rende privo di rimorsi, proprio perché i suoi problemi sono "speciali" e diversi da quelli degli altri uomini.

I periti in questione ritengono che sia molto chiara la psicodinamica che connota i rapporti che per Chiatti sono "significanti": egli si aspetta di essere assecondato nel suo narcisismo da chi ha le doti che gli mancano e che, di conseguenza, invidia. La persona ammirata e invidiata deve dargli ciò di cui egli ha più bisogno: la sensazione di essere accettato come persona buona, anche nei suoi comportamenti più imbarazzanti e meno appaganti. Solo in questa dimensione l'altro, degradato a oggetto d'uso, lo fa sentire come una persona buona, gli consente di accettarsi e di tenere rimosso il "mostro" che c'è in lui. Finché l'altro lo gratifica e gli rinforza il narcisismo è "buono". Se però la persona ammirata e invidiata lo respinge, o non è più disposta ad assecondarlo, quando rifiuta i suoi approcci pedofili, quando non serve più a compensare i suoi problemi, egli si sente abbandonato e vuoto; allora la persona (Simone e Lorenzo) da buona diventa "cattiva" e Chiatti prova per lei odio, paura, risentimento, desiderio di vendetta e, infine, voglia di distruggerla. Emerge così l'altra componente della sua personalità: quella sadica e distruttiva, in altre parole quel "mostro" che egli dice albergare dentro di sé e che, se l'altra persona è buona, dice di essere in grado di reprimere.

I periti concludono affermando che "il bandolo della matassa è tenuto in mano dall'altro: ed è l'altro che ha il potere di dargli gioia o farlo precipitare nel baratro del vuoto e dell'esclusione, è l'altro che ha il potere di farlo sentire buono o cattivo. Dell'altro è pertanto ogni responsabilità e ogni colpa sia nel bene che nel male. Simone e Lorenzo, e non lui, sono dunque i responsabili della loro morte, dovuta esclusivamente al loro comportamento, ovvero anche colpa di Dio che glieli ha fatti incontrare". (137) Il convincimento che tutto gli sia dovuto fa sì che egli tratti tutti gli altri, e non solo le sue vittime, come altrettante "cose" che gli servono per sostenere ed alimentare la propria autostima.

Infine il problema della sua responsabilità penale. Ponti Galliani e Fornari concludono la perizia affermando che Chiatti non è affetto da alcuna psicosi, né da altre malattie della mente. Dopo aver cercato di ricostruire i percorsi attraverso i quali si è andata formando la personalità del periziando, dopo aver individuato il cammino delle dinamiche psicologiche che lo hanno portato a compiere così crudeli delitti; dopo aver cercato di individuare i suoi sentimenti, i suoi stati d'animo, i suoi pensieri, hanno tracciato un profilo psicologico, ma non hanno trovato tracce di "follia". I periti nominati dalla Corte hanno constatato, inoltre, che Luigi Chiatti ha agito lucidamente, che quando ha ucciso la sua coscienza era vigile, che aveva consapevolezza di quello che stava facendo e ne conosceva la gravità. Ha ucciso Simone perché non voleva essere scoperto. Ha colpito reiteratamente le due vittime finché non si è reso conto che due testimoni pericolosi erano morti. È stato attento a cancellare le tracce del primo delitto. Lo ha fatto solo in parte nel secondo perché gli eventi sono precipitati; ha cercato di stornare i sospetti, si è preso gioco degli investigatori, si è sentito importante ed eroico nel recitare la parte del "mostro".

Ponti, Fornari e Galliani, quindi, non individuano in lui alcuna malattia mentale, ma solo sentimenti e pensieri egoistici ed egocentrici. Pertanto egli era ben cosciente di quello che stava compiendo e in grado di esercitare una sua libera scelta. I periti nominati dalla Corte affermano, inoltre, che Chiatti presenta "un disturbo narcisistico di personalità, al quale si accompagnano tratti sadici, anche qualche aspetto del disturbo paranoide di personalità e condotte parafiliache (pedofilia), però disturbi che non configurano un'infermità di mente, perché non sono espressioni di psicosi o di altra patologia psichiatrica". (138) E in tale senso dichiarano: "noi periti dei giudici abbiamo concluso affermando che Luigi Chiatti era, al momento in cui commise i delitti, ed è tuttora, capace di intendere e di volere". (139)

Il collegio dei consulenti tecnici nominati dalle parti civili, formato dal professor Ezio Moretti, dalla dott.ssa Maria Rita Parsi e dal dottor Claudio Cundari, pur dichiarandosi, sul piano della diagnosi della personalità, pienamente concorde con i periti d'ufficio nel giudicare Luigi Chiatti portatore di un disturbo narcisistico di personalità, da un lato evidenziano, tuttavia, che il disturbo ora detto "sia da mettere in relazione con tratti isterici o, come il DSM III recita, con un disturbo istrionico di personalità, questo sembrando coincidere meglio con del disturbo paranoide alle osservazioni effettuate, soprattutto per la costante ricerca di approvazione o addirittura di lodi implicite nel suo modo di raccontare i fatti". (140)

Nelle due relazioni presentate alla Corte i consulenti tecnici delle parti civili giudicano il periziando, da un lato, con riferimento alla tipologia criminale, un serial killer, dall'altro, affermano che i dati emersi dalla elaborazione del test di Rorschach sono tali da consentire varie diagnosi, con riguardo alla struttura di personalità del Chiatti; sicuramente ritengono presenti sentimenti di intensa ostilità, tendenze all'acting out, distruttive, sadiche; affermano, inoltre, che "diversi e svariati sono i dati che parlano a favore di un comportamento e di un'affettività gravemente immaturi, fino ad arrivare, in alcuni momenti a modalità di tipo arcaico"; (141) segnalano la presenza di un meccanismo quale lo sdoppiamento, in quanto corollario dell'idealizzazione che sarebbe alla base, secondo la letteratura, di eventuali manifestazioni di rabbia narcisistica; Moretti, Parsi e Cundari ritengono, infine, presente "un verosimile disturbo dell'identità originato da una marcata e persistente carenza affettiva primaria correlata alla figura materna". (142)

Concludendo il suddetto collegio peritale definisce Chiatti come un soggetto pienamente imputabile, in quanto portatore di un "disturbo narcisistico della personalità con tratti isterici e comportamenti parafilici"; dall'altro, e con riferimento alla tipologia criminale riguardante il Chiatti, si dice convinto che egli sia da considerare un serial killer, ossia una persona motivata a ripetere i medesimi comportamenti criminali.

La Corte, analizzate le perizie cui è stato sottoposto l'imputato, conclude che Luigi Chiatti è sano di mente e capace di partecipare coscientemente al processo. Ritiene presente in lui un disturbo narcisistico di personalità, al quale si accompagnano tratti sadici, qualche aspetto del disturbo paranoide di personalità e condotte di tipo pedofilo, ma non tali da inficiare la capacità di intendere e di volere.

3.4.2. La sentenza della Corte d'Assise

Il 28 dicembre 1994 la Corte d'Assise, pronuncia il proprio verdetto: è ergastolo con isolamento diurno per due anni per Luigi Chiatti. Il presidente Paolo Nannarone, il giudice a latere Nicola Rotunno ed i sei giudici popolari condannano l'imputato, inoltre, all'interdizione perpetua dai pubblici uffici, all'interdizione legale durante il periodo di espiazione della pena, alla pubblicazione della sentenza su alcuni quotidiani locali e nazionali, nonché presso l'albo dei comuni di Perugia e Foligno. Il verdetto della Corte prevede, altresì, la confisca e la restituzione degli oggetti delle vittime di cui si era impossessato, la distruzione di quanto altro in sequestro, il risarcimento dei danni subiti dalle parti civili costituitesi, liquidate in 500 milioni delle vecchie lire per ciascun genitore delle vittime, in 300 milioni per ciascun fratello e in lire 150 milioni per ciascun avo, nonché il pagamento delle spese processuali.

La motivazione della sentenza si basa in particolar modo sulla questione riguardante l'imputabilità del serial killer. La Corte passa in primo luogo ad analizzare proprio la eventuale sussistenza di patologie nella sfera sessuale del Chiatti. Dall'analisi dei test psicologici emerge, secondo l'organo giudicante, una sessualità complessa e particolare. Innanzitutto essa passa attraverso varie fasi: partendo da esperienze eterosessuali, si sviluppa poi verso una forma di omosessualità nei confronti di coetanei per poi sfociare in pedofilia. Oltre a ciò, questa presenta altre peculiarità, in quanto il periziato non ha necessità di atti comportanti un'attività sessuale completa, ma gli sono sufficienti "toccamenti". Infine, un altro elemento distintivo riguarda le fantasie sessuali. L'imputato, infatti, immagina, come detto, di lottare con il partner, assumendo un ruolo passivo o come precisa egli stesso da "schiavo", in cui è l'altra persona che decide di lui e può fargli qualunque cosa. Un ultimo particolare della sessualità di Chiatti deve essere segnalato: gli atti sessuali nei confronti dei bambini infatti, vengono giustificati dal serial killer come atto di amore nei loro confronti, perché questo provoca loro piacere.

La Corte, successivamente, tenuto conto delle relazioni fornitegli dai vari esperti, passa in rassegna l'eventuale presenza di patologie indicate dal DSM III. Innanzitutto, l'organo giudicante ritiene sussistente un grave disturbo narcisistico di personalità in quanto risultano presenti i sintomi di questa forma patologica: senso grandioso di sé, reazioni alle critiche con sentimenti di rabbia, vergogna, umiliazione, sfrutta per i suoi scopi le persone che con lui ha un qualche rapporto, crede che i suoi problemi siano speciali e possano essere risolti solo da persone speciali, richiede costante attenzione e ammirazione, manca completamente di empatia ed è pervaso da un forte sentimento di invidia.

Ritengono, poi, i giudici di primo grado che mancano le condizioni per una diagnosi del disturbo istrionico di personalità, in quanto non sussistono sicuramente alcuni dei requisiti previsti dal DSM III per il riconoscimento di tale disturbo; nella fattispecie sono assenti i requisiti relativi alla espressione delle proprie emozioni e quelli dell'eloquio eccessivamente impressionistico e carente di dettagli. Gli elementi indicatori di questa patologia vanno perciò considerati tratti istrionici della personalità del periziato. A parere della Corte non sussistono neppure i requisiti per una diagnosi di disturbo borderline di personalità, in quanto la caratteristica principale di questa forma patologica è data dall'instabilità della personalità. In Chiatti, invece, si ha la caratteristica opposta, cioè quella della monotonia dell'umore. Manca inoltre nell'imputato l'elemento dell'impulsività e dell'instabilità affettiva come richiesto dai criteri per l'individuazione del disturbo di cui si tratta. Non sono presenti nel giovane folignate neppure il sentimento di rabbia immotivata ed intensa, i persistenti disturbi dell'identità i sentimenti di noia e di vuoto e, infine, la presenza di transitori episodi psicotici per aver un disturbo di personalità borderline, in quanto anche il progetto di fuga ventilato da Chiatti non acquisisce a giudizio della Corte carattere di delirio.

L'organo giudicante ritiene, invece, che vi siano elementi per la diagnosi di un lieve disturbo paranoide di personalità, come dimostra il timore nell'imputato di essere sfruttato o danneggiato dagli altri, il rancore che porta dentro di sé e il fatto che è restio a confidarsi perché teme ingiustificatamente che le informazioni siano usate contro di lui. La Corte non ritiene sussistente la presenza di un disturbo ossessivo-compulsivo di personalità, né di un disturbo sadico della stessa, anche se dai test psicologici è emerso che Luigi Chiatti presenta tratti di sadismo; sotto l'aspetto sessuale può infatti effettuarsi una diagnosi di pedofilia e di sadismo sessuale (come però è emerso soltanto dai colloqui effettuati con il consulente tecnico del pubblico ministero Vittorino Andreoli), quando egli stesso ha ammesso di aver provato un'eccitazione e un godimento sessuale nell'atto di compiere i due omicidi.

In conclusione la Corte ritiene che la personalità di Chiatti sia, sotto il profilo strettamente psicologico, disturbata grandemente, perché egli è affetto da un conclamato e grave disturbo narcisistico di personalità e tratti marcati di altri disturbi di personalità, mentre sotto l'aspetto affettivo sessuale è affetto da pedofilia e da sadismo sessuale. Al riguardo l'organo giudicante osserva che il nostro ordinamento non considera tra le cause di esclusione della responsabilità penale le forme di degenerazione del sentimento, per cui le psicopatologie sessuali possono avere rilievo solo se esse sono il sintomo di uno stato patologico suscettibile di alterare la sfera intellettiva in modo tale da escludere o grandemente scemare la capacità di intendere e di volere. In base a quanto detto, i giudici ritengono che per Chiatti non possa parlarsi di infermità tale da configurare il concetto di malattia mentale rilevante. Occorre precisare che, per poter superare questo ostacolo, i difensori dell'imputato sostengono che i disturbi di cui egli è portatore, pur non inquadrabili nel disturbo borderline, sono di tale gravità e complessità da integrare il concetto di infermità. Secondo la tesi difensiva, nel momento in cui uccideva, l'imputato non sapeva di colpire una persona umana ma riteneva in quel momento di dover soddisfare una sua esigenza fondamentale.

La Corte ritiene tale teoria astrattamente ammissibile perché il concetto giuridico di infermità è concetto più vasto di quello di malattia mentale. Ma ritiene altresì di doverla respingere in concreto, in quanto Chiatti è non solo in grado di ricordare tutte le sequenze dei due omicidi, ma anche i pensieri che in quei momenti attraversavano la sua mente. Da ciò si evince che egli, al momento dei due delitti, fosse sempre stato vigile e presente. L'imputato aveva poi coscienza dell'illegalità che stava commettendo tanto da agire con fare circospetto al momento del rapimento. L'organo giudicante afferma, inoltre, che egli avesse capacità di determinarsi ad una pluralità di azioni tanto da essere indeciso se riportare Simone a casa oppure ucciderlo. Pari determinazione egli ha avuto nel momento di portare a termine il suo delitto allorché si rende conto che Simone è ancora vivo e, in previsione di ciò, si munisce di un coltello per completare l'opera. Analogamente può dirsi cosciente riguardo ai fatti sfociati nell'uccisione di Lorenzo.

I giudici concludendo il quadro relativo all'imputabilità di Chiatti seguono perciò il seguente percorso logico: tenendo conto che il nostro ordinamento riconosce come infermità rilevante ai fini dell'esclusione della responsabilità penale le accertate malattie di mente e che esso altresì non riconosce come causa di esclusione dell'imputabilità le psicopatie o i disturbi della personalità; tenuto, inoltre, conto che gli esami di varia natura ai quali l'imputato è stato sottoposto hanno evidenziato che egli è affetto soltanto da disturbi della personalità, in particolar modo quello narcisistico, accompagnato da tratti sadici, qualche aspetto del disturbo paranoide e condotte parafiliche (pedofilia), ne discende che per il suddetto non può parlarsi di infermità tale da configurare il concetto di malattia mentale ai fini dell'esclusione o della diminuzione della capacità di intendere e di volere.

Riguardo alla qualificazione giuridica dei fatti la Corte dichiara che, ai danni del piccolo Simone, gli eventi consentono di contemplare il reato di sequestro di persona, in quanto si ravvisano tutti gli elementi materiali e soggettivi del delitto in questione. L'organo giudicante ritiene inoltre fondata la contestazione dell'aggravante dell'art. 61 n.2 del codice penale, in quanto il suddetto reato è stato compiuto per eseguirne un altro, cioè quello di compiere atti sessuali con un minore. Sussiste pacificamente il reato di omicidio, mentre il reato di atti di libidine violenti (precedentemente disciplinato dall'art. 521, ora abrogato dalla legge n. 66/1996) deve essere considerato per il principio di specialità, aggravante del reato di omicidio ai sensi dell'art. 576 n.5 del codice penale. I giudici ritengono insussistente la contestata aggravante dei motivi abbietti, esistente, invece, quella delle sevizie. Sussiste, infine il reato di occultamento di cadavere. Per quanto concerne l'omicidio di Lorenzo la Corte si esprime in modo analogo fatta eccezione per il problema riguardante il sequestro di persona e gli atti di libidine ai danni del minore in questo caso assenti.

Riguardo alla motivazione dei delitti, la molla dell'agire di Chiatti deve essere individuata in entrambi i casi nella sua pedofilia. Ma tale disturbo non è da solo sufficiente a spiegare i delitti. Infatti nel primo omicidio l'elemento scatenante deve essere ricercato nel disturbo narcisistico di cui egli è affetto a cui si sono aggiunti motivi utilitaristici, quali impedire che fosse scoperto, la susseguente punizione e riprovazione sociale. Inoltre, gran impatto nel compimento del reato ha avuto la sensazione di eccitazione e di godimento sessuale che l'atto ha comportato; giova a questo proposito ricordare comunque che questo aspetto è emerso esclusivamente nei colloqui personali che l'imputato ha avuto con il consulente del P.M. Andreoli nel carcere di Verona. Nel secondo caso, a parere dei giudici di primo grado, l'omicidio di Lorenzo Paolucci è addebitabile esclusivamente al sadismo sessuale, perché non risulta che vi sia stato contatto sessuale o quanto meno un approccio da parte dell'imputato a cui sia stato opposto un rifiuto da parte della giovane vittima.

La Corte ritiene di non dover concedere le attenuanti generiche, sia per l'intensità del dolo (anche se non può parlarsi di premeditazione), sia per il fatto che il motivo dell'uscita del Chiatti vada ricercata nel desiderio di soddisfazione dei suoi istinti pedofili e non nel bisogno di cercare amicizie come invece sostengono i suoi difensori; sia perché le patologie di cui l'imputato è portatore hanno avuto un'efficacia causale minima nella commissione dei fatti a lui addebitati; inoltre il comportamento collaborativo tenuto dal giovane dopo i delitti è dovuto precipuamente a motivazioni di carattere utilitaristico (per ottenere un miglior trattamento sanzionatorio), ed è connaturale al suo narcisismo per appagare il suo bisogno di essere al centro dell'attenzione. Infine, il carattere dell'imputato ed i suoi vissuti non sono di per sé sufficienti a garantirgli la concessione di tali circostanze. Circa la questione della continuazione la Corte ritiene che tale istituto giuridico non possa applicarsi ai due omicidi sulla base dell'essenziale rilievo che "la esclusione della premeditazione fa venir meno la possibilità che il secondo delitto faccia parte di quel progetto delinquenziale in cui si concretizza il disegno criminoso". (143) Per questo motivo l'organo giudicante esclude che l'intento omicida formatosi nell'imputato nel momento in cui uccise il piccolo Simone rimase fermo fino a quando si presentò l'occasione di uccidere ancora.

Per questi motivi la Corte condanna Luigi Chiatti all'ergastolo.

3.5. Il processo davanti alla Corte d'Assise d'Appello

Il secondo grado di giudizio si svolge a poco meno di un anno di distanza dalla sentenza emessa dalla Corte di Assise di Perugia e che sembra lasciare poche speranze all'imputato. Il processo inizia subito con l'intento da parte dei difensori dell'imputato, Guido Bacino e Claudio Franceschini, di screditare il giudizio espresso da parte dei consulenti tecnici della Corte, Fornari e Galliani. I legali di Chiatti infatti, presentano una memoria in cui sottopongono all'attenzione della Corte una serie di considerazioni a sostegno dei motivi d'appello e segnatamente a sostegno della necessità di disporre una nuova perizia psichiatrica. Infatti Bacino e Franceschini affermano che Fornari e Ponti, consulenti tecnici della Corte in primo grado, nella loro pubblicazione Il Fascino del Male, propugnano de iure condendo "la eliminazione della non imputabilità", sul rilievo che "tutti, anche coloro che soffrono di gravi disturbi mentali, abbiano una più o meno elevata capacità di scelta e perciò solo devono essere considerati imputabili", (144) in questo modo dimostrando di essere prevenuti nella valutazione dell'imputabilità del loro assistito.

Nell'udienza del 24 novembre 1995, alla quale l'imputato rinuncia a presenziare, il giudice a latere dà lettura della relazione della causa. In seguito la Corte dispone necessario farsi luogo a una nuova perizia psichiatrica collegiale su Chiatti, nominando i periti Francesco Bruno, Arnaldo Novelletto e Pasquale Avvisati. In quest'udienza si verifica un fatto che molti sosterranno essere di straordinaria importanza per la soluzione della vicenda giudiziaria; viene chiamato, infatti, a deporre Tiziano D'Amico, compagno di Chiatti nei suoi primi anni di vita all'orfanotrofio di Narni, che sostiene che un prete li avrebbe ripetutamente violentati da bambini. Il teste afferma che la prima molestia si sarebbe verificata durante le feste natalizie del 1972, quando gli orfani erano usciti per raccogliere il muschio. "Ho sentito le grida provenire da dietro un cespuglio ed ho visto uscire di corsa Luigi, il più piccolo del gruppo, con i pantaloni slacciati. Poco dopo è apparso il prete che ci disse che non era niente, che voleva fare un giochino con Luigi, ma che lui non aveva voluto. La sera Luigi mi disse che era stato toccato dal prete e che gli aveva fatto male". A detta del testimone tutti nell'istituto erano a conoscenza delle abitudini sessuali del sacerdote, ma nessuna altra dichiarazione è giunta mai a conferma. Questo elemento è ritenuto dai difensori dell'imputato elemento importantissimo nel potergli riconosce l'esistenza di patologie suscettibili di renderlo non imputabile.

Nell'udienza del 30 novembre dello stesso anno i difensori dell'imputato, dimostrando ancora di ritenere fondamentale la questione dell'imputabilità del loro assistito, chiedono la ricusazione del prof. Francesco Bruno reo a loro avviso di aver manifestato, nel corso di varie interviste rilasciate ai mezzi di comunicazione di massa, il proprio parere su fatti oggetto del processo in questione. La Corte accogliendo la loro richiesta nomina, in sostituzione dell'esperto in questione il prof. Augusto Balloni.

L'organo giudicante, conscio che anche in questo caso il fulcro del processo sarà dato dall'esito delle perizie psichiatriche, effettua una serie di minuziose richieste ai periti. In primo luogo la Corte chiede al collegio giudicante di valutare se Chiatti fosse all'epoca in cui commise i fatti capace o meno di intendere e di volere, di indicare, ove fosse affetto da vizio parziale o totale di mente, la natura e le caratteristiche della relativa infermità; domanda, inoltre, se gli eventuali disturbi della personalità assumano valore di malattia, di vera e propria infermità psicopatologica oppure di semplice anomalia psicologica e se Chiatti possa essere considerato o meno un serial killer. Infine valutare la pericolosità sociale dell'imputato. Il 26 marzo 1996 la Corte dispone l'acquisizione della relazione del collegio peritale e che siano sentiti i periti in esito alle risposte date ai quesiti postigli dall'organo giudicante e che vedremo meglio nel paragrafo successivo.

Il 10 aprile 1996 da un lato, il pubblico ministero pronuncia la sua requisitoria chiedendo la conferma della pena dell'ergastolo per l'imputato e i difensori di Chiatti, dall'altro, chiedono l'assoluzione dello stesso, siccome non imputabile, da tutti i reati, o, in alternativa, il riconoscimento del vizio parziale di mente. Il giorno successivo, dopo le repliche del P.M. e dei difensori, la Corte si ritira in camera di consiglio.

3.5.1. Le perizie psichiatriche sull'imputato

Anche in questo grado di giudizio l'esito del processo è condizionato dai risultati delle perizie psichiatriche effettuate sull'imputato. Come in primo grado vi è divergenza di opinioni tra i consulenti tecnici nominati dal procuratore generale, Vella, Dall'Aglio e Giusti, e quello nominato dalle parti civili, Ezio Moretti, da un lato, e quelli nominati dai legali di Chiatti, dall'altro.

Mentre i primi si sono espressi per la piena capacità di intendere e di volere di Chiatti, i secondi hanno ribadito ancora una volta che il loro assistito era, al momento dei fatti, in tal stato di mente da escludere la capacita di intendere e di volere ai sensi dell'art. 88 del codice penale. Questi ultimi in particolare, ritengono gli stessi delitti per i quali si procede, oltre che il progetto di fuga coltivato dal giovane, chiare manifestazioni psicotiche e perciò segni inequivocabili di infermità mentale idonea ad annullare del tutto la capacità di intendere e di volere.

Fondamentale risulta quindi la posizione assunta dai periti nominati dalla Corte, i quali hanno espresso l'avviso che Chiatti, all'epoca in cui commise i fatti, "era per infermità in tale stato da mente da scemare grandemente, senza escluderle, le capacità di intendere e di volere" (145), in quanto affetto da "grave e profonda immaturità delle strutture della personalità, che si manifesta attraverso il disturbo narcisistico di personalità, con pedofilia e con tratti sadici, schizoidi, paranoici, ossessivi e fobici". (146) In particolare il prof. Avvisati afferma che l'acting out non è l'unica modalità con cui avviene il reato, ma fa presente che la violenza di cui Chiatti ha dato prova in occasione di entrambi i delitti deve dirsi espressione della "rabbia narcisistica". Ha precisato, inoltre, il consulente della Corte che "a questo tipo di stati prepsicotici è stato dato il nome di patologia narcisistica" (147), e che le premesse psicotiche, implicite nel disturbo narcisistico, sono sufficienti, in presenza di determinate situazioni e particolari stimoli, a riflettersi, in certi momenti, sulla capacità di intendere e di volere del soggetto. In particolare i consulenti tecnici nominati dal procuratore generale, sebbene si siano espressi, in sintonia con il consulente tecnico del P.M. nel giudizio di primo grado Vittorino Andreoli, per la piena imputabilità di Chiatti, tuttavia, sul piano della diagnosi clinica, si sono sensibilmente discostati dal giudizio espresso dal predetto, avendo giudicato il periziando "affetto da pedofilia con attrazione omosessuale, da annoverare nel quadro più generico delle parafilie". Il collegio dei periti nominati dal P.G. qualifica riduttivamente il periziando quindi come un pedofilo con attrazione omosessuale, dichiarandosi però incapace di spiegare i due terribili omicidi.

Il consulente tecnico delle parti civili, Ezio Moretti, modificando il giudizio espresso in primo grado dal collegio dei consulenti del quale egli stesso faceva parte, ha, da un lato, giudicato il periziando "affetto da pedofilia e disturbo narcisistico di personalità" (148) e che "ha un buon indice di realtà ...presenta un'affettività stabile ...non presenta elementi di aggressività ...non si può dire che presenti tratti di personalità immatura" (149); dall'altro, ha dichiarato di essere, a differenza di quanto espresso nel primo grado di giudizio, del parere che il Chiatti non sia un serial killer, ma soltanto un pluriomicida.

3.5.2. La sentenza della Corte d'Assise d'Appello

L'11 aprile 1996 la Corte d'Assise d'Appello pronuncia il proprio verdetto: il presidente, Emanuele Salvatore Medoro, il giudice relatore, Carlo Cozzella ed i sei giudici popolari condannano Luigi Chiatti a trenta anni di reclusione, la misura di sicurezza del ricovero in una Casa di Cura e di Custodia per un periodo non inferiore a tre anni. Ed inoltre dispone la rifusione delle spese a favore delle parti civili in 50 milioni 998 mila lire per ciascuno dei due gruppi di parti civili costituite.

La Corte quindi, basandosi sui risultati delle perizie e, in particolar modo, su quelle dei consulenti da essa nominata, ha ritenuto l'imputato parzialmente capace di intendere e di volere decretando la conseguente diminuzione di pena. L'organo giudicante motiva la propria decisione partendo proprio dalla questione relativa all'imputabilità di Chiatti. Indica preventivamente quali sono i risultati cui il collegio peritale è giunto; in primo luogo, come detto, ritiene che l'imputato, all'epoca in cui commise i fatti, era per infermità in tale stato di mente da scemare grandemente, senza escluderle, le capacità di intendere e di volere, essendo stato ritenuto affetto da "grave e profonda immaturità delle strutture di personalità, che si manifesta attraverso il disturbo narcisistico di personalità, con pedofilia e con tratti sadici-schizoidi, paranoidi-ossessivi e fobici". (150) Afferma, inoltre, la Corte che l'insieme dei disturbi accertati è stato raccolta nella seguente sintesi diagnostica: "sindrome narcisistica in una personalità profondamente immatura e disturbata" (151), la quale configura una vera e propria infermità psicopatologica, che è stata posta in rapporto causale con i reati commessi. Il collegio peritale tiene anche in considerazione il progetto di fuga di Chiatti con uno o più bambini affermando che questo, iniziato sotto forma di "idea fantastica", ha assunto le caratteristiche di "idea prevalente" e si collega all'immaturità delle strutture di personalità del periziato ed in rapporto di causa-effetto con i fatti da lui commessi. Per quanto concerne l'espressione serial killer si afferma che si possono individuare nell'imputato alcune caratteristiche di questo tipo di assassino, mentre la ripetizione dei reati ascrittigli sono da mettere in rapporto all'infermità accertata a suo carico. I periti ritengono, infine, l'imputato socialmente pericoloso e in grado di partecipare coscientemente al processo.

La Corte ritiene quindi di accogliere la richiesta dei difensori dell'imputato di riconoscere quanto meno il vizio parziale di mente. Innanzitutto l'organo giudicante, nella motivazione della sentenza, spiega i motivi per i quali ha deciso di concedere una seconda perizia su Chiatti. Questi vanno ricercati ne contrasto di fondo tra le conclusioni cui sono pervenuti, in primo grado, da un lato, i periti d'ufficio ed i consulenti tecnici della difesa, dall'altro, sono emerse diversità di valutazione non solo in punto di giudizio sulla capacità di intendere e di volere del Chiatti tra fra lo stesso collegio di consulenti tecnici della difesa di quest'ultimo e il prof. Palermo, il cui esame è stato richiesto dalla medesima difesa. Inoltre, sul piano clinico-diagnostico fra i periti d'ufficio, da un lato, e il consulente tecnico del P.M. e quelli di parte civile, dall'altro, sebbene sia i primi che i secondi abbiano giudicato l'imputato pienamente capace di intendere e di volere.

La Corte, in primo luogo, si rifà alla definizione data dal prof. Andreoli alla psichiatria per spiegare queste divergenze; egli infatti la definisce "scienza del dubbio", ad indicare quanti siano ancora gli interrogatori relativi all'inquadramento diagnostico e ai criteri terapeutici. In primo luogo, l'organo giudicante critica le contraddizioni in cui è caduto il collegio peritale di primo grado, che ad esempio prima afferma che Chiatti presenta un "senso di inferiorità e un basso senso di autostima", poi che egli "ha un'identità ben definita, un io saldo e piena egosintonia ...ha valori e mete lucidamente delineati, anche se abnormi, a cagione del narcisismo". (152) In secondo luogo, i giudici di secondo grado criticano il collegio peritale e, soprattutto, i primi giudici che non si sono affatto preoccupati di fornire adeguata e convincente spiegazione del significato da dare al famoso progetto di fuga di Chiatti. La Corte sebbene ritenga, alla luce delle risultanze peritali, di non dover configurare questo intento come "delirio", come invece richiesto dai consulenti tecnici della difesa, ma semplicemente come "idea prevalente", afferma però che la pretesa del collegio dei consulenti tecnici del P.G. di ricondurre tale progetto di fuga nell'alveo della normalità deve dirsi assurda. Questo proposito, invece, ad avviso della Corte d'Assise d'Appello non è né patognomonico di psicosi né tantomeno un qualche cosa di normale, ma è il segno di una profonda e allarmante immaturità.

Ed è questo il punto nodale della questione dell'imputabilità così come risolta dai consulenti tecnici della Corte. Quest'ultima infatti sottolinea come l'esame psicometrico, e segnatamente il reattivo di Rorschach, ha evidenziato in Chiatti aspetti di immaturità, come è stato riconosciuto da tutti gli esperti che hanno analizzato la persona dell'imputato. L'organo giudicante specifica che egli è un individuo che, sebbene abbia da tempo superato i venti anni ama giocare con i bambini, i giochi che preferisce sono tipicamente infantili, le letture e gli spettacoli televisivi che predilige sono quelli di un bambino ed infine la sessualità dell'imputato è senz'ombra di dubbio ipoevoluta e infantile. Del resto egli stesso afferma che non ha mai avuto rapporti sessuali, che non farebbe mai un rapporto e che lo soddisfano solo i "toccamenti". Tenuto conto di tutti questi aspetti la Corte ritiene Chiatti, sotto tutti i punti di vista, al livello di un bambino di età non superiore ai cinque anni.

In sostanza i giudici di secondo grado ritengono, se è vero che l'imputato non è affetto da cerebropatie o da psicosi di qualsiasi tipo, ma solo da un "complesso disturbo di personalità a molteplici componenti" (153), è vero anche che quest'ultimo si innesta su un anomalia morfologica della struttura della personalità medesima, su un'immaturità profonda e globale. L'organo giudicante ritiene perciò che non possa negarsi che l'interazione tra questa anomalia e l'immaturità di fondo si rifletta negativamente sulle varie funzioni psichiche e, perciò, sulla capacità di intendere e di volere dell'imputato, in una convergenza che, se non ha le caratteristiche di malattia, assume il significato di infermità. Del resto il prof. Avvisati sostiene che le premesse psicotiche, che sono implicite nel disturbo narcisistico, devono dirsi bastevoli, in presenza di determinate situazioni e stimoli, a riflettersi, sulla capacità di intendere e di volere.

La Corte, relativamente alla genesi e alla dinamica dei due delitti, smentendo la tesi del primo consulente tecnico del P.M. Andreoli, il quale affermava che gli omicidi fossero frutto del sadismo sessuale dell'imputato, ritengono, invece, che questi sono espressione evidente del distacco dalla realtà su cui influisce anche l'immaturità emotiva. L'organo giudicante afferma infatti che "è evidente che i gravi disturbi attribuiti al periziando influenzano la sua condotta e, tenendo conto della sua storia di vita, si può affermare che questi disturbi dovevano essere presenti all'epoca dei fatti per cui si procede e dovevano influire sulla condotta che ha caratterizzato questi fatti, riducendo grandemente la capacità di valutare le conseguenze morali e giuridiche di atti o fatti e soprattutto la capacità di autodeterminazione, cioè di volere". (154)

I secondi giudici poi ritengono infondate le censure mosse ai periti d'ufficio dalle altre parti processuali; queste si basano in primo luogo sull'utilizzo non adeguatamente motivato di termini strettamente psicanalitici. L'organo giudicante ritiene invece, che il disturbo narcisistico di personalità, che rappresenta l'ambito più evidente delle anomalie della personalità riscontrate in Chiatti non poteva non essere spiegato se non ricorrendo alla psicanalisi, in quanto altrimenti sarebbe stata una diagnosi fatta solamente in base a quelli che erano gli aspetti esteriori della personalità dell'imputato. Quanto alla seconda censura mossa ai consulenti della Corte essa ha ad oggetto il concetto di immaturità, ritenuto eccessivamente generico e non idoneo di per sé a giustificare il vizio parziale di mente. Il collegio peritale di cui si tratta spiega invece che le frustrazioni subite dal Chiatti sono da porre in rapporto di causa ad effetto con la patologica immaturità della personalità dello stesso, e che quest'ultima si manifesta attraverso il disturbo narcisistico e si riflette sulla capacità di intendere e di volere dell'imputato, scemando grandemente l'una e l'altra. Il terzo rilievo mosso alla Corte è quello di aver considerato l'atteggiamento dell'imputato al momento dei delitti dovuto alla cosiddetta reazione a "corto circuito", quando invece le autopsie rivelano che l'uccisione dei bambini impegnò l'omicida per molti minuti. La Corte replica a questa critica affermando che, da un lato, il collegio peritale mai ha parlato di tale fenomeno psichico o comunque di delitti d'impeto, dall'altro, precisa che nel caso in cui le "reazioni a corto circuito" sono caratterizzate dal fatto che tra lo stimolo ad agire e l'esecuzione trascorre un certo lasso di tempo, durante il quale il soggetto non valuta tutti i contromotivi e le conseguenze della propria azione, è evidente che comunque esse comprimono la capacità di volere, la cui presenza è necessaria perché si abbia imputabilità.

L'organo giudicante passa poi a spiegare i motivi per i quali non possano accettarsi le conclusioni cui sono pervenuti i consulenti tecnici della difesa dell'imputato, i quali ritengono che gli stessi due delitti, oltre che il progetto di fuga, sono da considerare chiare manifestazioni psicotiche, e perciò segni inequivocabili di infermità mentale idonea ad annullare del tutto la capacità di intendere e di volere. Con riguardo al progetto di fuga, abbiamo visto che non può parlarsi di manifestazione psicotica, in quanto è da considerarsi come "idea prevalente". Per quanto concerne i due omicidi, ad avviso dei periti della Corte, non si può parlare di "deragliamento psicotico" della personalità borderline, perché le "rotture psicotiche" tipiche di questa patologia durano nel tempo e sono così eclatanti da rendere necessario il ricovero ospedaliero; per contro, in occasione di entrambi gli omicidi, la riorganizzazione di Chiatti, dopo l'iniziale cedimento fu immediata, totale, lucida, e questo è sufficiente a escludere il vizio totale di mente.

In conclusione, affermano i giudici che l'imputato non era nella pienezza delle sue facoltà mentali, in quanto affetto da una complessa sindrome psicopatologica, caratterizzata da un conclamato disturbo narcisistico di personalità e da una costellazione di tratti di numerose altre abnormità psichiche. Inoltre precisa che tali disturbi vanno ad innestarsi su una condizione di profonda immaturità affettiva ed etica, strettamente connessa con una tendenza sessuale pedofila. Questo complesso quadro patologico configura una vera e propria infermità psichica, idonea a pregiudicare in maniera rilevante, anche se non del tutto, il comportamento dell'imputato, non solo sul piano cognitivo e affettivo, ma anche e soprattutto sul piano del funzionamento interpersonale e del controllo degli impulsi. Questo risulta in indissolubile rapporto causale con i due omicidi. Da qui il riconoscimento del vizio parziale di mente.

La Corte procede poi alla valutazione del secondo motivo d'appello da parte della difesa dell'imputato, cioè il mancato riconoscimento della continuazione tra i reati di omicidio e quelli ad esso connessi. Discostandosi dal giudizio dei primi giudici, l'organo giudicante afferma che al momento dell'omicidio di Simone Allegretti, l'idea di poter uccidere ancora albergava già nella mente di Chiatti. Un'eventualità del genere è dimostrata da vari aspetti; il primo è dato dai messaggi inviati alle forze dell'ordine, in cui l'assassino afferma che ammazzerà di nuovo; il secondo quando, in occasione dei colloqui con i periti processuali, alla domanda riguardante la possibilità di uccidere ancora qualora uscisse di galera, egli afferma "dipende". Ciò sta a dimostrare che l'imputato sa che sulla spinta di intense e non elaborabili situazioni conflittuali può tornare ad uccidere.

Quindi la Corte ritiene che le due esecrabili imprese criminose commesse dal Chiatti possono dirsi espressione di un programma delittuoso identico: quello di risolvere i suoi "problemi", anche a costo di sacrificare alla risoluzione di questi una o più vite umane. Infine l'organo giudicante sostiene, da un lato, che l'esclusione della premeditazione non può, quanto meno in via di regola, comportare ineluttabilmente, come invece mostra di ritenere al prima Corte, l'esclusione del vincolo della continuazione, ma il problema deve essere risolto caso per caso; dall'altro, che nessuna incompatibilità è prevista tra l'istituto giuridico previsto dall'art. 81 del codice penale ed il riconosciuto vizio parziale di mente, in quanto l'unicità del disegno criminoso implica una preventiva elaborazione di un piano criminoso e quindi un'attività intellettuale consentita anche a chi è solo in parte capace di intendere e di volere.

Per quanto riguarda il movente degli omicidi, la prima Corte, sulla scorta delle conclusioni del consulente del P.M. Andreoli, afferma che i due eventi hanno caratteristiche che sono assolutamente identiche, in quanto dovuti al piacere sessuale che l'atto di uccidere procurava al Chiatti (fatto peraltro emerso soltanto nei colloqui avuti con l'esperto in questione). I giudici di secondo grado, al contrario, ritengono i due episodi sensibilmente diversi. Nel primo omicidio la morte è causata da asfissia, con secondaria ininfluente emorragia dovuta alla ferita da arma da taglio, per il secondo, invece, si deve parlare di morte per emorragia con secondaria ininfluente emorragia, quindi ritengono assente la motivazione di sadismo sessuale alla base dei delitti.

La Corte ritiene inoltre di dover prevedere per l'imputato il riconoscimento delle attenuanti generiche, sulla base di diverse considerazioni: la collaborazione nella ricostruzione degli omicidi, non dovuta ad esigenze di convenienza processuale, in quanto ciò gli è valso la contestazione di quasi tutte le circostanze aggravanti; il vissuto di Chiatti, soprattutto le angherie e le verosimili attenzioni morbose subite in orfanotrofio, la solitudine e l'ostilità dell'ambiente familiare; i traumi collegati alla "diversità sessuale" dell'imputato, ricollegabili alla vittimizzazione sessuale subita nell'infanzia ed il fatto che egli sia incensurato.

Relativamente alle circostanze aggravanti la Corte, allineandosi al giudizio dei primi giudici, ritiene sussistente l'aggravante prevista dall'art. 576 n. 5 del codice penale, il quale prevede la pena dell'ergastolo se l'omicidio si verifica nell'atto di commettere taluno dei delitti previsti dagli artt. 519, 520, 521 del codice penale (articoli ora abrogati dalla legge n. 66/1996), quella dei motivi abbietti ex art. 577 n. 4, relativamente però al solo omicidio di Lorenzo Paolucci. I giudici di secondo grado ritengono al contrario assenti i requisiti per l'applicazione dell'aggravante delle sevizie e della crudeltà, visto che prolungata attività offensiva del Chiatti era dovuta alla sua esigenza di certezza che il piano criminale fosse effettivamente compiuto.

In base a questi rilievi, cioè della contestazione dell'aggravante dei motivi abbietti e quella prevista dall'art. 576 n. 5 del codice penale, da un lato, del riconoscimento del vizio parziale di mente e delle circostanze attenuanti generiche, dall'altro, la Corte ritiene opportuno procedere al bilanciamento tra diminuenti e aggravanti in esame. I giudici di secondo grado motivano, inoltre, la ragione della mancata applicazione della diminuzione della pena conseguente alla richiesta di giudizio abbreviato da parte dei difensori di Chiatti, affermando che sono state confermate le aggravanti che comporterebbero la pena dell'ergastolo, seppur in concreto bilanciate con la diminuzione di pena prevista della seminfermità e dalla concessione delle attenuanti generiche.

Sulla base di tutto quanto detto, la Corte d'Assise d'Appello di Perugia, condanna Luigi Chiatti a trent'anni di reclusione e la misura di sicurezza predetta, confermando le pene accessorie previste in primo grado e le statuizioni civili.

La prima sezione penale della Corte di Cassazione il 4 marzo 1997 ha confermato in pieno la decisione della suddetta Corte, ritenendo pertanto Chiatti seminfermo di mente e mettendo la parola fine alla vicenda del "mostro di Foligno".

3.6. Luigi Chiatti serial killer "tipico"

Luigi Chiatti presenta molte caratteristiche proprie degli assassini seriali, così come delineate dalla letteratura criminologico-investigativa, tanto che lo possiamo considerare un "serial killer tipico". Come detto, se dovessimo far propria la definizione dell'F.B.I. questo assassino andrebbe escluso dal novero degli assassini seriali, in quanto quest'ultima considera assassino seriale soltanto colui che ha causato almeno tre vittime. La definizione in questione, sebbene ancora seguita da alcuni autori, in particolare per il prestigio del Bureau, è considerata obsoleta ed erronea dalla maggioranza degli studiosi del fenomeno, in quanto si ritiene che, dopo il secondo omicidio, il circuito ripetitivo patologico si sia già instaurato; del resto, anche in ambito processuale divergenti sono state le considerazioni dei periti sulla qualificazione criminale dell'imputato. Non si può, in ogni modo, non considerare assassino seriale colui che ha ucciso "soltanto" due persone, ma che, se non fosse stato catturato (come Chiatti, ma anche come molti altri assassini), avrebbe continuato ad uccidere o colui che, invece, ha compiuto atti diretti ad assassinare una o più persone ma che, per caso fortuito o per la particolare resistenza opposta dalla vittima, non abbia raggiunto il suo risultato pratico della morte del soggetto aggredito.

Terminata questa premessa passiamo ad individuare le caratteristiche che fanno di Chiatti un "serial killer tipico". In primo luogo, dobbiamo accennare alla particolare situazione familiare in cui il geometra di Foligno vive la propria infanzia ed adolescenza; la famiglia di Chiatti è quella che in precedenza abbiamo chiamato "famiglia multiproblematica"; in particolar modo questo assassino seriale è cresciuto in un ambiente in cui, pur non essendo stato maltrattato in maniera evidente, non ha ricevuto dai genitori un sostegno adeguato per il suo corretto sviluppo psicologico. Soprattutto il padre è distante e freddo con Chiatti, probabilmente perché da sempre contrario alla sua adozione, la madre, invece, è frustrante e repressiva e lo fa vivere in un clima di costante distanza e perbenismo.

La mancanza di affetto, in questa fase della vita di Chiatti, unita alle probabili molestie sessuali subite in orfanotrofio, hanno determinato problemi che si ripercuoteranno in modo drammatico sulla psiche del geometra di Foligno. Del resto è lo stesso serial killer a non parlare di questo periodo, con molta probabilità perché lo ha rimosso dalla propria coscienza. In particolare, questa situazione ha causato in lui l'incapacità di crearsi relazioni significative con altre persone, avere amicizie vere. Anche nei rapporti con i coetanei Chiatti assume un ruolo passivo, sta ai margini del gruppo, può quindi essere ricondotto in quello che in precedenza (cap. 2, par. 1.2) abbiamo chiamato "modello del capro espiatorio", volendo indicare con questo termine bambini e ragazzi che vengono costantemente presi di mira dai loro compagni, per la loro particolare timidezza o per difetti fisici, i quali, col tempo, si convincono di essere appunto dei "capri espiatori", ritirandosi ancora di più in un loro mondo fantastico; è il geometra stesso a spiegarci il perché.

Il mio problema è che non ho compagnia. Nessuno mi ha mai aiutato. Spesso i miei compagni mi prendevano in giro, ma non ho mai reagito. Tutti o quasi approfittavano del fatto che ero un tipo tranquillo e che, sicuramente, non avrei mai reagito. Credo che in tutta la mia vita avrò preso cinque o sei sbornie e sempre a causa dei miei compagni che, sapendo della mia debolezza, ci provavano ogni volta, prendendomi poi in giro. Una volta mentre ero ubriaco mi hanno fatto anche spogliare e dare dei baci a una ragazza, cose che da sobrio non avrei mai fatto. Si è radicata in me, giorno dopo giorno, la difficoltà di entrare in contatto con gli altri. (155)

Altro tema che riscontriamo in molti assassini seriali è quello di una vita immaginativa particolarmente ricca, che compensa una vita sociale scarna e povera di rapporti interpersonali. In particolar modo le fantasie di Chiatti si dirigono verso due ambiti; in primo luogo, quello legato al sesso violento (il legame sesso/violenza è prioritario nelle fantasie degli assassini seriali), in cui il geometra sogna di essere aggredito, violentato e strangolato, mentre altre volte è lui l'aggressore. L'altra fantasia è quella che lo vede protagonista di una fuga con uno o più bambini con i quali va a vivere in un luogo isolato per un periodo di sette anni. Probabilmente la durata temporale di questa fuga rappresenta un richiamo inconscio agli anni vissuti da Chiatti in orfanotrofio.

Ancora un elemento ricorrente nella figura del serial killer tipico che riscontriamo nel giovane folignate è quello di uno spiccato narcisismo. Questo aspetto lo possiamo dedurre sia dalle parole di Chiatti ("il fatto è che sono troppo perfetto. Gli altri vedevano in me una persona sempre vestita bene, senza vizi. Non bevo, non fumo, sono pulito, ci tengo alla mia persona. È stata anche questa perfezione a crearmi problemi" (156)), sia dalla sua condotta durante i colloqui con i periti, in cui afferma di essere una persona "speciale", con problemi "speciali", per cui ha bisogno di un uditorio di persone altrettanto "speciali" che siano in grado di capirlo. I periti sostengono che anche nella sua disponibilità a raccontare i fatti ed i motivi per i quali ha commesso i delitti rappresenta per lui soltanto la possibilità di parlare di sé e di essere al centro dell'attenzione, soddisfacendo il suo egocentrismo. Del resto il suo narcisismo appare in maniera eclatante quando afferma di "essersi fatto prendere", di "non essere scappato", dimostrando così di voler rimanere il protagonista anche nella sconfitta.

Un altro aspetto che ci indica il profondo narcisismo di Chiatti è dato dalla confessione: egli non ha confessato perché si è sentito battuto, ma per la voglia di emergere, di rivendicare il suo delitto perfetto (quello di Simone) nei minimi particolari. Anche dai messaggi lanciati alle forze dell'ordine affiora questo aspetto del carattere di Chiatti; egli stesso asserisce di aver lasciato il primo messaggio per favorire il rinvenimento del cadavere e perché l'aver assunto la veste del "mostro" da tutti ricercato lo lusingava. Il secondo messaggio lo invia perché non voleva che il "merito" delle sue gesta andasse a "quel mitomane" (Stefano Spilotros) che si era accusato del delitto. Con compiacimento descrive poi tutti gli accorgimenti messi in atto per non lasciare impronte digitali sulla carta usata per i due messaggi o nella cabina telefonica e per distogliere da sé ogni sospetto.

Continuando nell'elencazione degli elementi tipici della condotta di Chiatti che possono riscontrarsi nella maggioranza dei serial killer, notiamo l'estremo distacco con cui egli parla dei delitti, come se fossero faccende che non lo riguardavano per niente; non c'è traccia di sensi di colpa, resipiscenza o rimorso e questo aspetto è del tutto compatibile con il fatto che egli considera le proprie vittime come cose, non persone, da tenere in considerazione soltanto se funzionali al soddisfacimento dei propri interessi. Come molti altri assassini seriali Chiatti raccoglie dei "trofei" che gli possano ricordare la vittima e, così, rivivere l'eccitazione del momento dell'omicidio; come abbiamo visto infatti il geometra di Foligno rubò dalla tomba la fotografia di Simone, spiegando questo gesto appunto con l'intento di avere un ricordo del bambino in un momento di felicità.

Relativamente alla modalità omicida, il modus operandi del geometra rispecchia quello della stragrande maggioranza degli assassini seriali, il quale prevede un tipo di aggressione che implica il contatto con la vittima: infatti, Chiatti uccide le proprie vittime o mediante strozzamento o utilizzando armi da taglio, modalità cioè che implicano un necessario contatto fisico con la vittima. Il giovane ragioniere di Foligno, inoltre, raggiunge il massimo piacere nel momento in cui uccide. È lui stesso ad affermarlo nei colloqui avvenuti nel carcere di Verona con lo psichiatra Vittorino Andreoli, affermando che ammazzare gli dà una sensazione che non riesce a provare altrimenti e il cui effetto deve essere ripetuto. Questo aspetto fa sì che egli possa essere inserito all'interno della categoria dei serial killer sessuali sadici.

Altro requisito che ci fa considerare Luigi Chiatti un "assassino seriale tipico" è la mania per l'ordine, come del resto appare dalla sua abitazione dove, come afferma la psicologa che l'ha visitata, "ogni cosa è talmente a posto che lo spazio sembra inanimato", come se nessuno l'abitasse. Questa tendenza all'ordine è propria di molti assassini seriali e si manifesta in Chiatti nella sua predilezione per gli ambienti iperorganizzati, come la caserma ed il carcere. Ciò richiama l'atteggiamento ossessivo di chi si abitua meglio in situazioni rigide, organizzate, dove si vivono quasi dei cerimoniali che rispondono a bisogni psicologici e non alla necessità di affrontare la realtà del mondo esterno. Del resto, come abbiamo detto parlando della vita in carcere per gli assassini seriali, la rigidità degli orari, la fissità degli schemi, sono elementi di adattamento positivo in un serial killer, dato che si tratta, spesso, di soggetti con un mondo interno estremamente frammentato.

Note

1. P. De Pasquali, Serial Killer in Italia, FrancoAngeli, Milano 2001.

2. A. Musci, A. Scarso, G. Tavella, Vivere per uccidere. Anatomia del Serial Killer, Calusca Stampa, Padova 1997, pp. 47-52.

3. Tribunale di Verona, Uff. G.I.P., Dr. Sperandio, Sent. N.300/1995.

4. Alessandra Vaccari, Cadavere in un sacco senza la testa e gli arti, "L'Arena", 4 luglio 1995.

5. Lucio Salgaro, Spunta un altro cadavere nel podere di Stevanin, "L'Arena", 13 novembre 1995.

6. Dalla Relazione Psichiatrico-Forense Collegiale D'ufficio, periti U. Fornari e I. Galliani, 26 Agosto 1996, pp. 16-17.

7. Dalla documentazione prodotta dal P.M., interrogatorio del 13/6/1996.

8. C. Lodi, P. Pacchioni, Indagine su un mostro: il caso Stevanin, Tascabili Sonzogno, Milano 1999, p. 30.

9. Dalla relazione di dimissione da ricovero nel reparto di neurochirurgia dell'Ospedale Civile Maggiore di Verona, copia consegnata ai periti Fornari e Galliani.

10. C. Lodi, P. Pacchioni, op. cit.

11. Ibidem.

12. Ivi.

13. Questura di Verona, Verbale di sequestro, 19/11/1994.

14. C.Lodi, P. Pacchioni, op. cit.

15. Ibidem.

16. Ivi.

17. J. Katzenbach, Facile da uccidere, Mondadori, Milano, 1987, pp. 133, 210, 274.

18. Relazione fornita dai periti G. Ponti e I. Galliani alla Corte d'Assise.

19. Ibidem.

20. Questura di Verona, Verbale di sequestro, 19.11.1994.

21. Ibidem.

22. Dal materiale sequestrato nell'abitazione di Stevanin.

23. Dagli Esami di Sussidio Psichico Diagnostico, consegnati ai Consulenti delle parti.

24. Ibidem.

25. Ibidem.

26. Dalla relazione presentata dai periti Ponti e Galliani alla Corte d'Assise.

27. Ibidem.

28. Ivi.

29. Ibidem.

30. Ibidem.

31. Ibidem.

32. Ivi.

33. Ibidem.

34. Ivi.

35. Seconda perizia, p. 63.

36. Ivi.

37. Dalla relazione presentata dal consulente tecnico del pubblico ministero Marco Lagazzi.

38. Ibidem.

39. Ibidem.

40. Ibidem.

41. Dalla relazione consegnata dai periti di parte F. Pinto e G.B. Traverso alla Corte d'Assise.

42. Ibidem.

43. Ibidem.

44. Metodo introdotto nel 1954 dallo psichiatra Roy Schafer.

45. Ibidem.

46. C. Lodi, P. Pacchioni, op. cit., p. 150.

47. Ibidem.

48. Ivi, p. 151.

49. Ibidem.

50. Ivi.

51. Ibidem.

52. Ivi, pp. 160-161.

53. Ivi, p. 163.

54. Ibidem.

55. Ibidem, p. 152.

56. Tratto dall'articolo di G. Bendrame sul quotidiano "L'Arena" di Verona, 11/1/1998. Il teso in corsivo denota le parole dell'imputato.

57. Ibidem.

58. C. Lodi, P. Pacchioni, op. cit., pp. 157-158.

59. Ibidem.

60. Ivi, p. 163.

61. Dalla motivazione della sentenza della Corte d'Assise d'Appello di Venezia.

62. G. Bendrame, L'accusa "grazia" Stevanin, "L'Arena", 7/7/1999.

63. Motivazione della sentenza della corte d'Assise d'Appello di Venezia.

64. G. Bendrame, Il procuratore generale: "convinto dai periti", "L'Arena", 8/7/1999.

65. Ibidem.

66. Dalla relazione consegnata dai periti alla Corte d'Assise d'Appello.

67. Risultanze della perizia effettuata su Stevanin in Corte d'Assise d'Appello.

68. Ibidem.

69. Ibidem.

70. G. Bendrame, Stevanin, manicomio per sempre? "L'Arena", 1/9/1999.

71. G. Bendrame, Stevanin, il Pg chiede si annulli la sentenza, L'Arena, 5/11/1999.

72. Ibidem.

73. A. Vaccari, L'esito della superperizia non gli ha dato scampo, "L'Arena", 24/3/2001.

74. Motivazione della sentenza della Corte d'Assise d'Appello di Venezia.

75. V. Andreoli, La violenza. Dentro di noi, attorno a noi, Rizzoli, Milano 1993.

76. G. Bendrame, L'Arena, 13/6/1998.

77. Motivazione della sentenza della Corte d'Assise di Genova, p. 329.

78. Ibidem, pp. 17-20.

79. Ibidem, pp. 91-106.

80. Ivi, pp. 294-297.

81. Ivi, p. 127.

82. Ibidem, pp. 351-353.

83. Ivi, pp. 390-393.

84. Ibidem, p. 406.

85. Motivazione della sentenza della Corte d'Assise, p. 98.

86. Ibidem, pp. 475-493.

87. Ibidem, p. 485.

88. Ivi.

89. Ibidem, p. 505.

90. Ibidem p. 517.

91. Ibidem, p. 520.

92. Ibidem, p. 520.

93. Ivi, p. 521.

94. Ibidem, p. 576.

95. Romolo Rossi, consulente tecnico del pubblico ministero nel processo di primo grado, motivazione della sentenza della Corte d'Assise di Genova, p. 480.

96. G. Ponti, U. Fornari, Il Fascino del male, Raffaello Cortina Editore, Milano 1995.

97. Ibidem, pp. 94-95.

98. Ivi.

99. V. Andreoli, Delitti, Rizzoli Editore, Milano 2001, p. 171.

100. Ivi.

101. Ivi.

102. M. Garbesi, op. cit., p. 100.

103. Ivi.

104. Ibidem, pp. 104-105.

105. G. Ponti, U. Fornari, op. cit., p. 93.

106. Ivi.

107. M. Garbesi, op. cit., p. 97.

108. Ivi, p. 99.

109. G. Ponti, U. Fornari, op. cit., p .99.

110. Ibidem, p. 100.

111. Ivi.

112. Ivi.

113. Ivi.

114. G. Ponti, U. Fornari, op. cit., pp. 96-98.

115. Ibidem.

116. Ivi.

117. Dalla relazione peritale del consulente del pubblico ministero.

118. Ibidem.

119. Ibidem.

120. Ivi.

121. Dai verbali dell'interrogatorio.

122. Dalla relazione presentata dal consulente tecnico del pubblico ministero.

123. V. Andreoli, op. cit., p. 179.

124. Ibidem.

125. Ibidem.

126. Ibidem, p. 125.

127. Dalla relazione consegnata alla Corte d'Assise d'Appello.

128. Ibidem.

129. Motivazione della sentenza della Corte d'Assise d'Appello, pp. 173-174.

130. Ibidem.

131. Ivi, pp. 125-126.

132. Ibidem.

133. M. Garbesi, op. cit., p. 98.

134. G. Ponti, U. Fornari, op. cit., p. 102.

135. Dalla relazione presentata dai periti nominati dalla Corte d'Assise.

136. Ibidem.

137. Ibidem.

138. Dalla sentenza della Corte d'Assise d'Appello, p. 123.

139. Ibidem.

140. Ibidem, pp. 123-124.

141. Motivazione della sentenza della Corte d'Assise d'Appello di Perugia, p. 132.

142. Ivi.

143. Dalla motivazione della sentenza della Corte d'Assise d'Appello, pp. 221-222.

144. Sentenza della Corte d'Assise d'Appello, p. 97.

145. Motivazione della sentenza della Corte d'Assise d'Appello, pp. 128-129.

146. Ibidem.

147. Ibidem, pp. 212-213.

148. Ivi.

149. Ibidem, p. 133.

150. Sentenza della Corte d'Assise d'Appello, p. 103.

151. Ibidem, p. 104.

152. Ibidem, p. 135.

153. Relazione del primo collegio peritale, p. 66.

154. Ibidem, pp. 200-201.

155. M. Garbesi, op. cit., p. 97.

156. V. Andreoli, op. cit., p. 193.