ADIR - L'altro diritto

ISSN 1827-0565

Capitolo 2
I protagonisti

Eleonora Neglia, 2001

Sezione prima: il cappellano

Sicuramente oggi non è sufficiente che il cappellano delle carceri sia un semplice sacerdote, in quanto è richiesta necessariamente una formazione sul piano psicologico e sociologico per poter realizzare pienamente la sua delicata missione. (1) Dovendo egli affrontare conversazioni personali con il detenuto su questioni esistenziali e problemi attinenti alla sua personalità e alle sue sofferenze, deve possedere quel carisma che lo abilita alla cura e all'assistenza umana; perciò non è esatto collocarlo sotto la figura del mero operatore penitenziario alla stregua di tutti gli altri (psicologi, sociologi, assistenti sociali, educatori, etc.). (2) Semmai egli deve assumere il ruolo, ben più consono alle caratteristiche dei suoi interventi, di "operatore umano" capace di rappresentare il collegamento tra le persone detenute e la realtà umana e sociale esterna al carcere. (3)

Con la riforma del 1975 particolare significato ha assunto la collaborazione tra cappellano e assistenti volontari, figure, queste ultime, previste dallo stesso regolamento esecutivo. Negli ultimi anni il fenomeno del volontariato all'interno del carcere si è notevolmente moltiplicato e si è dimostrato di particolare utilità nel colmare le lacune causate dall'assenza o dalla carenza dell'intervento pubblico. L'impegno del volontariato è rivolto a creare le condizioni idonee a realizzare una nuova mentalità e cultura che abbiano come sfondo la prospettiva del sorgere di un diverso rapporto tra carcerati e società libera. E bene si comprende come particolarmente proficua possa essere la collaborazione tra volontari e cappellano. Quest'ultimo, quando non è lui stesso promotore o animatore del volontariato, in qualche modo ne rimane coinvolto. Spesso i cappellani sono portatori di un ricco bagaglio di esperienze sul piano caritativo, educativo, sia del detenuto che delle famiglie ed è innegabile che, specie in passato, una vera e propria speranza di promozione umana nelle carceri sia stata realizzata grazie alle loro iniziative e al loro impegno.

A partire dal 1975 ha preso sempre più consistenza una diversa visione dei problemi carcerari fondata soprattutto su quei valori di dignità e umanità che all'uomo anche detenuto devono essere riconosciuti. È in questo contesto che il carcere ha aperto le finestre al mondo esterno e a persone diverse da quelle facenti parte della gerarchia penitenziaria, ma è indispensabile che a questa nuova realtà si adeguino anche la figura, l'opera e il ruolo del cappellano, mediante una seria e serena riflessione, un aggiornamento costante e non disgiunto da una capacità professionale.

Rimane il problema finale relativo all'identificazione del ruolo e della figura del cappellano, nelle prospettive future. Nel corso degli anni più recenti, la figura del sacerdote, e per ovvio riflesso, la figura del cappellano, hanno perduto alcune caratteristiche, sia per le mutate condizioni storico-sociali, sia per la crisi nella quale ad un certo punto è venuta a trovarsi la Chiesa cattolica. "Perciò per poter ridefinire ora il suo ruolo, bisognerà partire necessariamente da una definizione in negativo (ciò che il cappellano non è, o non è più) per giungere ad una definizione in positivo: cioè egli non è certamente assistente sociale, non è psicologo, non è medico, non è neppure rappresentante di un puro e semplice ufficio. Potrà sì svolgere opera di assistenza, di mediazione, di consulenza, ma non per questo può identificarsi nel ruolo di consulente, avvocato o psicoterapeuta. Quindi è evidente che il suo non sia un intervento semplice e solo raramente potrà essere condotto in forma diretta. Più che un discorso di tipo esistenziale, spesso sarà necessario abituare il detenuto a problematizzare le situazioni, a vagliare le possibili soluzioni, in un clima di schiettezza e di aperto dialogo. Pertanto sarà richiesta al cappellano quella competenza (in quanto conoscitore del suo campo d'azione), quella preparazione (in quanto conoscitore di discipline diverse) e formazione (in quanto sia in grado di fornire non solo il suo apporto tecnico e teorico, ma abbia egli stesso maturato un'adeguata esperienza umana e pastorale), che sono le condizioni indispensabili perché la figura del sacerdote all'interno del carcere possa agire proficuamente per il miglioramento del recluso". (4)

1.1. La Chiesa e i detenuti (testimonianze)

Già anni fa la Chiesa ha sentito l'esigenza di ribadire il suo ruolo nell'assistenza e nel conforto ai disadattati. Da sempre antenne privilegiate di storie, tensioni, sofferenze, ingiustizie e speranze che si vivono all'interno delle mura penitenziarie - da parte dei detenuti e delle persone che, a diverso titolo, operano nei carceri - i cappellani hanno voluto rendere testimonianza del loro operato accompagnandolo a proposte concrete. (5)

Nel corso di un Convegno nazionale dei cappellani svoltosi nel 1994, questi ultimi hanno chiesto perdono ai detenuti, a nome della Chiesa tutta, per le loro incoerenze e i limiti. Pur riconoscendo alla Chiesa alcuni segnali di maggior attenzione nei confronti del penale, tuttavia hanno definito ancora assente un'adeguata riflessione biblico-teologico-morale sul significato della pena, con il conseguente atteggiamento di delega nei confronti del cappellano cui viene demandato frequentemente ogni intervento. Per questo i cappellani di tutta Italia riuniti hanno proposto che la Chiesa italiana scelga in concreto "di accogliere il povero, il malato, il carcerato, facendo loro spazio nel proprio tempo, nella propria casa, nelle proprie amicizie, nella propria città e nelle proprie leggi", (6) promuova una cultura che si qualifichi come rispetto integrale dell'uomo e perciò tenda ad un graduale superamento del carcere che per sua natura è negazione e mortificazione della persona. È necessario che sia garantita ai cappellani l'effettiva possibilità di svolgere il loro servizio in pienezza e libertà in tutti i carceri, nel rispetto integrale del regolamento penitenziario, superando arbitrarie interpretazioni restrittive del personale dirigente locale. A seguito del Giubileo svoltosi nel corso dell'intero anno 2000, i cappellani si sono impegnati ad essere presenti il più possibile nelle carceri per offrire un sostegno spirituale ma soprattutto umano e hanno chiesto che il loro compito venga facilitato con la collaborazione della società già operante negli istituti e di quella che vive completamente "al di là del muro".

1.2. L'aleatorietà del carcere

Se ascoltiamo parlare i cappellani della loro prima volta che sono entrati in un carcere, percepiamo il disagio per la realtà riscontrata, che forse nessuno può immaginare fino quando non vive tale esperienza. Questa stessa sensazione emerge dalle parole che il cappellano del carcere di Pisa secondo cui la prima impressione è quella di una serie infinita di rumori tutti uguali, eccessivi, metallici, innaturali e angoscianti. (7) Per arrivare alla cappella ci sono ben dodici cancelli che si sentono chiudere con una forte risonanza interiore: rumori che vogliono rimarcare che ci si trova in un ambiente chiuso, "diverso". I colori sono neutri, ospedalieri, semplici, per togliere la personalizzazione. Si percepisce una certa dose di "non senso": i detenuti stanno chiusi in carcere diciotto ore circa (nella normalità dei casi) e hanno una sola ora d'aria al mattino e al pomeriggio, da trascorrere con persone magari sgradevoli, con abitudini ed esigenze diverse. È una pena che aggrava l'altra pena. Forte è il senso d'inedia e la sensazione di aleatorietà: c'è l'impressione del "caso" nei procedimenti giudiziari e poi anche nell'esecuzione. Le condizioni di vita in un carcere sono infelici, irrispettose della persona e non solo per i detenuti, ma per gli stessi agenti di polizia ed è all'interno di tutto ciò che un sacerdote riesce a vivere un'esperienza straordinaria: quella del mistero dell'uomo, della libertà, della responsabilità e della corresponsabilità. È in questi "ghetti" che "puoi vedere dei fiori che nascono dal fango", delle conversioni, anche là dove la pena continua a restare retributiva e non umana e rieducativa. Serve una logica di mediazione e per questo è nata l'esigenza, per l'arcivescovo di Pisa, di creare un'équipe che operasse concretamente con detenuti e personale di custodia: una Cappellanìa, con un prete, un diacono, una suora e dei volontari. Servono colloqui personali, per donare amicizia e tenerezza, per favorire la fiducia e per dare la speranza. Perciò è necessario un aperto confronto con la direzione e gli operatori, perché sono loro i più affini alla Cappellanìa, avendo gli stessi obiettivi di restituire umanità e dignità ai detenuti, prima di tutto ... uomini.

Il sacerdote da solo non potrebbe mai aiutare tutti i detenuti; per questo un grosso contributo è dato dai volontari. (8) A Pisa il cappellano è affiancato dall'associazione Controluce, di natura aconfessionale, che ha pensato di compilare un "vademecum" da tradurre in varie lingue (in progetto anche la lingua araba), attraverso cui dare ai detenuti notizie, sia sulla pena, sia sulle procedure da seguire per ottenere benefici.

Alla voce "religione" del vademecum è scritto che "ogni detenuto è libero di professare la propria fede religiosa, d'istruirsi in essa e di praticarne il culto. In carcere c'è un prete cattolico, che dà assistenza religiosa e celebra la messa ogni settimana nella cappella delle sezioni maschile e femminile e al centro clinico. Chi non professa la religione cattolica ha diritto, su richiesta, di ricevere l'assistenza dei propri ministri di culto e di poterne celebrare i riti". In carcere il detenuto deve sottostare ad un'esagerata burocrazia per ottenere anche la più piccola cosa e questo ritmo è quello che poi si ripercuote su tante altre operazioni: qui la giornata è scandita dagli orari (perché c'è il tempo per la prima colazione, per il pranzo, per riunirsi, per l'aria, per andare alle funzioni religiose), però tutto - tranne il rispetto di questa burocrazia - si svolge molto lentamente. E così anche l'aspetto religioso viene inserito in questo strano ritmo, quasi irreale. La religione viene vissuta dai detenuti a livello di devozionismo e prevale la superstizione. La domenica c'è la messa, non molto frequentata e dove nessuno fa la comunione (e proprio per non mettere in risalto questa differenza, anche i volontari hanno smesso di farla); anche se non c'è animazione musicale, il momento liturgico è vissuto dai detenuti con una forte intensità di sentimento.

Sezione seconda: gli educatori

Fra le varie attività che gli spettano, la normativa del 1975 affida all'educatore l'organizzazione del servizio di biblioteca previsto dall'art. 12 Ord. penit. e, oggi, dall'art. 21 del nuovo reg. esec. È un servizio importante per il sostegno culturale e per l'impiego costruttivo del tempo "libero", alla cui organizzazione funzionale contribuiscono le scelte dei libri e dei periodici effettuate dalla commissione di cui all'art. 16 Ord. penit., avendo cura che vi sia "un'equilibrata rappresentazione del pluralismo culturale esistente nella società esterna". Nello svolgimento della sua competenza come bibliotecario, l'educatore è posto in grado di utilizzare l'incontro con i detenuti come un'occasione di animazione culturale che va ben al di là del servizio di assistenza alla lettura. (9) La normativa fa riferimento a "rappresentanti dei detenuti e degli internati" (10) e cioè ad una delle figurazioni nuove introdotte dalla riforma nella realtà del carcere, con l'intenzione di aprire la strada a forme di tipo partecipativo, cui i detenuti possano accedere per dare espressione - sia pur controllata - ai loro interessi e alle loro esigenze. L'educatore, evitando di diventare il bibliotecario di routine che consegna e ritira libri, finalizza i colloqui e il contatto con i detenuti e gli internati, sviluppando le occasioni di incontri umani significativi; può avvalersi della collaborazione dei rappresentanti dei carcerati per la tenuta di pubblicazioni, per la formazione di schedari e per la distribuzione di libri e periodici: anzi, col nuovo regolamento si parla di un'attività del detenuto da svolgere in biblioteca retribuita come un qualunque lavoro. Dato che il meccanismo del sorteggio previsto dall'art. 21 reg. esec. può di fatto rivelarsi inidoneo a selezionare soggetti veramente motivati ad un'attività di tipo culturale e partecipativa, l'educatore incaricato della biblioteca può fare opportunamente ricorso all'opera di detenuti e internati che dimostrino particolari attitudini nello svolgimento di compiti di animazione culturale. (11) Un servizio di promozione culturale ben organizzato e ricco di contenuti formativi appare di particolare valore nell'istituto di custodia preventiva, dove la continua fluttuazione della popolazione carceraria, le esigenze di sicurezza e l'inadeguatezza delle attività lavorative, fanno confluire nell'attività culturale e nell'impiego costruttivo del tempo libero la maggiore attenzione degli operatori e l'interesse dei detenuti.

L'educatore partecipa anche alla commissione per le attività culturali, ricreative e sportive: qui è chiamato ad assumere in buona parte la funzione di animatore delle iniziative e coordinatore delle varie attività pratiche predisposte per la loro attuazione, "cercando di coinvolgere i rappresentanti dei detenuti e degli internati in un discorso partecipativo e facendo risaltare in istituto il valore di tale partecipazione nelle attività di tempo libero organizzate". (12) Anche per svolgere tale attività l'educatore può ritenere opportuno il ricorso alla collaborazione di altre persone, in tal caso di assistenti volontari e delle persone indicate dall'art. 17 Ord. Penit. È evidente che, siccome in un carcere il "tempo libero" rappresenta spesso la totalità del tempo a disposizione dei detenuti, il legislatore ha voluto attribuire a questo tipo di attività una funzione surrogatoria di quelle lavorative (13) per evitare "l'ozio involontario" ed è a questo scopo che è importante disciplinare minutamente l'argomento e realizzarlo in concreto, anche se, tra gli operatori, c'è invece chi parla di un'esigenza di astrattezza per meglio adattarsi alle varie realtà carcerarie. (14)

2.1. Gli strumenti professionali dell'educatore nell'ambito penitenziario (testimonianze)

Gli strumenti usati professionalmente dall'educatore "in" gruppo sono quelli in cui è più agevole e nello stesso tempo più profittevole l'osservazione della personalità del detenuto. Innanzitutto, sulla base delle indicazioni teoriche acquisite, l'educatore - fin dalla progettazione delle varie attività culturali, di piacere, di gioco, di sport, di laboratorio artistico o teatrale, di musica o altro - deve coinvolgere e sollecitare i futuri possibili fruitori per quanto possibile. (15) Tutto questo per prima cosa indagando i loro reali fabbisogni con l'induzione di curiosità, di sollecitazioni: con l'offerta di opportunità a chi, nella propria esperienza passata, opportunità di crescita culturale, artistica, creativa, ludica, ne ha avute poche o per niente e poi, partecipando personalmente a queste attività e facendo sì che queste, invece che livellate verso il basso (come il contesto organizzativo del carcere può spesso far succedere), possano rappresentare almeno per qualcuno degli utenti un'occasione di quella "peak experience" (esperienza apicale) che alcuni autori (16) individuano come occasione capace di provocare il cambiamento. L'educatore può utilizzare il suo strumentario teorico-pratico nell'avviare, e talvolta "trascinare" quasi fisicamente, l'adulto detenuto e con basso livello di scolarità (dato che è l'utente di questo tipo, peraltro, il più frequentemente presente in carcere, ad averne bisogno) verso attività scolastiche o di formazione professionale in senso stretto: con lezioni d'aula, didattica tradizionale, voti, esami, etc. Costui, ovviamente, proprio per essere stato rifiutato precocemente dalla scuola, riterrà di non essere all'altezza dello studio e quindi, non volendocisi misurare, di "non averne voglia". Anche in questo caso l'educatore, coinvolgendo da una parte insegnanti e formatori e, dall'altra, potenziali studenti, dovrà fare in modo che l'attività didattica accetti e valorizzi l'esperienza umana del detenuto. Questo nel senso di prendere il buono che c'è nell'esperienza di ciascuno e di farvi leva per ri-progettare insieme. In questa nuova progettazione comune si può allora fare entrare un'ipotesi educativo-scolastica se si riesce a far sì che il soggetto la percepisca come utile ad un cambiamento che è arrivato a desiderare. Analogo discorso si può fare per l'avviamento ad un apprendistato o ad una vera e propria attività lavorativa. La valutazione "va dunque incentrata sulla verifica della qualità delle azioni educative, sulla loro tenuta, sulla loro durata, sul livello di com-partecipazione, sugli esiti in termini di concreti e visibili risultati finali di ogni singola attività posta in campo". (17)

Sezione terza: gli insegnanti

3.1. L'esperienza del carcere-scuola S. Michele di Alessandria (testimonianze)

Ci sono testimonianze dalle carceri vissute non solo dai detenuti, ma direttamente dagli operatori che lavorano per loro e con loro, con tutte le difficoltà umane che comporta l'operare in un ambiente coattivamente chiuso.

Quella che segue è l'esperienza di Buffa, criminologo clinico e attualmente direttore penitenziario presso "Le Vallette" di Torino, un istituto che ha sperimentato un nuovo modo di fare scuola. Da questa esperienza, unica nel suo genere, emerge che "un carcere-scuola vive sempre una profonda frattura quando prevale la logica dell'istituzione totale sulla logica formativa. Ma sostenere la centralità dell'attività didattica, affinché intorno a questa si definiscano ritmi e strutture della vita detentiva, è possibile solo se i vari operatori della casa di reclusione (docenti esterni, educatori penitenziari, polizia penitenziaria, magistrato di sorveglianza) partecipano attivamente e condividono il progetto educativo". (18) La Casa di reclusione di Alessandria è spesso denominata "carcere-scuola", in realtà tale dicitura non è formalmente prevista da nessuna norma specifica. Rimane il fatto che la presenza da oltre quarant'anni di un corso scolastico quinquennale per la qualifica di geometra, associato ad alcuni corsi professionali, ha caratterizzato e caratterizza quest'istituto di reclusione. Ogni anno decine di detenuti in Italia rispondono al bando nazionale per poter frequentare i corsi di Alessandria.

Per la sua particolarità quest'istituto consente la realizzazione di una concreta attività trattamentale, ma al tempo stesso è caratterizzato dalle dinamiche che la scuola scatena tra le varie componenti maggiormente coinvolte. Consideriamo il gruppo dei detenuti frequentanti i corsi. La prima istanza partita da questi era indirizzata alla direzione affinché tutelasse quello che essi ritenevano un diritto sacrosanto, ovvero, la fruizione di permessi premio ex art. 30-ter Ord. penit. a fronte del fatto di essere studenti e quindi di soddisfare uno dei requisiti previsti dalla norma, la partecipazione all'attività trattamentale all'interno dell'istituto.

Altre richieste vertevano su istanze di minor conto, più strumentali all'allargamento degli spazi all'interno del contesto detentivo e, in questo, assumevano una connotazione assolutamente simile alle istanze che generalmente vengono avanzate in ogni istituto penitenziario. Nessuno dei detenuti, in quella prima fase, accennò al senso della scuola in carcere. Il gruppo dei docenti esterni appariva solidale con il gruppo dei detenuti-studenti rispetto al tema dei permessi premio e critico nei confronti della magistratura di sorveglianza competente e degli spazi concessi. Tra questi docenti, alcuni si occupavano, volontariamente, anche della gestione di varie attività ricreative collaterali a quelle scolastiche. Il rapporto tra docenti e studenti si caratterizzava per una forte umanità e solidarietà. Tra i suddetti gruppi e quello degli educatori penitenziari i rapporti non erano particolarmente buoni. I detenuti accusavano gli educatori di essere assenti e responsabili, attraverso gli atti del loro ufficio, dei rigetti sulle istanze di permessi premio da parte del magistrato. I docenti sostenevano, con toni meno accesi, la tesi dell'assenza e della distanza dalla vita scolastica. Da parte loro gli educatori evidenziavano un certo scetticismo circa la serietà con la quale gli studenti affrontavano i corsi e il correlato atteggiamento di "comprensione" da parte dei docenti.

Il gruppo della custodia, composto da appartenenti alla polizia penitenziaria, esprimeva prevalentemente un atteggiamento scettico e critico sulle attività scolastiche e sui detenuti frequentanti (si sottolineava una loro presunta o obiettiva strutturazione criminale e una partecipazione strumentale). Critiche venivano anche indirizzate all'area educativa, tacciata di essere "assente", e sui docenti esterni che venivano classificati come troppo "contigui" ai detenuti. Il magistrato di sorveglianza, a sua volta, sulla base della comparazione tra le risultanze scolastiche e la personalità dei detenuti - valutata attraverso le sentenze, gli atti dell'osservazione e i colloqui diretti - esprimeva un giudizio di "non credibilità" dell'attività scolastica nel suo complesso. In estrema sintesi si prospettò un sistema "carcere-scuola" particolarmente complesso, caratterizzato da un certo livello di conflittualità tra le varie componenti, dall'assenza di obiettivi e modalità comuni; un sistema bloccato sprovvisto di progetto. Al contrario, un carcere che si definice "scuola" deve esprimere un progetto educativo e penale teso, quantomeno, al conferimento di competenze e conoscenze perché "se il detenuto è sufficientemente dotato di risorse personali e sociali (e se riesce ad attivarle), può aspirare ad una pena più breve e migliore". (19) Indubbiamente la possibilità di frequentare corsi scolastici consente al detenuto una certa considerazione da parte dell'amministrazione penitenziaria prima e, della magistratura penitenziaria poi. (20) Anche dal punto di vista dell'istituzione penitenziaria la scuola rappresenta una risorsa importante, in quanto permette di gestire più agevolmente le persone detenute, che risultano meno reattive alla detenzione grazie all'impegno profuso nei corsi. In sostanza si creano le condizioni per una reciproca funzionalità. Il mantenimento di tale equilibrio, dando corpo a una logica specifica che è quella dell'istituzione totale, (21) può determinare il sacrificio di alcuni elementi, viceversa, fondamentali se si vuole uscire da questa logica per entrare in quella della scuola come elemento di acquisizione di competenze. La frequenza e l'impegno, da un lato, la pretesa del rispetto di questi presupposti, dall'altro, possono infatti essere sacrificati in nome di un reciproco inconsapevole accordo di quieto vivere.

Tutto questo, nel caso dell'istituto S. Michele, rendeva il risultato finale non credibile agli occhi della magistratura di sorveglianza che, per questo, non attivava la premialità prevista dall'Ordinamento penitenziario e in questa diatriba le altre componenti venivano coinvolte in qualità di "alleati" o "avversari": gli insegnanti tendevano a difendere l'impegno dei detenuti-studenti, a giustificare certi loro atteggiamenti impropri (assenze, scarso rendimento scolastico) prendendo spunto dalla condizione difficile di una persona soggetta ad una pena detentiva e dalle presunte illogicità di una struttura che limita la vita di una persona; le altre componenti, invece, percepivano i docenti come "estranei" alla logica penitenziaria. Nessuno, comunque, poneva in dubbio la funzione e l'utilità della risorsa scolastica. (22)

Proprio la magistratura di sorveglianza, rigida nelle sue percezioni e decisioni non concedendo le premialità e quindi scompaginando l'equilibrio funzionale e totale descritto, è stato il punto di forza per la revisione del sistema. Si iniziò con il dichiarare a tutte le componenti la centralità della scuola nell'istituto. In questa prima fase, ogni componente interna mise il direttore a conoscenza delle manchevolezze delle altre componenti, ma nessuno fornì indicazioni utili al superamento del problema. Sul fronte interno si diede corso ad alcune scelte strategiche di fondo (necessarie in questo primo momento non scritto, né condiviso, come spesso succede nelle fasi iniziali degli interventi in campo sociale). (23) Furono accorpati in sezioni omogenee tutti i frequentanti i corsi scolastici e di formazione, con l'obiettivo di costituire un gruppo-scuola che potesse fruire delle condizioni minime per poter effettivamente studiare, anche durante il pomeriggio, nelle sezioni detentive. Contrariamente alle aspettative le resistenze da parte dei detenuti furono forti e ciò fu indice del prevalere delle logiche di sezione su quelle scolastiche. In tale contesto gli insegnanti svolsero spontaneamente il ruolo di mediatori tra i detenuti e la direzione e nel giro di pochi giorni lo spostamento fu effettuato ad eccezione di qualche unità che preferì abbandonare i corsi. Seguì un periodo di richieste da parte dei detenuti-studenti, finalizzate al miglioramento della vivibilità all'interno delle sezioni omogenee. Fu adottata la prassi di discutere collegialmente, per quanto possibile, gli argomenti o le ipotesi di lavoro riguardanti le attività scolastiche (per esempio si stabilì formalmente che la selezione dei vari candidati al primo corso venisse effettuata dall'ufficio educatori e dai rappresentanti della scuola). Parte del dibattito venne impiegato per analizzare il ruolo e le funzioni dei docenti nel contesto dell'istituto penitenziario: il loro atteggiamento era quello di affermare l'indipendenza del proprio ruolo e delle proprie funzioni. Pur concordando sulla necessità di garantire e rispettare l'autonomia didattica, la direzione ribadì che l'attività scolastica doveva costituire parte integrante del trattamento penitenziario e, come tale, oggetto di valutazione da parte della direzione e, in seconda battuta, del magistrato di sorveglianza. I docenti continuarono a sottolineare la loro contrarietà, motivando con il fatto che in tal modo le attività didattiche sarebbero state stravolte dalla commistione tra logica penitenziaria e logica scolastica. Si iniziarono a controllare mensilmente le presenze scolastiche, scoprendo un certo livello di assenteismo e a seguito di ciò furono inviate lettere personali ai detenuti che risultavano particolarmente assenti, ammonendoli che ulteriori assenze avrebbero comportato l'espulsione dai corsi ai sensi dell'art. 44 reg. esec.; tali missive, soprannominate ironicamente "avvisi di garanzia", diedero corpo a proteste da parte degli interessati. Grazie ad una riorganizzazione dell'ufficio educatori, fu possibile individuare un educatore al quale venne affidato il compito di seguire le cosiddette "sezioni studenti" e i corsi scolastici. Gli agenti preposti al controllo del reparto aule costituirono un secondo importante punto di riferimento per avere indicazioni del clima scolastico. Nell'ottica di salvaguardare le attività didattiche si organizzò l'orario della palestra in modo da evitare che gli studenti optassero per tale attività in orario scolastico e si calmierarono così le assenze o, quantomeno, si tolse un'opportunità di "svago" indebito.

Per dare credibilità a queso progetto adesso era necessario aggregare le varie componenti, dissociare la premialità dalla mera frequenza scolastica e, al tempo stesso, dare prospettiva alle attività scolastiche nel senso di inserirle in percorsi trattamentali articolati tali da consentire anche esperienze esterne al carcere (chiaramente dopo aver valutato la partecipazione dell'interessato).

Niente fu lasciato al caso e così anche d'estate, periodo notoriamente vuoto, furono organizzate attività: un ciclo di conferenze su temi di interesse generale scelti dagli stessi detenuti; (24) e la possibilità, per un gruppo di studenti-detenuti, di progettare l'abbattimento delle barriere architettoniche in alcune vie e piazze cittadine. (25) Fu anche studiata la possibilità di far frequentare a due corsisti dell'ultimo anno il quadrimestre finale all'esterno, presso l'Istituto per geometri "Nervi" di Alessandria, cui fa capo la sezione distaccata presso la Casa di reclusione. Gli insegnanti indicarono gli studenti più meritevoli, gli educatori la possibilità giuridica e l'opportunità della scelta e alla fine il consiglio d'istituto del "Nervi" decise, non senza remore, di accettare la proposta. I risultati furono ottimi, perché i due studenti presero consapevolezza che una tale modalità costituiva potenzialmente l'inizio di esperienze di ammissione all'esterno per motivi di studio anche per altri compagni di detenzione. Infatti si pensò, non solo di riattivare l'iniziativa per l'anno successivo e per l'intero ultimo anno di corso, ma addirittura di ammettere all'esterno alcuni detenuti già diplomati e iscritti ai corsi universitari con sede in Alessandria. Alla verifica del progetto la compattezza iniziale fra i detenuti che tendeva a far prevalere un utilizzo strumentale delle opportunità formative era scomparsa. Alcuni chiesero il trasferimento ad altra sede, altri opposero a dei compagni la richiesta di smettere di centrare tutto sul permesso invece di concentrarsi sugli impegni presi. Tutto questo confermava un quadro di cambiamento. Da qui l'idea di formalizzare un progetto denominato "Gutemberg", (26) finalizzato alla conversione della Casa di reclusione "San Michele" in un istituto penale completamente dedicato ad attività formative. Questo, se concretizzato, consentirebbe di ritarare l'intera organizzazione sulle esigenze didattiche. Si pensi ai colloqui, alla fruizione dei pasti e delle ore ricreative che oggi, gioco forza, sono legate alla gestione delle due sezioni di cosiddetti ozianti e che si sovrappongono poco funzionalmente alle attività scolastiche e trattamentali. Ma questo è il futuro.

Dall'esperienza qui descritta si può concludere che il binomio carcere-scuola non può non indicare un progetto di fondo. Fondamentali sono la condivisione e il riconoscimento tra tutti gli operatori coinvolti di obiettivi comuni e metodiche professionali, seppur diverse, orientate alla loro realizzazione. La condivisione deve scaturire da un approfondito confronto sulla condizione dell'uomo ristretto in carcere, dei suoi bisogni palesi, latenti e indotti. Un carcere-scuola per essere tale deve essere credibile, ovvero deve poter costituire un servizio che metta realmente alla prova volontà ed impegno dei detenuti-studenti. Solo in questo modo è possibile procedere a quella verifica della partecipazione all'attività trattamentale richiesta dall'Ordinamento penitenziario per poter modificare la vicenda detentiva. Trattamento e percorsi formativi non possono essere considerati elementi giustapposti, semmai i secondi sono parte integrante del primo, perciò è necessario che tutti gli operatori, sia interni che esterni, siano consapevoli di partecipare ad un unico disegno. Chi entra in carcere per motivi professionali lavora con persone soggette ad una pena che può modificarsi anche in relazione a quelle attività, poiché, com'è stato correttamente sottolineato, la formazione entra nella vicenda delle persone recluse. (27) È necessario curare le relazioni tra le varie componenti individuando passaggi e procedure, che siano poche, semplici e chiare. È opportuno che il gruppo dei detenuti sia omogeneamente composto, in modo che le motivazioni iniziali degli interessati si rinforzino attraverso la relazione con persone che hanno fatto le stesse scelte. Occorre anche dare dinamicità, prospettiva e riconoscimento all'impegno dimostrato prevedendo, per quanto possibile, un crescendo di attività correlate all'iter formativo, anche all'esterno della cinta muraria. "È per tutti questi motivi che un carcere-scuola deve esserlo integralmente e la sua organizzazione deve essere centrata sulla formazione rispetto alle cui esigenze ruoti la restante parte della vita detentiva". (28)

3.2. La scuola: una finestra sul mondo

Un professore che insegna nel carcere di Rebibbia (29) ha definito la scuola una finestra sul mondo, perché questo strumento può rappresentare una delle poche iniziative che porta il carcerato ad uscire dalla cella e da sé stesso, ad avere contatti con gli altri e con il mondo esterno: un anello d'unione tra due mondi. Purtroppo, però, le scuole non sono presenti in modo uniforme in tutti gli istituti di pena: le superiori, ad esempio, sono una rarità; le classi vengono aperte grazie all'iniziativa di singoli direttori di penitenziario e dei Provveditori agli studi un po' più "illuminati".

Ciò che insegna un professore talvolta può servire solo per far passare il tempo perché nella maggioranza dei casi le persone che iniziano il corso non lo finiscono a causa della lunga durata, e potrebbero terminarlo solo quelli che devono scontare pene lunghe, tra questi solo coloro che restano in quel carcere, e per ultimo solo quelli che sono seriamente motivati. Alla fine quindi le ragioni di abbandono sono infinite e se un insegnante dovesse basarsi sull'esiguo numero di detenuti che raggiungono il diploma, non tenterebbe neppure di proporre un corso; tuttavia l'arte di passare il tempo non è affatto ignobile perché consente a delle persone detenute di "svoltare" la giornata. (30) Chi riesce a portare a termine gli studi, comunque, ha una chance di lavoro in più e in ogni caso tutti, indistintamente, hanno occupato il tempo della loro detenzione in maniera costruttiva.

Il rapporto tra il professore e i detenuti-studenti è continuo e va oltre l'approccio scolastico. Soprattutto chi ha lunghe pene da scontare riesce a maturare grazie alla scuola, poiché quest'ultima offre varie modalità di pensiero e di azione e permette di scoprire che esistono morali diverse. In un certo senso la scuola svolge un ruolo importante innanzitutto nel distruggere, nel senso che deve far piazza pulita delle false idee, prima ancora che costruirne di nuove.

3.3. Il valore dell'istruzione nelle carceri

L'istruzione di base e i percorsi educativi nelle carceri portano inevitabilmente a riflettere sulla vicenda detentiva dell'uomo recluso, in particolare di quella tipologia di detenuti che frequentano i corsi di alfabetizzazione primaria e che per diversi motivi sono rimasti esclusi dal circuito scolastico (insuccesso, abbandono, evasione). Tutti dobbiamo farci carico di sollecitare risposte educative, economiche e culturali adeguate a ridisegnare una nuova immagine del carcere e del detenuto attraverso azioni capaci di restituire, in qualche modo, alla società, uomini nuovi, superando la logica che nel carcere "non c'è speranza". (31) Per realizzare tutto ciò occorre investire in formazione ed è la stessa Commissione Europea che indica come ruolo chiave l'istruzione e la formazione per l'uomo del nuovo secolo, che oggi, più che mai, deve misurarsi e confrontarsi in una società sempre più complessa, interattiva, multietnica, multirazziale e multiculturale. (32)

In questo tema, si colloca l'istruzione dei detenuti intesa come "momento essenziale del processo penitenziario, poiché essa costituisce presupposto per la promozione della crescita culturale e civile del detenuto". (33)

Il valore dell'istruzione e dei percorsi educativi in carcere è condiviso prima di tutto da chi nel carcere opera in prima persona poiché è proprio qui che la scuola diventa opportunità di cambiamento, di revisione, di offerta formativa, di promozione umana, sociale e culturale della persona: uno spazio dove è possibile tornare a crescere, rinnovarsi, far funzionare la mente e non smettere di evolversi per non smarrirsi in una società che cambia troppo velocemente.

Nell'affermazione di tali principi pedagogici è irrinunciabile riconoscere la centralità dell'uomo e la condizione dell'essere recluso, costretto, quest'ultimo, ad affidare ad altri il proprio progetto di vita nel suo periodo detentivo, poiché date le circostanze non è in grado di gestirlo; perciò il progetto-trattamento da destinare al detenuto deve essere frutto e risultato di competenze professionali e di risorse umane operanti nel penitenziario volti a costruire percorsi in relazione ai reali bisogni dell'utenza carceraria nell'ottica di una reale progettualità del dopo carcere. Ricca di prospettive deve essere l'opportunità d'intendere la logica del trattamento come progetto pedagogico in cui la persona reclusa possa trovare spazi educativi autentici per la ridefinizione della propria vita. Questo delicato intervento didattico-pedagogico è affidato alla scuola e al docente carcerario, che ha il compito di far acquisire agli alunni la prima alfabetizzazione funzionale, comprensiva sia degli aspetti strumentali sia dei dei più ampi sviluppi delle relazioni umane, sociali ed etiche secondo il principio di alfabetizzazione permanente. Così le aule scolastiche diventano luogo di opportunità formative per i reclusi, trasformate molto spesso in laboratori di idee, di riflessione e di revisione del vissuto di ciascuno. D'altra parte il docente che si occupa d'istruzione e di educazione non può ammettere la non educabilità dell'adulto, né può accettare che una persona non abbia il desiderio di crescere e cambiare anche in situazioni estreme.

Sta agli educatori individuare le grandi aree di bisogni culturali e formativi degli alunni detenuti, cercando di tirar fuori le potenzialità inespresse a causa di scarsi o inesistenti stimoli culturali. La scuola del carcere Ucciardone ci prova, consapevole dei tempi lunghi che necessitano per tracciare percorsi efficaci. Infatti qui dal 1993 vengono attivati percorsi di "Educazione alla legalità" per la formazione di una coscienza civile e morale (specie in risposta alle stragi di quel periodo) contro la criminalità mafiosa. (34) Durante l'iter progettuale sono state affrontate tematiche sociali relative ai concetti di comunità civile, di legge, di Stato, ponendo gli alunni in situazione di "problem solving", sulla necessità e il bisogno di regole per integrarsi nella vita collettiva. Particolare attenzione è stata riservata alla lettura di alcuni articoli della Costituzione e, ad oggi, si rileva che il pluriennale percorso di educazione alla legalità ha comportato la modifica di comportamenti ed atteggiamenti degli alunni anche all'interno della stessa struttura. Il progetto assume una valenza fortemente educativa ed impegnativa che ha come finalità di far prendere coscienza al detenuto di essere cittadino, dell'essere componente di una società; l'obiettivo di fondo è, dunque, sensibilizzare sempre più le coscienze dei detenuti al fine di fare acquisire nuovi modi di pensare e più ampi orizzonti culturali, nella prospettiva di divenire uomini veramente liberi.

3.4. Percorsi educativi negli istituti penali

Nel febbraio 1998 si sono riuniti gli insegnanti elementari degli istituti penali di tutta Italia e, unitamente alle rappresentanze statali (Ministro della Giustizia, Ministro della Pubblica Istruzione, ed altri), hanno sottoscritto un documento molto importante (35) dal quale emergono i cambiamenti da apporre necessariamente ai programmi scolastici negli istituti e il bisogno di dare una preparazione adeguata ancor prima agli insegnanti interessati. Durante il seminario gli insegnanti in servizio nei "Corsi di Alfabetizzazione per gli Adulti" (settore dell'Educazione degli adulti) hanno manifestato esigenze specifiche di formazione in servizio su varie tematiche: l'educazione dell'adulto oggi; la psicologia dell'adulto italiano ed immigrato; i contenuti e la metodologia di lavoro di un corso di educazione per adulti; i problemi di economia, diritto, relativi al mondo del lavoro. Oggi sono cambiati i bisogni dei detenuti e a questo passaggio deve corrispondere un adeguamento da parte degli insegnanti che operano nelle carceri e degli stessi operatori. (36) Se negli istituti ad alta densità di detenuti stranieri è prioritaria l'esigenza di una prima alfabetizzazione in lingua italiana, anche per favorire l'accesso ai corsi di formazione professionale per il recupero, la riabilitazione e l'inserimento nel mondo del lavoro dei soggetti detenuti, altre sono le richieste fatte alla scuola in carcere negli istituti dove sono ristretti detenuti italiani analfabeti, semianalfabeti e analfabeti di ritorno. Per questi diventa più rilevante - in relazione alla durata della detenzione - l'acquisizione della licenza di scuola media per l'accesso alla scuola secondaria e il riconoscimento di crediti formativi da poter utilizzare sia negli spostamenti legati all'esecuzione della pena, sia al momento del rilascio per accesso alle misure alternative, sia al termine della pena per conseguire il titolo di studio presso gli istituti scolastici o i Centri Territoriali Permanenti per la formazione in età adulta. E ancora altri tipi d'intervento di Educazione per gli adulti dovrebbero essere previsti per i detenuti con pene molto lunghe o in massima sicurezza. Per questo può e deve rientrare nella formazione degli insegnanti degli istituti penitenziari il rapporto con il Ministero degli Interni, soggetto istituzionale designato alla soluzione dei molti problemi derivanti dalla presenza di stranieri non comunitari. È necessario che l'insegnante sappia come portare il detenuto straniero a conoscenza delle necessarie procedure legate al rilascio dei permessi di soggiorno, delle pratiche per i rimpatri e dell'attivazione delle garanzie di patrocinio e difesa, per poter usare tali contenuti ai fini di un apprendimento almeno strumentale dell'italiano. Anche il mondo accademico mostra interesse per questo settore e nel tempo si è costruita un rete per orientare l'aggiornamento e la formazione in servizio dei docenti di scuola che operano nelle carceri. Peraltro va precisato che l'unica formazione - programmata con il Ministero di Grazia e Giustizia - è quella concordata per gli insegnanti elementari.

Nell'attuale situazione la Direzione Generale dell'Istruzione Elementare ha elaborato un intervento organico di formazione dei docenti del ruolo carcerario adeguato alle mutate tipologie della popolazione carceraria e alle innovazioni anche normative che riguardano la detenzione. (37) La presenza degli educatori, il mutato ordinamento degli operatori addetti alla vigilanza e la presenza ormai costante del volontariato, hanno portato ad un ripensamento sulle finalità e gli obiettivi di una scolarizzazione primaria (la cd. alfabetizzazione) dei minori e degli adulti volta non solo all'acquisizione del titolo di studio obbligatorio, ma anche all'accesso ad una formazione professionale e al lavoro che dia ai detenuti la speranza di una dignitosa e riabilitata prospettiva di vita. Tra le varie iniziative della Direzione Generale dell'Istruzione Elementare che servono a rendere visibile la presenza della scuola negli istituti di pena si ricordano: gli abbonamenti a riviste specializzate sull'educazione degli adulti, sui minori a rischio, sull'insegnamento della lingua straniera; la costituzione di un fondo per l'acquisto di materiali e sussidi per le scuole carcerarie; e, soprattutto il progetto di aggiornamento per i 160 insegnanti di elementari di ruolo attualmente in servizio negli istituti di prevenzione e di pena.

È necessario, però, distinguere la situazione dei minori rispetto a quella degli adulti. (38) Nel caso dei minori, l'intervento e il trattamento - coordinato dall'Ufficio Centrale per la giustizia minorile del Ministero di Grazia e Giustizia - è affidato agli Uffici Servizi Sociali dei Minorenni, agli Istituti Penali per i Minorenni, ai Centri di Prima Accoglienza e alla Comunità. Tra le finalità dei 21 Istituti Penali per i Minorenni (IPM) sono identificabili anche quelle più specifiche del diritto alla crescita armonica fisica e psichica, del diritto all'istruzione e al lavoro, del diritto alla socializzazione e alle attività ludiche, dell'attivazione di processi di responsabilizzazione e di promozione umana del minore. Tutto ciò fa sì che negli IPM vengano organizzate numerose attività scolastiche, professionali, di animazione culturale, sportiva e ricreativa con la funzione di stimolare lo sviluppo e la maturazione dei minori detenuti. Cambia la popolazione minorile reclusa e appare necessario cambiare anche l'intervento di scolarizzazione: se in precedenza quest'ultimo era prevalentemente volto a far conseguire la licenza di terza media e una qualche abilità nel settore professionale, adesso i bisogni formativi sono differenziati secondo la tipologia dei minori reclusi. Per i minori italiani, oltre alla percentuale di reclusi che deve conseguire la terza media, c'è una larga parte che richiede l'alfabetizzazione strumentale primaria a causa di analfabetismo dovuto ad abbandono e dispersione scolastica. (39) I minori stranieri, invece, sono prevalentemente non alfabetizzati sia nella lingua nativa che in lingua italiana. Per questi motivi gli insegnanti carcerari devono aggiornarsi praticando una didattica "breve" modulare che si adatti ai ristretti tempi di permanenza dei minori negli IPM; devono approfondire le tecniche per l'insegnamento agli adolescenti a rischio, agli adolescenti stranieri e le tecniche di gruppo. Per quanto riguarda gli adulti, invece, il diritto all'istruzione è garantito dai corsi di alfabetizzazione (a livello elementare) e dai corsi sperimentali per lavoratori di "150 ore" (per la scuola media dell'obbligo), ma è attualmente in crisi per un decremento nelle domande d'iscrizione ai corsi riconducibile a diversi fattori, non ultimo la diversità e la complessità delle situazioni che interessano il nostro sistema carcerario. La diminuzione del periodo detentivo per i reati comuni e l'uso del carcere per punire la criminalità legata alla detenzione e spaccio di droga, alla prostituzione e al mercato della forza lavoro con l'inserimento di mano d'opera straniera a bassissimo costo, ha cambiato radicalmente la tipologia dei detenuti nelle carceri italiane. Tutto ciò pone in discussione l'attivazione dei corsi e la stessa presenza della scuola nel carcere.

L'aggiornamento dei docenti di scuola elementare che operano in carcere dovrà, pertanto, comprendere non le sole conoscenze di metodologia d'insegnamento per l'allievo adulto, ma anche le particolari strategie di "relazione" con adulti italiani/stranieri reclusi con particolare riferimento ai temi dell'intercultura.

3.5. Gli esiti di un'inchiesta sulla popolazione del carcere di Pisa

A conclusione di questa panoramica di realtà variegate, riportiamo i risultati di un'indagine svolta nel 1997 presso il carcere Don Bosco di Pisa sulla concreta attualizzazione del diritto all'istruzione da parte dei detenuti. Abbiamo avuto l'opportunità di indagare su uno spaccato interessante come Pisa attraverso la compilazione di un questionario proposto agli insegnanti, riuscendo in tal modo ad instaurare un rapporto diretto con la realtà carceraria così come vissuta dai detenuti e dagli insegnanti stessi.

I corsi attivati nel 1997 nel carcere in esame sono quelli di scuola elementare, italiano per le detenute straniere, alfabetizzazione informatica, pittura, sport, teatro e chitarra (oggi dobbiamo aggiungere a questa lista il corso per cuochi di grandi comunità, il corso per vivaista e quello di ricamo con intrattenimento culturale).

La maggior parte dei detenuti che frequenta i corsi vanta già un grado minimo d'istruzione; tra gli stranieri, in particolare, qualcuno ha già frequentato le scuole nel paese di provenienza, mentre altri sono alla prima esperienza scolastica.

Il metodo scelto dagli insegnanti per lavorare non può essere predefinito a priori, perché non è né unico né stabile, ma variabile con le diverse esigenze di apprendimento dei detenuti: l'insegnante del corso di scuola elementare adotta, chiaramente, una metodologia di lavoro individualizzato, poiché a questo livello si apprendono nozioni base; lo stesso si può dire per il corso di pittura, in quanto in occasione di tali lezioni i detenuti esprimono emozioni personali, non catalogabili in serie; per corsi come quello di informatica, invece, viene utilizzato il parametro del tipo di lavoro standard; c'è, infine, chi si preoccupa di sottolineare la necessità di lavorare sulle proposte dei partecipanti e di adattarsi alle loro esigenze. I detenuti partecipano attivamente e con entusiasmo alle varie attività proposte, anche se talvolta - come rileva l'insegnante del corso d'italiano per straniere - sorgono problemi di comunicazione, da considerarsi, tuttavia, conseguenza logica della scarsa conoscenza della lingua italiana. E proprio per adeguarsi alle diverse realtà riscontrabili tra la popolazione detenuta gli insegnanti propongono di attivare la concentrazione degli studenti mediante esercizi specifici per le modalità psicologiche di ogni persona. Il notevole interesse mostrato dai detenuti si riflette sui risultati ottenuti e sulle presenze riscontrate nelle aule, dato che raggiungono la meta quasi tutti gli iscritti, considerando che i disertanti interrompono gli studi per lo più a causa di trasferimento in altri istituti penitenziari: in pratica, i detenuti che portano a termine i corsi di scuola elementare, alfabetizzazione informatica e pittura costituiscono un buon 80% del totale, mentre più del 90% frequentano ininterrottamente il corso di teatro. L'attenzione prestata è alta sia nelle attività prettamente intellettive sia in quelle di contenuto maggiormente creativo. Chiaramente chi partecipa ai corsi nutre delle aspettative per il futuro, ma è anche vero che svolgere tali attività diventa un modo per "evadere" dalla routine quotidiana che azzera completamente la personalità.

Si sottolinea il fatto che al Don Bosco non si incontrano difficoltà nel lavorare con l'Amministrazione, ben disponibile ed aperta alle varie attività: del resto gli insegnanti collaborano alla rieducazione dei detenuti e aiutano gli operatori nel lavoro di osservazione scientifica, tramite le loro relazioni finali e talvolta esprimendo giudizi (che però tali restano). Semmai sorgono problemi legati alla forte burocrazia e alle restrizioni insite in una struttura detentiva: per esempio sono troppo lunghi i tempi per l'ottenimento del tesserino d'ingresso di un insegnante volontario).

Sezione quarta: i volontari

4.1. Il ruolo del volontariato nel carcere

Il volontariato oggi non ha più soltanto il compito di "riparare" le carenze istituzionali, ma deve essere promosso e facilitato insieme alle istituzioni stesse e quello carcerario è un settore dove questo salto di qualità emerge benissimo. Dagli anni Ottanta in poi si è aperta, in tale ambito, una prospettiva nuova di progresso, che ha fatto perno sulla maturata consapevolezza che l'attività di recupero e di risocializzazione del recluso consiste in un processo spesso lungo e difficile, ricco di fallimenti, il cui svolgimento e la cui conclusione dipendono inevitabilmente dall'atteggiamento e dalle opportunità offerte da tutta quanta la società. (40)

In questa nuova fase di integrazione della società esterna rispetto all'opera che il carcere deve svolgere, si è verificato, prima di tutto, un aumento numerico del volontariato, e secondariamente un incremento qualitativo. Oggi, infatti non vediamo più operare il singolo volontario, ma delle vere e proprie associazioni maggiormente funzionali anche perché favorite dall'apporto numeroso di più mani e idee: dunque un volontariato che, pur continuando a svolgere attività inframurarie, è in grado di realizzare interventi ed assumere iniziative anche all'esterno dell'istituto penitenziario, dato che in molti casi i problemi presentati dai soggetti detenuti possono essere risolti solo attraverso un'efficace azione fuori dal carcere. (41) In tutto questo è necessario che i volontari non si sentano abbandonati dagli operatori e dalla struttura in cui operano, ma viceversa, sviluppino il senso d'appartenenza e di condivisione delle finalità per le quali lavorano, e di conseguenza, è altresì utile che si crei un buon rapporto di coordinamento tra tutti i soggetti cointeressati alla realizzazione degli interventi di natura trattamentale. Le varie figure professionali, insieme ai volontari, devono imparare ad acquisire innanzitutto un linguaggio comune che serva tanto ad evitare incomprensioni quanto ad offrire coerenza nelle risposte operative. In sostanza i volontari chiedono di poter lavorare in carcere non in sostituzione degli operatori penitenziari, ma con gli operatori stessi per contribuire così al reinserimento dei detenuti e all'attuazione integrale delle disposizioni legislative in materia. (42)

Siccome il primo impatto del detenuto con le procedure d'incarcerazione è necessariamente violento e determina, almeno temporaneamente, un'espropriazione del proprio "corredo di personalità", imponendo pressanti e impreviste sollecitazioni a rapidi adattamenti, (43) è indispensabile l'intervento del volontariato penitenziario. Esso agisce secondo una prospettiva che può essere definita "umanistica", in quanto si rivolge all'uomo-detenuto, suscettibile, come ogni altro individuo, di migliorarsi e di esprimere correttamente le proprie potenzialità di mutamento.

Attualmente, la sensazione diffusa tra i volontari operanti nel settore penitenziario, è che l'attività si sia fatta più difficile, vuoi per fattori oggettivi (restrizioni di vario tipo, inesistenza di spazi appropriati all'interno degli istituti), vuoi per fattori soggettivi (diffidenza da parte dei direttori degli istituti e degli operatori penitenziari). In una tale situazione la posizione del volontariato appare sicuramente precaria e per far fronte a tutto ciò occorrerebbe, secondo alcuni, (44) un salto di qualità in due direzioni: innanzitutto nella conoscenza approfondita delle situazioni e delle dinamiche sociali che coinvolgono il volontariato penitenziario; poi nella realizzazione di nuovi accordi con le istituzioni, attraverso l'uso di un protocollo preciso sui ruoli e le competenze specifiche del volontariato e sulle modalità d'integrazione con le istituzioni stesse.

4.2. Le attività del volontariato negli istituti (testimonianze)

Le attività che possono essere svolte all'interno delle carceri sono di due tipi: individuali o collettive. (45) Per quanto concerne le prime, l'intervento dei volontari consiste nello svolgimento di colloqui con i singoli detenuti, per fornire un sostegno psicologico, spezzando, almeno in parte, quella situazione di isolamento e solitudine in cui il carcerato viene a trovarsi. In una realtà conflittuale e carica di tensioni, come quella carceraria, dove le esigenze di ordine di sicurezza rischiano di annullare quelle della persona, il colloquio personale deve diventare anche un momento propositivo e creativo e stimolare il detenuto a riscoprire le proprie risorse. Nello scambio reciproco, nella condivisione dei problemi e nella ricerca comune di possibili soluzioni, volontario e detenuto sperimentano insieme percorsi e progetti alternativi a quelli segreganti imposti dall'istituzione carceraria.

Le attività di tipo collettivo, invece, consistono nell'organizzazione di lavori di gruppo, con finalità ricreative, culturali, formative e di promozione di rapporti positivi fra esterno e interno, secondo quanto disposto dall'art. 15 Ord. penit., in cui si precisa espressamente che tali attività sono fondamentali per il trattamento rieducativo. La formazione dei gruppi con cui si lavora è affidata alle richieste dei detenuti e alle segnalazioni degli operatori. In alcune situazioni, si può scegliere di formare gruppi ad hoc, indirizzando il proprio intervento verso categorie di persone particolarmente disagiate o isolate. Nell'organizzazione di queste attività di gruppo il volontario deve dimostrare particolare capacità di coinvolgere il più possibile tutti i partecipanti e di mediare tra esigenze e atteggiamenti diversi tra loro e spesso conflittuali. Infine, l'organizzazione di iniziative culturali e di formazione non può prescindere dall'instaurazione di un buon rapporto con gli educatori, che su tali iniziative sono chiamati ad esercitare la propria supervisione.

Le attività di gruppo sono molte e possono essere accorpate nelle seguenti categorie: attività sportive, attività ricreative (organizzazione di spettacoli teatrali con artisti esterni, concerti, proiezioni cinematografiche), attività formative (sostegno scolastico, formazione professionale, corsi di lingua straniera e di italiano per stranieri, etc.), attività culturali (biblioteca, laboratori teatrali, artistici e di artigianato, educazione musicale, etc.), gruppi di auto-aiuto che permettono di acquisire più fiducia in se stessi e nelle proprie capacità.

4.3. Le associazioni di volontariato

Il 1 giugno 1998, a Roma è stata costituita la "Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia", (46) allo scopo di rappresentare enti, associazioni e gruppi impegnati quotidianamente in esperienze di volontariato nell'ambito della giustizia in generale e più compiutamente all'interno e all'esterno degli istituti penitenziari per affrontare ogni tematica che abbia a che vedere con la realtà della reclusione. (47)

Dalla copiosa ricerca effettuata dalla Fondazione Italiana per il Volontariato e finanziata dall'Osservatorio nazionale del volontariato, (48) sono emerse tre specifiche tipologie di associazioni di volontariato nell'ambito della giustizia: il volontariato delle piccole dimensioni e "dalle mani nude", che opera da molto tempo nelle strutture detentive in sinergia con i cappellani del carcere e che si prefigge di portare conforto e umanizzazione con pochi volontari a pochi detenuti, senza scalfire minimamente l'organizzazione carceraria, né creare un'effettiva collaborazione con gli operatori penitenziari; il volontariato dei progetti finalizzati in carcere, che programma interventi che impattano sull'ambiente carcerario e che richiede una negoziazione e legittimazione delle strutture della Giustizia, oltre che una dinamica costante con i suoi operatori (si tratta per lo più di specifici interventi di formazione dei detenuti, come possono essere il recupero scolastico o l'alfabetizzazione dei meno scolarizzati, l'allestimento e la gestione di una biblioteca, i servizi d'informazione e di orientamento al lavoro, la realizzazione di appositi corsi per permettere l'acquisizione di abilità manuali o di competenze teoriche indispensabili allo svolgimento di mansioni professionali, l'organizzazione di attività sportive, culturali e teatrali, anche sotto forma d'intrattenimento oltre che di animazione); infine il volontariato che ha una visione globale e interconnessa del problema e delle soluzioni, che opera in più ambiti e ha rapporti con la direzione del carcere.

Tra i vari tipi d'intervento, (49) le organizzazioni realizzano in netta prevalenza quello di sostegno psicologico; seguono in ordine, l'assistenza socio-sanitaria, l'inserimento lavorativo, le attività sportive e ricreative; riguardano, invece, meno di un terzo delle organizzazioni altre attività tra cui il recupero scolastico e formativo e l'assistenza religiosa (segno che su questo versante gli Istituti di pena stanno recuperando con interventi diretti della stessa struttura). In particolare va detto che sono quelle del Sud le organizzazioni maggiormente impegnate nel recupero scolastico e culturale, come primo passo per l'inserimento lavorativo e il pieno recupero sociale; e sono ancora quelle meridionali a fornire più assistenza religiosa, non tanto perché più impegnate con un'utenza portatrice di diverse fedi religiose (come nel caso degli immigrati), quanto perché l'offerta di volontariato è più povera che altrove e viene sopperita dai religiosi.

4.4. Esperienze a confronto

L'Associazione "La fraternità" di Verona (50) lavora su più fronti nei rapporti con il carcere e come obiettivi si pone quelli di dare attenzione ed ascolto ai detenuti, facilitare il loro inserimento sociale e lavorativo, predisporre interventi risocializzanti, ricreativi e di comprensione del sé, e, inoltre, collaborare con le forze sociali, civili, culturali e religiose.

L'Associazione ha strutturato i suoi interventi distinguendo tra "Progetti" e "Attività". Mentre queste ultime hanno una portata più ristretta e sono realizzate da poche persone, se non da una soltanto, gli altri impegnano più risorse finanziarie e umane a tutti i livelli. I "Progetti" più significativi messi in atto finora sono:

Per quanto riguarda le "Attività", queste comprendono una serie di interventi di tipo socio-culturale e di valore risocializzante all'interno degli istituti penitenziari, come il corso d'inglese o di francese, quello di chitarra, la gestione della biblioteca, la collaborazione alla redazione del giornale del carcere ed altro.

Identici sono gli obiettivi di un'altra Associazione, la "Genoveffa de Troia" di Foggia, (51) che promuove varie iniziative in carcere, come i corsi di formazione (corsi di manipolazione di gesso e decorazione, di chitarra, di lavorazione del cuoio, etc.) e le attività di socializzazione e animazione (proiezione di film con dibattito, attività musicale, etc.), partecipando al trattamento rieducativo dei detenuti. Nel caso della Casa circondariale di Lucera (dove alloggiano 160 detenuti) queste attività costituiscono l'unico stimolo alternativo al vuoto della struttura: non c'è una biblioteca, non una palestra, come attività i detenuti hanno solo un campo da calcetto che quando piove non possono usare. Non si può certo dire che qui l'obiettivo del recupero sia in fase di realizzazione dato che già alle 15.30 i carcerati vengono richiusi in cella e si rivedono il giorno dopo e quindi, anche il fatto stesso che le lezioni tenute da un obiettore si protraggano fino alle 16.30 permettendo un'ora in più di attività per stare fuori è importante. L'alleanza dei volontari con gli operatori è considerata indispensabile perché lavorando insieme si riesce a dare di più, perché vi è uno scambio di idee ed esperienze. Tutta questa collaborazione fa sì che alla fine i detenuti percepiscano un clima migliore: se gli utenti sono giovani apprezzano di più i corsi se non altro perché possono uscire dalla cella, ma c'è anche chi lo fa per passione. Secondo l'Associazione, l'intervento maggiormente apprezzato dall'istituzione penitenziaria sono i corsi di formazione. Non a caso la direttrice del carcere di S. Severo, avendo riscontrato il successo di un corso di decorazione e costruzione in gesso portato avanti da un obiettore dell'associazione, ha voluto proseguire quest'esperienza assumendo un maestro d'arte, una volta che l'obiettore ha terminato il servizio civile. Anche questo è un contributo interessante e peculiare del volontariato che ha dato vita ad un'attività diventata poi di carattere istituzionale. Ma non per tutte le carceri è così. A Foggia un equivalente corso di lavorazione in pelle, molto apprezzato dai detenuti, verrà probabilmente abbandonato una volta che terminerà il servizio civile dell'obiettore.

L'ARCI (52) è un Associazione impegnata nella battaglia per i diritti umani e civili dentro e fuori le carceri. Le attività vengono organizzate in gruppi di lavoro con l'intento di coinvolgere e responsabilizzare la popolazione detenuta. All'esterno del carcere vengono attivati momenti di sostegno, di consulenza e di possibilià per l'inserimento socio-lavorativo.

L'Associazione si propone di creare circoli per le attività del "tempo libero" all'interno degli istituti di pena (e ce ne sono già di conosciuti, come il circolo Albatros presso il carceere Rebibbia). (53) L'idea base è quella di sperimentare modelli di "libera associazione" tra persone diverse (detenuti, volontari, operatori) nel contesto del carcere per realizzare attività formative destinate ai detenuti e impostate per far crescere il rapporto con il territorio deputato a ri-accogliere quelle persone.

"Ora D'Aria" di Roma, (54) è un'Associazione che si inserisce nella famiglia ARCI e si caratterizza per una serie di peculiarità positive che giustificano la sua elezione ad esperienza-pilota nel settore del volontariato penitenziario. Ha avuto il privilegio di realizzare varie iniziative innovative nel carcere sperimentale di Rebibbia, dove è nata anche la rivista "Ora D'Aria", che ha dato il nome all'Associazione; in seguito ha operato in tutte le carceri laziali realizzando attività e strutture culturali (biblioteche, nastroteche, laboratori di pittura, di fotografia, spettacoli musicali, teatrali, rassegne cinematografiche), informative, di tutela dei diritti di chi vive in carcere.

A Pisa opera l'Associazione Controluce, (55) che al Don Bosco svolge colloqui personali con i detenuti e attività culturali e formative, mentre all'esterno predispone attività di supporto ai detenuti e alle famiglie, raccoglie materiale relativo al carcere e alla pena per poi dare assistenza ai detenuti, tiene i contatti con gli enti locali e con le strutture pubbliche in ordine alla soluzione di alcuni problemi fondamentali (salute, lavoro, istruzione, ed altro).

Per quanto riguarda l'istruzione, al Don Bosco c'è una grande richiesta di attività, ma altrettanto grandi sono le difficoltà di realizzazione delle stesse, essendo una Casa Circondariale, per cui fare un programma pedagogico a lunga scadenza non è facile. Nello svolgere attività di tipo istruttivo-ricreativo l'Associazione ha incontrato tre ordini di ostacoli (soprattutto nella sezione femminile, che è sempre la minore e la peggio organizzata): la fluidità dei gruppi (che fa confluire in un unico insieme problemi di svariato genere, dal detenuto che ha disturbi psicologici a quello che è depresso perché in attesa di giudizio); la composizione eterogenea dei gruppi (perché chiaramente, se per svolgere un'attività di tipo libero non sorge alcuna difficoltà, altrettanto non può dirsi per l'apprendimento di materie che presuppongono diversi livelli di conoscenza base-media-avanzata, come ad es. un corso d'inglese); una difficoltà materiale, in quanto mancano i mezzi utili ad attuare i corsi (ad esempio, non è stato possibile realizzare una minima attività di cineforum - naturalmente da svolgersi con la televisione - perché è stato perso il telecomando e allo stesso tempo mancano i finanziamenti). Per ovviare alle svariate difficoltà che rendono la vita dei detenuti ancora più penosa, l'associazione ha descritto, sul "vademecum" di cui abbiamo parlato in precedenza, le opportunità da sfruttare nell'istituto per rendere proficua la detenzione. Alla voce "istruzione e formazione professionale" è riportato quanto segue: "In carcere è prevista la scuola dell'obbligo: scuola elementare e media. Se non hai già conseguito il diploma di terza media puoi usare il tempo della reclusione per raggiungere questo obiettivo. Prima dell'inizio dei corsi verrà affisso in sezione un avviso e, se vuoi iscriverti, potrai fare la domandina al Direttore. Se hai già la terza media, ma vorresti continuare a studiare per prendere il diploma di scuola superiore o la laurea, puoi chiedere informazioni agli educatori: è molto improbabile che venga istituito un corso ufficiale di scuola superiore, ma puoi essere aiutato nello studio da alcuni volontari e preparare gli esami come privatista. Per quelli che svolgono con successo gli studi, è previsto un riconoscimento economico. Periodicamente sono istituiti, all'interno o all'esterno del carcere, corsi di formazione professionale. Di volta in volta verrà data informazione da parte degli educatori".

Un forte interesse viene riconosciuto anche alle attività culturali, ricreative e sportive, per le quali è stabilito che "vengono organizzati periodicamente corsi a carattere culturale e attività a cui ti puoi iscrivere facendo la domandina al Direttore. Di queste attività viene data informazione in tutte le sezioni. Vi sono due biblioteche, una per la sezione maschile, aperta il lunedì, mercoledì e venerdì dalle 9 alle 11.30 e l'altra alla sezione femminile, che ha un orario abbastanza elastico".

Sezione quinta: i detenuti

I detenuti sono gli utenti diretti che usufruiscono di tutte le proposte e attività organizzate all'interno delle carceri ed è, quindi, il loro il giudizio più utile per verificare se l'obiettivo della "rieducazione" venga raggiunto o meno.

Di fronte alla proposta di varie attività trattamentali le risposte date dagli utenti sono fra loro variegate: nella maggior parte dei casi il detenuto chiede e trova soddisfazione nel partecipare ad un alto numero di corsi, perché questo gli permette di trascorrere la lunga giornata tediosa, di superare l'ozio e di riscoprire se stesso, con la prospettiva di avere un futuro sicuramente migliore; tuttavia ci sono detenuti che non riescono ad affrontare il carcere sfruttando a pieno le risorse che vengono loro offerte e si ripiegano su sé stessi rendendo ancora più afflittiva la pena da espiare.

5.1. Il senso di una vita da recluso (testimonianze)

Quelle che seguono sono due esperienze inframurarie vissute in maniera completamente diversa da alcuni detenuti, che ci permettono di capire quanto possa essere importante, in un carcere, l'offerta di attività trattamentali.

Presso la Casa di reclusione di Porto Azzurro sono molti i detenuti che hanno partecipato alle attività proposte dal "Collettivo Verde e teatro": (56) attraverso questa esperienza hanno capito di essere "soggetti dal mancato sviluppo, col bisogno di innescare un processo che ne favorisse la maturazione". Per innescare questo processo, però, non bastava sostituire le vecchie condotte antisociali con altre di segno opposto, bensì dovevano porsi in una dimensione in cui potessero sperimentare situazioni di vita qualitativamente diverse dalle abituali, "affinché la decisione del cambiamento coincidesse con una vera presa di coscienza. Si ritenne che il teatro fosse una strategia educativa arricchente il campo delle esperienze e, perciò, idoneo allo scopo". Da questa esperienza i detenuti hanno imparato il senso di certi valori: educazione al bello. "Tutti noi non conoscevamo il 'bello' che per noi era solo l'oggetto di considerevole valore economico. Il teatro è coinciso con l'esercizio al bello; diventava significativo per costruire la consapevolezza che ovunque, anche in carcere, pure noi (criminali marchiati e autoconfermanti questa etichetta), potevamo pensare ad una realtà bella, diversa dal passato"; valore cognitivo. "Avere a disposizione un modo di interpretare la realtà secondo le dimensioni del bello, mette in condizione di uscire dall'angusta ripetitività dell'esperienza, di affrancarsi dal tempo bloccato. Non si può più avere la presunzione di dominare dispoticamente la realtà, né questa può più essere pensata come una tiranna che tutto soffoca. In sintesi, oltre al valore cognitivo del teatro, possiamo anche riscontrare un valore socializzante. Il teatro come acquisizione di uno strumento di giudizio nuovo permette di pensare che ci sia del bello in ogni incontro umano, in ogni interazione, in ogni ambiente"; valore pragmatico. "Se il mondo non è bello, ma può esserlo a certe condizioni, significa che esso può essere trasformato. Ciò comporta l'acquisizione di condotte aderenti all'impegno personale e alla responsabilità sociale"; valore catartico. "Fare teatro ha significato rivedersi nel proprio passato e rivivere le angosce, e tutto ciò ha prodotto terrore e pietà, ma anche purificazione, non tanto rimozione del male compiuto e subìto (che ormai non può più essere ritrattato), bensì coscienza di non essere più le persone di quel tragico passato. Teatro, per noi, è opportunità di sentirsi all'origine di un progetto d'investimento in senso positivo nella vita, capace di realizzarsi a partire dai limiti imposti dal carcere, dalla consapevolezza del nostro cambiamento. Teatro significa essere per gli altri, con gli altri, ritrovando in loro noi stessi, e viceversa".

Completamente diversa è la visione del carcere e di tutto ciò ad esso attinente secondo il parere di un altro detenuto: (57) "Mi uniformo prudentemente allo stile di vita interno, che è quello di una comunità ginnica dominata dall'agonismo. [...] Fare la calza su una sedia a dondolo. Fare e disfare. È difficile per noi maschi accettare di tornare al punto di partenza, di ricominciare daccapo. Di camminare piuttosto che di andare da una parte. In carcere non si va da nessuna parte. Non si cammina: si fa del moto, un moto senza luogo, un moto perpetuo e astratto, una ginnastica per il giorno in cui si ricomincerà a camminare, liberi di andare in un posto o in un altro, o di star fermi. La galera è un mondo di ripetizione, di riproduzione. Un posto dell'attesa e della pazienza simulata, del tempo sospeso. La galera è un teatro, e come nel teatro s'invecchia perfino in modo truccato. [...] Dunque, si è proclamato a parole che il carcere è un luogo di rieducazione, di ricostruzione delle condizioni di un ritorno alla normale convivenza sociale. Si è fatto qualche passo in questa direzione: pochi passi ed esitanti, e seguiti spesso da precipitose ritirate. Tutti sanno che, altro che di rieducazione, il carcere è una scuola di avviamento e perfezionamento alla deliquenza [...] Così il carcere, come ogni isola (era lì che si insediavano le galere più lugubri, isole su isole) conserva tenacemente il passato, nei muri e nelle abitudini, penosa archeologia al riparo delle visite guidate [...] Prigioni, luoghi di segregazione e anzi di sepolti vivi, di sospensione della vita, del tempo, di ogni mutamento".

5.2. Trattamento rieducativo: difficoltà nel garantirlo

Certo non possiamo sottovalutare il fatto che sperimentare attività in un carcere non sia semplice, anzi, sia pieno di difficoltà tanto per gli organizzatori (a causa della mancanza di fondi, delle contemporanee esigenze di sicurezza e delle necessarie autorizzazioni per l'accesso dei volontari esterni lunghe ad ottenersi), quanto per i fruitori (a causa della propria situazione giuridica che, magari, vieta loro la possibilità di accedere a certe attività di gruppo) e così molte volte la reclusione diventa ancora più insopportabile, perché vissuta con un senso di ingiustizia, come dimostra la lettera seguente, indirizzata per protesta dal carcere di Voghera ad un giornale: (58) "Vi scrivo affinché con il carcere non mi sia negata la possibilità si studiare e lavorare. Studio e lavoro in carcere svolgono una duplice funzione: una personale, perché servono alla realizzazione umana e al sostentamento materiale del detenuto; l'altra sociale, perché facilitano l'inserimento di un cittadino che ha sbagliato e che sta pagando il debito alla società. [...] L'ozio forzato non fa parte della pena a cui sono stato condannato, ma è un'afflizione aggiuntiva che nessun tribunale mi ha elargito. Ultimamente mi è stata data la possibilità di acquistare un computer per motivi di studio e di lavoro (scrivo poesie e brevi racconti). La mia famiglia ha fatto enormi sacrifici per quest'acquisto; l'associazione Pantagruel, (59) venendo a conoscenza di ciò, mi ha proposto di battere al computer del materiale, ovviamente pagandomi regolarmente a norma di legge. Non nascondo la gioia di essere occupato in qualcosa di serio ed istruttivo, di guadagnare del denaro (sarebbe la prima volta onestamente). Insomma, la richiesta dell'associazione fatta alla direzione del carcere, viene incredibilmente rifiutata senza una seria motivazione. Mi è stata data la possibilità di acquistare un Pc, ho l'accesso giornaliero al computer, quindi perché mi viene impedito di lavorare? Francamente non capisco: perché mi si deve complicare la vita, limitando la mia voglia di creatività, di lavoro e formazione umana?"

Altre volte succede, invece, che il detenuto riesca a trovare un proprio spazio culturale anche all'interno del carcere e, da questo luogo figurato, riesca pure a far conoscere all'esterno quel mondo segregante attraverso la propria parola. Questo è quanto accade a Vincenzo Andraous, (60) detenuto presso il carcere di Pavia, che proprio da qua si occupa di una rubrica intitolata "Carcere, un pianeta sconosciuto", nata come il tentativo forte di accorciare le distanze, "di sostituire alla parola paura la parola informazione". (61) In uno dei suoi articoli si chiede se la pena debba essere giusta o vendicativa e dà una risposta articolata che, a partire dai malesseri della struttura carceraria cerca di evidenziare le esigenze e le cose da farsi per assicurare ai detenuti una pena effettivamente risocializzante. "In quest'ultimo periodo non si fa che parlare di eliminare le vecchie fortezze penitenziarie perché fatiscenti e inumane. Questo mi fa pensare a quella Edilizia Penitenziaria nata in epoca emergenziale, privilegiando criteri tecnologici di neutralizzazione e incapacitazione. Per cui, se questa è l'ottica, mi chiedo come potrà estrinsecarsi l'aspetto di carattere trattamentale-risocializzante del detenuto. Forse la mia perplessità è fuorviata dal condizionamento che comunque vivo alla luce della mia condizione di detenuto, ma se alcune contraddizioni riscontrate in questi anni dovessero persistere, esse coinvolgerebbero non solo il recluso, ma anche l'operatore penitenziario. Infatti l'Operatore penitenziario ha nelle sue funzioni peculiari il fornire supporto per quell'auspicata risocializzazione dei detenuti, i quali sono soggetti a osservazione e trattamento, ma che a causa del sovraffollamento e dell'esiguo numero di operatori, poco possono essere seguiti. Per cui questo importante mediatore relazionale si troverà anch'esso prigioniero dell'impossibilità di ben operare. Se il carcere che nascerà non avrà spazi di risocializzazione, perché costruito su un ragionamento di solo contenimento del fenomeno criminale, se gli spazi in questione verranno immediatamente occupati per la troppa abbondanza di carne umana, se non saranno adibiti a laboratori, a sale di lavoro, di studio (tra l'altro il lavoro e lo studio sono l'unica terapia valida), mi sembra chiaro che continuerà a venir meno la funzione riabilitativa della pena. Occorre davvero ricostruire l'uomo dal di dentro attraverso gli strumenti legislativi e l'impegno da parte della società e degli Operatori penitenziari; perciò di importanza fondamentale nel recupero del detenuto è tutta l'équipe del carcere, formata dal Direttore, dagli Agenti di Polizia Penitenziaria, dagli Educatori, dagli Psicologi, dai Cappellani, dai Volontari".

5.3. Quando la pena è davvero rieducativa

Dopo aver svolto una lunga indagine, ci siamo resi conto che la miglior testimonianza al successo o all'insuccesso della pena è data dai detenuti che hanno sentito dentro di loro un cambiamento, una spinta a migliorarsi e a mettersi in gioco, nonostante tutte le difficoltà di cui abbiamo parlato precedentemente. È di questi "successi" che andiamo a parlare, delle esperienze, insomma, che dovrebbero servire da esempio agli operatori nel settore carcerario e ai politici, nel riformare gli istituti secondo un'ottica sempre più umana e realmente educativa. "Per la prima volta a noi detenuti fu detto: "Vi diamo i mezzi. Dimostrateci che sapete fare!" (62) Siamo stati i primi dieci detenuti ad esercitare la scuola di Geometra. Io ero un recidivo, perché fuori non c'è niente che si offra. Oggi, con la scuola, io esco diverso; vado a parlare con dei professori, parlo con la Direzione direttamente; mi chiudo la cella da solo. È un gran segno! Io, detenuto, parlo positivo, perché vivo il reinserimento attraverso la scuola e così imparo a parlare e a saper relazionarmi con gli altri. Esco alle 8,30 di cella e vado a lavorare fino alle 11, dalle 13 alle 18, invece, (ben cinque ore) c'è scuola, teatro e il coro di musica: ognuno trova la sua dimensione".

La voglia di riscatto, quando utilizza i canali della cultura, può superare gli spazi angusti di una cella e spinge la mente a raggiungere una meta che all'inizio sembrava irraggiungibile. L'importante è avere una grande forza di volontà e un forte desiderio di riscatto, come ha dimostrato Giovanni Cairola, un ergastolano che durante la detenzione si è laureato in lettere moderne a Firenze con 110 e lode. (63) Per sei anni ha studiato nella sua cella a Massa, sostenuto da un'équipe di docenti volontari che hanno creduto in lui; al suo fianco, per quanto possibile, la Direzione dell'istituto con la "complicità" del cappellano. Oggi, grazie a tutto questo, è un uomo diverso, che crede in sé stesso: "Lo studio ha reso libero la mia mente e mi ha permesso una sorta di riscatto, di dimostrare che anche chi ha sbagliato può far bene. Per questo devo dire grazie agli operatori che mi hanno aiutato e guidato fino alla meta. È stato un professore a sbrigare le pratiche burocratiche all'Università e a contattare gli insegnanti. Gli esami li ho sostenuti sia nel carcere di Massa, sia in quello di Solliccianino, durante brevi trasferimenti. Lì i docenti universitari sono venuti ad esaminarmi. Anche a loro devo dire grazie per avermi ridato fiducia nel prossimo".

Le attività scolastiche o più in generale culturali che vengono offerte ai detenuti sono l'unico modo per ovviare al senso di sospensione spazio-temporale creato dalla detenzione. Un semplice gruppo riunito per parlare, leggere o dipingere può diventare momento rieducativo senza neppure rendersene conto. "La pittura, la mia grande passione, è diventata riscatto e scopo della mia vita. Una vera e propria terapia che, nelle lunghe giornate che ho trascorso nel penitenziario volterrano, mi ha dato la forza di andare avanti e di superare momenti di smarrimento, mal controllabili senza il supporto di tela e pennello". (64) O ancora: "entrando nell'aula si respira aria di libertà perché ci sentiamo più alunni che detenuti ed il conseguimento di un titolo di studio rappresenta la testimonianza tangibile del passo che abbiamo fatto verso una nuova vita, il primo atto della nostra volontà di cambiare, lasciandoci il passato alle spalle, puntando tutto sul futuro, pronti ad affrontarlo con fiducia e coraggio, se dopo la scuola anche la società vorrà offrirci un'altra occasione". (65)

Talvolta l'interesse dei detenuti per le attività organizzate all'interno degli istituti è talmente forte, che sono proprio loro a informarsi su possibili esperienze da proporre alla Direzione, dimostrando volontà e maturità, come nel seguente caso: "Gentile dottoressa, (66) chi le scrive è un detenuto della C.C. di Vasto, sono studente universitario e, tra l'altro, lavoro come bibliotecario dell'Istituto. Sarei molto interessato a ricevere del materiale informativo sui laboratori organizzati dalla Provincia, così come l'indirizzo del coordinamento romagnolo "Biblioteche in carcere" (ho solo l'e-mail, ma chiaramente non posso usarla!). Quest'esperienza in biblioteca si sta rivelando la più interessante che abbia vissuto nei due anni di presenza in istituto. Il sabato mattina la biblioteca è diventata il luogo dove i detenuti, in numero crescente, si trovano per raccontarsi i libri che hanno letto, per parlare di stile (una cosa a cui non avevano mai pensato prima) e di problemi etici connessi, ad esempio, all'uso delle droghe, o al razzismo (sono più gli extracomunitari che gli italiani a leggere). Vorrei proporre una serie di iniziative alla Direzione e per questo avrei bisogno di documentarmi".

Note

1. Cfr. Greganti G., La figura del sacerdote in carcere in Carcere e società a cura di Cappelletto e Lombroso, Venezia-Padova, 1976, pagg. 395-97.

2. Cfr. G. Caniato, Non dimentichiamo i carcerati in Notiziario dell'Ispettorato dei cappellani dell'Amministrazione penitenziaria, 1996, n. 6, pag. 13.

3. A questo proposito rileva il parere dato dall'Ispettorato dei cappellani carcerari tramite una nota indirizzata al DAP nel 1995, in merito alla partecipazione del cappellano all'équipe di osservazione: dalle parole ivi enunciate si comprende lo sforzo immane che ancora i cappellani devono fare per separare il piano della libera coscienza da quello dell'osservazione trattamentale. "Il cappellano della Casa Circondariale di Monza, invitato dal direttore a partecipare ad una riunione dell'équipe d'osservazione, ha eccepito che ciò non gli pareva consono con la libertà di coscienza sia dei detenuti che del cappellano medesimo. Tale impostazione è quella che è sempre stata data dall'Ispettorato ai cappellani perché fosse appunto salvaguardata in ogni modo la libertà di coscienza. A questo proposito ci permettiamo di ricordare che, nei lunghi anni preparatori della legge per l'ordinamento penitenziario, l'allora giudice Di Gennaro e noi ci battemmo con forza per togliere il cappellano dal Consiglio di disciplina e dall'ipotesi della censura della corrispondenza. Ciò in sintonia con l'Autorità Vaticana. A proposito però dell'équipe d'osservazione, in considerazione anche del fatto che agli artt. 13 e 80 dell'Ord. penit e 28 reg. esec., non si parla di cappellano ma semplicemente di personale dipendente dall'Amministrazione, ci permettiamo di osservare: come si potrebbe imporre la presenza del cappellano cattolico nell'équipe qualora il detenuto si ritenesse agnostico, ateo o non praticante? Di fronte a detenuti di altra religione perché imporre loro nell'équipe il cappellano cattolico? Diversa potrebbe essere, invece, a nostro parere, l'ipotesi di consultare il cappellano non per l'osservazione, ma per l'eventuale programma di trattamento qualora il cappellano si sentisse libero in coscienza di poter dare la sua esperienza in relazione ad una persona ben conosciuta da lui". Cfr. Ispettorato dei cappellani dell'Amministrazione penitenziaria e della giustizia minorile (a cura di) Protocollo n. 82228905 in La pastorale del penitenziario (periodico bimestrale dell'Ispettorato generale dei Cappellani carcerari), anno IV, n. 3, maggio-giugno 2000, pagg. 4-5.

4. Cfr. Greganti, Op. cit.

5. Cfr. Ispettorato nazionale dei cappellani carcerari, V Convegno nazionale dei cappellani dell'amministrazione penitenziaria, Roma aprile 1993, in ASPE, anno XIII, nº 9, 5 maggio 1994.

6. Ibidem.

7. Per le seguenti considerazioni, cfr. Don Filippini (cappellano dell'istituto Don Bosco di Pisa), intervento al Convegno Istituzioni carcerarie e significato della pena oggi, ivi svoltosi, presso l'Università La Sapienza, il 26 maggio 2000.

8. Per questa considerazione e per le seguenti è stato attinto materiale da una ricerca da noi effettuata nel 1997 al carcere Don Bosco a Pisa.

9. Cfr. Fortuna, Operatori penitenziari e legge di riforma, Milano, 1985, pagg. 188-192.

10. Art. 12 ultimo comma Ord. penit.

11. Art. 67 reg. esec. del 2000 (ex art. 66).

12. Art. 27 Ord. penit.

13. Art. 60 reg. esec. del 2000 (ex art. 57).

14. Si tratta dell'intervento di Pietro Buffa al Convegno dell'Elsa Luci e ombre sul regolamento esecutivo, svoltosi presso La Sapienza di Pisa nei gg. 6 e 7 aprile 2000. Buffa sottolinea che nel carcere si verifica un'accelerazione degli stati di coscienza, non solo per il detenuto, ma anche per gli operatori che ci lavorano e proprio per questo punta molto sul bisogno di usare la fantasia e di avere una certa discrezionalità per non restare imbrigliati nella rete normativa: il nuovo regolamento consente di farlo perché prende in considerazione le diverse categorie di soggetti presenti nelle carceri e cerca di adeguarsi alla realtà mondiale.

15. Per questa e le seguenti considerazioni, cfr. A.M. D'Ottavi, (direttore coordinatore dell'Area Pedagogica presso il Ministero della Giustizia - Dipartimento Amministrazione Penitenziaria) in La rivista di servizio sociale, anno XL, n. 3, settembre 2000, pagg. 37-39.

16. Cfr. C. Bisio, Costruzione della realtà e formazione. Prospettiva psicosociale e sistemica sui processi d'apprendimento, Milano, 1998.

17. Cfr. A.M. D'Ottavi, Op. cit., pag. 38.

18. Per questa e le seguenti considerazioni, cfr. P. Buffa, Dalla scuola in carcere al carcere-scuola: esperimenti al "San Michele" di Alessandria in Animazione sociale, gennaio 2000, pagg. 62-68.

19. Cfr. L. Berzano (a cura di), La pena del non lavoro, Milano, 1994, pag. 32.

20. Cfr. P. Buffa, Tra il dire e il fare: riflessioni sulla prassi applicativa dell'Ordinamento penitenziario, in Questione Giustizia, 1997, n. 4, pagg. 783-795.

21. Cfr. E. Goffman, Asylum, Torino, 1968, pagg. 61-62.

22. Cfr. P. Buffa, Op. cit., pag. 75.

23. Cfr. S. Ambroset, Postfazione, in Fattivamente, Atti del Convegno "Carcere, lavoro e Progetto Ekotonos", San Vittore, Milano 1992.

24. L'iniziativa intitolata "Dall'atomo alle stelle" ebbe molto successo e consentì di continuare a sperimentare piccole forme di collaborazione interprofessionale.

25. Quest'iniziativa implicò l'uscita dall'istituto di un gruppo di persone in regime di art. 21 Ord. penit. per effettuare i rilievi topografici necessari.

26. Il progetto è stato realizzato grazie a una lunga serie di contatti con l'Università del Piemonte Orientale interessata alla costituzione di corsi universitari all'interno dell'istituto, con la presidenza dell'istituto "Nervi", l'Ente di formazione professionale che opera in carcere e con gli Stati Generali di Alessandria.

27. Cfr. A. Soliani, Prospettive di politica della formazione alla fine del secondo millennio in LiberaMente. Percorsi educativi negli istituti penali: idee e progetti, Atti del seminario "Ruolo e funzione dell'insegnante elementare negli istituti penali", Castiglione della Pescaia, 3-7 febbraio 1998, a cura del Ministero della Pubblica Istruzione - Direzione Generale Istruzione Elementare d'intesa con il Ministero di Grazia e Giustizia, pag. 72.

28. Cfr. P. Buffa, Op. cit., pag. 68.

29. Cfr. Albinati, Una finestra sul mondo in Le due città. Rivista del DAP, anno II, n. 2, febbraio 2001, pagg. 58-62.

30. Cfr. G. Conti, in Magazine 2, rivista del carcere di S. Vittore, luglio 2000, pag. 12.

31. Per queste considerazioni e le seguenti, cfr. Dr.ssa Giovanna Badalamenti (pedagogista e docente all'istituto Ucciardone di Palermo), Operatori penitenziari: ruolo e funzioni, Atti del Convegno "Il carcere e la Palermo che cresce", CRESM.

32. Cfr. Comunità Europea, Libro Bianco Insegnare e apprendere. Verso la società conoscitiva. La Comunità indica, tra le azioni prioritarie da intraprendere a livello degli Stati Membri, la lotta contro l'esclusione privilegiando investimenti nella formazione. Dunque, un'attenzione rivolta anche all'educazione degli adulti e a quella tipologia di persone che per cause diverse sono rimaste escluse dal sistema scolastico.

33. Cfr. Circolare Ministeriale del 6 agosto 1993, sub "Corsi di alfabetizzazione primaria nelle carceri".

34. Cfr. Dr.ssa Badalamenti come in nota 31.

35. Per queste e le seguenti considerazioni, cfr. LiberaMente. Atti del seminario "Ruolo e funzione dell'insegnante elementare negli istituti penali" svoltosi a Castiglione della Pescaia nei giorni 3-7 febbraio 98, a cura del Ministero della Pubblica Istruzione - Direzione Generale Istruzione Elementare d'intesa con il Ministero di Grazia e Giustizia, 1998, pagg. 40-49.

36. Cfr. Carmelo Maniaci (Direttore Generale dell'Istruzione elementare), La formazione dei formatori nell'educazione degli adulti in LiberaMente. Atti del seminario "Ruolo e funzione dell'insegnante elementare negli istituti penali", come in nota precedente, pagg. 7-8.

37. Cfr. Angiolina Ponziano (Ispettore tecnico - Ministero della Pubblica Istruzione), La scuola in carcere e l'educazione degli adulti, intervento al seminario in nota 35, pag. 41.

38. Ibidem, pagg. 42-45.

39. Intervento già previsto dall'Ordinanza Ministeriale n. 331 del 18 novembre 1986.

40. Cfr. M.G.Grazioso, È in atto una nuova cultura penitenziaria?, Roma, 1993, pag. 12.

41. Per queste considerazioni e le seguenti, cfr. Maria Chiara Costa, Il volontariato in carcere: le associazioni presenti in Toscana, tesi di laurea, Facoltà di giurisprudenza, Università degli Studi di Firenze, 1998.

42. Cfr. Castelli, Cristofanelli, De Salvia, in Guida per il volontariato penitenziario, Livorno, luglio-settembre 1995, pagg. 200-202.

43. Ibidem. In sostanza il primo traumatico contatto con la carcerazione equivale ad un vuoto emozionale, all'essere spettatori di se stessi.

44. Cfr. S.Rocchi, Volontariato tra tradizione e innovazione, Roma, 1997, pagg. 46-48, e C.Coppola, Volontariato, carcere e territorio, in Rivista del volontariato, ottobre 1996, pag. 6.

45. Cfr. M. C. Costa in Op. cit.

46. Cfr. Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia.

47. La Conferenza si propone di: rappresentare un tavolo di confronto per le esperienze e le proposte provenienti dal volontariato nel settore penitenziario per un potenziamento dell'impegno comune; definire l'identità e il ruolo del volontariato nel suo impegno operativo e nei confronti delle istituzioni, affinché venga riconosciuto come soggetto e non come ammortizzatore sociale, e in modo che il suo contributo progettuale venga considerato nella definizione delle politiche della giustizia; dialogare con le istituzioni, pubbliche e private, per offrire ai soggetti, incorsi nei reati, percorsi di reinserimento nella società; superare l'attuale frammentazione delle attività di solidarietà promosse in questo settore per delineare, nel rispetto dell'autonomia e originalità delle varie realtà associative, una comune strategia d'intervento.

48. Per le seguenti considerazioni, cfr. R. Frisanco (a cura di), Non solo carcere, Indagine nazionale sulle organizzazioni di volontariato nell'ambito della giustizia, Roma, 2000, pagg. 58-60.

49. Ibidem, pagg. 81-82.

50. Ibidem, pagg. 259-265.

51. Ibidem, pagg. 286-295.

52. Cfr. Associazione ARCI, Le attività dell'Associazione ARCI.

53. All'interno di questo circolo un detenuto, a seguito della laurea in Giurisprudenza ottenuta in carcere, svolge addirittura funzione di consulente legale per i detenuti che ne chiedano l'intervento.

54. Cfr. F. Frisanco, Op. cit., pagg. 295-324.

55. Per queste considerazioni abbiamo fatto riferimento ad un'intervista da noi effettuata ai membri dell'Associazione Controluce. Vedi anche nota 8.

56. Cfr. La Grande Promessa, rivista mensile del Carcere di Porto Azzurro, anno XLV, n. 539, aprile 1996.

57. Cfr. A. Sofri in Le mie prigioni, Palermo 1993.

58. Cfr. Musumeci, Ho il computer, ma non posso lavorare in Liberazione, 01/10/2000.

59. L'associazione Pantagruel si propone di dare molto rilievo alla soggettività dei detenuti per spezzare quel circuito di emarginazione che l'istituzione penitenziaria inevitabilmente pone in essere: lo scopo è quello di riuscire a far emergere il singolo individuo dall'anonimato del carcere, per far sì che ciascuno dei detenuti, sfruttando a pieno le proprie potenzialità, possa crescere interiormente e acquisire in questo modo maggior coscienza di sé. È chiaro che un atteggiamento di questo tipo non sempre è ben visto dall'istituzione carceraria, che spesso tende invece a considerare il singolo recluso soltanto come un numero. In particolare molti direttori temono l'impegno dell'individualizzazione del trattamento, in quanto un detenuto totalmente integrato nella realtà carceraria e annientato da tale regime è sicuramente meno "pericoloso" di uno che, invece, sa di valere qualcosa e, consapevole di questo, cerca in ogni modo di affermare la sua personalità per far rispettare i propri diritti.

60. Andraous è un detenuto condannato all'ergastolo; da qualche tempo usufruisce di permessi premio e di lavoro esterno svolgendo attività di tutor presso la Comunità "Casa del Giovane" di Pavia; è impegnato in attività sociali e culturali con scuole, parrocchie, associazioni e movimenti culturali; è titolare di alcune rubriche mensili su riviste e giornali, ha conseguito circa 80 premi letterari, pubblicando libri di poesia e saggistica sul carcere e la devianza.

61. Per questa considerazione e per le seguenti, Ibidem.

62. Cfr. intervento di un detenuto del carcere di Volterra al Convegno Istituzioni carcerarie e significato della pena, oggi, svoltosi a Pisa, presso l'Università La Sapienza, il 26 maggio 2000.

63. Cfr. A. Sacchetti, L'ergastolo e la laurea, in La Nazione del 28/02/97.

64. A parlare è Giuseppe Fortebracci, pittore detenuto presso il carcere di Volterra, che ha fatto della sua passione l'unico modo per superare l'esperienza della detenzione, mettendosi, fra l'altro, al servizio degli altri detenuti: in carcere ha realizzato murales e ha tenuto corsi di pittura ai compagni che frequentavano la quinta elementare. Cfr. C. Guelfi, Grande successo per il pittore detenuto, in Il tirreno, 16/04/ 2001.

65. Cfr. G. Amoruso (detenuto del carcere di Bari), Riappropriarsi del tempo perduto in Quaderni dal carcere - Atti del premio giornalistico "Educazione continua, formazione professionale e istruzione permanente nelle carceri", a cura del Gruppo Italiano Scuola Carceraria, pagg. 25-26.

66. Questa è la lettera che un detenuto del carcere di Vasto ha inviato alla Provincia di Ravenna a proposito delle attività dedicate al servizio biblioteca all'interno dell'istituto. Documento consultato il 29/05/01 sul sito internet R@cine.