ADIR - L'altro diritto

ISSN 1827-0565

Capitolo VI
Integrazione: l'incolmabile gap tra teoria e prassi

Angela Suprano, 2016

Nella trattazione dei capitoli precedenti, si è operata una ricostruzione di quello che oggi rappresenta il sistema di accoglienza italiano, il cui funzionamento è supportato dai dettami dalla normativa internazionale, comunitaria ed evidentemente nazionale.

La frammentarietà del sistema di accoglienza, come abbiamo già ribadito, ci porta a parlare di una pluralità di forme di accoglienza, diverse per dimensioni, obiettivi, modalità gestionali, servizi. Il tutto sommato ad un quadro normativo interno lacunoso, che troppe volte, ma con risultati insoddisfacenti, ha cercato di giungere all'elaborazione di una disciplina organica e univoca della materia.

L'incertezza legis è accompagnata dallo smarrimento di quanti vorrebbero trovare nei Paesi sicuri, accoglienza e ospitalità, e che, al contrario, s'imbattono in scarsi livelli di accoglienza e assenza di prospettive di integrazione (1).

Se è vero l'assunto introdotto a livello europeo (2) per cui l'integrazione dovrebbe avere inizio al momento stesso dell'arrivo e in cui si attua la prima forma di accoglienza, è pur vero che, considerati i mesi di attesa per riuscire ad avere un posto in un centro e il successivo prolungarsi della permanenza in centri come i CARA (pensati per una prima e breve accoglienza), considerato tutto ciò, l'integrazione diventa una meta inarrivabile, perché impercorribile e arduo è il cammino per giungervi.

Accanto ai tempi di permanenza nei centri e di adempimento delle procedura (che si discostano profondamente dalla lettera della legge), non si può non tener conto del fatto che mancano dei percorsi programmati e chiari che fungano da "ponte" tra la prima e la seconda accoglienza, e da qui che conducano i soggetti alla completa autonomia.

Manca la continuità di un percorso, che molto spesso non ha neppure un inizio oppure si arena al punto di partenza. Per non parlare dei costi generati dalle lungaggini burocratiche, che ben potrebbero essere destinati al finanziamento di un vero e proprio programma nazionale d'integrazione.

È evidente che il problema descritto deve essere ricondotto alla sua radice: la normativa europea, infatti, non rende obbligatorio per gli Stati membri predisporre ed attuare programmi di integrazione, il cui obbligo, al contrario, potrebbe dare una notevole spinta agli Stati stessi verso l'idea per cui l'integrazione non è un optional (3).

Per approdare a questi risultati non sono sufficienti le sole norme: occorre la presa di coscienza del fatto che l'arrivo e la presenza di rifugiati non riflettano una situazione "transitoria" dai tratti emergenziali, ma siano un dato di fatto, permanente e, oggi soprattutto programmabile. Così come sottolineato da C. Hein (4):

l'accoglienza, la procedura per la determinazione dello status e il supporto all'integrazione dovrebbero essere percepiti come impegni di normale amministrazione, e non come calamità

Bisogna partire da questo assunto per poter realizzare davvero una società integrata, in cui sia viva quell'idea di humanitas, intesa dal latinista Traina, come riconoscimento e rispetto dell'uomo in ogni uomo (5), ma occorre anche superare la convinzione (assai diffusa) per cui l'unica strada per attuare un processo di integrazione sia quella dei progetti. I progetti attivati sul territorio, infatti, rappresentano solo una parte del lungo percorso che conduce all'integrazione; si ha bisogno di programmi permanenti, che purtroppo, almeno nel nostro Paese, mancano.

1. Breve excursus sul concetto d'integrazione

Il concetto di "integrazione" si colloca all'interno di panorama piuttosto vasto di significati, diversi a seconda degli ambiti in cui il termine stesso si utilizza. Non a caso sentiamo parlare d'integrazione territoriale, sociale, politica, economica, culturale. L'ambito che più ci interessa per l'analisi che stiamo conducendo è sicuramente quello dell'integrazione sociale, che vedremo assume significati mutevoli.

Nelle società occidentali si è soliti porre in relazione i flussi migratori con il concetto (che vedremo rappresenta un vero e proprio fine) di integrazione, e per questo, ciascuno Stato, tende ad elaborare modelli propri che realizzino e assicurino la gestione dei flussi migratori in un'ottica integrazionista.

Nel contesto delle politiche e dei modelli volti a favorire il processo di integrazione di soggetti proveniente da Paesi terzi, possiamo ricondurvi la definizione attribuita al termine integrazione direttamente dalla Commissione Europea:

un processo biunivoco che si fonda sulla presenza di reciproci diritti e, conseguentemente, obblighi per cittadini di Paesi terzi legalmente soggiornanti e per la società ospitante che offre una piena partecipazione al migrante. Ciò implica, da una parte che la società ospitante si assuma la responsabilità di garantire la presenza di diritti formali a favore dei migranti, tali da consentire agli stessi di partecipare alla vita economica, sociale, culturale e civile, e, dall'altra parte, che i migranti rispettino norme e valori fondamentali della società che li ospita e partecipino attivamente al processo di integrazione senza rinunciare alla propria identità (6).

Anche l'Italia, con l'approvazione del d.lgs. 286/1998, TU sull'immigrazione, ha provveduto a definire, nella relazione programmatica che accompagnava la legge, il concetto di integrazione (art. 4-bis, comma 1):

ai fini di cui al presente TU s'intende per integrazione quel processo finalizzato a promuovere la convivenza dei cittadini italiani e di quelli stranieri, nel rispetto dei valori sanciti dalla Costituzione italiana, con il reciproco impegno a partecipare alla vita economica, sociale e culturale della società.

Ciò che emerge sia dalla comunicazione della Commissione sia dalla relazione programmatica al TU sull'immigrazione è che il concetto di "integrazione" ha una dimensione multipla e diventa, a questo punto, cruciale indagare su quale sia il nesso esistente tra l'impegno della politica d'asilo/immigrazione e il raggiungimento del fine ultimo (per l'appunto l'integrazione).

Questo carattere multi-dimensionale è messo in evidenza anche dall'ECRE (European Council on Refugees and Exiles), per cui l'integrazione richiede in primo luogo la disponibilità da parte dei soggetti (da integrare) di adattare il proprio stile di vita alla nuova realtà in cui si trovano ad essere "accolti", e da parte della stessa società di accoglienza una volontà di modulare i propri interventi tenendo conto delle reali difficoltà esistenti per garantire la buon riuscita dei programmi di integrazione.

L'attuazione pratica del concetto è variamente influenzata da fattori oggettivi, quali le politiche sociali adottate, il tempo di permanenza del rifugiato all'interno dei progetti territoriali, ma anche da altrettanti fattori soggettivi, come l'approccio individuale rispetto al contesto di arrivo, la capacità di autonomia, il grado di relazione con i cittadini autoctoni, le aspettative nutrite verso la società di accoglienza. Ed è proprio nel momento attuativo, come ha sottolineato nei suoi studi Talcot Parson (7), che prende forma quel gap tra norma/concetto astratto e vita concreta, tra teoria e prassi.

È quello che accade anche in Italia, dove alle istanze di apertura e accoglienza, molto spesso, corrisponde l'assenza di interventi in grado di portare a compimento gli intenti proclamati (basti pensare a tutta la questione che ruota intorno ai centri di accoglienza, all'emergenza Mare nostrum).

È il modo stesso di approcciarsi al fenomeno migratorio che contraddice i tratti di un Paese ospitale: le politiche attuate enfatizzano il controllo e le limitazioni, comunicando, in questo modo, un messaggio negativo nei confronti dei rifugiati, percepiti come potenziali danneggiatori della società. Il tutto ha tra le conseguenze maggiormente devastanti la compromissione del percorso integrativo di ognuno dei soggetti accolti.

2. Contraddizioni interne: dovere di accogliere, ma all'integrazione chi ci pensa?

Dal breve excursus terminologico trapela il fatto che parlare di integrazione equivale a toccare vari aspetti della vita delle persone, quindi ragionare in termini di vitto, alloggio, formazione, costruzione di una rete di contatti, conoscenza della lingua del paese che accoglie. È per questo che, come ha precisato Hein, le basi per un'integrazione futura si pongono (quantomeno dovrebbero porsi) nel momento stesso in cui il soggetto ha accesso alle misure di accoglienza in un Paese. L'impiego più corretto del condizionale è legato ai tempi di attesa (nella prassi lunghissimi) prima che il richiedente protezione internazionale possa avere accesso alle misure di accoglienza.

Non è questo l'unico problema. Va ricordato che, diversamente da quanto previsto in altri Paesi europei, la normativa italiana non istituisce un programma nazionale di integrazione a favore dei titolari protezione internazionale ma si limita, in seno all'art. 29, comma 2, del d.lgs. 251/2007, a tenere conto delle esigenze relative all'integrazione dei titolari protezione internazionale, con particolare riguardo per i rifugiati. In questo modo si tende a formulare una legislazione egualitaria, per cui si riconoscono ai rifugiati i medesimi diritti e doveri dei cittadini italiani (salvo i diritti politici), senza tener conto della disparità dei punti di partenza.

In assenza di un quadro nazionale unitario delle politiche di integrazione, la gestione di interventi di sostegno a beneficio dei richiedenti viene affidata direttamente alle comunità locali, per ciò che attiene lo SPRAR, e alle Regioni per le misure previste dal TU dell'immigrazione, che lavorano in stretta connessione con gli agenti del privato sociale presenti sul territorio.

Abbiamo già avuto modo di analizzare l'articolazione del sistema di accoglienza in Italia, e di sottolineare quanto sia privilegiata l'esperienza offerta dallo SPRAR, che anche e soprattutto grazie al contributo del Terzo settore, mette a disposizione servizi di orientamento, accompagnamento, informazione rivolti alla realizzazione di microprogetti individuali di inserimento socio-economico.

In realtà, la domanda che molto spesso ci si pone è quanto reale sia la percezione per cui lo SPRAR sia l'offerta migliore per intraprendere un percorso di integrazione e soprattutto è davvero rispettata la lettera della legge? Cosa accade nella prassi dello SPRAR? L'integrazione, l'inclusione di quanti entrano nel circuito dell'accoglienza sono una realtà?

Non potendo tracciare un quadro nazionale sulla situazione dei vari percorsi attivati nei diversi centri SPRAR dislocati sull'intero territorio nazionali, mi soffermerò sulla proposizione di un unico modello di SPRAR attivato nel territorio fiorentino a partire dal 2001, al fine di evidenziare quali sono i servizi e in che modo si cerca di dare forma e concretezza all'idea e all'obiettivo di "accoglienza integrata".

3. Il modello fiorentino: lo SPRAR di Villa Pieragnoli (8)

A partire dal 2001, l'Associazione di Volontariato Solidarietà Caritas - ONLUS in collaborazione con ARCI Comitato Regionale Toscano e il Comune di Firenze (allora capofila e responsabile del progetto) hanno aderito e partecipato al sistema di accoglienza nazionale, avviando il progetto "Villa Pieragnoli", in particolare curando la CARITAS gli aspetti relativi all'accoglienza e l'ARCI gli aspetti relativi ai percorsi di integrazione e di tutela.

Villa Pieragnoli si presenta come un complesso residenziale, ubicato sulle colline di Settignano, avente una ricettività di cinquantotto posti e accoglie richiedenti protezione internazionale, rifugiati o con permesso per protezione sussidiaria e/o per motivi umanitari, siano essi nuclei familiari o singoli. In particolare, secondo le direttive della Convenzione sono in numero di cinque i nuclei familiari che possono avere accesso al progetto. Ai posti messi a disposizione dal centro a Villa Pieragnoli si sommano ulteriori sette di cui dispone la struttura di accoglienza di Monticini. Si tratta, di un plesso nato per rispondere a situazioni di accoglienza emergenziali e nel quale sono stati poi inseriti posti in convenzione con lo SPRAR. In genere qui vengono trasferiti i beneficiari del progetto che hanno raggiunto un'autonomia tale da essere avviati verso la fase di uscita dal progetto medesimo. Si tratta, infatti, di una realtà, quella di Monticini, residenziale di maggiore autogestione, con un unico operatore che si preoccupa di controllare il plesso e le attività che qui continuano ad essere regolarmente svolte.

Per quanto riguarda i requisiti strutturali del centro, occorre subito evidenziare una prima discrepanza rispetto a quanto stabilito dal Manuale operativo dello SPRAR. In quest'ultimo, infatti, si prevede, al fine di non ostacolare la partecipazione alla vita sociale e l'accesso ai servizi del territorio da parte dei beneficiari, che la struttura di accoglienza sia collocata in luoghi abitati, facilmente raggiungibile da servizi di trasporto pubblico. La realtà di Villa Pieragnoli si discosta da questo requisito, in quanto si tratta di un plesso che sorge su di una collina, lontana dal centro abitato, che i beneficiari raggiungono a piedi percorrendo una scorciatoia, considerata anche l'assenza di mezzi pubblici che transitano nel posto.

Si tratta tuttavia di una struttura che garantisce i servizi di vitto e alloggio. Agli ospiti viene fornita una stanza in cui trascorrono la loro permanenza con un'altra o altre tre persone, tutte dello stesso sesso. Occorre dire che attualmente a Villa Pieragnoli sono ospiti solo beneficiari di sesso maschile, salvo la presenza di donne nei soli nuclei familiari. Per quest'ultimi la convenzione prevede la dotazione di una stanza di dimensioni adeguate al numero dei membri della famiglia, anche se, soprattutto nel momento della crescita e del raggiungimento della maggiore età, i figli vorrebbero avere una maggiore autonomia e per questo una propria stanza. È questo un "problema" concreto e attuale sollevato da alcuni ragazzi ormai maggiorenni, membri di un nucleo libico accolto nella struttura, che avrebbero "protestato" in merito alla richiesta di maggiore spazi di autonomia alloggiativa.

La tabella di seguito riportata mostra i dati relativi alle presenze a Villa Pieragnoli, aggiornati al 31 dicembre 2014, con particolare riferimento al genere e alla fascia d'età.

Dati presenze Villa Pieragnoli al 31/12/2014
Paese N. ospiti M F M minori F minori
Somalia 10 10 0 0 0
Afganistan 9 9 0 0 0
Mali 9 9 0 0 0
Nigeria 8 3 3 1 1
Pakistan 8 8 0 0 0
Armenia 7 5 2 0 0
Kossovo 5 1 1 1 2
Libia 5 1 2 0 2
Eritrea 4 3 1 0 0
Gambia 4 3 0 1 0
India 4 1 1 1 1
Senegal 4 4 0 0 0
Serbia 4 1 1 1 1
Costa d'Avorio 3 2 0 1 0
Siria 3 3 0 0 0
Albania 2 2 0 0 0
Ghana 2 1 0 0 1
Palestina 2 2 0 0 0
Tunisia 2 2 0 0 0
Turchia 2 2 0 0 0
Liberia 1 1 0 0 0
Ciad 1 1 0 0 0
Etiopia 1 1 0 0 0
Iraq 1 1 0 0 0
Kenya 1 1 0 0 0
Sierra Leone 1 1 0 0 0
Sudan 1 1 0 0 0
Totale 104 79 11 6 8
Presenze per fascia d'età
Fascia d'età M % F %
0-3 4 4,71% 0 0,00%
4-5 0 0,00% 2 10,53%
6-17 0 0,00% 6 31,58%
18-25 28 32,94% 4 21,05%
26-35 36 42,35% 5 26,32%
36-45 10 11,76% 1 5,26%
46-64 7 8,24% 1 5,26%

Dai dati emerge che 10 ospiti sul totale provengono dalla Somalia. Le altre nazionalità di maggiore provenienza sono Afganistan e Mali con 9 presenze, seguite dalla Nigeria e dal Pakistan con 8 presenze.

Dalla tipologia degli ospiti emerge il dato richiamato all'inizio, per cui la maggior parte delle persone presenti sono di sesso maschile (79 uomini). Le donne sono 11 e i minori 6. I nuclei familiari sono in tutto cinque.

La fascia d'età maggiormente rappresentativa è quella ricompresa tra i 26 e i 35 anni (42,35%), seguita dalla fascia d'età tra i 18 e i 25 anni che conta il 32,94% dei presenti.

Per ciò che attiene il profilo strutturale occorre precisare che la struttura non è dotata di spazi tali da poter essere adibiti ad aree di sport o ludiche per i più piccoli. Tuttavia si prevede l'erogazione di servizi di questo tipo (sport, giochi), siano queste individuate dall'ospite oppure proposte dall'equipe di operatori, in strutture esterne convenzionate, presso le quali vengono accompagnati per i primi tempi dagli operatori, in seguito, anche a fronte dell'acquisizione di una maggiore consapevolezza del territorio, le raggiungono in piena autonomia. Si tratta di un percorso graduale che cerca anch'esso di contribuire alla costruzione di un progetto di vita individuale e scevro da qualsiasi forma di "assistenzialismo".

L'equipe di operatori

Nell'ambito dell'accoglienza nello SPRAR si fa riferimento al concetto di empowerment, inteso come un vero e proprio progetto individuale e organizzato, attraverso il quale i beneficiari siano messi nella condizione di ricostruire le proprie capacità di scelta e soprattutto di costruire un proprio "Io" all'interno di un contesto socio-economico lontano dalla propria "casa" (9).

Ruolo chiave in questo progetto è affidato agli operatori sociali, educatori e mediatori linguistici che lavorano presso le due strutture di accoglienza, i quali tendono a favorire un approccio cosiddetto olistico, rivolto alla presa in carico della persona nella sua totalità. In particolare nel modello di Villa Pieragnoli sono attivi quattro operatori facenti parte del gruppo "accoglienza", due operatori cui è rispettivamente demandata la cura degli aspetti legali e burocratici e degli aspetti sanitari (OSS, operatore socio-sanitario che cura l'iscrizione dei beneficiari al SSN, il monitoraggio circa la salute di adulti e minori, la ricerca di specialisti per la prevenzione degli stessi operatori). Accanto al gruppo "accoglienza" è prevista la presenza di un gruppo "integrazione" cui partecipano tre operatori CARITAS, due operatori del progetto CO&SO e un solo operatore dell'ARCI. Si tratta di un'equipe che svolge attività di monitoraggio circa la frequenza e la partecipazione ai corsi di lingua offerti, ai tirocini, provvedendo in questo modo ad una attenta verifica del percorso di ognuno dei beneficiari del servizio offerto dallo SPRAR. Si tratta nel complesso di un'equipe multidisciplinare e interdisciplinare tale da dover essere in grado di dare risposte ai singoli bisogni. Soltanto così ogni singolo elemento diventa parte di un unico percorso d'inclusione sociale, nonché di supporto e di riabilitazione nei casi di persone portatrici di specifiche vulnerabilità, come per esempio le vittime di violenza, di tortura e di tratta, o di beneficiari con disagio psicologico o psichiatrico.

Rispetto al tema del disagio psichico, c'è da tener presente il fatto che per alcuni anni ha rappresentato era un aspetto marginale nella presa in carico della persona. Negli ultimi tempi, invece, si è iniziato a riflettere su questo drammatico status delle persone, facendo attenzione alle motivazioni che possono comportare una forma di disagio mentale, in particolare: gli ospiti arrivano già con problemi psicologici o questi disturbi hanno luogo durante appena entrati nel circuito dell'accoglienza, o comunque appena giunti sul territorio? Che ruolo hanno in questi disturbi i lunghissimi tempi di attesa prima che sia riconosciuto loro lo status di richiedente protezione internazionale? Può accadere che il malessere psichico non emerga immediatamente, nel momento di ingresso nel progetto, ma, al contrario, si celi dietro forme di isolamento ed episodi di notevole aggressività (non rari nell'esperienza di Villa Pieragnoli).

Per molto tempo, tuttavia, sono mancate sul territorio nazionale figure professioniste come etno-psicologi o psichiatri idonee ad affrontare il problema. A Firenze un riferimento unico di etno-psichiatra era nell'ASL di Prato. Inoltre, i beneficiari del progetto SPRAR che manifestano disagi psichici, in qualità di appartenenti alla categoria dei soggetti "vulnerabili", dovrebbero essere inserite in strutture ad hoc, ma nella realtà dello SPRAR nazionale tali strutture sono in numero esiguo: sul territorio del Comune di Firenze abbiamo un'unica struttura, in Via Valdelsa, presso il consorzio CO&SO, che si avvale dell'ausilio della ASL di zona. Lo SPRAR di Villa Pieragnoli, in caso di ospiti che manifestano disagi si avvale della struttura della ASL del Comune, il Villino Borchi. Si tratta di una sede esterna allo SPRAR ed è per questo che gli operatori, dopo aver visionato la relazione socio-sanitaria redatta sui soggetti dagli operatori del centro di prima accoglienza, sono chiamati a recarsi sul territorio per effettuare eventuali e approfonditi controlli e consulenze. Altre volte i disagi, apparentemente assenti nella relazione socio-sanitaria, possono emergere durante il progetto, e a questo punto l'equipe ha il dovere di decidere se chiamare in aiuto un mediatore, per capire meglio la situazione oppure, in casi particolarmente gravi, rivolgersi direttamente all'Unità Operativa Ospedaliera della zona.

Nel corso degli anni, sono state intraprese iniziative promosse dal Ministero dell'Interno, quali il progetto "Demetra", "Oltre i Confini", "Skill Bill", tutte rivolte a persone con disagio mentale. Si tratta di percorsi sanitari-riabilitativi strutturati di presa in carico delle persone fragili (10).

Nonostante l'impegno a dare sostegno a richiedenti asilo e rifugiati portatori di disagio mentale e psicologico, come sottolineato dall'attuale Responsabile del centro SPRAR di Villa Pieragnoli, ci si deve scontrare con la drammatica situazione per cui si tende ad avere sempre risorse economiche limitate rispetto ai bisogni della totalità degli ospiti, e questa difficoltà si riverbera soprattutto nei servizi offerti dalla mediazione, strumento fondamentale per coloro che non conoscono ancora la lingua e soffrano di un disagio che, se pure celato in atteggiamenti e comportamenti, è bisognoso della parola per venire ad evidenza.

A questi ruoli, garanti della corretta erogazione dei differenti servizi dello SPRAR, possono esserne in aggiunta previsti altri, con compiti e mansioni complementari, da coinvolgere di volta in volta, secondo le necessità: il responsabile amministrativo; personale ausiliario (portieri, custodi, addetti alla cucina e alle pulizie, ecc.). Nel caso di Villa Pieragnoli, fino al 2014 si prevedeva un servizio interno al centro cui era affidata la preparazione dei pasti, in seguito, causa la necessità di uno spending review, questa funzione è demandata ad una ditta esterna facente capo alla CARITAS.

Come si accede allo SPRAR di Villa Pieragnoli?

A seguito dell'attivazione del nuovo Centro Polifunzionale PACI (11), dal settembre 2010, sono state unificate le modalità di accesso ai due progetti: le domande di accoglienza di coloro che sono già in possesso dello status di rifugiato o di protezione sussidiaria vanno presentate presso lo sportello del Centro Polifunzionale e poi sono inserite in ordine cronologico in una lista d'attesa unica. Chi sia presente in Italia da più di tre anni e chi abbia già avuto un'accoglienza nell'ambito della rete dello SPRAR, potrà accedere unicamente ai posti disponibili nel Centro Polifunzionale, gli altri possono accedere ai posti disponibili in entrambe le strutture.

I richiedenti protezione internazionale accedono al Progetto di Villa Pieragnoli unicamente su richiesta delle Prefetture tramite il Servizio Centrale dello SPRAR, che funge da "cabina di regia" della rete nazionale. Su richiesta della Prefettura di Firenze, i richiedenti protezione internazionale possono accedere anche al Centro polifunzionale.

In passato il Comune di Firenze aveva una riserva di posti, oggi, invece, l'inserimento nel progetto è affidato interamente al Servizio Centrale di Roma, fermo restando la compilazione di una lista d'attesa formata in base a segnalazioni e successivi colloqui. Settimanalmente, ove vi siano ancora posti disponibili, un rappresentate del progetto presiede una riunione in cui si discute sull'assegnazione dei posti vacanti ai soggetti segnalati che, ovviamente, verranno a beneficiare del posto a seguito di un successivo colloquio, in cui dovrà emergere come elemento necessario la manifestazione della volontà del soggetto di voler entrare nel progetto. Non di rado, infatti, può capitare che i soggetti segnalati abbiano già costruito sul territorio una rete amicale e una forma d'integrazione economico-lavorativa tale da non aver interesse ad essere inseriti nel progetto. Ultimamente, nel centro a Villa Pieragnoli, a seguito dell'uscita dal progetto di un nucleo familiare, si è manifestata la difficoltà a trovare famiglie o anche nuclei monoparentali che beneficiassero del posto disponibile, con il rifiuto da parte di una coppia di etiopi che, in quanto presente da molto tempo sul territorio, aveva già intrapreso in autonomia un percorso di inclusione sul territorio.

Tuttavia, non è un caso che ad entrare nel progetto siano soggetti che gravitano sul territorio da anni e questo fattore potrebbe compromettere la buona riuscita del percorso. Si tratta, infatti, di soggetti che hanno già acquisito un bagaglio di esperienze (spesso, purtroppo, anche negative) che hanno contribuito negativamente a deformare la forma mentis degli stessi e difficilmente si riesce anche solo ad intraprendere un percorso orientato verso l'integrazione. Questa spiacevole conseguenza è legata anche al fatto che i soggetti suddetti sono meno predisposti a cogliere la finalità del percorso, essendo, a contrario, comandati da uno spirito di sopravvivenza che è tipico di chi, dopo molti anni di presenza sul territorio, non ha avuto la possibilità di intraprendere un percorso di integrazione coadiuvato da un'equipe in grado di orientarlo e sostenerlo.

L'ideale sarebbe, dunque, inserire nel progetto persone che abbiano già intrapreso le primissime tappe predisposte dal sistema di accoglienza nazionale e che quindi siano transitate e provengano da un centro hub di prima accoglienza.

Altra strada seguita per l'inserimento dei soggetti nel progetto è quella delle segnalazioni provenienti direttamente dalla prefettura; da enti locali non appartenenti alla rete SPRAR; da associazioni ed enti di tutela; dalle questure; dai poli ospedalieri e strutture sanitarie del territorio. Molto spesso si tratta di segnalazioni dettate da "politiche d'incastri", che rispondono ad esigenze diverse: basti pensare alle segnalazioni di persone che si trovano in occupazione a anche a semplici esigenze di occupare dei posti disponibili.

Le segnalazioni inviate devono essere corredate dalle seguenti informazioni: i dati anagrafici e la nazionalità delle persone per le quali si fa richiesta d'inserimento nello SPRAR; il permesso di soggiorno o l'attestato nominativo; la relazione sociale sul percorso finora realizzato; la relazione sanitaria che evidenzi eventuali vulnerabilità di natura psico-fisica, necessaria all'individuazione del progetto più adatto alla presa in carico della persona. Si tratta d'informazioni necessarie al fine di attivare un percorso personalizzato e individuale. A questo proposito diventa fondamentale il rapporto tra utente/operatore, che dovrà fondarsi su un rapporto di fiducia reciproca al fine di riuscire a comprendere e a dare risposta ai bisogni del singoli e della comunità. Per fare ciò gli operatori, al momento dell'ingresso del beneficiario nel centro, predispongono un colloquio volto a dare lettura delle aspettative, dei bisogni, delle prospettive della persona, senza che questi siano sottesi e dati per scontato nella stessa domanda di protezione internazionale. A questo punto l'operatore è chiamato a redigere un progetto unico, personalizzato, che prescinde da qualsiasi modello precostituito, tenendo conto di alcuni elementi guida: la condizione di partenza del soggetto (il suo pregresso) e il percorso che si intende perseguire per raggiungere il suo benessere psico-fisico e realizzare il suo percorso di autonomia.

Questa fase è di fondamentale importanza, in quanto l'elaborazione di un progetto mira a superare l'idea di un approccio "assistenzialista" della persona, cercando così di indurla verso una partecipazione attiva e autonoma verso la definizione del proprio progetto e della propria (ri)conquista. Dalle testimonianze raccolte si evince la difficoltà di impostare un percorso in autonomia, e questo emerge soprattutto nel momento di uscita dal progetto, quando molti beneficiari, pur avendo svolto un percorso eccellente, si trovano a dover fronteggiare l'ostacolo rappresentato da quel senso di "dipendenza" che va aldilà del fatto meramente materiale. Si crea nell'individuo un sentimento di protezione legato al luogo e alle persone che hanno preso in carico la sua persona e questo si pone quale ostacolo all'avvio di un percorso in uscita dello stesso beneficiario.

Lo strumento principale per la presa in carico di un richiedente o titolare di protezione internazionale all'interno di un progetto territoriale di accoglienza è rappresentato dal colloquio. In questa sede di vera e propria "accoglienza", l'operatore presenta il progetto, il regolamento interno, mentre il soggetto beneficiario del progetto ricostruisce (nella misura in cui questo sia possibile e sempre assistito da un mediatore linguistico) la propria storia: i motivi della fuga, il vissuto, le esperienze, la scelta; il viaggio dal Paese di origine ed eventuali esperienze traumatiche, vissute anche in Italia; le relazioni familiari, affettive e amicali nel proprio Paese di origine; aspetti psico-sociali e sanitari in Italia (come e dove vive o ha vissuto in Italia; la comunità e le conoscenze di riferimento; lo stato emotivo; le aspettative; i bisogni); le prospettive per il futuro.

Naturalmente può accadere che i beneficiari non abbiano ancora presentato domanda per il riconoscimento della protezione sebbene siano transitati in un centro di prima accoglienza. In questi casi, viene offerto loro il sostegno legale necessario alla presentazione della domanda, fino all'audizione presso la Commissione territoriale. In questo periodo e fino alla decisione della Commissione il soggetto può beneficiare, secondo quanto abbiamo già visto, dell'accoglienza presso la struttura dello Sprar.

I Servizi

I servizi offerti dal progetto SPRAR Villa Pieragnoli si declinano in: servizi di accoglienza, servizi di tutela e servizi per l'integrazione.

I Servizi di accoglienza

I Servizi di tutela

I Servizi per l'integrazione

Breve sintesi sul percorso personalizzato attivato a beneficio degli ospiti di Villa Pieragnoli

In queste tappe, schematicamente tracciate, ciò che rappresenta una voce fondamentale tra i servizi per l'integrazione è la lingua. Oltre ad essere lo strumento utile ad approcciarsi al nuovo contesto in cui gli ospiti sono catapultati, è ciò che, come più volte ribadito, consente loro di (ri)-costruire il proprio percorso. Per poter avere accesso ai corsi di lingua è necessario prima di tutto svolgere un test, al fine di verificare il livello di partenza di ciascun beneficiario. Si tratta di test che in un primo tempo, quando la gestione della struttura era affidata solo all'Associazione CARITAS e ARCI (che curava il percorso integrativo), si svolgeva direttamente nella sede di Villa Pieragnoli. In seguito, con l'entrata nel progetto dell'associazione CO&SO, i test sono effettuati presso il centro PACI, dove avviene anche lo svolgimento dei successivi corsi di lingua. Dal test possono emergere casi particolari di persone già analfabete nel proprio Paese. In queste situazioni un supporto fondamentale viene anche dall'Associazione CENAC. che offre percorsi di alfabetizzazioni a quanti ne hanno bisogni. I corsi hanno durata di 8-10 ore settimanali e sono previste interruzioni mensili per monitorare non solo il livello di apprendimento ma anche la frequenza. Si tratta di un monitoraggio essenziale e utile all'equipe del centro per comprendere in che direzione il percorso dei singoli ospiti si stia orientando. In ogni caso sono state previste decurtazioni del pocket-money laddove i beneficiari dei corsi abbiano superato un certo numero di ore di assenza dai corsi medesimo.

Di seguito sono riportati i dati relativi alla totalità dei servizi avviati nell'area "Integrazione" all'interno del progetto "Villa Pieragnoli" nell'anno 2014.

Scuola
Attività Contenuti N. ospiti
Corso di italiano Apprendimento della lingua italiana presso i corsi organizzati presso il centro polifunzionale PACI o presso associazioni attive sul territorio. i corsi sono propedeutici ad un eventuale inserimento in corso di formazione, stage o inserimento lavorativo. I corsi sono organizzati in più livelli che tengono conto del livello di preparazione dell'ospite, valutato sulla base di un test iniziale. 59
Integrazione
Attività Contenuti N. ospiti
Colloquio di presentazione del gruppo integrazione Colloqui di accettazione del percorso formativo attraverso il primo incontro con l'equipe integrazione, dove viene fissato l'appuntamento per il test di lingua. 67
Colloquio specifico di orientamento al lavoro Colloquio per bilancio competenze ed esperienze pregresse. 59
Redazione CV 40
Accompagnamento presso il centro per l'impiego e presso i servizi per ricerca lavoro 20
Corsi di formazione Corso per servizi ristorativi (cofinanziamento Comune di Firenze) 4
Corso per servizi ristorativi (cofinanziamento ente gestore/partners) 4
Corso di meccanica industriale (cofinanziamento Comune di Firenze) 5
Corso di pelletteria (cofinanziamento ente gestore/partners) 9
Agenzie formative 22
Inserimento lavorativo
Attività Contenuti N. ospiti
Tirocini Curriculari Tirocini curriculari attivati all'interno dei corsi di formazione professionalizzante 4
Tirocini extra Curriculari Attivati da "Giovani Sì" o "Garanzia Giovani" per promuovere l'inserimento lavorativo. 16
I. S. T. Inserimenti socio-teraupeutici volti ad inserire gli ospiti vulnerabili nel mondo del lavoro, a relazionarsi e interagire nel luogo di lavoro. 9
Aziende Aziende contattate per presentazione del progetto Sprar e futuri inserimenti lavorativi. 42
Accompagnamento presse le sedi delle varie aziende per presentare l'ospite o per definire l'attivazione dei tirocini e/o I.S.T 31
Contratti di lavoro 14

Merita sicuramente di essere evidenziato il dato rappresentato dai 14 contratti di lavoro attivati. Si tratta di un numero non certamente elevato, ma che, a fronte del grave periodo di crisi, si pone sicuramente come un importante punto di partenza per il processo di integrazione.

I tempi di accoglienza nel Centro

Diversamente da quanto previsto sia dalla nuova direttiva accoglienza sia dal Manuale operativo SPRAR, i tempi di accoglienza si discostano notevolmente da quanto previsto sulla carta, così come i tempi per eventuali ed eccezionali proroghe. Nel caso di Villa Pieragnoli, ad esempio, vi sono ospiti "storici", che stazionano nel progetto ormai da anni (4-5 anni) (12). Questa situazione di permanenza che si protrae oltre ogni termine si presenta soprattutto per i nuclei familiari, per i quali risulta essere maggiormente difficoltosa l'acquisizione di una stabilità economica, sociale e scolastica, laddove vi siano figli minori a carico. In questi casi è lo stesso Tribunale dei minori che impedisce il percorso di uscita dei nuclei familiari, anche per rispondere all'esigenza di preservare il superiore interesse del fanciullo.

In ogni caso, la previsione di una permanenza ulteriore nel progetto SPRAR è subordinata ad una valutazione su ogni singolo caso specifico. Inoltre, vi sono nel progetto di Villa Pieragnoli due beneficiari somali nei cui confronti è stata sospesa l'erogazione dei servizi, in particolare l'erogazione del poket money, a causa di ripetuti provvedimenti disciplinari. Resta però l'erogazione del servizio di vitto e alloggio.

Negli ultimi anni, problematica è stata anche l'ipotesi di allontanamenti coatti, pochissimi nella realtà di Villa Pieragnoli, perlopiù arginati da cause esogene nonché politiche. In ogni caso la tutela e la disposizione di eventuali revoche delle misure di accoglienza è di competenza esclusiva del Prefetto, che, con un proprio decreto motivato, dispone la cessazione e la revoca dal progetto in casi di particolare gravità. Alcuni tra i presupposti per i quali si procede alla revoca dell'accoglienza di un titolare di protezione internazionale/umanitaria sono quelli richiamati dal Manuale dello SPRAR: l'allontanamento ingiustificato (salvo il verificarsi di eventi di forza maggiore o di caso fortuito) che comporta l'abbandono volontario dell'accoglienza all'interno del progetto territoriale; la violazione grave o ripetuta delle regole del progetto di accoglienza; la messa in atto di comportamenti gravemente violenti, nei confronti di persone e beni.

Come si esce dal progetto?

Così come previsto dal Manuale Operativo dello SPRAR, il termine del percorso di accoglienza può avvenire per i seguenti motivi:

L'uscita dal progetto di accoglienza deve essere registrata nella Banca Dati del Servizio Centrale, specificando le cause che l'hanno determinata. Nel caso in cui si verifichi l'uscita per inserimento socio-economico, l'operatore è tenuto a compilare nel data base i campi corrispondenti ai dettagli dell'uscita, inserendo le informazioni richieste sulle motivazioni specifiche relative al percorso di autonomia che il beneficiario si appresta a intraprendere (eventuale luogo di trasferimento, opportunità lavorative e abitative, reti sociali e familiari di riferimento, ecc.) e sui servizi erogati al termine dell'accoglienza (contributo, tipologia, fascia di importo). In questo modo è possibile tracciare e mappare il percorso d'inserimento socio-economico dei beneficiari usciti dallo SPRAR.

Nel caso più concreto della realtà di Villa Pieragnoli, abbiamo già avuto modo di evidenziare gli ostacoli e le difficoltà che i beneficiari incontrano nel dover affrontare un percorso di uscita dal progetto. Lo testimonia la durata del progetto, che supera ogni proroga temporale ed eccezionale, ma, come ribadito dagli stessi operatori, questa difficoltà è avvalorata dal fatto che anche quando i soggetti hanno acquisito una stabilità economica e costruito una rete amicale sul territorio, questi ultimi tendono a procrastinare la loro uscita. Paura? Incertezza? Non possiamo dare risposte esatte e generalizzate. Ogni percorso ha un nome, ed ogni nome un vissuto, anche all'interno dello SPRAR.

Tuttavia, per l'annualità 2014 è stato possibile tracciare un quadro sul numero di beneficiari usciti dal progetto e sulle motivazioni poste alla base dei vari percorsi di uscita.

Nel grafico riportato di seguito si evince che il dato maggiore si registra nella voce "abbandono" (35%), seguito dalla voce "fine progetto", con cui si indica l'espletamento di tutti i servizi previsti dalla rete SPRAR (27%). Una percentuale certamente non sottovalutabile è invece quella relativa ai percorsi di uscita per "inserimento socio-economico", che riguarda il 23% degli ospiti.

Note

1. Denuncia racchiusa in una sentenza del Tar di Darmstadt in Germania, che ha impedito il rinvio di una richiedente asilo somala dalla Germania all'Italia, in quanto l'Italia non garantirebbe gli standard minimi previsti dall'Unione in tema di trattamento dei richiedenti asilo, ma anzi si ravviserebbe il rischio di trattamenti inumani vietati dalla Carta europea dei diritti fondamentali.

2. Si veda a questo proposito Report of the third European Conference on the integration of Refugees, Commissione Europea, Novembre 1999, p. 20.

3. C. Hein in "Prefazione alla ricerca sperimentale sul livello d'integrazione dei titolari protezione internazionale presenti da almeno tre anni", Le strade dell'integrazione, Giugno 2012, p. 6.

4. Ibidem, p.11.

5. A. Traina, Comoedia. Antologia della palliata, CEDAM, Padova 2005, p. 9.

6. Comunicazione della Commissione al Consiglio, al Parlamento europeo, al Comitato economico e sociale europeo e al Comitato delle regioni su immigrazione, integrazione e occupazione, 3 giugno 2003, COM(2003), p. 19, come riportato in La tutela dei diritti previdenziali, W. Chiaromonte (a cura di), tratto da G. Caggiano I percorsi giuridici per l'integrazione: migranti e titolari di protezione internazionale, Giappichelli, Torino 2014.

7. F. Belvisi, "Diritto e integrazione sociale: la teoria delle istituzioni", in E. Santoro (a cura di), Diritto come Questione Sociale, Giappichelli, Torino 2010, pp. 28-45.

8. La ricostruzione dei dati, del sistema SPRAR di Villa Pieragnoli vede il fondamentale impegno della Sign.ra Anna Maria Tedde, Responsabile del centro, e di alcuni degli operatori che ivi lavorano, in particolare l'operatrice Martina Tulumiero dell'area "Integrazione".

9. "In seguito alla perdita forzata della propria casa si può essere preda di un disorientamento nostalgico. L'etimo di "nostalgia" ci rimanda al dolore (algos) per il ritorno (nostos), che, nel caso dei richiedenti protezione internazionale non è più possibile". R.K. Papadopoulos, L'assistenza terapeutica ai rifugiati. Nessun luogo è come casa propria, Magi Edizioni, Roma 2006, pp. 58-60.

10. È del 9 ottobre 2015 l'intervento dell'assessore Funaro, del Comune di Firenze, in cui ha ribadito l'impegno di dare continuità ai progetti integrativi attualmente attive per la categoria dei soggetti vulnerabili, oltre che continuare a lavorare sempre in più sinergia con l'Azienda sanitaria affinché i percorsi per le persone più fragili siano supportati da professionalità interne alla stessa Azienda.

11. Si tratta di progetto promosso nel 2010 dal Comune di Firenze a seguito di un accordo settennale con il Ministero dell'Interno, finalizzato alla realizzazione, nella città di Firenze, di un sistema di accoglienza volto a promuovere attività di sostegno e di facilitazione ai percorsi d'integrazione socio-economica nel territorio della suddetta categoria di cittadini stranieri.

12. Dato riportato dalla responsabile Anna Maria Tedde che riveste tale qualità nel centro da più di dieci anni.