ADIR - L'altro diritto

ISSN 1827-0565

Introduzione

Giulia Fabini, 2011

Questo lavoro nasce da una forte esigenza di trovare un perché, una spiegazione al paradosso di certe politiche migratorie che appaiono tanto afflittive nei confronti dei singoli soggetti quanto inefficaci a livello del fenomeno migratorio nel suo complesso, e anzi costose e dannose all'interno del sistema in cui agiscono.

Tali politiche vengono spesso lette come il risultato di un complesso intreccio di interessi economici e politici. Così nella tesi wacquantiana per cui, a volerla riassumere e in parte semplificare: vi è una classe di persone, fondamentali per il sistema economico, che per essere sfruttate vengono criminalizzate, incapacitate, incarcerate. All'interno del circuito politico e mass-mediatico vengono descritte da un lato come criminali, facendone così la causa di un sentimento di paura diffuso, dall'altro come parassiti, favorendo un clima di disprezzo nei loro confronti tale da giustificare l'utilizzo di certe politiche repressive. Quello in atto sarebbe un vero e proprio meccanismo di criminalizzazione, utile alla diffusione di un sentimento di paura a livello del tessuto societario e alla contestuale nascita di uno "stato penale" che, di fronte alla percezione di insicurezza diffusa, può ergersi a protettore dai rischi della vita urbana e ritrovare così il fondamentale principio di legittimazione e consenso messo precedentemente in crisi dall'erosione dello stato sociale.

Non voglio certo qui affermare che tale lettura sia priva di fondamento. Anzi, ritengo tali meccanismi di criminalizzazione e sfruttamento tristemente e manifestamente presenti in gran parte delle società odierne. Tuttavia, è questa una tesi che mi affascina ma che non mi convince del tutto, poiché mi sembra non sia in grado di fornire una spiegazione esaustiva ai fenomeni che cerchiamo di comprendere nel momento in cui non si voglia avvallare l'ipotesi della macchinazione, del complotto, del piano preordinato. Ma non solo per questo: se da un lato è vero che il regime del controllo delle migrazioni in atto in Italia produce una underclass di migranti regolari e irregolari, da poter utilizzare come manodopera malpagata, sfruttabile e ricattabile all'interno del mercato del lavoro (1) (fattore questo che costituisce una grande ricchezza per il sistema produttivo italiano nel suo complesso), dall'altro è ugualmente vero però che quello stesso meccanismo costituisce un costo non indifferente: si pensi ai costi di una macchina repressiva in termini polizia, telecamere, sistemi di sorveglianza, carceri, sistema giudiziario (costi non solo economici, ma anche sociali e d'immagine). Una spiegazione dell'attuale stato di cose che focalizzi l'attenzione unicamente sul fattore economico non riesce a dar conto della complessità del fenomeno, ci dev'essere dell'altro.

Al fine di raccogliere un maggiore numero di elementi attorno cui ragionare, ho rivolto lo sguardo a quelle dinamiche che potessi osservare direttamente, che per me ha significato guardare ai micromeccanismi attraverso cui il controllo dell'immigrazione in Italia avviene. Mi sono allora concentrata nel tentativo di comprendere come la polizia agisce nel momento in cui è chiamata ad applicare la normativa sull'immigrazione, in particolare nel frangente del controllo dell'immigrazione irregolare. La polizia infatti sarebbe quell'istituzione chiamata ad applicare la legislazione, ma, come emergerà dalla ricerca, quanto scritto su carta è ben diverso da quanto accade nel campo del reale. Capire quali decisioni la polizia prende nel momento in cui deve agire, secondo che logiche ragiona, quali sono le valutazioni che muovono il suo operato, capire insomma come si muove nell'ambito del controllo dell'immigrazione, ovvero capire come questo controllo avviene effettivamente: ho ritenuto che ciò potesse far luce sulle logiche di controllo effettivamente in atto che altrimenti sarebbero rimaste celate.

Al fine di indagare sotto l'apparente (o reale) schizofrenia di politiche migratorie tanto costose quanto di incerta e dubbia utilità ho ritenuto necessario ancorare il perché ad un come, e sfuggire così alla pura teorizzazione -che per quanto affascinante possa essere rimane un'idea- rendendo più solida non solo l'analisi, ma anche la critica. La riflessione che porto avanti da tempo infatti è una riflessione politica. E ciò non equivale a dire, si badi bene, che il lavoro in sé sia ideologico, ma semplicemente che tentare di comprendere la natura profonda dei meccanismi in atto è per me uno strumento, e non il fine.

Svelare la distanza tra la legislazione e la prassi fa sì che le profonde contraddizioni insite nei meccanismi di controllo emergano con più evidenza, e permette anche di mostrare che l'effettivo meccanismo di controllo dell'immigrazione irregolare è anche l'effetto delle logiche di polizia. E attorno ad esse, a mio parere, vale davvero la pena ragionare.

Il presente lavoro si sviluppa in cinque capitoli. Ognuno di essi si concentra su un aspetto in particolare (si va dall'emergere della domanda di sicurezza in Italia, al diritto penale del nemico, allo studio delle pratiche di polizia, all'indagine dei tratti "tipici" dell'ordinamento giuridico italiano dall'origine), secondo uno schema che rassomiglia ad un puzzle all'interno del quale ogni tassello è nello stesso ordine d'importanza per la costruzione dell'immagine finale. E ognuno di essi è indispensabile alla comprensione dell'altro.

Nel primo capitolo si analizzerà l'emergere in Italia della "questione sicurezza". Ciò avviene negli anni Novanta, contestualmente ad una crisi istituzionale e politica senza precedenti, in seguito alla quale una classe politica ritrova la legittimazione perduta nell'ergersi a protettrice dalle nuove paure, mentre la popolazione riversa il proprio bisogno di ordine nella domanda di sicurezza. La questione sicurezza in Italia assume ben presto le fattezze di "un'emergenza immigrazione clandestina", le cui retoriche sono figlie di quelle sulla criminalità diffuse negli Stati Uniti a partire dalla metà degli anni Settanta, contestualmente a una grande rivoluzione neoliberista e neoconservatrice.

Far luce su come le retoriche sulla criminalità si sono sviluppate negli Stati Uniti (e in Inghilterra) negli anni settanta mi permetterà di mettere in luce i tratti di somiglianza con quanto invece è successo in questo paese. Una precisazione: in Italia sono due i piani sui quali si gioca a mio parere il controllo dell'immigrazione, ovvero il diritto e le pratiche di polizia, ragion per cui l'analisi si è soffermata su entrambi.

Il secondo capitolo tratterà del diritto penale del nemico. Da un lato, infatti, le torsioni del diritto riscontrabili nella normativa sull'immigrazione vigente potrebbero essere spiegate come l'avvento di questo all'interno della legislazione italiana, dall'altro, il diritto penale del nemico, come sostiene Krassmann (2007), sembra essere il risultato dell'entrata della tematica della sicurezza all'interno di un ambito, quello del diritto, a cui essa in origine non appartiene.

L'elemento di criticità del diritto penale del nemico sta nel fatto che apre alla possibilità di un annientamento -regolato per legge- del soggetto individuato come nemico, il quale, una volta trasformato in non-persona, può essere "combattuto" con i mezzi della guerra, senza che per questo si esca dai binari di ciò che è conforme al diritto. In questo senso rappresenta l'eccezione che si fa regola.

A questo capitolo seguirà un'appendice teorica, nel corso della quale verranno approfonditi gli aspetti più spiccatamente filosofici che una concettualizzazione teorica del genere solleva: in essa mi interrogo sul rapporto tra guerra e diritto, tra norma ed eccezione, tra diritto e politica e tra legalità e legittimità, tutte relazioni che il diritto penale del nemico contribuisce a confondere e ridefinire.

Nel terzo capitolo saranno invece trattate le pratiche di polizia: prendendo in considerazione la sociologia americana della polizia verranno presentate le teorie di Egon Bittner, con particolare attenzione al concetto di "limitata rilevanza della colpevolezza", di Harvey Sacks sul "come il poliziotto riconosce i criminali" e la teoria dei "reati normali" di David Sudnow . Tra le caratteristiche di questa particolarissima istituzione, ci si concentrerà anche sulla discrezionalità del potere di cui dispone, e sulla probabilità che esso detiene di incappare in catene dello stereotipo e del pregiudizio. Sulla scia della teoria di Salvatore Palidda si definirà la polizia come quell'istituzione preposta non a stabilire l'ordine, ma a mantenere il disordine entro determinati livelli di tollerabilità. Dunque come un'istituzione che applica determinate "regole del disordine". Infine ci si concentrerà su come la questione sicurezza, con l'avvento delle politiche di tolleranza zero, abbia modificato anche questo ambito, e abbia condotto verso una rinnovata importanza della dimensione locale rispetto a quella statale, dimensione entro la quale si fa più stretto il legame tra lamentele dei cittadini e azione delle forze di polizia.

Nel quarto capitolo si riproporrà il diritto penale del nemico in relazione all'esperienza italiana. L'ipotesi è che la legislazione sull'immigrazione abbia trovato in certe peculiarità del diritto italiano un terreno fertile per esprimersi come diritto penale del nemico. In effetti uno specifico diritto dei tipi d'autore è presente nell'ordinamento della penisola a partire dal lontano Regno Sabaudo, in cui è costante il riferimento a oziosi, vagabondi e zingari. Il nostro ordinamento accoglie altresì una lunga tradizione di "leggi eccezionali" emanate per rispondere a situazioni dichiarate "di emergenza", tradizione iniziata con la legge Pica emanata in occasione della cosiddetta "emergenza brigantaggio". E' inoltre tutto italiano il peculiare intreccio di diritto penale e normativa di Pubblica Sicurezza elaborato come soluzione per il necessario controllo delle "classi pericolose", in una sorta di collaborazione tra diritto penale e pratiche di polizia grazie alla quale diviene possibile in alcuni frangenti tralasciare le garanzie che invece il diritto riconosce a tutte le persone. Tutti questi elementi avrebbero contribuito alla costruzione di uno strano sistema di contrasto dell'immigrazione irregolare, giocato su ambo i piani del diritto, quello amministrativo e quello penale, mentre si realizza la sovrapposizione tra criminale e migrante irregolare, e tra questo e il nemico. In linea con le riflessioni di Angelo Caputo e Livio Pepino parleremo di un diritto penal-amministrativo in relazione alla normativa sull'identificazione e l'espulsione dello straniero irregolare, denominandola "diritto speciale dello straniero".

Il quinto capitolo infine presenterà la ricerca empirica, volta ad indagare il modo in cui il controllo dell'immigrazione irregolare si sviluppa concretamente nelle dinamiche dell'interazione tra migranti e polizia. Tale ricerca si baserà su di una serie di interviste condotte sia verso migranti che verso i poliziotti. Tra le forze di polizia si intervisterà quella municipale, da un lato considerando il suo agire come rappresentativo di quello delle altre forze di polizia in questo particolare ambito, dall'altro tenendo ben presente la sempre maggior rilevanza che la dimensione locale e quindi la polizia municipale sta acquisendo nell'ambito della risposta alla domanda di sicurezza proveniente dalla cittadinanza. Nella rielaborazione dei dati raccolti ci si avvarrà della sociologia della polizia presentata nel secondo capitolo, mentre del diritto penale del nemico si prenderanno in considerazione solo i tratti più significativi ai fini dell'analisi. In particolare verrà sottolineata l'importanza dell'apporto simbolico del diritto penale del nemico nel meccanismo di deprivazione dei diritti a cui i migranti, i nuovi nemici, sono sottoposti nel nostro paese.

Le logiche che muovono l'operato della polizia nel controllo dell'immigrazione irregolare in Italia saranno la base delle ipotesi conclusive, che faranno luce su un eterno meccanismo di disciplinamento in atto, il quale, guardando da vicino al diritto e alle pratiche di polizia, si palesa in tutta la sua dimensione reale.

Sono tante le persone a cui vanno i miei ringraziamenti, e senza l'aiuto delle quali la realizzazione di questo lavoro non sarebbe stata possibile. Innanzitutto a Dario Melossi, per la pazienza e l'attenzione con cui in questo anno e mezzo mi ha seguita, per i fondamentali consigli bibliografici e per la costanza con cui ha ricondotto la mia attenzione verso il concreto svolgersi dei fatti ogni volta che mi slanciavo in letture forse "troppo ideologiche". Ad Alvise Sbraccia, per la disponibilità, per alcune notazioni illuminanti e per l'incoraggiamento (anche per la parola "grimaldello"). A Gustavo Gozzi, correlatore di questa tesi, per l'interesse da subito dimostrato per questo lavoro. A Giuseppe Campesi, per l'aiuto nella difficile iniziale definizione dell'impianto teorico. Poi devo ringraziare tutti quelli che mi hanno aiutato nelle interviste e nel tentativo di capirci qualcosa di questo complesso universo che è la polizia in generale e in Italia in particolare: Cosimo Braccesi, Marina Pirazzi, Rita Parisi, Rossella Selmini, il comandante Carlo di Palma, l'ispettore Piergiorgio Nassisi e l'ispettore Giuseppe Dinapoli. Poi un grazie particolare alla S.I.M. (scuola di italiano con migranti), dove ho condotto parecchie delle interviste ai ragazzi migranti, a Emanuele e Davide, per l'amicizia e per i contatti con il coordinamento migranti di Bologna.

Un pensiero forte voglio dedicarlo a Monica e Elvira, insostituibile e irrinunciabile presenza di questi mesi di tesi, e a Marco che ha saputo sopportarci e supportarci. A tutte quelle "anime belle" che hanno attraversato viale Oriani 40, e quelle che per nostra fortuna continuano a frequentarla, tutti lasciando molto di sé. E nostalgicamente al collettivo s.p.a. e a tutti quelli che in un momento o in un altro ne hanno fatto parte, e dove tutto è iniziato. E poi alla mia famiglia, alla sua meravigliosa pazzia e al suo insostituibile calore. E grazie anche alle molte conversazioni su Foucault, su Schmitt, sullo stato d'eccezione, su Agamben, sui paradossi di questo paese, sui "massimi sistemi", sulle tecnologie di potere e sulle strategie di resistenza e di azione, e alle molte conversatrici e ai molti conversatori. Grazie a chi s'è letto le mie bozze. Grazie all'imprevedibilità di quest'anno, e grazie in generale per la bellezza.

Note

1. Una descrizione molto accurata di come ciò avviene la si trova in Calavita K. (2005), Immigrant at the margins: law, race, and exclusion in Southern Europe, Cambridge University Press, Cambridge.