ADIR - L'altro diritto

ISSN 1827-0565

Capitolo II
I fenomeni della pedofilia

Silvia Furfaro, 2004

Sento i bambini piangere, li guardo crescere, impareranno molto più di quanto io potrò mai imparare. E penso tra me stesso, che mondo meraviglioso. Louis Armstrong, What a wonderful world

1. La violenza presunta ma negata

Nei casi di violenza sessuale, si parla, tradizionalmente di «violenza presunta», ma siccome la mancanza di consenso nei vari casi contemplati dal legislatore, non corrisponde all'id quod plerumque accidit, alcuni scrittori affermano che non si tratta di presunzione, bensì di una vera e propria finzione nell'interesse dell'ordinamento giuridico (1).

Il concetto con cui i sostenitori della cultura pedofila giustificano gli atti sessuali con minori, si basa proprio sul consenso (o dissenso) che questi dovrebbero essere liberi di esprimere. La legge però, considera privo di ogni valore il consenso eventualmente prestato da persone che sono in una situazione di inferiorità rispetto all'agente o per le loro condizioni fisiche o psichiche ovvero per il rapporto di soggezione che ad esso lo lega. Tali persone, hanno bisogno di una speciale protezione e, perciò, l'atto sessuale dell'agente è sempre e comunque una violenza (2).

La cultura pedofila però, esiste, così come esistono realtà assurde, impensabili, con una rete di giustificazioni che fa pensare ad una genialità latente che si sfoga in follia, perversione. Un esempio blasfemo: nel dossier di Telefono Arcobaleno figurano varie associazioni pedofile, tra cui Chiesa pedofila cristiana dove Dio è considerato un amante dei bambini. Questa "Chiesa" ha creato un sito (canadese) dove «si prega Dio per aver concesso delle relazioni intense con i minori». (3) Ed ancora, (grazie agli operatori di Telefono Arcobaleno), è stato scoperto un sito di donne pedofile. Lo slogan è «Siamo donne pedofile e amiamo i bambini» e il sito Internet contiene testimonianze e discussioni in ordine alla rivendicazione del diritto di poter vivere esperienze di relazioni d'amore e sessuali con i bambini. Sembra che l'associazione sia guidata da una 37enne belga, sposata con figli, e una olandese 46enne anch'essa coniugata. Secondo don Di Noto, le donne cercano ragazzini in modo da ottenere il duplice risultato di soddisfare lo spirito materno e le esigenze sessuali femminili. (4)

Ma non solo, poiché il rapporto sessuale con un ragazzo preadolescente è fisicamente difficile, le donne pedofile, utilizzerebbero ormoni o droghe che iniettati nei testicoli di bambini di 6-7 anni, permetterebbero che l'unione sessuale avvenga con il pieno soddisfacimento. Nonostante si sappia poco sulle conseguenze di queste iniezioni, sembra che il minore, a causa di un trattamento ormonale col fine di provocare l'ingrossamento del pene, rischi la propria vita. (5) In rete troviamo diversi sostenitori della pedofilia, che utilizzano Internet in tre direzioni soprattutto:

  1. la prima riguarda un'attività di propaganda ideologica, svolta presso i siti ed i newsgroup gestiti da associazioni ufficiali di pedofili;
  2. la seconda concerne siti che ospitano materiale pornografico, messaggi e esposizioni di esperienze da parte di utenti pedofili;
  3. La terza si sviluppa in siti e newsgroup riservati, con comunicazioni spesso in codice relative allo scambio ed al commercio di materiale pornografico particolarmente spinto, di informazioni utili a chi desidera praticare turismo sessuale, sino a giungere a vere e proprio forme di adescamento e di sfruttamento della prostituzione minorile.

Le principali associazioni, presenti anche su Internet, sono, in Europa, la DPA (Danish Pedophile Association) e, negli Stati Uniti, il PLF (Pedophile Liberation Front) e ancora la NAMBLA (North American Man-Boy Love Association), accanto ad altri gruppi, operanti in viari Paesi per attuare "una riforma sessuale radicale".

1.1. Dal Pedophile Liberation Front a Danish Pedophile Association

Disapprovo ciò che dici, ma difenderò alla morte il tuo diritto di dirlo. Voltaire

Intorno al 1997, si cominciò a sentir parlare del sito pedofilo che sconvolse l'opinione pubblica, rivolgendo una lettera ai bambini dove spiegava chi è un pedofilo e che, se avessero avuto relazioni sessuali con uno di loro, non avrebbero dovuto dire nulla a nessuno. Il delirante invito è stato definito da Montefiori una «vera e propria opera di "contro informazioni" nei confronti dei più piccoli, affinché ignorino gli avvertimenti dei genitori e gli inviti alla denuncia degli abusi». (6) La lettera, pubblicata dal «Manifesto del Fronte di liberazione dei Pedofili» iniziava così:

Puoi dire di no, ma puoi dire di sì.

Probabilmente qualcuno ti ha detto che "puoi dire di no". Forse ti avranno spiegato cosa significava: se qualche adulto ti chiede di fare delle "cose", non devi farle. (7)

Il messaggio tenta di far capire ai bambini che alla possibilità di dire di no a certe situazione, corrisponde la scelta di un si, a prescindere da ciò che gli adulti suggeriscono, perché si tratta di un diritto, il diritto di scegliere come e con chi divertirsi. La lettera invita i bambini a non rivelare a nessuno quello che loro decidono di fare con gli amici adulti, perché questo significherebbe «mandare in prigione l'amico (o l'amica) e rovinargli la vita» e quindi, prima di correre tale rischio e poi pentirsi, invita i bambini a chiedersi se il loro amico si merita di essere punito, di «andare in prigione». Senza considerare che, una volta rivelato questo segreto, per il bambino si prospettano mesi di "terapia".

Il concetto di terapia che si trova nella lettera corrisponde alla minaccia per il bambino, di essere sottomesso a qualcuno che cercherà di convincerlo che tutto quello che ha fatto con il suo amico è stato una cosa orribile, e che il suo amico stesso è una persona orribile. Da qui, l'autore della lettera consiglia al bambino di dire di sì alla svelta, o «non la smetteranno mai di darti delle medicine per calmarti, per guarirti, perché sarai considerato una persona malata». Lo scritto contiene anche una definizione del pedofilo, considerando tale colui che è sessualmente attratto dai bambini, a cui piace essere molto affettuoso e abbracciarli con amore, a cui piace procurare piacere toccando le parti intime dei bambini e facendosi a sua volta toccare. Il messaggio si conclude con una domanda: «Se hai la possibilità di sentirti bene, perché avere paura?». (8)

La lettera è firmata "TheSlurp", soggetto che fu accusato di apologia di reato e condannato, ottenendo poi la libertà con il patteggiamento della pena. Oggi sembra scomparso, mentre il sito (che fu oscurato), non è scomparso definitivamente dal web perché ChildLove.org ha provveduto a rimetterlo in piedi come testimonianza della lotta per i diritti dei pedofili. Testimonianza gridata a gran voce anche dal fondatore del sito Danish Pedophile Association, versione italiana, che in tutti i suoi scritti a sostegno della cultura pedofila, si firma solamente P. (9).

Da qualche mese il sito è stato oscurato a seguito di un'indagine della Polizia Postale e delle Comunicazioni di Catania che si è conclusa con un'ordinanza di applicazione delle misure cautelari degli arresti domiciliari per l'autore del sito e del sequestro preventivo tramite oscuramento del sito stesso, emessa dal Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Caltagirone (Catania), Dott. Salvatore Acquilino (10).

La richiesta per l'applicazione delle misure cautelari, è stata proposta dal Pubblico Ministero, Dott. Onofrio Lo Re, secondo il quale, le azioni dell'indagato integrerebbero le seguenti fattispecie di reato:

  1. art. 414 c.p., per avere pubblicamente fatto apologia dei delitti contro la personalità individuale e contro la libertà personale dei minori e, in particolare, del delitto di pornografia di cui all'art. 600 ter n. 3-4 e art. 609 quater c.p. realizzato tramite la pubblicazione, sulla rete Internet di:

    scritti e immagini per sostenere la liceità dei comportamenti previsti nei reati indicati e per favorirne la diffusione con messaggi, dialoghi e interviste: "racconti di pedofilia", "esperienze pedofile", un test - "Sei pedofilo?" (11) - ispirato da finalità di proselitismo all'adescamento di minori di anni 18; inviti all'emulazione esortazione a "toccare i bambini", inviti a collegarsi con importanti siti e così via dicendo; dissertazioni (12).

  2. art. 600 ter n. 3 c.p. per avere divulgato su rete Internet scritti e immagini finalizzate allo sfruttamento sessuale di minori aventi il contenuto riportato sopra al n. 1).

Inoltre, visto che le divulgazioni e l'apologia sono state effettuate tramite un sito web, visto che le modalità e le circostanze dei fatti-reato denotano una spiccata pericolosità sociale dell'indagato, Lo Re ritiene probabile la reiterazione di analoghi comportamenti delittuosi, tanto da chiedere il sequestro preventivo mediante oscuramento, del sito web gestito dall'indagato.

Il G.I.P. ha ritenuto sussistenti gravi indizi di colpevolezza a carico dell'autore del sito in ordine ai reati indicati dal Procuratore della Repubblica, ed ha disposto la misura cautelare degli arresti domiciliari e il sequestro preventivo tramite oscuramento del sito.

Prima di effettuare una qualsiasi riflessione, occorre chiarire il concetto di apologia di delitto. Una sentenza della Corte di Cassazione del 1970 (13), ha dichiarato che non è punibile ai sensi dell'art. 414 c.p., la pura e semplice manifestazione di pensiero. È punibile quella che per le sue modalità integra un comportamento concretamente idoneo a provocare la commissione di delitti trascendendo la pura e semplice manifestazione del pensiero. Il reato di cui all'art. 414 c.p. richiede, dunque, un «pericolo concreto» (14), ed è punibile solo se le modalità con cui si «diffondono dottrine promuoventi l'abbandono di norme incriminatrici, manifestano una forma di suggestione e di persuasione tali da poter stimolare nel pubblico, la commissione di altri delitti del genere di quello oggetto della apologia e dell'istigazione» (15). Di conseguenza, l'«apologia, cioè l'esaltazione di un fatto o del suo autore finalizzata a spronare altri all'imitazione o almeno ad eliminare la ripugnanza verso il fatto o il suo autore, non è di per sé punibile, a meno che per le su modalità non integri un comportamento concretamente idoneo a provocare la commissione di delitti»» (16).

Inoltre, per concludere l'analisi dell'art. 414 c.p. occorre chiarire che l'elemento soggettivo del reato previsto dall'ultimo comma dell'articolo, si identifica nel dolo generico e nella cosciente volontà di commettere il fatto in sé, con l'intenzione di fare l'apologia di uno o più delitti (17).

Partiamo dal presupposto che il soggetto di cui stiamo parlando è senz'altro uno dei massimi ideologi della pedofilia On Line in Italia. Sul suo sito Internet, il Danish Pedophile Association, gestito dal Webmaster olandese, l'indagato aveva inserito una serie di trattati che giustificavano i rapporti sessuali tra adulti e bambini che, sosteneva, «aiutano la crescita sessuale del minorenne perché lo rendono più sicuro facendolo maturare prima». Nei suoi deliri, se così vogliamo chiamarli, ripeteva più volte, che condizione necessaria al rapporto è la «non violenza», perché «occorre assolutamente che i bambini siano consenzienti». Nel sito c'era anche un Forum per i promulgatori della bontà dei rapporti sessuali tra adulti e minorenni, qualche critica alle trasmissioni televisive che facevano dibattiti invitando soltanto i rappresentanti di "una parte" (gli anti-pedofili), e alcuni Link d'accesso agli indirizzi Internet di analoghe associazioni pro-pedofilia esistenti negli Stati Uniti, in Danimarca, in Olanda, dove sono legalmente riconosciute.

Nell'ordinanza di applicazione della misura cautelare emessa dal Giudice per le Indagini Preliminari, non si parla mai di fotografie o filmati pedo-pornografici, evidentemente non trovate a seguito della perquisizione compiuta nell'abitazione dell'indagato, tutta la questione quindi ruota intorno a pensieri.

Il punto dunque, è quello di stabilire se tali pensieri siano o meno concretamente idonei a «stimolare la commissione dei delitti oggetto dell'apologia», siano o meno punibili. Il Dott. Onofrio Lo Re e il Dott. Salvatore Acquilino, sembrano non avere dubbi: è chiaro il contenuto illecito degli scritti e delle immagini pubblicati su Internet, Lo Re, in particolare, ritiene «che il ricorso ad argomenti di sapore culturale e giuridico per sostenere la liceità della divulgazione delle informazioni pedo-pornografiche, costituisce un insidioso e mistificatore tentativo dell'indagato di celare la natura delittuosa dei propri comportamenti, del tutto destituito di fondamento».

Ma come essere tanto sicuri che il contenuto del sito non sia altro che "l'esaltazione di fatti finalizzata a spronare altri all'imitazione" o anche solo parole volte ad "eliminare la ripugnanza verso il fatto", non punibili secondo quanto stabilito dalla Corte di Cassazione? (18).

Ho avuto occasione di studiare in modo dettagliato quanto contenuto nel sito e posso assicurare che non c'erano fotografie di nessun tipo, non c'erano altro che parole, racconti, ribadendo spesso e volentieri che non si parla di pedofilia nel vero senso della parola quando si ha a che fare con atti violenti, denunciati dall'autore del sito, che offre una chiara differenza tra pedofili "buoni" che amano i bambini, anche dal punto di vista sessuale con il loro consenso, e pedofili "cattivi", che non li amano davvero, che non li rispettano e che li costringono a fare cose che non vogliono pensando solo al sesso senza provare amore. Condanna i pedofili "cattivi", si dichiara pedofilo "buono" ed anche se dal punto di vista moralistico è anormale, parla sempre e solo di amore.

E di consenso, quel consenso che secondo lui ai bambini dovrebbe essere data la facoltà di esprimere. Il fondamento su cui si basa tutta la "cultura pedofila" infatti è nel concetto di consenso dei minori di diciotto anni, che obiettivamente ad una certa età, secondo me, è pienamente inteso e potrebbe essere voluto. Non è così tanto assurdo quindi, prendere, quanto meno in considerazione, un'analisi del genere.

Certo, molti continuano a pensare al minore come un oggetto, per cui è chiaro che certe idee non siano degne di essere nemmeno pensate, figuriamoci formulate e difese. Ammetto che l'indagato possa aver avuto un comportamento moralmente riprovevole dicendo che ai bambini dovrebbe essere riconosciuta la libertà di decidere, raccontando storie di rapporti d'amore e di sesso con adulti (nemmeno poi troppo volgari), ma non credo che dovrebbe essere giuridicamente punito per questo.

In Italia, oltretutto, la Costituzione garantisce la libertà di manifestazione del pensiero (art. 21 Cost.). In una democrazia degna di questo nome, tutti dovrebbero essere liberi di esprimersi, di dire ciò che pensano anche se non trovano il consenso popolare, anche se fanno venire i brividi. Si chiama appunto, libertà d'opinione.

E non solo è un diritto, ma è anche grande opportunità di crescita, perché, come disse Che Guevara «o siamo capaci di sconfiggere le idee contrarie con la discussione, o dobbiamo lasciarle esprimere. Non è possibile sconfiggere le idee con la forza, perché questo blocca il libero sviluppo dell'intelligenza». (19)

1.1.1. Cosa conteneva il sito oscurato

La storia dell'associazione Danese, iniziò nel 1983 in quanto parte del gruppo interno della LBL (associazione gay e lesbica danese). L'associazione divenne autonoma nel 1985, ricevendo una sorta di "legittimazione ufficiale" nel 1994, quando due dei suoi rappresentanti furono invitati ad una riunione della Commissione Giustizia del Parlamento danese che esaminava una proposta di legge sulla pornografia infantile.

Il sito Internet dell'associazione, chiamato appunto Danish Pedophile Association, tradotto anche in italiano, aveva lo scopo di «far conoscere ciò che realmente è la pedofilia da parte di chi la conosce».

L'autore del sito puntava molto l'accento sul concetto di amore nei confronti dei bambini, dichiarando di innamorarsi di loro come gli "antipedofili", come ama definirci lui, si innamorano degli adulti. E per spiegare bene il concetto, si prestava a raccontare le sue esperienze in lunghe esposizioni sul sito, dove dichiarava di essersi sempre innamorato di bambine (nonostante preferisca i bambini sia dal punto di vista emozionale che fisico) e sempre molto piccole (a 20 anni si innamora di una bimba, figlia di amici dei suoi genitori, di 3 anni dalla quale dice di aver ricevuto il primo "vero" bacio sulle labbra). Sosteneva di aver vissuto amori intensi, profondi e soprattutto reciproci, fatti di sguardi ammalianti e di tecniche di seduzione che lo avevano reso «innamoratissimo e felicissimo» (20). Nei lunghi e talvolta sconclusionati discorsi, P. non parlava mai di sesso, né accennava di aver avuto rapporti sessuali con i bambini. Ed è significativo il fatto che si dichiarasse felice anche solo nel vederli, se ciò che scriveva corrisponde a verità, si potrebbe pensare che amava davvero i bambini e che quindi non avrebbe mai usato violenza su di loro, anche se non si rendeva probabilmente conto che le bambine con cui dice di aver vissuto storie d'amore non provavano quello che provava lui, o comunque provavano una forma di amore diverso dal suo. La home page del sito era suddivisa in Indice, Generalità e dibattito, Domande più frequenti, Documentazione e riferimenti ad altri link inglesi. In particolare, si trovava una personalizzata interpretazione dei pedofili:

Persone che si sentono sessualmente e sentimentalmente attratte dai bambini. Tanto le donne che gli uomini possono essere pedofili; certi pedofili preferiscono bambini in un determinato gruppo di età, mentre altri hanno preferenze più flessibili. Certe persone provano attrazione (quasi) esclusiva per i bambini, mentre altre persone sono attratte anche dagli adulti.

Persone la cui esistenza è resa molto difficile dal rifiuto societario attuale (sempre secondo gli autori del sito), che si sentono di conseguenza costretti ad indossare una maschera per evitare l'isolamento sociale, il linciaggio morale e che spesso trovano sfogo nell'alcool e nella disperazione.

Nel sito si evinceva chiaramente come i pedofili si considerano oggetto di persecuzione perché, secondo loro, l'impatto emotivo connesso alla protezione dei bambini è stato talmente forte, che i vari gruppi ed organizzazioni che combattono l'abuso sessuale hanno ottenuto un spropositato successo negli ultimi anni, tanto da cancellare sfumature e da degradare l'ammirevole scopo originario, ad un livello di isteria e caccia alle streghe. Addirittura, capitava spesso nel sito, di leggere accuse rivolte al legislatore che, nel promulgare le leggi «non ha la forza di agire razionalmente, poiché deve piegarsi alle pubbliche richieste, propagandate dai Mass-Media, con il risultato di produrre leggi sempre più severe».

Inoltre, i partigiani della pedofilia, si danno un gran da fare per affermare che tutti i bambini hanno sentimenti sessuali già dalla nascita, sentimenti che possono trovare espressione in diversi modi. Affermano di essere d'accordo sul fatto che l'attività sessuale che avviene contro la volontà del bambino, o nel corso della quale il bambino non si senta a proprio agio, può essere causa di gravi traumi psicologici. Ed hanno ragione quando dicono che, purtroppo, molti non conoscono la differenza tra le relazioni consensuali e quelle coercitive, intromettendosi drasticamente nel rapporto. Sostengono inoltre, che per un sano sviluppo sessuale, è importante che questi sentimenti non vengano repressi o condannati quando il bambino prende parti ad attività sessuali spontaneamente per cercare piacere ed affetto. Anzi, il bambino può venire danneggiato a livello emotivo dallo shock causato dall'intervento di terzi, dalle reazioni isteriche degli adulti che, pur benevolmente intenzionati, possono essere causa di problemi psicologici per il bambino che finisce per provare vergogna e sensi di colpa per aver goduto di quanto altri considerano ripugnante, senza considerare che il senso di colpa è prodotto anche dal fatto che la persona amata dal bambino in questione possa finire in carcere.

Sul sito più volte si trovavano riferimenti in relazione agli scritti di Don Fortunato di Noto, attaccando, talvolta direttamente, altre volte in modo sarcastico ed indiretto, l'operato di Telefono Arcobaleno. Spesso gli autori del sito danese riportavano frasi che si possono leggere sul sito di Telefono Arcobaleno, a cui rispondevano con ironici commenti e che riassumevano chiaramente l'intento del sito di Don di Noto, che tenta di combattere la pedofilia e chi ne fa una propaganda, un esempio: (21)

Il Telefono Arcobaleno (costituito nel 1996) è una associazione ONLUS che si prefigge lo scopo di contribuire attivamente alla difesa e alla tutela dei diritti inviolabili dei bambini, combattendo ogni forma di abuso e di sfruttamento.

Sono d'accordo, il problema è che non sono d'accordo su ciò che si intende per "difesa", "diritti", "abuso" e "sfruttamento".

Una regola da insegnare ai bambini: Io dirò sempre di NO a qualsiasi persona, anche se adulta, che proverà a toccarmi in modo che non mi piace.

Anche su questo sono d'accordo, ma quelli del Telefono Arcobaleno non hanno pensato (o ci pensano ma non lo dicono) che spesso un bambino può essere toccato in modo che GLI PIACE.

Cari amici, esiste da qualche parte del mondo, il Fronte Liberazione Pedofili (Pedophile Liberation Front) che afferma di voler promuovere un senso di orgoglio in tutti i pedofili.

Giusto.

Che il sesso non è dannoso ai bambini.

Vero, se sono loro a volerlo praticare.

Che l'opinione pubblica deve accettare che i bambini hanno una piena sessualità e che ci sono adulti desiderosi di condividerla con loro.

Sarebbe ora!

Che la campagna contro i pedofili deriva dalla preoccupazione dei genitori di perdere il loro potere sui figli.

È uno dei motivi principali.

Che i pedofili assicurano il benessere dei bambini.

Vero, se sono pedofili che "amano" i bambini.

Che le relazioni sessuali tra adulti e bambini spesso sono migliori di quelle tra soli adulti.

A volte si.

Rispettare i bambini e aiutarli a realizzare se stessi è una garanzia per il futuro del mondo.

Giusto, solo che gli adulti aiutano i bambini a realizzarsi solo quando questi ultimi sono esattamente come vogliono i grandi, mentre quando vogliono fare qualcosa che agli adulti non va (come fare sesso con un pedofilo), col cavolo che li aiutano a realizzarsi!

I sostenitori della pedofilia dichiarano (e sul sito DPA si esprimevano con chiarezza) che se una persona, adulto o bambino, vive la sua sessualità per gioco, per amore, per piacere fine a se stesso, o perché non ha niente di meglio da fare, sono affari suoi ed è giusto che la gente impari a rispettare il suo modo di essere se questo non arreca danno a nessuno, quindi è assurdo che un rapporto tra un adulto ed un bambino debba essere considerato negativo per il bambino anche se quest'ultimo ha provato solo piacere, ha fatto tutto di sua volontà o se ha addirittura fatto lui la prima mossa. Sostengono che i bambini devono giocare, divertirsi e guardare i cartoni animati, ed è proprio perché quello è il loro mondo dichiarano di amarli. E se fare sesso li diverte, non vedono perché, noi antipedofili, dobbiamo prendercela tanto! Se un pedofilo fa sesso con un bambino può essere fatto con gioia e rispetto come qualsiasi cosa che si fa generalmente con i bambini, quindi se andare a letto con un bambino significa sfruttarlo, solo perché la cosa da piacere ai pedofili, allora lo stanno sfruttando anche quando gli chiedono di giocare a pallone o ai videogiochi, visto che gli chiedono di fare una cosa che piace loro.

Anzi, sul sito aggiungevano «Certo, sarebbe assurda una cosa del genere, perché voi antipedofili parlate di sfruttamento solo quando si tratta di sesso, a dimostrazione di quando l'idea che il sesso sia una cosa sporca (anzi, la più sporca di tutte, soprattutto se praticata dai "diversi") faccia parte di voi». Paradossalmente, nel mare di vaneggiamenti, c'erano anche gocce di verità, come ad esempio la denuncia dei giudizi delle persone "normali", che troppo spesso si fermano alle apparenze, ai significati che la società e la cultura attribuiscono alle cose. Giudizi cullati da rassicuranti qualunquismi che permettono di non durare troppa fatica, di non affaticare il cervello e che finiscono in una caccia alle streghe.

È anche vero però, che insegnare ai bambini, anzi inculcare ai bambini che il sesso è una cosa pericolosa significa solo renderli insicuri, impauriti. Troppo spesso non si tiene conto che, anche se i bambini in quanto tali, hanno diritto ad una protezione, sono comunque esseri pensanti. Il mondo è in mano agli adulti, noi sosteniamo di essere maturi e imponiamo le nostre regole. Eppure anche gli adulti combinano guai contro se stessi, contro altri adulti e bambini, contro l'ambiente ad esempio. Non voglio sostenere la cultura pedofila del libero consenso dei bambini, ma non possiamo nemmeno generalizzare la totale assenza dei loro pensieri. Non tanto in riferimento a bambini molto piccoli, quanto piuttosto ai ragazzini di 13 o 14 anni, alle ragazzine di 12 e 13 anni, che non sono poi così tanto stupidi (e stupide) come a molti piace credere. Conoscono bene il sesso e hanno una voglia pazza di farlo, anche se fa paura a noi (noi adulti), ammettere una verità tanto sconvolgente quanto aderente alla realtà. È questo, secondo me, il punto di partenza, perché è sbagliato imporre il divieto al sesso senza valutare l'età, la maturità e la serietà di una ragazzina o di un ragazzino, così come è sbagliato legittimarsi in base ad un consenso estorto ad un bambino di tre, quattro anni con grazia e gentilezza.

Sul sito DPA trovavamo tantissime e-mails di incoraggiamento, anche di bambini, delle quali riporto alcuni esempi:

Ciao P. come stai? Io bene. Ho 12 anni e casualmente (mica tanto) sono finito nel tuo sito. Ci sono scritte belle cose, come quando dici che i bambini devono essere liberi di scegliere...

Ciao P. e complimenti, sono in pochi quelli che come te, hanno il coraggio di scrivere quello che pensano e di pubblicarlo in un sito, sei coraggioso. Ho letto molto nelle tue pagine e mi piace, sono d'accordo con le tue idee e anche il modo in cui le poni. Oggi più che mai tutti demonizzano la nostra passione, ed è difficile trovare qualcuno che la pensi allo stesso modo.

Seguivano molte altre lettere di condivisione e molte con insulti più o meno offensivi. Un lettera in particolare, mi è sembrata interessante:

Ciao, solo una domanda: e se facessero a tuo figlio quello che fai tu ad altri bambini?

La risposta, anche un po' risentita, si basava sull'estraneità di chi replica, alla categoria dei "pedofili cattivi" e che i bambini che lui frequenta si divertono e sono felici dimostrando di voler stare con lui. «Se accadesse a mio figlio? Non potrei che esserne felice, al massimo un po' geloso». Infatti, P. spiegava che tra i pedofili ci sono anche tante persone cattive (anche se sottolineava con vigore che non sono tutti così, nonostante quello che viene detto) e che ci sono pedofili buoni che non violentano i bambini, perché li amano e quindi non potrebbero mai fare qualcosa che li farebbe soffrire, ed esistono pedofili cattivi che non rispettano i bambini, che li costringono a fare cose che non vogliono e che pensano solo al sesso senza provare amore.

In rete, oltre ai circa 15 siti a sostegno della pedofilia, troviamo un sito intitolato Il libro sulla pedofilia di Luther Blisset. Luther Blisset è la firma dietro la quale si nascondono alcune delle più famose beffe telematiche ad opera di diversi autori dotati di grande creatività; alcuni scritti che riportano questa firma, hanno lo scopo di divulgare argomenti a favore della pedofilia. (22) In molti si chiedono se anche questa è una beffa di quelle telematiche per protestare contro una presunta demonizzazione della rete, ma rimane il fatto che il materiale riporta le principali tesi della cultura pedofila, come:

Il bambino è consenziente, ha una sua sessualità e deve poterla vivere, il sesso non fa male al bambino ma anzi ne favorisce lo sviluppo psico-affettivo, i rapporti sessuali adulto-bambino, purché non coercitivi né violenti e consenzienti, sono leciti. (23)

Il testo che troviamo in rete, è suddiviso in capitoli, con dedica e appendice n. 1 (Pedofilia: gli altri punti di vista) e n. 2 (Viterbo: un anno vissuto satanicamente), molto ironico e molto interessante, dal quale riporto un passo:

Se facendo il bagno a un bambino, non gli tocchi il pisello che lui ti esibisce fieramente e lo umili seduta stante, perché "certe cose non si devono fare", il malato sei tu adulto che stai facendo di lui un malato come te, non l'adulto che glielo tocca e cerca di fare alla svelta a lavarlo ed asciugarlo e ci ride sopra da che mondo è mondo.

Blisset sostiene che stiamo assistendo ad una campagna scriteriata contro la pedofilia, confusa con la criminalità e l'aberrazione umana, che porterà il «nonnino di quartiere di imperitura memoria», che dava una palpatina ai bambini in cambio di una mela per poi lasciarli andare «felici e contenti», dovrà nascondersi e vergognarsi. Senza considerare che i bambini, privati delle "sane" palpatine, diventeranno degli adulti-robot, perché i bambini, non amati sessualmente, ma con «tanti brutti discorsi sulla normalità», saranno «adulti infelici, criminali e tutti potenziali stupratori, sadici depressi con una sola cosa in testa: vendicarsi». Lo scritto continua, con malcelata rassegnazione, sottolineando l'inutilità di continuare la discussione sulla pedofilia e sulla sessualità dei bambini, in una società che non accetta il sesso tra adolescenti consenzienti, formata da:

Adulti malati e schizofrenici che sui bambini di oggi si vendicano in ogni modo, perché sono stati vittime a loro volta di quella blasfema etica di origine cattolica secondo la quale pagare le tasse è da "fessi" e frodare, ammazzare, tradire, prostituire, sfruttare, stuprare è da "furbi" e comunque "umano", mentre fare all'amore (l'amore, capite?) è ancora "fare cose sporche"allora, che senso ha parlare di sesso e amore?

Un discutibile spunto, che si trova sullo stesso discutibile sito, è fornito da Guy Hocquenghem (24) il quale sostiene che tutta la campagna sulla pornografia infantile, sulla prostituzione, sui fenomeni sociali di tal genere, serve soltanto ad arrivare alla questione essenziale: il consenso dei bambini, quando tutto ciò non è né pornografico né pagato. Secondo lui, tutto il contesto criminalizzante serve soltanto a far emergere il punto cruciale dell'accusa: l'interdizione riguardo ai rapporti sessuali, consenzienti senza violenza e denaro, senza alcuna forma di prostituzione, tra maggiorenni e minorenni. Ed egli continua il suo dire accusando di ignoranza i genitori in materia di sesso, che, insoddisfatti della vita sessuale riuscirebbero a rapportarsi alla sessualità dei loro figli solo negandola e reprimendola. La sua testimonianza:

Tirare su i bambini come esseri sessuati li aiuterebbe a diventare adulti relativamente liberi da malintesi, paure e nevrosi, e invece ci aspettiamo che da un "bel bimbetto" totalmente inibito si sviluppi, come per magia, un adulto maturo e sessualmente competente. Un modo tanto stupido di crescere i propri figli pone le basi del fallimento sessuale e della confusione emotiva della generazione successiva. (25)

Per concludere, bisogna ammettere che fantasie di natura perversa possono far parte della vita psichica di tutti. Se partiamo da questo presupposto, si dovrebbe incrementare il senso di comprensione nei confronti di soggetti parafilici e, un buon terapeuta, dovrebbe evitare di identificarsi con le necessità di controllo che la società avverte nei confronti di condotte sessuali devianti. Sarebbe necessario studiare il fenomeno al di fuori delle aule giudiziarie, evitando di investire studi sulla pedofilia solo in riferimento a soggetti che hanno commesso reati, cosa che conduce ad una distorsione e che fa perdere di vista l'eterogeneità delle condotte pedofile. (26)

2. Le violenze sessuali compiute su minori

La pedofilia è costituita da una vera e propria costellazione di fenomeni diversi che tanto l'informazione giornalistica, quanto la consapevolezza collettiva tendono a confondere, sovrapponendoli e mescolandoli fra loro. Sono invece da differenziare concetti e problematiche in ordine alla pedofilia in senso stretto, ovvero come parafilia; e tutte le altre forme di abuso sessuale (dalla violenza allo sfruttamento sessuale a fini di lucro che comprende la prostituzione minorile e la tratta di minorenni a scopo sessuale; la pornografia minorile, cartacea e su Internet; e il turismo sessuale ai danni dei minori).

Per cercare di far luce su quello che è stato denominato "fenomeno pedofilia", occorre partire dal presupposto che maltrattamenti e violenze ai bambini sono sempre esistiti nella storia dell'umanità, ma non se ne aveva la consapevolezza dei tempi recenti. Una prima definizione delle violenze sessuali ai danni di minori, infatti, fu proposta da R. S. Kempe e C. H. Kempe, intorno agli anni sessanta (27). In Italia, la prima denuncia dell'esistenza del fenomeno "maltrattamento" comparve nella letteratura clinica nel 1962 grazie alle ricerche di Rezza e De Caro (28) (anche se l'analisi degli abusi e delle violenze aveva ad oggetto solo bambini anglosassoni). Nonostante i dati clinici confermassero l'esistenza di numerosi casi di violenza, è solo intorno agli anni Ottanta che i grandi mezzi di comunicazione iniziarono ad occuparsi dei maltrattamenti all'infanzia e più in generale della violenza intrafamiliare (29). Da qui partirono inchieste e rilevazioni agli Istituti per l'Infanzia (30), si formarono in Italia varie Associazioni con lo scopo di prevenire il fenomeno dell'abuso sessuale sui minori, che furono molto attive nell'organizzazione di convegni e nel cercare di creare i primi contatti tra i vari operatori del settore. Da tali convegni emerse poi la necessità di chiarire il significato del concetto di "abuso sessuale".

3. La pedofilia e l'abuso sessuale sui minori

È molto importante tenere separati e distinguere i concetti di pedofilia e di abuso sessuali sui minori, dato che attualmente le due categorie vengono troppo spesso confuse. Se la pedofilia è un'attrazione sessuale per i bambini e la persona con tale tendenza la definiamo pedofilo, l'abuso sessuale su minore si riferisce invece all'azione di recare danno ad un minore attraverso comportamenti sessualmente connotati (31). La pedofilia non è un comportamento, ma un sentimento, un atteggiamento, al limite una tendenza ad avere relazioni sessuale con un bambino (32). Il termine per indicare la messa in atto di un desiderio pedofilo, è un «comportamento pedofilo», sebbene non tutti i comportamenti pedofili siano messi in atto. Dunque, come non tutti i pedofili mettono in atto abusi sessuale, non tutti coloro che abusano sessualmente minori di quattordici anni sono pedofili. Se un comportamento pedofilo si deve considerare "abuso su minore", dipende dagli effetti (a breve e a lungo termine) di tale comportamento sul minore stesso (33). Non è infatti possibile assumere a priori che qualsiasi contatto sessuale tra un adulto e un bambino od un adolescente sia nocivo. Ad esempio, un contatto sessuale tra un ragazzo di tredici anni ed una donna di trentacinque anni potrebbe non avere conseguenze negative per il ragazzo, anche se dal punto di vista giuridico siamo di fronte ad un abuso sessuale presunto (art. 609 quater c.p.). Il fatto è che, mentre a livello psico-sessuale la connotazione di atti sessuali come abuso dipende dalla presenza o meno di effetti nocivi a breve o lungo termine sulla vittima, nel diritto si considera solo il comportamento del presunto abusante (34). È importante ricordare a proposito, che la presenza e la forza di danni a lungo termine di una relazione pedofila sono grandemente influenzati dal contesto culturale in cui tale relazione è messa in atto (35).

In molte società, come meglio analizzeremo più avanti (36), la relazione pedofila nel contesto di un matrimonio o tra parenti, è un fatto normativamente e culturalmente accettato. Nella Grecia classica erano considerati normali i rapporti sessuali tra ragazzi ed adulti, lo stesso accadeva nell'antica Roma e in Giappone, al tempo dei Samurai, si era soliti avere amanti adolescenti (37). Se la pedofilia come fenomeno ha dunque cause diverse (genetiche, biologiche, psico-sociali...), come problema ha soprattutto connotati sociali e culturali. La pedofilia è infatti sempre esistita come fenomeno, ma non sempre percepita ed etichettata come problema sociale (38).

La differenza tra abuso sessuale sui minori e pedofilia è anche ampiamente usata, anzi, strumentalizzata, da coloro che si definiscono "sostenitori della pedofilia" che gridano a gran voce che pedofilia significa interazione a livello personale, significa spontaneità ed amicizia che adulto e minore godono insieme. Un esempio poteva essere colto visitando il noto sito web dell'associazione pedofila Danish Pedophile Association, il cui messaggio di apertura era «Pedofilia vuol dire amore...»; i promotori del sito affermano di essere «portavoce di una concezione umanistica e razionale dei contatti affettivi e sessuali tra piccole e grandi persone, nel rispetto sia dell'identità del pedofilo, sia del bambino sessualmente attivo» (39).

All'insegna di "Altri dicono "violenza" [...] noi diciamo così", sul sito si poteva trovare una dettagliata analisi dell'abuso sessuale del minore e della differente pedofilia, "eventualmente con esperienze sessuali". Secondo quanto sostenevano gli ideatori del sito, l'abuso sessuale sui minori si traduce in violenze e minacce, inganni, ricatti e stupri; in situazioni in cui il bambino non può impedire l'atto sessuale e in cui è vittima di un abuso di potere e altre intimidazioni che fanno perdurare l'abuso anche per un lungo termine. Si tratta di situazioni in cui l'abusante ignora le necessità del bambino, oggetto sessuale passivo, basandosi unicamente sul suo desiderio sessuale e, sfruttando il suo senso di colpa. Il "mostro" obbliga al silenzio il piccolo in una iniqua relazione in cui l'abusante fa uso di oppressione, autorità e manipolazione (40). I bambini a rischio sono coloro che negli spazi di vita quotidiana non ricevono amore e attenzione, che rischiano di "fissarsi" sulla parte sessuale, mentre colui che ne approfitta, non è interessato al bambino come persona, ma soltanto come oggetto sessuale. Conseguentemente, il bambino mostra ansia e avversione, con evidente richiesta di aiuto.

In una vera relazione pedofila invece, il bambino può tirarsi indietro quando vuole, poiché l'adulto rispetta il suo desiderio e non lo rimprovera per questo. Ciò che viene a crearsi è un legame che porta l'adulto ad adattarsi al livello psicosessuale del bambino, è l'adulto cioè, secondo i "pro-pedofilia", a partecipare alla sessualità del bambino. Poiché l'adulto prova un reale interesse per i sentimenti del bambino - anche sessuali - il bambino si sente al sicuro, condivide con l'adulto interessi, libertà di espressione dei sentimenti e ricerca del benessere.

L'analisi si concludeva con la sottile denuncia che limita il raggiungimento della felicità totale del piccolo, tanto che si trovava scritto: «Il sentimento che prevale nel bambino è la gioia, anche se di tanto in tanto può sentirsi insicuro per via della morale della società». Leggendo sul sito la tabella in cui questa analisi era proposta, sembrava di potervi scorrere gli estremi per la diagnosi di una patologia, ma, ovviamente, l'indeterminatezza della materia (o uno spiraglio di onestà?) riprendeva il sopravvento quando, al termine dell'esposizione, si leggeva una precisazione: «Ma a questo mondo nulla è completamente bianco o nero: dobbiamo pertanto presupporre l'esistenza di un'ampia "zona grigia" tra le due opposte situazioni descritte» (41).

4. L'abuso sessuale sui minori

La rilevazione e l'accertamento di un fatto di abuso sessuale è un'operazione estremamente complessa, soprattutto perché sussiste tra gli specialisti molta incertezza su cosa debba intendersi per "abuso sessuale" (42). In effetti non è affatto semplice delimitare i confini tra ciò che è lecito e ciò che non lo è, in una materia così fortemente condizionata da inclinazioni soggettive, dove la linea di demarcazione è molto sfumata. La difficoltà di definire e classificare i comportamenti umani riguarda in modo particolare i comportamenti sessuali illeciti, cioè quelli integranti fattispecie di reato. Nelle ricerche sull'abuso sessuale (sulla sua estensione e sulle sue caratteristiche) qualunque operatore adotta una definizione diversa e utile per la sua attività, per cui esse sono difficilmente comparabili e i risultati cui pervengono possono variare anche di molto da lavoro a lavoro, benché tutte abbiano apparentemente lo stesso oggetto di indagine. Questa diversità nelle definizioni è ancor più evidente nel caso dell'incesto, dove la pluralità di definizioni si coniuga con il carattere intrafamiliare dell'abuso sessuale (43).

Infatti, vari autori hanno di volta in volta oscillato da una definizione restrittiva, che facesse coincidere le forme della violenza con le norme giuridiche che le sanzionano, ad una più ampia che comprendesse il bambino incompreso, negato, trascurato e abusato (44). La stessa Convenzione dei Diritti del Fanciullo del 1989 (45) ha proposto una definizione ampia. In essa si fa riferimento all'abuso come «danno o abuso fisico o mentale, trascuratezza o trattamento negligente, maltrattamento, sfruttamento incluso quello sessuale».

Oggi, alle violenze sessuali, viene relegata una collocazione a sé all'interno dell'ampia categoria degli abusi dell'infanzia. Possiamo innanzitutto distinguere l'abuso sessuale dallo sfruttamento (che comunque è una forma di abuso sessuale) e successivamente individuarne delle sottocategorie. Il fenomeno della violenza sessuale, relativamente nuovo (46) che ha le stesse vittime di sempre (47), ma tecniche di aggressione criminale e diffusività nella società via via crescente, può essere così diviso:

Per sfruttamento sessuale deve intendersi il comportamento di chi percepisce danaro od altre utilità da parte di singoli o di gruppi criminali organizzati, finalizzati all'esercizio di (51):

Da precisare che non è infrequente che vengano attuate da parte di più soggetti forme plurime di violenze sessuali (ad esempio, abuso sessuale intrafamiliare e contemporaneo sfruttamento sessuale a fini di lucro). Sono, inoltre, frequenti nell'ambito degli abusi intrafamiliari violenze su più minori, di entrambi i sessi, della stessa famiglia nucleare e di quella allargata. Il ricorso a categorie e sottocategorie permette di delineare il problema dell'esistenza della grande varietà di definizioni in ordine alle violenze sessuali. In effetti, sul terreno psicosociale e giudiziario si incontrano diversi soggetti (medici, magistrati, psicologi, insegnanti, forze dell'ordine, avvocati, operatori sociali), ognuno con la propria identità professionale, con la propria esperienza, da cui ciascuno trae la visione su ciò che deve essere ritenuto abuso sessuale. Il che si traduce in fraintendimenti e divergenze sostanziali su aspetti di primaria importanza, come la pianificazione degli interventi di protezione dei minori o l'apertura di procedimenti penali a carico degli adulti.

Sul terreno dell'intervento operativo si pone quindi ancor più forte l'esigenza di una definizione che possa essere largamente condivisa da diverse figure professionali (54). Dall'altra parte, però, una definizione troppo ampia o generale rischia di lasciare un margine eccessivo alla discrezionalità, favorendo il riemergere di punti di vista parziali. Diversi autori (55), infatti, raccomandano di diffidare di definizioni troppo ampie e invitano ad affiancare sempre ad espressioni generali, quali "abuso sessuale sui minori", descrizioni dettagliate ed esplicitamente connesse al contesto di riferimento in cui vengono usate (per esempio "bambini molestati dai genitori"), invece di "bambini vittime di abusi sessuali".

La pedofilia e l'abuso sessuale sono tradizionalmente trattati come aberrazioni sessuali, laddove l'esperienza clinica ha ampiamente messo in evidenza che chi aggredisce sessualmente i bambini cerca, attraverso comportamenti sessuali, di soddisfare bisogni che hanno più a che fare con la ricerca di sensazione di potere, di controllo e di dominio sui soggetti più deboli che con il piacere sessuale (56). La possibilità di coinvolgere un minore in una relazione sessuale è determinata, infatti, dalla posizione di superiorità del potere che ha l'adulto nei confronti del bambino, che si trova invece in una posizione di dipendenza e di soggezione. È attraverso questa sua autorità che l'aggressore, implicitamente o esplicitamente, costringe il minore a sottomettersi alla relazione sessuale (57). Come sostiene lo psichiatra Vittorino Andreoli, alla base del rapporto pedofilo c'è una questione di dominio e di potere:

Il bambino si affida completamente all'adulto, e lo gratifica con il suo abbandono, con la sua sottomissione fiduciosa. L'adulto ricupera un contatto tenero, morbido che forse poteva temere di aver perduto e ne ricava una gratificazione intensa, fisica e psicologica. Finalmente qualcuno si affida completamente a lui. Finalmente, in un rapporto con un essere più debole, indifeso, torna a sentirsi importante. Finalmente ritrova la propria autorevolezza, e questa esperienza può capitare ai genitori, ma anche ad altri parenti, o anche a estranei, come ad esempio, gli educatori o gli amici di famiglia (58).

Sempre secondo Andreoli, i bambini più a rischio sono tre categorie di bambini (59):

In effetti, il pedofilo, anche perché subisce spesso una regressione all'infanzia, conosce istintivamente molto bene i meccanismi di risposta dei bambini, e sa come invogliare, attraverso promesse e lusinghe, un bambino a seguirlo. Sa anche come tenerlo legato a sé, attraverso un analogo miscuglio di promesse e minacce, di regali e punizioni (60). Un bambino sicuro di sé, invece, un bambino sufficientemente gratificato dalla famiglia sarà molto più difficile da tentare. Il pedofilo sa mostrare verso il bambino una grande tenerezza, una grande considerazione. Naturalmente, un bambino spesso maltrattato e trascurato sarà particolarmente attratto da una persona che sembrerà dargli un'importanza e un rilievo che altrimenti non può sperare di avere (61).

4.1. La classificazione della violenza sui minori

Francesco Montecchi, (62) neuropsichiatra infantile, propone la classificazione forse più completa in ordine alla violenza in danno ai minori. Egli, pur giudicando artificiosi schemi e classifiche, riconosce l'utilità di categorizzare in modo da poter prevenire, curare ma soprattutto rendere più chiare e pubbliche le «esigenze più profonde dell'anima infantile» (63) in modo da rendere efficace l'azione dei vari professionisti che si occupano di famiglie e bambini. Egli ritiene così classificabile la violenza su minori:

  1. Maltrattamento:
    • fisico. La forma più manifesta e facilmente riconoscibile, si concretizza in situazioni in cui il minore è oggetto di aggressioni e riporta lesioni visibili sul corpo;
    • psicologico. Facilmente riconoscibile quando ormai ha già prodotto effetti devastanti sullo sviluppo della personalità del bambino e in aumento con lo stile di vita della società consumistica e materialistica e con la crisi della famiglia, si verifica quando il minore si trova in condizione di grave trascuratezza e subisce gli effetti delle omissioni o carenze familiari, quando il piccolo è oggetto di reiterata pressione e/o violenza psicologica.
  2. Patologia della fornitura di cure. Comprende sia la carenza che l'inadeguatezza delle cure fisiche e psicologiche offerte al bambino. Si possono distinguere le seguenti forme (64):
    • incuria: carenza di cure fornite, detta anche violenza per omissione;
    • discuria: quando le cure fornite sono inadeguate rispetto allo sviluppo del bambino;
    • ipercura: un eccesso di cure che ha una radice patologica.
  3. Abuso sessuale. Comprensivo di tutte le pratiche sessuali manifeste o mascherate che presuppongono la violenza, a cui vengono sottoposti i minori, comprende (65):
    • abuso sessuale intrafamiliare. Può essere attuato da membri della famiglia nucleare (genitori, compresi quelli adottivi e affidatari, patrigni, conviventi, fratelli), o da membri della famiglia allargata (nonni, zii, cugini ecc.; amici stretti della famiglia);
    • abuso extrafamiliare. Attuato di solito da persone conosciute dal minore (conoscenti, vicini di casa ecc.) che si approfittano, in genere, della condizione di trascuratezza sofferta dal bambino da parte della famiglia;
    • abuso istituzionale. Gli autori sono maestri, bidelli, educatori, assistenti di comunità, allenatori, medici, infermieri, religiosi, ecc. tutti coloro ai quali i minori vengono affidati per ragioni di cura, custodia, educazione, gestione del tempo libero, all'interno delle diverse istituzioni e organizzazioni;
    • abuso di strada, commesso da persone sconosciute;
    • sfruttamento sessuali ai fini di lucro da parte di singoli o gruppi criminali organizzati (quali le organizzazioni per la produzione di materiale pornografico, per lo sfruttamento della prostituzione, agenzie per il turismo sessuale);
    • violenza da parte di gruppi organizzati (sette, gruppi di pedofili, ecc.).

Non è affatto infrequente che vengano attuate da parte di più soggetti forme plurime di abuso (ad esempio, abuso intrafamiliare e contemporaneo sfruttamento sessuale a fini di lucro; abuso da parte di adulti della famiglia e di conoscenti, ecc.).

4.2. La definizione di "abuso sessuale sui minori"

L'abuso sessuale (in particolare quello intrafamiliare) appartiene alla più vasta categoria che in letteratura è definita "abuso all'infanzia", dal termine inglese Child Abuse (66). Dal punto di vista puramente psicologico, si potrebbe affermare che qualsiasi attivazione di desiderio sessuale in un adulto nei confronti di un bambino rappresenta una patologia che può dar luogo ad un abuso. Tuttavia è pure evidente che quando tale desiderio non si concretizza in azioni o si manifesta in forme tali da non essere direttamente percepibile dalla vittima (pensiamo ad esempio ad atti di voyeurismo), non sembra appropriato parlare di abuso. Secondo la definizione data dal Consiglio d'Europa (67) nel 1978, per abuso sessuale di un minore deve intendersi «ogni atto o carenza che turbi gravemente i bambini o le bambine, che attenta alla loro integrità corporea, al loro sviluppo psico-fisico, affettivo, intellettivo e morale, le cui manifestazioni sono la trascuratezza e/o le lesioni di ordine fisico e/o psichico e/o sessuale da parte di un familiare o di un terzo, ed ogni atto sessuale imposto al bambino non rispettando il suo libero consenso». Questa definizione solleva il grande problema dell'accertamento e della valutazione del grado di maturità e di capacità critica del minore che sia tale da consentirgli di esprimere realmente il suo libero consenso. Vi è l'esigenza di fissare un'età minima al di sotto della quale si può affermare in modo assoluto l'incapacità da parte del soggetto di esercitare tale consenso (68).

Sono molti i testi (69) che tentano di affrontare e risolvere i differenti criteri di definizione, in particolare, tentano di analizzare l'abuso dal punto di vista dell'inquadramento (cosa deve essere considerato abuso), dell'incidenza (i casi rilevati in un certo lasso di tempo), della prevalenza (individui appartenenti a determinate "popolazioni" statistiche che hanno subito l'esperienza di abuso) con excursus approfonditi sulla ricerca e sulla letteratura. Nella definizione e concettualizzazione dell'abuso, le diverse fonti si dividono su alcuni nodi critici che riguardano (70):

  1. L'inclusione o meno di atti che presuppongono un contatto fisico tra l'abusante e la vittima (contact abuse) e quelli cosiddetti "meno gravi", che non comportano un contatto (non contact abuse), come le proposte oscene, l'incontro con esibizionisti, l'esposizione del minore alla visione di atti di tipo sessuale o di materiale pornografico, nonché quelli perpetrati in modo più sottile, sotto forma di "gioco", o di pratiche igieniche insistenti e invasive. La scelta di adottare una definizione più ampia di abuso sessuale che comprende sia il contatto fisico che il non contact abuse, verte su due ragioni:

    1. considerare l'esibizionismo un atto criminale il cui scopo è spaventare e colpire moralmente la vittima;
    2. dare maggior o minor peso all'impatto psicologico sul minore provocato dalle proposte oscene di chi ha con il minore una relazione affettiva e significativa (71).

    Alcuni autori esitano ad accomunare l'esibizionismo e le proposte oscene all'abuso sessuale caratterizzato da contatto fisico, dal momento che quest'ultimo implica un ben più alto grado di gravità con seri effetti psicologici. Alcune ricerche sostengono infatti che sia improbabile che il solo abuso sessuale senza contatto fisico possa determinare disturbi psicologici a lungo termine.

  2. La differenza di età che deve intercorrere tra la vittima e l'abusante, necessaria perché si possa ricorrere alla definizione di abuso indipendentemente dall'esistenza di un apparente consenso da parte della vittima.
  3. Le difficoltà e i problemi derivanti dalla necessità di integrare e far "convivere" criteri che orientano e definiscono l'abuso in ambito clinico con quelli giuridici che determinano il configurarsi dello stesso come reato. Nel primo caso il punto fondamentale ruota intorno al concetto di trauma, alla sua entità e al suo impatto sul minore, nel secondo caso sull'effettiva violazione o meno di una norma e alla possibilità della prova (72).

In ambito prettamente clinico infatti, non risultano decisivi e necessari né la concretizzazione di atti compiuti o subiti, e quindi il contatto fisico, né l'uso esplicito di costrizione e di violenza, per determinare la presenza o la gravità di un trauma (73). Infatti situazioni in cui il minore è esposto ad un clima psicologico decisamente perverso e fuorviante per un corretto e sano sviluppo del proprio Sé, della sua identità di genere e della propria personalità, possono risultare ugualmente lesive e gravide di conseguenze per il minore e per la sua vita futura, pur non differenziandosi molto da altre situazioni che sono invece riconducibili, sul piano giuridico, ad abusi accertabili e penalmente perseguibili (74). Anche l'uso della violenza non è sempre indice di una maggiore patogenicità del trauma, perché in alcuni casi attenua i sensi di colpa, così sottilmente alimentati nelle situazioni in cui la tenerezza e la seduzione, permeano la relazione con l'abusante in un clima di "intrappolamento", in cui la vittima vede compromesse e alterate tutte le sue "mappe" cognitive ed emotive (75). Il problema fondamentale è proprio quello di integrare e armonizzare due mondi: quello che deriva dal contesto dei servizi socio-sanitari, maggiormente legati ed orientati, per mandato e per tradizione, al sostegno, al recupero e alla cura, e quello che deriva dall'incontro con il contesto giuridico-legale, maggiormente orientato alla tutela dei diritti individuali, al controllo e alla punizione. Senz'altro se nel caso dell'abuso non può esserci cura efficace in assenza di un'adeguata cornice di tutela, la tutela può essere "funzionale" alla clinica, aprendo la strada a percorsi di cura e cambiamento anche in casi in cui ogni iniziale richiesta o accettazione volontaria di aiuto è impensata e impensabile (76).

A livello giuridico, il nostro codice penale fornisce una definizione di violenza sessuale all'art. 609 bis c.p., inserito con legge 15 febbraio 1996 n. 66, che riconosce violenza sessuale nella costrizione a compiere o subire atti sessuali, ponendo il problema della identificazione di tali atti. Il legislatore ha inteso ricomprendere nell'espressione "attività sessuale" ogni azione umana che abbia a che fare con la sessualità, intesa come il «complesso dei comportamenti umani relativi al sesso, che abbiano rilevanza nei rapporti individuali e sociali, in ragione delle differenze individuali legate alla caratteristiche anatomiche, fisiologiche, psicologiche e patologiche della persona» (77). Si tratta dunque di una concezione della sessualità che supera quella più strettamente legata al rapporto sessuale, che considerava la congiunzione carnale e gli atti di libidine violenti quali espressioni tipiche della violenza carnale (ex art. 519 c.p.) prevista dalla precedente normativa (che prevedeva comunque, sia l'ipotesi di violenza carnale, sia quella di atti di libidine con differenti criteri di valutazione delle pene). La violenza sessuale si realizza ogniqualvolta «taluno è costretto a compiere o subire atti sessuali con violenza o minaccia ovvero mediante abuso di autorità» come da art. 609 bis c.p., ritenendo atto sessuale sia l'esplicita azione fisico-sessuale, sia le esibizioni (dei genitali, dei rapporti sessuali ecc.) e tutti quei casi in cui non vi è stato un contatto fisico tra vittima e aggressore (non contact abuse) come contempla l'ipotesi di reato ex art. 609 quinquies di corruzione di minorenne (78).

L'elemento costitutivo del reato è la coercizione compiuta sulla vittima, mediante violenza, minaccia o abuso di autorità, da parte del soggetto agente (che può essere anche un coetaneo del minore aggredito). Il nostro codice penale, infatti, ha stabilito che la differenza di età tra soggetti adolescenti, affinché si possa escludere una situazione di abuso sessuale, debba essere al massimo di 3 anni (art. 609 quater, 2º comma), purché il minore ne abbia almeno 13. Con questo comma è stato così riconosciuto il diritto del minore ad esprimere la propria sessualità, senza alcuna penalizzazione.

Nella prassi giudiziaria, si cerca di valutare le varie situazioni di "violenza sessuale sui minori" in base anche alle definizioni date dagli esperti in tali problematiche, che configurano tali reati anche quando la violenza o la minaccia non è presente in modo esplicito. Certo è che una definizione giuridica di un fenomeno, per la sua stessa natura, sarà sempre più ristretta di una sociologica, ma il loro utilizzo, è diverso: la prima serve per incriminare un fatto, la seconda per spiegarlo o trovarne la causa. Per questo è importante, in un ambito delicato e problematico come quello della violenza all'infanzia, che le due scienze cerchino di lavorare congiuntamente (79). Una delle definizioni di abuso sessuale più accreditate perché ritenuta più appropriata (probabilmente grazie alla sua ampiezza e genericità) è quella fornita da Kempe (80). L'autore considera abuso sessuale sui minori: «il coinvolgimento di bambini e adolescenti, soggetti quindi immaturi e dipendenti, in attività sessuali che essi non comprendono ancora completamente, alle quali non sono in grado di acconsentire con totale consapevolezza o che sono tali da violare tabù vigenti nella società circa i ruoli familiari» (81). Rientrano in questa definizione gli episodi di pedofilia, di stupro, d'incesto e più in generale di sfruttamento sessuale.

Si tratta, ovviamente, di situazioni che possono dar luogo ad episodi molto diversi l'uno dall'altro, in presenza o meno di violenza fisica, ma accomunati dalla caratteristica di agire in modo molto forte sulla vita psicologica e sulle relazioni sociali dei minori, turbandone i processi di sviluppo della personalità e di maturazione della sessualità (82). Tale definizione evita la specificazione dei singoli atti effettuati e permette così di classificare (e considerare, almeno ai fini dell'intervento clinico e giuridico-protettivo) come abuso anche le prime manifestazioni d'interessamento e di seduzione rivolte dall'adulto al bambino.

La definizione di Kempe include anche il concetto importante di violazione dei tabù sociali, utile quando bisogna stabilire se le interazioni sessualizzate tra minorenni integrano un abuso (83). Ad esempio, la differenza di età tra abusante e vittima, usato sia nel nostro che in altri paesi come criterio per discriminare la liceità delle condotte, può essere insufficiente e portare artificialmente, da un punto di vista legale, ad escludere l'abuso in casi in cui viceversa, sul piano clinico, esistono tutti i presupposti per configurare quella situazione come altamente traumatica. Alla definizione di Kempe si avvicina quella inserita nella "Dichiarazione di consenso in tema di abuso sessuale all'infanzia" del CISMAI (84), approvata a Roma nel 1999, dove l'abuso sessuale è stato definito come «il coinvolgimento di un minore da parte di un partner preminente in attività sessuale anche non caratterizzata da violenza esplicita».

I protagonisti dell'abuso sessuale

La violenza sessuale sui bambini è stata per moltissimo tempo nascosta, all'interno della società e delle famiglie, è stata considerata frutto di persone squilibrate o un evento che vedeva protagonisti nuclei familiari dispersi nelle campagne, lontani da ogni forma di civiltà. La realtà è ben diversa: l'abuso sessuale si consuma in tutti i contesti sociali, in proporzioni sufficientemente allarmanti. È un problema che riguarda tutta la società, ci dovrebbe essere maggiore informazione, innanzitutto, per evitare che ignoranza ed indifferenza permettano a questa piaga sociale di rimanere nell'oblio in cui è stata per anni. Quando ci si appresta a monitorare le proporzioni e le entità di tale fenomeno, si presenta subito un altro problema (oltre a quello della definizione stessa di abuso, controversa e soggetta a svariate interpretazioni a seconda del paese e dell'ambito professionale da cui proviene), quello delle connotazioni specifiche che fanno sì che gran parte degli abusi restino sommersi, spesso sotto forma di inconfessata esperienza condivisa solo dal minore abusato e dall'adulto abusante. In effetti, anche quando la famiglia o la comunità vengono a conoscenza dell'abuso, non sempre questo viene denunciato alle autorità di polizia o ai servizi di assistenza sociale (85), di conseguenza, ogni tentativo di comprendere l'estensione del fenomeno deve necessariamente basarsi sulle poche fonti ufficiali disponibili ed essenzialmente sulle due seguenti tipologie di informazioni (86):

La figura dell'abusante

I rei di abuso o di sfruttamento sessuale in danno dei minori, possono essere suddivisi in tre gruppi:

  1. i membri appartenenti al sistema familiare (genitori naturali e/o adottivi ed altri parenti);
  2. i conoscenti del bambino (insegnanti, operatori vicini all'infanzia, altri conoscenti);
  3. i perfetti estranei, sconosciuti al minore prima dell'abuso.

Analizzando l'informazione della stampa della televisione sui casi di abuso e violenza ai danni dei minori, appare chiaro che i casi di maggiore interesse cronistico e di maggior sensazionalismo sono quelli che coinvolgono abusi sessuali compiuti da sconosciuti (87), che nella maggior parte dei casi, sanno di commettere un reato perseguibile sia eticamente che legalmente.

Secondo Aldo Gombia (88), psicologo e psicoterapeuta, la personalità dell'abusante non conosciuto dall'abusato è rigida e anaffettiva. Egli vive in un'incapacità di comunicare che si traduce in una chiusura sociale e nella difficoltà di relazionarsi coi i propri coetanei, rifiutando il mondo adulto dal quale, a sua volta, si sente non voluto. Le sue esperienze sessuali con partner adulti sono fallimentari, non riuscendo a vivere l'eros in maniera soddisfacente, probabilmente a causa di abusi sessuali di cui è stato vittima nell'infanzia. In genere l'abusante è di sesso maschile, sebbene non siano rarissimi i casi di abuso sessuale da parte di donne (89).

Anche il dilagare della pornografia infantile ha contribuito ad aumentare l'interesse verso il sesso con i bambini (90). È da tempo che esistono organizzazioni che tra i loro viaggi pubblicizzano, chiaramente in modo subliminale, tappe verso "paradisi" sessuali infantili: un vero e proprio sfruttamento, messo in atto da individui di nazioni con economia ricca a discapito di fanciulli obbligati alla prostituzione in paesi del terzo mondo. Tutto ciò produce nella personalità dell'abusante una qualche giustificazione alla sua perversione, perché si considera solo uno dei tanti che desidera avere rapporti sessuali con bambini (91).

Ed è proprio il darsi giustificazioni circa l'abuso a costituire una delle caratteristiche principali dell'abusante: egli pensa di dare affetto e amore a un bambino che ne ha bisogno, oppure crede che al bambino piaccia quella particolare forma di amore e di affetto. È convinto che comunque, il fatto rimarrà un segreto tra loro che li unirà di più e pensa che, in fondo, lo fanno in molti. Ma il modo in cui il bambino è percepito può essere ancora più distorto: quando l'abusante (ed è la più sbandierata giustificazione dei pedofili) arriva a pensare che sia stato il bambino a sedurlo (92). Quello della seduzione dei minori è un concetto che più volte viene utilizzato come strumento di giustificazione e per questo merita un approfondimento. Partiamo dal presupposto che sedurre significa "condurre altrove" (93), e rappresenta la modalità con cui i due partner cercano di condurre l'altro verso se stessi, in un luogo fantasmatico che appartiene a tutti e due (94).

Il bambino è realmente seduttore da quando nasce, in quanto ha la necessità di avere attenzione dell'adulto per poter sopravvivere, ha la necessità del suo affetto per poter crescere emotivamente. Il bambino ha necessità di sedurre l'adulto per soddisfare il suo bisogno di non essere abbandonato sia affettivamente sia fisicamente, la seduzione si riduce a tutti quei segnali di richiesta di un'attenzione amorosa adeguata, tale da non farlo sentire solo e in pericolo d'abbandono. La seduzione operata dall'adulto sul bambino, invece, può essere distorta dal tipo di personalità dell'adulto stesso (95), esistono cioè, due tipi di seduzione da parte dell'adulto verso il bambino (96):

La seduzione positiva si mette in atto attraverso l'amore dato al bambino, attraverso modalità che egli può comprendere, con una comunicazione semplice e naturale dove l'adulto, come fa la mamma, usa un linguaggio adeguato (97). Anche attraverso il contatto corporeo avviene una positiva seduzione reciproca fra adulto e bambino: quasi sempre la mamma, nei primi mesi di vita del figlio, sviluppa l'holding, cioè la capacità di tenere in braccio il bambino in modo da proteggerlo e sostenerlo. Manipolare il bambino, massaggiarlo, accarezzarlo, baciarlo sono aspetti notevolmente positivi della comunicazione non verbale; essi portano al bambino sicurezza e fiducia, e anche il suo corpo ne trarrà profondi benefici: infatti, bambini così trattati avranno meno malattie ed una migliore qualità di vita sia sul versante psicologico sia su quello fisico (98).

Al contrario, la seduzione negativa è quella operata dall'adulto, purtroppo spesso anche dai genitori, che hanno forti problematiche psicologiche che riversano sul figlio. Ciò avviene quando l'adulto ha nei confronti del bambino un atteggiamento di seduzione che invade totalmente la loro relazione, con la conseguenza di traumatizzare il piccolo (99). L'adulto usa questo tipo di modalità, che il bambino non può comprendere, quando alla richiesta d'amore e di tenerezza del bambino risponde con il suo bisogno di passione e di sessualità, allora la seduzione dell'adulto si trasforma in una vera e propria violenza, anche se non messa in pratica, uno stupro psicologico, che lascia il bambino angosciato e pieno di paure. Di conseguenza, si attua nel piccolo un processo dai tremendi risvolti: non riuscendo a comprendere quanto gli sta accadendo, egli nega la realtà dell'evento, assumendosene tutta la responsabilità. E nel dubbio di ciò che gli accade, nell'incapacità di distinguere il suo "dentro" da ciò che è "fuori", egli si identifica con l'aggressore, assumendosene tutte le colpe, nel tentativo di porre in essere l'unica difesa possibile da questa esperienza devastante. Occorre notare che l'adulto abusante non mette in pratica la sua fantasia sessuale per una mera soddisfazione legata al piacere corporeo, ma per la soddisfazione che prova nell'esercitare il suo potere su chi, per incapacità naturale, non è in grado di respingerlo (100).

Occupandosi dell'abuso sessuale sui minori, ci si rende presto conto che il contesto e le condizioni preliminari che facilitano l'abuso sono sempre più o meno le stesse, e vanno: dall'abbandono psicofisico in cui si trova la vittima (che rende il minore particolarmente sensibile all'attenzione affettuosa da parte dell'adulto), all'età del bambino tale da non permettergli di comprendere l'evento (e che quindi è ritenuto più idoneo degli altri); dagli insegnamenti dati al bambino (ad esempio la regola per cui gli adulti hanno sempre ragione), all'educazione imposta al bambino di "chiusura emotiva" (quando cioè a un bambino non viene insegnato ad esprimere i propri sentimenti o le proprie emozioni e che, quindi, non può ribellarsi o disobbedire) (101). Il piano dell'abusante prevede un periodo in cui egli ricorre a tutte le modalità persuasive legate all'età del bambino (102):

L'atto sessuale avviene con modalità diverse (103):

Certo è che l'abusante minaccia sempre il bambino di non rivelare l'accaduto. Le minacce sono relative a eventuali maltrattamenti fisici sul bambino stesso; sono rivolte ai parenti del piccolo, ingigantendo le rappresaglie fino ad arrivare a minacciare di morte genitori e persone care. Inoltre, oltre alle minacce, l'abusante usa molte altre forme di ricatto per ottenere il silenzio del bambino (ad esempio gli prospetta l'allontamento da casa per avere inventato una storia falsa, prevede la sofferenza tremenda dei suoi genitori per il dolore che il bambino ha prodotto ecc.), e non solo: l'abusante, "compra" il silenzio del bambino attraverso l'offerta di ricompense dopo l'abuso, come dolci, regali, denaro che contribuiscono ad alimentare il senso di colpa nel bambino che si sente ancor più confuso perché gratificato da chi gli ha usato violenza (104). La conseguenza di questo atteggiamento si tradurrà davvero in un ostinato silenzio, in un meccanismo che porterà al minore solo danno e altre violenze, perché l'abusante, certo di non essere denunciato, ripeterà la violenza, sicuro di non subire alcuna conseguenza. Oltre alle minacce che terrorizzano il bambino, occorre evidenziare che spesso è difficile per lui comunicare con gli adulti che "non hanno tempo" per ascoltarlo (105). Talvolta il rapporto comunicativo che si instaura con i genitori è unidirezionale, ricco solo di obblighi e divieti, privo di elementi emozionali positivi e di empatia, in questo clima, il bambino abusato non è assolutamente messo in grado di dare voce alla propria sofferenza, di trovare chi possa ascoltarlo, confortarlo e proteggerlo da nuove violenze.

L'abuso a opera di persone conosciute, in genere, avviene in maniera graduale; dopo aver stabilito un rapporto di "fiducia" con il bambino, l'abusante inizia prima con carezze affettuose, poi con avances sempre più intime, fino ad arrivare, il più delle volte, a un rapporto sessuale vero e proprio (106). Quando non vi è una vera e propria violenza fisica, ma una subdola forma di plagio psicologico, allora nel bambino si mescolano emozioni e sentimenti in notevole conflitto fra loro, il bambino è sicuramente impaurito, ma può anche iniziare ad apprezzare il fatto che qualcuno si interessi a lui, in special modo se è un bambino abbandonato in termini fisici ed affettivi. La sessualizzazione dell'affettività, operata da parte dell'adulto abusante, scaraventa il bambino in un'angoscia senza fine: il suo sviluppo psicofisico, non ancora terminato, non gli permette di rispondere in modo adeguato all'abuso che subisce, egli non è in grado di capire che l'abusante gli sta usando violenza, è un "gioco" che lo turba e che lo porta a dubitare di ciò che il proprio corpo avverte (107). È spesso il corpo del bambino a "parlare" dell'abuso subìto, quando le parole non ci riescono, allora vi sono segnali che di frequente vengono ignorati o, peggio ancora, etichettati come "capricci" (108).

4.3. La casistica

Il Centro per il Bambino Maltrattato è uno dei centri italiani più all'avanguardia in tema di interventi terapeutici pratici, di sensibilizzazione del fenomeno, di denuncia del disagio e del malessere sociale.

I dati del CBM raccolti ed elaborati in questi anni da Paola Di Blasio (109), (psicologa e Presidente del CBM) si riferiscono a due diverse categorie di situazioni con le quali il Centro entra in contatto attraverso i servizi di cui è dotato. La Hot Line del CBM raccoglie le segnalazioni di violenza, maltrattamento ed abuso all'infanzia che provengono da diverse fonti e che vengono analizzate, valutate e seguite per un tempo breve fino alla organizzazione di un primo intervento. Nella sua esperienza l'èquipe del C.B.M. ha visto aumentare sensibilmente e in modo progressivo il numero dei bambini segnalati per violenze e per abusi. Tale incremento sembra essere connesso all'accresciuta sensibilità dei cittadini, ad un'affinata capacità degli operatori di rilevare e di segnalare i casi di abuso, congiuntamente ad un radicale cambiamento culturale che ha prodotto maggior attenzione alla condizione dell'infanzia. Il CBM infatti, dal 1995 al 1997 ha rilevato che l'andamento globale delle segnalazioni pervenute alla Hot-Line telefonica, ha comportato un forte incremento fino al 1989, e un sostanziale stabilizzarsi tra le 350 e le 400 segnalazioni negli anni successivi. Nei dodici anni di attività sono stati segnalati circa 3200 nuclei familiari nei quali sussistevano gravi forme di abuso ai danni di uno o più figli. La singola segnalazione ha riguardato anche più di un figlio e, infatti il numero delle piccole vittime di maltrattamenti segnalati ha superato i 4.500. Un secondo ordine di dati è rappresentato dalla casistica complessiva di 402 bambini seguiti in questi anni (dal 1985 al giugno 1997) con interventi prolungati nel tempo che hanno visto impegnata l'èquipe di psicologi e psicoterapeuti nella diagnosi, nella valutazione. Da alcuni dati qui di seguito riportati si notano subito alcune caratteristiche generali. Un numero più elevato di soggetti di sesso femminile (51%), determinato dal fatto che nella gran parte dei casi di abuso sessuale le vittime sono bambine.

Rilevazione statistica effettuate dal Centro del Bambino Maltrattato in riferimento al sesso delle vittime di abuso sessuale pervenute a conoscenza del Centro tra il 1985 e il giugno 1997
Figura 1

Le tipologie di maltrattamento riscontrate fanno rilevare una alta percentuale di maltrattamento fisico (46%), seguita da abuso sessuale (22%), trascuratezza (16%) e maltrattamento psicologico (8%) e situazioni di pregiudizio (8%).

Rilevazione statistica effettuate dal Centro del Bambino Maltrattato in riferimento alle tipologie di maltrattamento sui minori pervenute a conoscenza del Centro tra il 1985 e il giugno 1997
Figura 2

In relazione all'autore della violenza possiamo osservare la irrilevanza dei membri della rete parentale e la netta prevalenza di due diverse modalità di maltrattamento: quella che viene perpetrata da entrambi i genitori (139 pari al 35%) all'interno di una situazione familiare fortemente conflittuale e critica nella quale viene progressivamente meno qualsivoglia relazione positiva con il bambino e quella che vede in un solo genitore, tendenzialmente nel padre (163 pari al 41%) più che nella madre (66 pari al 16%) il principale responsabile della violenza.

Rilevazione statistica effettuate dal Centro del Bambino Maltrattato in riferimento all'autore della violenza sessuale pervenute a conoscenza del Centro tra il 1985 e il giugno 1997
Figura 3

L'età dei bambini si colloca prevalentemente nell'infanzia (6-10 anni) e nella prima infanzia (0-5 anni). Le misure di tutela già attuate prima dell'avvio del lavoro presso il CBM sottolineano la presenza di situazioni di alto rischio che hanno richiesto nella gran parte dei casi, il collocamento in ambienti eterofamiliari e solo nel 25% dei casi la permanenza nella famiglia di origine.

Per quanto riguarda l'ambito dell'abuso sessuale sui minori, alcuni dati significativi arrivano dal Censis (110), secondo le cui ricerche, il perfetto estraneo rappresenta solo una minima parte della percentuale dei responsabili di abuso sessuale. In effetti, i procedimenti penali del Tribunale di Roma nell'anno 1996 dimostrano che (fig. 1), nel complesso:

Rilevazione statistica sull'ambito dell'abuso sessuale sui minori compiuta dal Censis nel 1999
Figura 4

Fonte: Elaborazione Censis su dati Istat, 1998.

Per quanto riguarda i minori vittime di violenza sessuale (violenza carnale e molestie sessuali), il rapporto annuale del 1998 (tab. 1) del Censis, ha calcolato in Italia un numero oscillante tra i 10.500 e i 21.000 minorenni ogni anno. Secondo i dati forniti da tale rapporto, in Italia, su un totale di 470 denunce, 406 sono a carico di autori noti, mentre solo 64 sono a carico di autori ignoti. Inoltre, circa due bambini su mille subirebbero, ogni anno, violenza sessuale con 1 caso ogni 400 minori, ogni 4 scuole (tra elementari e medie inferiori) e ogni 500 famiglie.

Rilevazione statistica sull'ambito dell'abuso sessuale sui minori compiuta dal Censis nel 1999
Denunce annue
A carico di autori noti A carico di autori ignoti Totale
406 64 470
Casi annui di abuso sessuale (stime)
Violenza carnale Molestie gravi Totale
10.500 10.500 21.000
Incidenza percentuale dei casi stimati
Minori Scuole (elementari e medie inferiori) Famiglie
1 ogni 400 1 ogni 4 1 ogni 500

Nonostante le modifiche della legge sulla violenza sessuale avvenute con la legge 66/96, che ha condotto ad una ridefinizione del reato e ad un aumento del numero complessivo di casi denunciati, la percentuale di denunce in cui il reo è sconosciuto è rimasta immutata (112).

Cifre analoghe emergono anche dalle denunce fatte da Telefono Azzurro, il servizio telefonico a tutela dell'infanzia nato per contrastare ogni forma di abuso sui minori. Nel 1997, il servizio ha raccolto circa 135 segnalazioni di abuso sessuale sui minori, fra queste, solo il 9% risulta essere stato commesso da sconosciuti (113). Viceversa, la maggior parte dei casi denunciati ha origine all'interno della struttura familiare (compresi i genitori acquisiti e i compagni dei genitori) o, in proporzioni inferiori, nell'ambito delle persone conosciute ai minori. Bisogna però tener presente che i riscontri di Telefono Azzurro provengono da un servizio di consulenza e di primo intervento, per cui se da un lato l'affidabilità statistica e metodologica andrebbe meglio verificata, dall'altra è verosimile pensare che siano maggiormente aderenti alla realtà, visto che si tratta di segnalazioni fatte ad un ente non giudiziario e come tale "libero" dalle "formalità" delle accuse da sporgere alle autorità pubbliche. Anche i dati nazionali relativi alle denunce presso le Forze dell'Ordine comunque, confermano la relativa esiguità delle denunce contro ignoti.

Rilevazione statistica sull'ambito delle denunce per violazione sessuale su minori compiuta dal Censis dal 1993 al 1997
Figura 5

Fonte: Elaborazione Censis su dati Istat, 1998.

I dati più recenti forniti dal Ministero dell'Interno, Dipartimento della Pubblica Sicurezza (114), documentano che nel 1999, su un totale di 522 persone denunciate, 357 erano conosciute dalla vittima, mentre nell'anno 2000, su un totale di 621 persone denunciate, 476 erano conosciute dalla vittima.

Rilevazione statistica sull'ambito delle denunce per violazione sessuale su minori fornita dal Ministero dell'Interno, anno 1999 e 2000
Figura 6

Fonte: elaborazione a cura della Direzione Centrale della Polizia Criminale, Ufficio Affari Generali, 3º Settore, 3º Area.

Sempre il Ministero dell'Interno ha operato una comparazione tra il periodo gennaio-agosto del 2001 e il corrispondente periodo del 2002, in merito alle relazioni tra autori e vittime. La figura 4 evidenzia come nel periodo 1 gennaio 2001 - 31 agosto 2001, su 312 persone denunciate, 184 erano conosciute dalla vittima e nel corrispondente periodo dell'anno 2002, su 216 persone denunciate 101 erano conosciute dalla vittima.

Rilevazione statistica sull'ambito delle denunce per violazione sessuale su minori fornita dal Ministero dell'Interno, con comparazione del periodo gennaio-agosto 2001 e gennaio-agosto 2002
Figura 7

Fonte: elaborazione a cura della Direzione Centrale della Polizia Criminale, Ufficio Affari Generali, 3º Settore, 3º Area.

L'abuso sessuale perpetrato ai danni dei minori si configura dunque in Italia, a differenza di quanto i numerosi recenti riscontri della stampa lascerebbero supporre, come un fenomeno essenzialmente domestico, Inoltre, uno studio più approfondito del fenomeno dell'abuso intrafamiliare (115), che tiene conto di un'analisi qualitativa dei casi e delle denunce presso le autorità di polizia, dimostra come la violenza si perpetri all'interno di tipologie di famiglie che non risultano connotate né in termini di ceto socioeconomico né in termini di collocazione geografica (116). Indipendentemente dal reddito, dal titolo di studio, dalla professione dei genitori, dalla città o regione di residenza, la violenza e l'abuso delle famiglie sono un fenomeno reale, le cui ragioni sono da rintracciarsi negli equilibri interni alle coppie e alle famiglie e nei loro sistemi di relazione, spesso incerti e problematici. Per svolgere adeguatamente il proprio ruolo genitoriale, e così riuscire a captare le esigenze del bambino e per saper rispettare la sua sensibilità sono necessari nei genitori un'adeguata maturità personale ed un forte controllo di sé e delle proprie reazioni. Il che non è facile, specialmente in una società che tende ad infantilizzare anche gli adulti, che isola ed emargina la famiglia, che moltiplica le situazioni di fragilità familiare, che propone continuamente modelli diversi e spesso contrastanti di educazione (117).

Per quanto riguarda la composizione familiare, da una rilevazione sulla violenza all'infanzia compiuta dalla Dott.ssa Celeste Pernisco nel 2002 (118), è emerso che la maggioranza dei bambini vittime di violenze vive in nuclei costituiti da entrambi i genitori biologici conviventi (56%) e la famiglia "normale" continua ad essere l'ambito in cui si verificano la maggior parte degli abusi.

Rilevazione statistica compiuta dalla Dott.ssa Perisco sulla struttura familiare delle vittime di abuso sessuale, nel 2002
Figura 8

Negli abusi sessuali consumati in famiglia, si possono suddividere tre modalità di realizzazione (119):

  1. abusi sessuali manifesti. In genere sono gli abusi di tipo incestuoso, quasi sempre l'abusante è il padre e l'abusata la figlia femmina, anche se non sono rari i casi di abuso sessuale tra padri e figli maschi, madri e figli maschi, fratelli e sorelle.
  2. abusi sessuali mascherati. Lo sono pratiche genitali inconsuete, quali frequenti lavaggi del bambino, ispezioni ripetute e applicazioni di creme e preparati medicinali.
  3. pseudo-abusi. A questo gruppo appartengono gli abusi dichiarati quando in realtà non sono stati concretamente consumati per svariati motivi:
    1. convinzione errata, a volte delirante, che il figlio (o la figlia più frequentemente) sia stato abusato. Dietro a tali convinzioni c'è quasi sempre la proiezione sul figlio di abusi subiti dal genitore;
    2. consapevole accusa all'ipotetico autore di abuso sessuale finalizzato ad aggredirlo, screditarlo, perseguirlo giudizialmente. Queste accuse avvengono con frequenza da parte di madri contro i padri nel corso di separazioni;
    3. dichiarazione inventata dal giovane (o dalla giovane), per sovvertire una situazione familiare che ritiene insostenibile. Anche in caso in cui l'abuso non sia avvenuto, una dichiarazione del genere è comunque da prendere in considerazione, poiché denuncia senz'altro un disagio che il minore vive;
    4. l'abuso sessuale "assistito", quando il bambino (o la bambina) assiste all'abuso che un genitore agisce su un fratello o una sorella, o viene fatto assistere alle attività sessuale dei genitori.
  4. abusi sessuali extrafamiliari. Si tratta di forme di abuso frequentemente sommerse e che, quasi sempre, emergono nei ricordi degli abusati quando sono già adulti perché sentimenti di vergogna, imbarazzo, pudore dei genitori in genere, prevalgono sull'opportunità di denunciare il reato all'autorità giudiziaria e di assistere psicologicamente il minore abusato.

Il problema delle conseguenza psicologiche di questi soggetti non ha un'evoluzione univoca, ma dipende dalla situazione psicologica individuale e soprattutto di come l'ambiente familiare e sociale in cui vivono reagisce (120). Nella maggior parte dei casi vi è una situazione di trascuratezza fisica e/o affettiva, in cui vive il minore, che non gli permette di sviluppare la capacità di discriminare i pericoli e lo rende predisposto ad accettare qualunque attenzione affettiva gli venga proposta dall'esterno, credendola compensatoria di un vuoto affettivo intrafamiliare. Quando la negazione e l'omertà non reggono e il problema diventa palese, il bambino subisce dalla propria famiglia altre violenze, che consistono nel costringerlo a ripetute e minuziose descrizioni dei fatti alle diverse autorità (in numero anche superiore al necessario). Tutto questo perché il pensiero dominante per il genitore offeso diventa la vendetta, quasi perdendo di vista i bisogni e le angosce del figlio abusato (121).

A proposito del sesso delle vittime di abuso sessuale, dalle ricerche effettuate (122) si evince che si tratta soprattutto di bambine di età media raramente al di sotto dei sei anni. Dalla rilevazione compiuta dalla Dott.ssa Pernisco (123), maschi e femmine non risultano subire una quantità diversa di azioni abusanti per quanto riguarda la violenza sessuale "tradizionale" (atti di libidine e rapporti sessuali penetrativi o avvio alla prostituzione), mentre nelle violenze connesse all'attività organizzate di pedofilia i maschi sono coinvolti in misura quasi doppia rispetto alle femmine.

Rilevazione statistica compiuta dalla Dott.ssa Perisco, con confronto dei sessi e nazionalità delle vittime in base alle caratteristiche dell'abuso sessuale, nel 2002
Figura 9 Figura 10

Le statistiche evidenziano, infatti, che i bambini extracomunitari sono, più spesso di quelli italiani, vittime di rapporti sessuali, indotti alla visione di pornografia ed avviati alla prostituzione (124). La causa, probabilmente, si può ricondurre alla loro stessa situazione di vita, caratterizzata da una quasi totale abbandono sia da parte delle istituzioni, sia da parte della famiglia (costretta a lottare per la sopravvivenza con un elevato numero di figli).

4.4. Gli indicatori della violenza sessuale

Un dato ricorrente che caratterizza le varie ricerche in tema di abuso sessuale, è relativo alla lunghezza dei tempi che si rendono necessari per il riemergere dei ricordi legati alle esperienze traumatiche infantili (125). In tal senso, come sottolineano Foti e Roccia «la rimozione della propria sofferenza distrugge la capacità di comprendere la sofferenza altrui, e ciò crea le premesse che consentono di riproporre l'abuso sessuale su altri bambini» (126), e per quanto riguarda le madri, impediscono di riconoscerlo nei propri figli. Eppure i bambini abusati esternano spesso moltissime manifestazioni di disagio, talmente tante che quelle che i vari autori ci propongono, non sono altro che tabelle riassuntive dei principali tipi di manifestazione. Malacrea (127) scrive:

viene alla mente che in letteratura, specie quella sui cosiddetti sopravvissuti (survivor), l'abuso è sovente paragonato ad una bomba ad orologeria, di cui nessuno conosce e controlla il timer, pronta a dilaniare nel presente e nel futuro con sofferenze e fallimenti pesantissimi chi non ha potuto elaborare l'esperienza traumatica.

Gli indicatori d'abuso (128) non possono (e non devono) costituire un elenco esaustivo sul quale poter desumere con esattezza se l'abuso si è realizzato, perché esistono casi in cui la sintomatologia clinica è incompleta e dubbiosa (ad esempio quando non c'è stata penetrazione) (129). I sintomi, o "segnali" dell'abuso, possono variare notevolmente in relazione all'età della vittima e alla fase di sviluppo della vittima e interessare differenti aree funzionali: da quella somatica a quella affettiva a quella cognitiva andando così a ricomprendere moltissime "dichiarazioni" di disagio riscontrabili nell'età evolutiva. Il quadro di insieme può presentare notevole vicinanza a quello caratterizzante la "sindrome post traumatica da stress" (130). Gli indicatori possono essere così raggruppati (131):

  1. indicatori cognitivi;
  2. indicatori fisici;
  3. indicatori comportamentali/emotivi.

Tra gli indicatori cognitivi rientrano ad esempio, le conoscenze sessuali inadeguate per l'età, mentre tra gli indicatori fisici di abuso troviamo la deflorazione, la rottura del frenulo, le ecchimosi e i lividi in zona perineale, i sintomi di malattie veneree ed altri che devono considerarsi più equivoci per le molteplici cause che possono averli generati, come le incisure imenali, le neovascolarizzazioni a livello del derma nelle grandi labbra (nelle bambine) o le irritazioni del glande o del prepuzio (nei bambini) insieme ad arrossamenti ed infiammazioni aspecifiche localizzate (132).

Gli indicatori comportamentali ed emotivi comprendono sia segnali ravvisabili in famiglia che a scuola (133). In famiglia i bambini abusati possono presentare problemi relativi all'alimentazione (anoressia o bulimia), comparsa di enuresi, diarrea, malattie psicosomatiche (eczemi, asma, mal di pancia ecc.), disturbi del sonno (insonnia, incubi, risvegli notturni con grida di terrore ecc.), paura eccessiva del buio, paura di rimanere solo in casa, fughe da casa. A scuola qualche sintomo potrebbe essere rappresentato da: assenze ingiustificate, difficoltà di attenzione, comportamento aggressivo nei confronti dei compagni, isolamenti, scarso rendimento scolastico, relazioni disturbate con gli insegnanti, disegni a sfondo sessuale, riassunti e temi con argomenti legati al sesso, conoscenze sessuali eccessive per l'età.

È chiaro che gli indicatori non devono creare inutili allarmismi, la presenza di uno o più di questi segnali non deve subito far pensare a un abuso sessuale. Ci sono tuttavia dei segnali che possono essere considerati più "specifici" e maggiormente indicativi, soprattutto se compaiono in modo improvviso e non legato a situazioni ed eventi riscontrabili e se tendono a perdurare nel tempo, evidenziando una scarsa rispondenza ad eventuali attenzioni e approcci di "rassicurazioni" attuati dagli adulti di riferimento presenti nell'ambiente di vita (soprattutto quelli legati alla spiccata erotizzazione della propria vita: i bambini abusati tendono a diventare sessualmente aggressivi nei comportamenti e nei giochi) (134). Senza dubbio, i campanelli d'allarme devono per primi servire ai genitori e agli insegnati: il bambino può mostrare un disagio che necessita comprensione e non certo un castigo. Occorre entrare in relazione con il minore, al suo livello, prestare ascolto al suo richiamo, rassicurarlo che vi è un adulto pronto ad aiutarlo, un adulto al quale può, con fiducia, riferirsi ogni qual volta trovi difficoltà nel suo cammino di crescita. Occorre che la scuola e la famiglia cooperino sinergicamente, ognuno con le proprie competenze, tenendo sempre presente che oggetto del problema non è sostenere un principio o arroccarsi in una posizione: il problema è la capacità del mondo degli adulti di confrontarsi con quello dei bambini.

5. Pedofilia: il punto di vista sociale

5.1. La non univoca definizione di pedofilia

Nello studio del fenomeno della pedofilia è sicuramente importante codificare, almeno teoricamente, la nozione di pedofilia. I vari autori che hanno affrontato tale problematica hanno tentato di focalizzare la loro attenzione proprio sull'inquadramento teorico, che tuttavia non risulta di facile comprensione per la difficoltà di far convergere in un unicum concettuale, i diversi orientamenti. Sulla questione si sono snodati diversi percorsi interpretativi, alcuni dei quali da leggere in chiave socio-antropologica, altri in chiave prevalentemente clinico (135).

Secondo la prima chiave di lettura che potrebbe essere definita panculturale, la pedofilia viene definita un «pervertimento sociale» (136), un comportamento cioè che si qualifica come perverso solo in alcune società e in alcuni periodo storici mentre in altri costituisce un comportamento assolutamente normale. Infatti, non in tutti i periodi storici e presso tutte le civiltà, come già analizzato (137), la pedofilia ha assunto il significato di un'attività perversa e moralmente disprezzabile.

In una parentesi tra la prima (quella panculturale) e la seconda chiave di lettura (quella clinica), si può collocare una terza intermedia che trae spunto sia dall'approccio antropologico sia quello clinico: un tipo di lettura antropofenomenologico. Gli studiosi di questa corrente, Kunz (138) e Bräutigam (139), hanno evidenziato nei comportamenti pedofili la specificità di stati emotivi legati all'impellenza e all'urgenza; stati emotivi, che di fatto costituiscono ostacoli all'avvicinamento naturale tra uomo e donna finalizzato ad una relazione amorosa.

La terza chiave di lettura infine, di tipo clinico, colloca la pedofilia all'interno delle patologie legate alla sfera della sessualità, configurandola come una perversione sessuale (140). Alcuni psichiatri hanno analizzato la pedofilia in correlazione alle perversioni, dando particolare rilievo alla dimensione psichica inconscia e al vissuto infantile, tra questi studiosi Glueck (141), che appartiene alla corrente psicodinamica. Egli ha ipotizzato come fattore esplicativo della pedofilia l'arresto dello sviluppo psicosessuale, dovuto ad un trauma precoce o all'aver vissuto la propria sessualità in un ambiente restrittivo. Glueck ha avanzato anche un'ulteriore ipotesi, che la pedofilia sia il risultato di conflitti sessuali raggiunti senza il contributo della fantasia, probabilmente per un insuccesso o per una formazione distorta della coscienza causata da una patologia (142). Studiosi quali Hammer e Glueck (143), e più recentemente Kernberg (144), continuando a riferirsi alla sfera della sessualità, hanno individuato nell'angoscia di castrazione un elemento che caratterizza fortemente il comportamento pedofilo. La presenza di questo genere di ansia, riconducibile secondo gli autori ad un problema di natura edipica, determina nel pedofilo l'incapacità di accedere ad un tipo di sessualità genitale e causa, di conseguenza, una regressione ad una fase orale e anale, che induce il soggetto a preferire al rapporto con un adulto, quello con un bambino. Secondo altri autori (145), l'angoscia di castrazione non sembra essere però l'elemento determinante per inserire la pedofilia nelle perversioni, pur essendo presente in larga misura nel comportamento pedofilo. Gli autori infatti, attribuiscono alla pedofilia il significato di perversione, non tanto in correlazione a conflitti di natura sessuale, quanto in riferimento ad eventi e relazioni traumatiche vissute dal soggetto soprattutto in età infantile, oppure a gravi carenze nella formazione della propria identità. Il pedofilo che nella propria infanzia ha sperimentato una sessualità traumatica compiuta da un adulto, può sviluppare un comportamento perverso che si concretizza nel ricorso costante alla sessualità con bambini piuttosto che con adulti psicosessualmente maturi. Il rapporto con i bambini infatti, evita al pedofilo il confronto con una sessualità matura e completa che potrebbe mettere in crisi la propria fragile identità (146). In sostanza, questo orientamento che sembra discostarsi dalle teorie della psicoanalisi classica, nel tentativo di spiegare la personalità del pedofilo, attribuisce grande importanza alle esperienze sessuali traumatiche vissute nell'infanzia.

Seguendo le indicazioni fornita dal DSM-IV (147) (Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi mentali), come meglio verrà spiegato più avanti, la pedofilia è inserita nel capitolo delle parafilie ed è definita come un paradigma frutto di fantasie, impulsi sessuali o comportamenti ricorrenti e intensamente eccitanti che in generale riguardano oggetti inanimati, sofferenze e umiliazioni di se stessi o del partner, bambini o altre persone non consenzienti. La pedofilia, in sostanza, ha la propria caratteristica parafilica focalizzata nell'attività sessuale ricorrente con bambini prepuberi, generalmente di tredici anni o più piccoli. Le attività sessuali perpetrate dai pedofili sono da questi ritenute legittime poiché sono considerate atti educativi, inoltre spesso e volentieri, il pedofilo giustifica il suo atteggiamento perché stimolato dalla provocazione dei bambini stessi.

Al di là dello schema nosografico del DSM-IV, che rimane una formula compromissoria e non esaustiva, la dottrina non si è sottratta al tentativo di costruire una sorta di identikit del pedofilo, anche perché i media hanno contribuito molto a mitizzare la sua figura, a volte legando l'immagine del pedofilo a quella di uno "sporcaccione", piuttosto anziano e solo, a volte a quella di un malato psichico, magari affetto da menomazioni fisiche, o a quelle di un vizioso. Già nel 1979, grazie ad una ricerca di Groth (148), si scoprì che il pedofilo ha in genere un'età inferiore a trentacinque anni, un'intelligenza normale e nessuna minorazione fisica o psichica. Inoltre nella maggior parte dei casi è un componente familiare. A conferma di ciò, una ricerca più recente, condotta dal Presidente di ECPAT (End Child Prostitution in Asian Tourism), Ron O'Grady (149). Nel suo studio, condotto soprattutto sul fenomeno del turismo sessuale, Ron O'Grady ha osservato che dalle inchieste giudiziarie e giornalistiche, emerge un profilo del pedofilo completamente nuovo e del tutto diverso dalle consuete raffigurazioni. Il pedofilo risulta essere, infatti, un uomo di mezza età, professionista (magistrato, medico, avvocato, docente universitario, uomo politico), appartenente a ceti sociali medio-alti, con un buon livello di istruzione, stimato e ben inserito nella comunità nella quale vive. Generalmente non è coniugato, e se lo è conduce una vita matrimoniale insoddisfacente. Non necessariamente il suo interesse sessuale si rivolge ai figli, infatti si può rivolgere verso bambini estranei anche se non del tutto: può accadere che si tratti di minori che egli abitualmente frequente ad esempio per ragioni di educazione, vigilanza o custodia. Sostiene O'Grady:

Tutto ciò ci induce a riflettere su un ulteriore profilo dell'essere pedofilo, quello che noi potremo definire "intermittente" o "viaggiatore", il quale è persona stimata e rispettata nel proprio paese mentre, recandosi in paesi dove si pratica lo sfruttamento sessuale dei minori, perde qualunque inibizione convinto di legittimare il proprio comportamento sessuale perverso perché tale non ritenuto dalla cultura del paese di cui è ospite (150).

5.2. Uno studio pilota

I primi a svolgere delle ricerche per approfondire la conoscenza, l'analisi della percezione sociale e i sentimenti dei consociati nei confronti del reato, furono gli studiosi americani attorno agli anni '50. Tali studi hanno interessato i criminologi di ogni paese per l'importanza assunta dalle indagini svolte, soprattutto in ordine al fatto che viene posta l'attenzione su elementi non precedentemente considerati in modo adeguato come la vittima, il ruolo dei mass media, il sistema giudiziario e l'allarme sociale. Lo studio dell'opinione pubblica ha diverse finalità: la valutazione delle linee di politica criminale, la misurazione della conoscenza delle norme penali da parte del corpo sociale e della rispondenza di esse al sentire comune, la quantificazione dell'allarme sociale destato dalla criminalità, la valutazione degli stereotipi che si formano intorno alla vittima, all'autore del reato in genere, l'influenza di questi sulle decisioni dei giudici (151). D'altra parte però, lo studio delle ricerche sulla percezione sociale non è priva di aspetti problematici. In primo luogo vi è il rischio dell'interferenza, sia nella raccolta che nella lettura dei dati, del background del ricercatore (152) che può dirigere l'interpretazione delle risposte in un senso o nell'altro. Un'altra questione è quella della misurazione del crimine attraverso scale di percezione della gravità e indici di gravità, come individuato negli studi di Sellin e Wolfgang (153). In proposito si fronteggiano due differenti teorie: quella del consenso (Sellin e Wolfgang), secondo la quale nell'opinione pubblica vi sarebbero appunto consenso circa la gravità dei reati, non essendo influenzata la valutazione dalle caratteristiche culturali, sociali ecc. dei soggetti (154) e quella del conflitto, per la quale le condotte devianti verrebbero valutate in modo differente dai diversi gruppi sociali. Un'ulteriore questione verte su che cosa influenzi gli stereotipi che emergono dai vari studi. Secondo alcune ricerche (155) sarebbero i media a veicolare le opinioni in merito ai reati; l'esposizione televisiva dipenderebbe a sua volta dallo status socio-economico e dal senso di un soggetto (156). In altre indagini (157) al contrario, si sostiene che la percezione del reato corrisponderebbe alla realtà e non vi sarebbe un'accettazione passiva di quanto diffuso, in maniera distorta sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo, dai mass-media.

Negli ultimi anni sono state effettuate alcune ricerche che hanno preso in considerazione percezione, atteggiamento e conoscenza della pedofilia. Tali studi hanno avuto ad oggetto, di volta in volta, categorie diverse di soggetti, al fine di delineare un quadro della situazione il più generale possibile. Di seguito una ricerca effettuata su un campione di:

La prima tabella (tabella 1 sotto indicata) illustra la percezione, con poche differenze di percentuale, del pedofilo come persona malata nei tre diversi tipi di campione intervistati (58,6% secondo gli studenti, 63,6% per le donne e 61,30% per la polizia); molto meno convincente l'idea di maniaco sessuale (23,6%, 12,1%, 27,9%) e percentuali piuttosto basse per la concezione di delinquente.

Tabella 1 - Percezione del pedofilo
Il pedofilo per Lei è... Studenti Donne Poliziotti
Una persona malata 58,6% 63,6% 61,30%
Un maniaco sessuale 23,6% 12,1% 27,9%
Un delinquente 11,4% 10,6% 9,0%
Altro 6,4% 13,6% 1,8%

Per quanto riguarda il sesso del pedofilo, esistono invece delle differenze nel "sentire" delle donne rispetto alle altre due categorie (in cui comunque sono presenti studentesse e poliziotte). Secondo il 63,6% delle donne intervistate, il pedofilo tipo è immaginato appartenente al mondo maschile, mentre per il 12,1% è una donna; secondo studenti e poliziotti invece, la possibilità che il pedofilo sia una femmina è praticamente nulla è dell'1%. È comunque indifferente per il 10,6% il sesso del pedofilo secondo le donne, mentre studenti e poliziotti lo vedono appartenente al mondo maschile.

Tabella 2 - Sesso del pedofilo
Sesso Studenti Donne Poliziotti
Maschio 99,4% 63,6% 97,1%
Femmina 12,1% 0 1,0%
È indifferente 0,6% 10,6% 1,9%

Le tre categorie di soggetti intervistati ritengono indifferente il titolo di studio del pedofilo, il che si traduce in una sostanziale assenza di correlazione tra il grado di istruzione e l'attitudine pedofila.

Tabella 3 - Titolo di studio del pedofilo
Titolo di studio Studenti Donne Poliziotti
Basso 9,1% 28,8% 7,6%
Medio 11,9% 27,3% 16,2%
Alto 3,4% 25,8% 2,7%
Medio-alto 0,6% 7,6% 3%
Non c'è differenza 74,9% 10,6% 70,5%

Per i molti intervistati il pedofilo lavora (più convinte le donne con il 45,5%), anche se la più alta percentuale, degli studenti e dei poliziotti, considera indifferente lo status occupazionale.

Tabella 4 - Stato occupazionale del pedofilo
Occupazione Studenti Donne Poliziotti
Occupato 17,9% 45,5% 22,1%
Lavoro saltuario 7,9% 12,1% 7,7%
Disoccupato 1,3% 9,1% 4,8%
È indifferente 73,0% 33,3% 65,4%

Ulteriore differenze tra le due categorie (studenti e poliziotti) e le donne: per i primi non è importante lo stato civile del pedofilo (anche se è molto più probabile che sia coniugato che non), mentre secondo le donne è sicuramente coniugato (48,5%), anche se non fa molta differenza (31,8%).

Tabella 5 - Stato civile del pedofilo
Occupazione Studenti Donne Poliziotti
Coniugato 19,8% 48,5% 19,0%
Non coniugato 6,0% 19,7% 11,4%
È indifferente 74,2% 31,8% 69,5%

Secondo quasi tutti i poliziotti e gli studenti intervistati, il pedofilo è un soggetto bisessuale, anche se il 37,7% degli studenti intervistati ritiene che sia eterosessuale, così come il 42% dei poliziotti. Secondo le donne è sicuramente eterosessuale (45,5%), mentre solo nel 6,1% dei casi è bisessuale.

Tabella 6 - Orientamento sessuale
Orientamento sessuale Studenti Donne Poliziotti
Eterosessuale 37,7% 45,5% 42,0%
Omosessuale 3,2% 15,2% 14,0%
Bisessuale 57,7% 6,1% 44,0%
È indifferente 1,3% 33,3% 0%

Quasi unanimi le risposte degli intervistati rispetto alla conoscenza dell'argomento: il 77,6% degli studenti ne è informato, così come l'89,4% delle donne e il 72,6% dei poliziotti.

Tabella 7 - Grado di informazione degli intervistati sull'argomento
È informato su questo argomento? Studenti Donne Poliziotti
Si 77,6% 89,4% 72,6%
No 22,4% 10,6% 27,4%

Lo strumento da cui gli intervistati hanno ricevuto le informazioni è in principal modo la televisione e i mass media in generale. Percentuali molto basse rispetto alla cultura in materia di derivazione documentale.

Tabella 8 - Principali fonti di informazione
Quali sono le Sue fonti di informazioni? Studenti Donne Poliziotti
La TV, la radio, i giornali 90,5% 77,1% 80,0%
Libri e documenti 7,3% 12,9% 12,9%
Amici o colleghi di lavoro 2,3% 10,0% 7,0%

Fortunatamente tutti riconoscono che non sono sufficienti le notizie che trapelano da TV e giornali.

Tabella 9 - Necessità percepita di una maggiore informazione
Avverte la necessità di maggiore informazione? Studenti Donne Poliziotti
Si 75,1% 83,3% 80,4%
No 24,9% 16,7% 19,6%

Questo studio, realizzato tra il 1999 e il 2001, ha permesso di osservare che quasi tutti gli intervistati dichiarano di essere a conoscenza della recente legge n. 269 del 1998 «Norme contro lo sfruttamento della prostituzione, della pornografia, del turismo sessuale in danno di minori, quali nuove forme di riduzione in schiavitù».

Tabella 10 - Conoscenza della legge sullo sfruttamento sessuale dei minori
Sa dell'esistenza di una recente legge sullo sfruttamento sessuale dei minori? Studenti Donne Poliziotti
Si 74,5% 60,6% 79,4%
No 25,5% 39,4% 20,6%

I mezzi di informazioni sono gli stessi che hanno permesso di conoscere agli intervistati il fenomeno pedofilia: TV, radio e giornali in maggior parte (87,4%; 72,5%; 64%).

Tabella 11 - Mezzi di informazione per la conoscenza della legge
Se ne è a conoscenza, attraverso quali mezzi? Studenti Donne Poliziotti
La TV, radio, i giornali 87,4% 72,5% 64,0%
Pubblicazioni scientifiche o inchieste sociali 8,1% 17,5% 21,3%
Compagne informative 4,5% 10,0% 14,6%

La stragrande maggioranza dei soggetti incontrati dagli autori della ricerca (161) ritiene le pene previste dal legislatore da sei a dodici anni per i reati di pedofilia sono poco severe (per il 64,2% degli studenti, 68,2% delle donne e 73,6% dei poliziotti come da tabella 12). Non vi è dubbio che il totem della pena più severa estrinseca tutta la sua forza emotiva nella risposta data. Con percentuali abbastanza equilibrate, la pena che dovrebbe essere comminata è l'ergastolo per il 44,2% degli studenti, il 38,7% delle donne e il 33,8% dei poliziotti. Il 42,2% degli studenti intervistati ritiene che la pena dovrebbe consistere nella castrazione chimica, la percentuale che immagina la stessa pena delle donne è del 37,8% e i poliziotti vorrebbero la castrazione chimica nel 44,1% dei casi (tabella 13).

Tabella 12 - Opinione sulla durezza delle pene previste dalla legge
La legge prevede da 6 a 12 anni di reclusione, ritiene che tali pene siano: Studenti Donne Poliziotti
Giuste 34,9% 22,7% 26,4%
Troppo severe 0,9% 4,5% 0
Poco severe 64,2% 68,2% 73,6%
Altro 0 4,5% 0
Tabella 13 - Pena ritenuta più adeguata per i reati di pedofilia
Pensa che i pedofili dovrebbero essere puniti con la pena... Studenti Donne Poliziotti
Dell'ergastolo 44,2% 37,8% 33,8%
Della castrazione chimica 42,2% 37,8% 44,1%
Di morte 12,6% 13,3% 20,8%
Altro 1,0% 11,1% 1,3%

Un 53,1% di studenti, un 51,5% di donne e un 73,3% di poliziotti, ritiene che una maggiore severità delle pene contribuirebbe alla diminuzione della commissione del reato.

Tabella 14 - Opinione in merito dell'effetto di pene più severe
Una maggiore severità delle pene secondo Lei favorirebbe... Studenti Donne Poliziotti
La scomparsa della pedofilia 2,5% 4,5% 6,7%
La diminuzione della commissione del reato 53,1% 51,5% 73,3%
Sarebbe ininfluente 44,4% 43,9% 20,0%

Riguardo infine all'ipotesi di strategie di intervento a carattere sanitario a favore dei pedofili, molti sono d'accordo, ma occorre che il pedofilo manifesti reali intenzioni di voler risolvere il suo "disagio" partendo da una consapevolezza che quasi mai il pedofilo, possiede. Interessante notare come le donne, nella percentuale del 43,9%, probabilmente mosse da una spinta emotiva, ritengono che le cure sanitarie dovrebbero essere destinate solo alle vittime (tabella 15).

Tabella 15 - Opinione circa la necessità di trattamenti sanitari
La legge prevede trattamenti sanitari per i pedofili che ne facciano richiesta, Lei è d'accordo? Studenti Donne Poliziotti
Si, si tratta di persone comunque bisognose di cura 42,2% 4,5% 43,0%
Si, ma è necessario accertare la loro reale intenzione 47,8% 51,5% 36,4%
No, perché i trattamenti sanitari vanno destinati solo alle vittime 9,9% 43,9% 19,6%

Dal confronto tra i tre differenti campioni presi in considerazione emerge una certa omogeneità nelle risposte. Per quanto riguarda la percezione del pedofilo, netta prevalenza ha la visione di esso in chiave patologica. Una dato singolare è il fatto che l'attributo "delinquente" venga scelto maggiormente dagli studenti e dalle donne, mentre ci si sarebbe potuti aspettare una percentuale più elevata tra gli agenti, in considerazione della professione. È interessante notare, inoltre, come alcuni intervistati facciano rientrare il pedofilo in più categorie, ritenendolo malato ed insieme delinquente o maniaco (162). Ciò che di comune si trova in tali definizioni è la convinzione che qualcosa non funzioni correttamente nella mente del pedofilo. Riguardo al sesso del pedofilo, il gruppo di agenti, si differenziano per la presenza di una percentuale, peraltro minima, di soggetti che lo ritengono femmina, mentre la percentuale delle donne che lo immagina di sesso femminile è un po' più alta. Il considerare il soggetto pedofilo maschio non si discosta da quella che è l'opinione generalmente diffusa e che corrisponde alla realtà, sebbene si debba prendere atto del fatto che, soprattutto negli ultimi anni, si è riscontrata tra i soggetti che abusano di minori, anche la presenza di donne (163).

Secondo gli intervistati, il titolo di studio è indifferente e non c'è una particolare correlazione tra pedofilia e grado di istruzione.

Tra studenti e poliziotti non si riscontrano particolari differenze nemmeno per quanto riguarda l'orientamento sessuale: il pedofilo è considerato dalla maggioranza degli intervistati bisessuale. La maggior parte delle donne invece, lo ritiene eterosessuale, con una bassa percentuale di coloro che lo ritengono omosessuale o bisessuale. Per quanto concerne il grado di informazione, sia l'argomento pedofilia in genere che sulla recente normativa al riguardo, si deve notare che esso non è dal punto di vista quantitativo particolarmente alto (un po' di più per le donne): una percentuale non indifferente di intervistati non è infatti informata, nonostante l'argomento rivesta grande attualità. E ciò è ancor più grave in riferimento al campione di agenti di polizia, i quali, in ragione della loro professione, potrebbero venire a contatto con relativa facilità con tale realtà. La situazione non migliora dal punto di vista della qualità dell'informazione: fonti di conoscenza in assoluto prevalenti sono i mezzi di comunicazione di massa (TV, radio, giornali). Si deve inoltre, tener conto che i media spesso si preoccupano maggiormente della spettacolarizzazione e della drammatizzazione degli avvenimenti riguardanti la pedofilia che dell'esposizione obiettiva dei fatti. Probabilmente a causa di tali carenze, più di tre quarti degli agenti, circa i tre quarti degli studenti e una percentuale un po' più bassa delle donne, percepiscono la necessità di maggiore informazione. Qualche differenza tra i tre campioni emerge invece per ciò che concerne l'aspetto sanzionatorio. Gli agenti mostrano maggiore rigidità rispetto agli studenti (ma non rispetto alle donne): più bassa è la percentuale che ritiene la pena attualmente prevista per il pedofilo giusta e addirittura nessuno di loro considera troppo severa (in questo caso è un po' più alta la percentuale delle donne che ritiene questa pena eccessiva). Più alta è, poi, la percentuale di chi tra essi richiede la pena capitale. Diversa anche la sanzione che secondo la maggior parte degli intervistati andrebbe inflitta al pedofilo: la castrazione chimica per gli agenti, in un uguale percentuale ergastolo e castrazione chimica per le donne, l'ergastolo per gli studenti (164).

Non si riscontrano particolari differenze per quanto riguarda l'opinione prevalente che gli intervistati dei tre campioni manifestano sull'effetto di sanzioni più severe: la diminuzione della commissione del reato. Però è vicina la percentuale di studenti e donne che ritiene che sarebbero ininfluenti, mentre molto distante è quella dei poliziotti che hanno tale convincimento.

La maggior parte del campione intervistato ritiene che il pedofilo che lo richieda deve poter usufruire di trattamenti sanitari. Ci sono però delle differenze in quanto le donne e gli studenti vorrebbero porre una condizione all'accesso del trattamento sanitario: l'accertamento della reale intenzione dell'autore di abusi sessuali su minori, di sottoporsi ad una terapia. È inoltre evidente una particolarità delle risposte femminili: la maggior parte di esse si è dichiarata favorevole ai trattamenti per i pedofili, ma non molto superiore la percentuale che è, invece, contraria perché ritiene tali trattamenti da destinarsi solo alle vittime.

5.3. Conclusioni

Intorno alla figura del pedofilo si sono creati molti stereotipi, alcuni sono stati superati altri invece sopravvivono. Sicuramente una delle più radicate idee che gli studi in materia hanno permesso di superare è senz'altro quella dell'immagine popolare che vedeva il pedofilo come un uomo di una certa età, "sporcaccione", generalmente in pensione o disoccupato, che oltre a molestare qualsiasi bambino che gli capita a tiro (preferibilmente dello stesso sesso), avrà sicuramente anche anomalie del comportamento sessuale, come l'esibizionismo, il voyeurismo ecc. (165). Oggi come oggi, è presente invece, lo stereotipo della malattia mentale del soggetto che abusa di minori. Un'altra idea comune riguardo al pedofilo, era anche quella secondo cui egli è uno squallido estraneo alla rete di relazioni della sua vittima, idea purtroppo smentita da numerosi studi a livello nazionale ed internazionale (166): spesso il pedofilo è uno squallido parente o conoscente.

Sul piano sanzionatorio, pare avere tendenza dominante, la richiesta di pene molto più severe di quelle attualmente previste dalla legge italiana: tali sanzioni hanno, per gli intervistati, funzione principalmente retributiva, oltre che di difesa sociale e, solo in piccola parte intimidativa, essendo chieste anche da chi le ritiene ininfluenti sulla commissione del reato (167). Ammettere tale tipo di funzione sanzionatoria, significa ammettere la piena responsabilità del pedofilo per le sue azioni, la quale non concorda con l'opinione invece diffusa che esso sia malato e necessiti di trattamenti sanitari: la forte propensione retributivistica sembrerebbe quindi sottesa da un sentimento di riprovazione e di paura verso certi atti che avrebbero preso il sopravvento sulla razionalità di coloro che hanno compilato il questionario (che, per essere coerenti, avrebbero dovuto chiedere misure compatibili con lo stato mentale in cui si immaginano il pedofilo). Un altro punto importante da evidenziare, sembra essere il ruolo fondamentale nella società, che svolgono i Mass Media. Trattandosi delle fonti di informazione più utilizzate, si assumono una forte responsabilità che però non sempre soddisfano in maniera esemplare. I Media svolgono il ruolo di informazione e di conoscenza, ma invece di puntare l'accento sulla realtà dei fatti ed essere obiettivi, tendono a spettacolarizzare, ad "impressionare" a "fare notizia" al fine, probabilmente, di aumentare audience di telegiornali e dibattiti, vendere giornali, guadagnare. Quello che è auspicabile, è l'aumento di fonti di conoscenza diverse e maggiormente approfondite, anche al fine di far maturare una maggiore capacità di valutazione critica nei confronti di quando divulgato dai media. Sicuramente un passo importante è stato fatto a livello sociale: si è cominciato a parlarne, il modo migliore, secondo me per esorcizzare il demone. Dalla presente indagine infatti, si evince chiaramente il bisogno e la volontà di conoscere l'argomento, aspetto importantissimo, onde evitare che nelle prossime interviste i soggetti siano, come sostengono Mariani e Calvanese «così fortemente influenzati da istanze primariamente emotive, vendicativo-retributivistiche, scarsamente mediate sul piano razionale e critico, finendo con il comportare valutazioni non sempre serene e talvolta palesemente contraddittorie» (168).

6. Il fenomeno dell'incesto

Ogni società si basa su scale di valori storicamente definite e variabili nel tempo e il fenomeno dell'incesto è stato, in epoche e comunità particolari (ad esempio nella società contadina e pastorale) tollerato e non avvertito come deviazione sessuale. Oggi, la nostra cultura ci porta a condannare l'incesto. In quanto fenomeno, l'incesto, presenta delle differenze con la violenza sessuale sui minori: non sempre infatti, l'incesto presuppone la violenza, anzi, giuridicamente si parla di incesto in caso di violazione della morale familiare (che è l'oggetto tutelato dall'art. 564 c.p. in seguito spiegato nel dettaglio) attraverso il compimento di atti sessuali che causano "pubblico scandalo". Si parla dunque di atti sessuali, non di violenza. Nonostante l'impronta giuridica, però, è interessante notare come nella percezione sociale, l'incesto viene riferito a tutti quei casi in cui vengono compiute violenze sessuali tra soggetti appartenenti alla stessa famiglia, e l'elemento della violenza con cui viene commesso l'atto sessuale (169) lo rende, socialmente, un caso particolare e specifico della situazione di abuso sessuale. Da considerare, come già in precedenza analizzato (170), che quando si parla di violenza sessuale su minore, ci si riferisce ad una presunzione di violenza in cui l'eventuale consenso o dissenso del minore non ha rilevanza giuridica. Il minore è considerato un soggetto speciale che necessita di particolare e più attenta protezione, ogni singolo atto sessuale, anche se da lui deciso o voluto, è ritenuto un atto violento da perseguire.

Esemplificativa è la definizione proposta dal Comitato di protezione giovanile del Quebec, che ha individuato l'incesto in qualsiasi tipo di relazioni sessuale che avviene all'interno della famiglia tra un bambino ed un adulto che svolge nei suoi confronti una funzione parentale. Vi rientrano, quindi, atti compiuti in ogni tipo di relazione, etero od omosessuale (non soltanto se si arriva all'accoppiamento, ma anche quando si verificano pratiche oro-genitali, anali e masturbatorie), e al bambino di atti di voyeuristico ed esibizionistici.

Dunque, quando la società discute di situazioni di incesto si riferisce ai casi di abuso sessuale intrafamiliare, che vengono puniti dall'ordinamento con la normativa della Legge n. 66 del 1996. Da anni, infatti, anche i giudici che devono valutare casi di incesto tra un soggetto minorenne ed uno maggiorenne, non applicano più l'art. 564 c.p., in quanto tale norma non ha di mira la tutela del minore (che è invece quello che l'attuale percezione sociale ritiene essere l'obiettivo più importante dell'ordinamento) e fanno ricorso alle norme sulla violenza sessuale. Questo cambiamento è risultato anche dal fatto che i vari studi di psicologia sul rapporto sessuale tra un soggetto minorenne ed uno maggiorenne (soprattutto se legati da un rapporto di parentela) hanno individuato che in questa situazione di violenza intrinseca all'atto stesso, anche se non esplicita. È dunque più opportuna la tutela del minore attraverso le norme sulla violenza sessuale (171). Un ultimo appunto ci viene fornito da Moro (172) che ritiene che l'eziologia dell'incesto debba essere oggi più esattamente individuata in una "cultura della violenza" pervasiva delle relazioni familiari, nelle quali ogni membro della famiglia contribuisce allo sviluppo e al mantenimento del problema. Dunque non è corretto interpretare l'incesto come qualcosa riguardante esclusivamente il sesso, ma come un fatto legato ai rapporti di potere all'interno della famiglia e ad una serie di sottoculture ancora molto diffuse all'interno della nostra società, come la "cultura del possesso del figlio" che scambia la forza con la potenza e l'affetto con il possesso.

6.1. Un accenno alla storia

L'incesto è il rapporto sessuale tra persone che hanno legami di parentela, la cui origine, e il cui divieto, sono antichissimi, come anche le punizioni, che arrivavano fino alla morte dei colpevoli e che hanno caratterizzato quasi tutte le culture del mondo. Già ai tempi degli antichi Greci esistevano norme riguardanti l'incesto. In Grecia, dopo un primo periodo di tolleranza, vennero giuridicamente represse le unioni incestuose, in particolare il matrimonio fra ascendenti e discendenti, mentre soltanto interdetto il matrimonio tra fratello e sorella (tollerato solo nel caso in cui costoro non fossero figli della stessa madre) (173). Nel diritto romano per incesto venivano indicati tutti i gravi attentati alle leggi religiose e per i quali non era ammessa espiazione (ad esempio tutti i reati in ordine alle contaminazioni dei rapporti di consanguineità). La prima vera e propria incriminazione dell'incesto risale alle origini del diritto romano, quando tale comportamento veniva punito con la pena di morte; in epoca imperiale poi, la pena capitale venne sostituita dalla deportazione, poiché la maggior parte dei comportamenti incestuosi venivano compiuti da soggetti appartenenti alle classi sociali più privilegiate. Il Cristianesimo contribuì ad inasprire le pene: per il comportamento incestuoso era prevista la vivicombustione (174). Nel periodo illuminista, invece, venne sconfessato l'incesto come reato penale tanto che non venne inserito nei delitti previsti dal codice francese del 1810, e nemmeno in quello delle Due Sicilie del 1819 e in quello di Parma del 1820. Successivamente fu poi il codice sardo-italiano del 1859 e il codice toscano del 1853 che ripristinarono la previsione del reato di incesto.

Il codice Zanardelli adottò una soluzione di compromesso, subordinando la punizione del reato al verificarsi del "pubblico scandalo". Tale soluzione aveva trovato unanime accordo, visto che erano in molti a proporre di sopprimere l'ipotesi delittuosa. Il codice Rocco ha infine, previsto tale reato all'articolo 564 c.p. nel fatto di avere rapporti sessuali, in modo che derivi "pubblico scandalo", con un discendente o un ascendente, o con un affine in linea retta, o con un sorella o un fratello (175). Nei lavori preparatori non fu neanche discusso sull'opportunità o meno di punire l'incesto. L'unica perplessità riguardò il mantenimento dello "scandalo pubblico", che venne ribadito, riconoscendosi anzi proprio in esso il requisito fondamentale per la configurazione del reato o almeno per la sua punibilità (176).

6.2. La definizione giuridica d'incesto

L'ipotesi delittuosa di incesto è inserita nel nostro codice penale all'art. 564 c.p. Capo II (Dei delitti contro la morale familiare), nel Titolo IX (Dei delitti contro la famiglia). Il legislatore ha previsto la pena della reclusione da uno a cinque anni per tutti coloro che commettono incesto con un discendente o un ascendente, con un affine in linea retta o con una sorella o un fratello in modo che ne derivi pubblico scandalo (reclusione da due a otto anni nel caso di relazione incestuosa e perdita della potestà sul figlio in caso in cui sia coinvolto un genitore). L'ipotesi giuridica quindi, non si limita soltanto ad evitare la degenerazione di razza (177) a causa della procreazione fra consanguinei, ma prevedendo anche i rapporti sessuali tra affini in linea retta (suocero e nuora, genero e suocera, per i quali non sussiste il vincolo di consanguineità), intende avere una più ampia ratio. In effetti, la punizione conseguente al comportamento incestuoso è giustificata dalla sua particolare riprovevolezza morale, dalla turpitudine che lo rende assolutamente intollerabile per la comunità sociale. La profonda ripugnanza che il fatto desta nella coscienza pubblica, induce lo Stato ad intervenire con la più grave delle sanzioni di cui dispone: la pena della reclusione (178).

Per la punibilità del reato di incesto, il codice penale richiede il "pubblico scandalo", concetto che va ravvisato nella morale della coscienza pubblica, accompagnato dal senso di disgusto e di sdegno contro un fatto tanto grave (179). Tale "scandalo" inoltre, deve essersi effettivamente verificato, e quindi, non basta che la generalizzata riprovazione, in cui esso si concretizza, venga evidenziata in qualsiasi modo (e cioè la semplice possibilità che ne derivi pubblico scandalo), occorre che essa sia stata cagionata dalla condotta almeno colposa degli autori. La legge infatti usa l'espressione «in modo che ne derivi pubblico scandalo», ed è opinione unanime della giurisprudenza ritenere che non occorre che la relazione incestuosa sia da tutti conosciuta, basta che il pubblico scandalo sia derivato da un concreto comportamento incauto degli autori, o di uno di essi, pur se non manifestato direttamente in pubblico, ma rilevato dagli effetti materiali o da confessioni (180).

La fattispecie normativa, contenuta nell'art. 546 c.p., è di quelle cosiddette "necessariamente plurisoggettive": in essa, infatti, la condotta tipica è commissibile da almeno due soggetti, i quali devono essere legati fra loro da vincolo di parentela in linea retta (ascendente o discendente) o collaterale entro il secondo grado (fratelli e sorelle), ovvero da vincolo di affinità in linea retta (suoceri, genero, nuora e loro ascendenti o discendenti). Fratelli e sorelle sono sia i germani (figli degli stessi genitori), sia i consanguinei (figli dello stesso padre ma non della stessa madre), sia gli uterini (figli della stessa madre ma non dello stesso padre) (181). Inoltre, no vi è dubbio che, per il disposto dell'art. 540 c.p., vi sono compresi anche gli ascendenti e i discendenti naturali, mentre ne sono esclusi gli adottivi. Sono sorte varie esitazioni per l'esclusione di tali soggetti, soprattutto dopo l'equiparazione legale tra il rapporto familiare di sangue e quello adottivo. Quanto agli affini è ritenuto valido il criterio interpretativo che si desume dall'ultimo comma dell'art. 307 c.p. per cui agli effetti penali il vincolo cessa allorché sia morto il coniuge e non vi sia prole, visto che in tal caso non ricorrono gli estremi del reato di incesto (182). Contro tale tesi, però, gran parte della dottrina rileva che, di fronte al mancato rinvio da parte dell'art. 564 c.p. all'elencazione di cui all'art. 307 ult. co. c.p., consegue che non può trovare applicazione, ai fini dell'incesto, la disposizione secondo cui «nella denominazione di prossimi congiunti non si comprendono gli affini affinché sia morto il coniuge e non vi sia prole», ma va invece applicato l'art. 78 c.p. secondo cui l'affinità non cessa per la morte, anche senza prole, del coniuge dal quale deriva (183).

Il codice penale non offre una definizione chiara ed univoca del concetto di incesto, ragion per cui vi ruotano attorno non poche incertezze. Secondo la giurisprudenza e la maggior parte della dottrina il reato si consuma con il compimento del rapporto sessuale; non manca però chi (184) ritiene sufficiente il compimento di atti sessuali anche diversi dalla congiunzione fisica da parte dei soggetti indicati, in modo che ne derivi pubblico scandalo. Questa seconda opinione si basa sulla motivazione per cui il disgusto morale, che legittima la pena, si verifica pure nei casi in cui la relazione sessuale si esplica in altre forme, le quali possono essere anche più ripugnanti (185). Nel caso di relazione incestuosa, invece, occorre che la reiterazione dei fatti abbia la caratteristica dell'abitualità.

L'elemento psicologico del reato è costituito dal "dolo generico": dunque, deve esservi sia la consapevolezza dell'esistenza del vincolo tra gli autori del fatto (è sufficiente anche un vincolo di filiazione illegittima purché noto agli autori), sia la conoscenza e volontà di avere rapporti sessuali con una delle persone indicate in modo specifico nell'art. 564 c.p. (186). Per quanti poi ritengono che il pubblico scandalo costituisca evento del reato, anche quest'ultimo elemento dovrà essere coperto dal dolo, in quanto esso individua una modalità dell'azione criminosa e, dunque, inerente alla condotta volontaria dei soggetti (187).

Un'ultima considerazione per quanto concerne l'aspetto giuridico dell'incesto verte sulla naturale plurisoggettività della fattispecie: il minore non è qualificabile tecnicamente come vittima, poiché nel caso in cui, uno dei due subisce con violenza o minaccia, il fatto dell'altro, non si ha incesto ma violenza sessuale (ugualmente se uno dei due non è capace di prestare un consenso valido, e per la legge italiana lo è soltanto dal compimento del sedicesimo anno di età). Dunque il reato di incesto viene compiuto quando l'ascendente, oppure la sorella o il fratello convivente, compiono atti sessuali con il discendente di età superiore ai sedici anni e consenziente; e quando il fratello, la sorella o l'affine in linea retta non conviventi compiono tali atti con il familiare di età superiore a quattordici anni. Devono ritenersi applicabili le norme sulla violenza sessuale tutte le volte che uno dei due soggetti deve essere considerato soggetto passivo del fatto dell'altra, anziché concorrente nel fatto stesso (188).

7. La prostituzione minorile e il turismo sessuale

Uno degli aspetti più preoccupanti nella nostra società, è il fenomeno della prostituzione minorile, definita dalle organizzazioni internazionali, una nuova forma di schiavitù presente soprattutto in Asia, in America Latina e in Africa (189). Essa si connota come l'abuso di minori a scopo sessuale e, pur presentandosi sotto varie forme, sta diventando ormai una delle peggiori piaghe che il nostro presente ha ereditato dall'antichità greco-romana e dalle civiltà asiatiche ed africane (190). In quasi tutti i paesi meta del turismo internazionale, dall'Estremo Oriente all'America Latina e, secondo dati recenti, anche in Europa, la prostituzione infantile sta sempre di più toccando livelli preoccupanti, coinvolgendo centinaia di migliaia di bambini e adolescenti, costretti al commercio sessuale da organizzazioni clandestine che ne gestiscono i proventi (191).

7.1. La prostituzione minorile in Italia

Le norme introdotte con legge n. 269/98, contro lo sfruttamento della prostituzione minorile, sembrano mirate a contrastare il mercato nel quale il minorenne viene degradato a merce da usare ad un prezzo prestabilito. Da ciò, sembra si possa conseguire che anche nella prospettiva dell'art. 600 bis, e più in generale laddove nella legge citata, si faccia riferimento al concetto di prostituzione minorile, all'effettuazione della prestazione sessuale sia sottesa una finalità di lucro, intesa in senso lato. In Italia, si segnala la presenza di 25.000 prostitute di cui 18.000 straniere, il 35-40% di quelle straniere hanno meno di diciotto anni. (192)

Un'indagine effettuata sui casi segnalati al Tribunale per i minorenni di Venezia nei tre anni 1998-1999 e 2000 (193), consente di tracciare un quadro abbastanza rappresentativo di questa realtà, anche se i dati raccolti si riferiscono solo alle prostitute minorenni raggiunte dai servizi sociali: una minoranza irrisoria rispetto al numero delle ragazze vittime di questa forma di schiavitù.

Nel 51,5% dei casi le procedure vengono aperte dal Tribunale minorile quando le ragazze, che vengono fermate nel corso di occasionali controlli dalla polizia, decidono di chiedere aiuto; alcune ragazze invece sono segnalate o addirittura accompagnate alla stazione di polizia. Elevato appare anche il numero delle denunce spontanee delle minori (42,4%); mentre solo il 6% delle segnalazioni proviene da altri tipi di interventi. Nella quasi totalità delle procedure il Tribunale per i minorenni dispone il collocamento urgente in ambiente protetto (82%), in genere in comunità (33,3%), interventi che risultano spesso promossi da associazioni di volontariato sociale indirizzato al recupero delle giovani prostitute. Solo nel 33,3% delle procedure c'è stato l'ascolto della minore da parte del Tribunale per i minorenni, prevalentemente da parte di un giudice professionale (24,4%) e raramente da un giudice onorario (9%). È stata osservata nel 72,2% dei casi la disponibilità delle ragazze a farsi aiutare, accettando il collocamento in comunità, anche se rimane elevato il numero (24,4%) di minori che fuggono entro le ventiquattro ore, probabilmente seguendo le istruzioni dettate dagli sfruttatori.

Pochi sono gli elementi raccolti nei fascicoli del Tribunale per i minorenni relativi alla storia delle giovani, dedotti in genere dalle spontanee dichiarazione delle stesse rese alla polizia (48,5%) e ai servizi sociali (51,5%). La maggior parte dei casi riguarda giovanissime dell'est europeo. Si tratta di ragazze vissute in ambienti cittadini depauperati, o in paesini di campagna sperduti, difficilmente raggiungibili dai servizi sociali internazionali. Dal racconto delle stesse interessate la famiglia appare "abbandonica" (33,3%), maltrattate (9%), solo in un numero limitato di casi tutelate (15,5%). Le ragazze fanno inoltre riferimento a problemi relativi a "disgregazione familiare" (18,2%), "difficoltà economiche" (18,2%), "alcolismo" (9%), conflittualità con i genitori" (9%).

Un numero consistente di ragazze (60,6%) parte dal paese di origine spontaneamente, al seguito di "fidanzati", per lo più recenti, che promettono una sistemazione anche lavorativa. Sono frequenti i casi di rapimento o di violenza (27,3%). Le modalità del rapimento sono spesso tali da far supporre una vendita (raramente esplicitata dalle vittime nei loro racconti) da parte dei familiari, in realtà, complici della messa in scena del ratto. Dal momento della presa in consegna da parte dei criminali le ragazze vengono condotte, attraverso varie tappe, all'estero. Il 39,4% delle minori dichiara di aver effettuato almeno uno spostamento all'estero (9% un solo spostamento, 9% due spostamenti, 15% tre spostamenti, 6% più di tre), nei primi giorni del sequestro subiscono un trattamento terribile: vengono picchiate, violentate, torturate per giorni (talvolta settimane) fino a perdere ogni autonomia, dignità o identità soggettiva.

La tappa successiva prevede l'addestramento specifico: vengono rinchiuse in luoghi dove si esercita la prostituzione, scelti tra quelli più adatti all'avviamento di tali attività, nell'area dei Balcani oppure in Grecia. In seguito vengono inviate l'ingresso in Italia, in genere via mare in località non conosciute dalle ragazze; giunte nel territorio italiano il 57,6% afferma di aver effettuato uno o due spostamenti prima di stabilirsi nella località a cui erano state destinate.

7.2. I tentativi di proteggere i minori di tutti i paesi

I paesi del sud-est asiatico, sono considerati i più colpiti dal fenomeno della pedofilia e dello sfruttamento sessuale.

A seguito della campagna ECPAT (End Child Prostitution in Asian Tourism), in questi paesi, è iniziato un processo legislativo che mira ad una migliore protezione del bambino dallo sfruttamento sessuale. Nel 1991 si è avuto un inasprimento della legge penale nelle Filippine, nel luglio del 1995 a Taiwan, nel settembre dello stesso anno nello Sri Lanka e nel dicembre del 1996 in Thailandia (194). In quest'ultimo paese, la nuova legge commina pene fino a sei anni di reclusione per coloro che intrattengono rapporti sessuali con minori di 15 anni e fino a tre anni se il minore ha un'età compresa tra i 15 e i 18 anni; per i lenoni sono invece previste pene fino a 20 anni (195).

Il Programma d'azione disposto dal Congresso mondiale di Stoccolma, nel capitolo sulla protezione dei minori in tema di turismo sessuale, chiede di «elaborare o rafforzare o rendere effettive le leggi che penalizzano gli atti commessi dai cittadini dei paesi d'origine su minori dei paesi di destinazione (leggi penali extraterritoriali) e promuovere l'estradizione e le altre disposizioni rivolte a garantire che una persona accusata di aver abusato sessualmente di un minore in un altro paese (paese di destinazione) possa essere perseguita sia nel paese d'origine sia nel paese di destinazione» (196). Si è chiesto perciò di applicare in questi casi l'istituto della extraterritorialità, un principio di diritto penale internazionale inserito ormai in diversi ordinamenti statali. Nell'ordinamento di molti paesi tale norma è stata accolta da tempo per la repressione di reati Iuris gentium (contro l'umanità), quale il genocidio, la tratta delle donne, il commercio degli schiavi e altri (197). L'extraterritorialità risponde all'esigenza di una collaborazione tra gli Stati al fine di combattere crimini che offendono beni di valore umano universale; ma denota anche una certa sfiducia dei governi nella possibilità di arginare la criminalità tramite l'applicazione di efficaci misure coercitive nei paesi interessati. Quando tali reati sono compiuti nei paesi in via di sviluppo, i turisti del sesso provenienti dal mondo occidentale, riescono a sfuggire talvolta alle maglie della polizia locale rientrando nel paese di origine o più spesso riparando in paesi limitrofi (198). Così, si è reso inevitabile lo strumento dell'extraterritorialità al fine di assicurare un giusto processo ai cittadini rei di abuso sessuale di minori all'estero. In alcuni ordinamenti, come quelli dei paesi nordici, l'extraterritorialità esiste già dagli anni '60 per assicurare un regolare processo ai cittadini colpevoli di reati commessi "oltremare"; oggi viene estesa e applicata anche ai reati di sfruttamento sessuale dei minori all'estero (Svezia, Austria, Finlandia) (199).

Il paese che ha contribuito più di ogni altro in questi ultimi anni all'introduzione dell'extraterritorialità in materia di sfruttamento sessuale è stata la Germania che, dopo il Convegno di Sukhothai in Thailandia (1993), ha iniziato la revisione del codice penale e ha varato la legge nel giugno dello stesso anno (200). Essa prevede che siano perseguibili i cittadini che abbiano abusato sessualmente dei minori all'estero o che ivi producono materiale pornografico infantile, anche quando per la legge del luogo quel reato non sia punibile. Dopo la Germania, la Francia nel febbraio del 1994, gli Stati Uniti nel settembre dello stesso anno, ed anche Australia, Canada, Danimarca e Norvegia. Il Belgio in marzo e la Nuova Zelanda nel luglio del 1995 hanno varato la legge sull'extraterritorialità in tema di abuso sessuale dei minori; l'Irlanda ha programmato cambiamenti della legge in questo settore nel 1996; il Regno Unito nel 1997 e l'Italia ha introdotto il principio di perseguibilità extraterritoriale nel 1998 (tabella n. 2). Non è ancora prevista in paesi come Grecia, Portogallo e Spagna.

Anno di introduzione del principio di perseguibilità extraterritoriale in vari paesi
Paese Anno Paese Anno
Svezia 1962 Stati Uniti 1994
Austria 1963 Belgio 1995
Finlandia 1963 Nuova Zelanda 1995
Germania 1993 Irlanda 1996
Australia 1994 Regno Unito 1997
Canada 1994 Grecia -
Danimarca 1994 Italia 1998
Francia 1994 Portogallo -
Norvegia 1994 Spagna -

Fonte: Censis, 1998

Nel 1998 il nostro paese entra a far parte di quel cospicuo numero di nazioni europee che hanno ormai da alcuni anni introdotto nella loro legislazione, il principio di perseguibilità penale extraterritoriale per coloro che commettono reati di violenza e/o sfruttamento sessuale dei minori (figura 11).

Figura 11

Fonte: Censis, 1998

7.3. Il fenomeno della prostituzione minorile e del turismo sessuale

Sembra che il giro di affari intorno al commercio sessuale gestito da organizzazioni clandestine sia di 5 miliardi di dollari e che conti circa 1 milione di nuovi bambini ogni anno secondo una stima dell'organizzazione ECPAT (201). Il traffico meglio documentato di minori destinati al mercato del sesso, secondo le ultime indagini, sarebbe quello che riguarda la rotta che parte dalla Thailandia e va verso la Birmania, la Cina e il Laos; dalle Filippine verso la Malesia, dal Nepal verso l'India, dall'India verso il Medio Oriente, dal Bangladesh verso il Pakistan (202). E la meta finale di queste strade è, spesso, l'Europa, in particolare l'est europeo come l'Ungheria, la Romania, la Polonia e l'ex D.D.R. Il fenomeno comunque è in espansione in tutto il mondo anche se è l'Asia a detenere il triste primato, con quasi 2 milioni di minori coinvolti (203). Eppure, sembra che le destinazioni stiano cambiando. Alla luce dei provvedimenti presi in molti paesi dai governi e dall'industria del turismo, secondo ECPAT, i turisti sessuali hanno iniziato a scegliere nazioni limitrofe a quelle un tempo preferite. Il Costa Rica, per esempio, sta divenendo la "nuova Thailandia" dei clienti statunitensi per la facilità con cui si possono reperire bambini (204). Non esistono dati precisi sullo sfruttamento sessuale dei bambini nel mondo, le poche stime che ci sono, rivelano dati terribili: secondo una stima compiuta dal CENSIS (205), i bambini coinvolti nel commercio sessuale in Thailandia sono il 4,1%; dal 1992 in Cambogia le cifre della prostituzione infantile si sono triplicate e attualmente il 35% degli interessati, ha meno di 18 anni. Lo Sri Lanka accoglie un grosso numero di turisti italiani, e anche in questo paese è nota la prostituzione minorile: il Ministero della Sanità riferisce di 30.000 fanciulli implicati nel commercio sessuale, in Bangladesh si calcolano circa 200.000 bambini/e, in India e Brasile 500.000, in Cina tra i 200.000 ed i 500.000 minori.

Secondo l'ECPAT, che più di una volta ha avuto occasione di studiare il fenomeno (o almeno tentare di studiare, vista l'assenza di dati istituzionali disponibili), il turista sessuale è colui (o colei) che al fine di praticare sesso con i minori, organizza periodi di vacanza (o di lavoro) in paesi che non solo tollerano la prostituzione minorile, ma spesso la propagandano per attirare il turista e così incassare valuta pregiata (206). Il turismo sessuale infatti, contribuisce ad alimentare il mercato della prostituzione minorile e procura lauti guadagni alle agenzie turistiche, che si occupano del turista "speciale": dall'annuncio pubblicitario (quasi sempre camuffato, ma qualche volta anche chiaro ed inequivocabile), all'arrivo a destinazione, alla sistemazione in hotel o piccoli residence comprensivi dei "particolari servizi" (207). Esistono addirittura veri e propri Tour operator che curano i contatti tra minori e pedofili, racconta Camarca: «... volo per Saigon. Nove notti di locali, sale massaggi, vasche jacuzzi piene di bimbetti festanti, tredicenni con le quali passare la notte nella camera in albergo...» (208), un Tour Operator nato per soddisfare qualsiasi desiderio (sembra che in Vietnam, nei bordelli di Saigon per 50 dollari USA, i piccoli sono a completa disposizione del turista che può fare loro qualsiasi cosa, anche non riportarli indietro). Non esiste un prototipo che permetta di identificare il turista sessuale. Egli, secondo ECPAT, appartiene alle più disparate categorie: può essere single o sposato, maschio o femmina, turista di piacere o in viaggio d'affari, può essere un pedofilo che viaggia principalmente per questo fine o un semplice turista che non pianifica di avere rapporti sessuali con un minore nel corso del viaggio (209).

Centinaia di turisti, uomini d'affari e padri di famiglia che chiamano tutte le sere la moglie per accertarsi della salute dei loro bambini sono gli stessi orchi che palpeggiano decine di filippini prima di scegliere il "fortunato" vincitore della notte in doppia matrimoniale e si fanno organizzare viaggi-ricerca nei villaggi a caccia di bambini ancora troppo piccoli per essere venduti e trasferiti in città. Poi trascorrono l'ultimo giorno a comprare regali per la famiglia (210).

Anche i media diffondono largamente l'immagine della vacanza in stretta analogia con quella della libertà sessuale, permettendo al turista, in cerca di avventure esotiche, di disfarsi delle costrizioni morali e sociali che regolano i comportamenti della vita quotidiana. Riferendosi al mercato dei bambini qualche pedofilo ha dichiarato: «io desidero gratificarmi, per far questo ho bisogno di strumenti di autogratificazione. Io i bambini li compro, se ci sono e li pago» (211). Si ha il passaggio ad un sesso come pura autogratificazione, ad un sesso banalizzato ed infine ad un sesso inevitabilmente mercificato. Un bisogno sessuale che si soddisfa al mercato; un bisogno, che diventa domanda di un prodotto su un mercato qualsiasi (212).

Una realtà tristemente nota è quella indiana (213). In India la prostituzione infantile è da sempre parte della società e presenta alcuni aspetti unici che rendono ancora più arduo combatterla. Esiste una forma, peraltro proibita da numerose leggi, di "prostituzione di templi", detta Devadasi (etimologicamente, "schiava di Dio") in cui le bambine vengono dedicate ad una dea, in genere all'età di 8-9 anni. Le bambine hanno il divieto di sposarsi e sopravvivono occupandosi del tempio e prostituendosi. Questa tradizione è prevalente in alcune zone dell'India del Sud. Si calcola che circa 10.000 bambine siano iniziate a questa pratica ogni anno, mentre un'inchiesta ha dimostrato che la metà delle prostitute dello stato del Maharashtra hanno iniziato come devadasi. Vi sono tribù indigene che hanno vissuto dei proventi della prostituzione infantile per secoli. In origine le prostitute erano le concubine dei monarchi Rajput, ed ora la «tradizione» continua per i mercanti e gli agricoltori. Un altro tragico aspetto della prostituzione infantile in India è il traffico di bambini dal Bagladesh e dal Nepal (secondo alcuni studi, circa il 20% delle prostitute proviene da questi due Paesi), circa 5-7.000 minori nepalesi entrano nei bordelli indiani ogni anno. Esiste anche un traffico di «mogli-bambine» dal sub-continente indiano al Medio Oriente, spose bambine di appena otto anni, promesse a uomini molto più maturi, che possono iniziarle alla vita sessuale matrimoniale in attesa del raggiungimento della pubertà (214). Questi matrimoni sono in genere di brevissima durata (qualche settimana), dopo di che le bambine vengono abbandonate e se sono fortunate ritornano nelle famiglie di origine marchiate a vita dallo stato di "giovani divorziate", se non lo sono, vengono respinte dalle famiglie e costrette a cadere nella prostituzione alle condizioni più infami e indegne che si possa immaginare (215). Tra queste giovani vittime, si riscontra un tasso altissimo di mortalità per AIDS e di malattie veneree. Inoltre il continente indiano continua a praticare il Debt Bondage, una forma di schiavitù contrattuale a tempo determinato camuffata da contratto di lavoro agricolo dal quale nessuno riesce a riscattarsi nel periodo previsto dal contratto. Questa forma di Debt Bondage è applicata anche nei confronti dei bambini e di giovani adulti, perché è essenzialmente praticato per ottenere mano d'opera a buon mercato in un paese che riveste ancora caratteristiche feudali. Si stima che siano oltre tre milioni di persone che fanno parte di questa pratica che sopravvive a dispetto anche dell'esistenza di leggi che la proibiscono (216).

Nell'America del Sud, invece, il fenomeno si presenta con una caratteristica diversa, soprattutto in Bolivia e Perù, dove ci sono all'incirca un milione e mezzo di bambini abbandonati e senza famiglia che vivono nelle strade e che sono spesso oggetto di brutale violenza anche da parte delle stesse forze dell'ordine. Si sa poco dello sfruttamento sessuale di questi bambini, quello che si sa è che i luoghi di prostituzione sono spesso alimentati da persone provenienti da questi gruppi (217).

In Europa lo sfruttamento sessuale dei minori avviene tra gruppi di emigrati provenienti dall'Africa, dall'Albania o da altri paesi dell'Europa centrale e dell'est dove, in molti casi, questa forma di prostituzione obbligata viene ignorata dalle forze dell'ordine e dalla giustizia. Eventi recenti come la crisi dei mercati asiatici del 1997 e la transizione dell'Est Europa verso il libero mercato hanno aggravato il problema. La prostituzione minorile può essere legata sia alla domanda locale che alla domanda estera (218). La domanda locale è sempre esistita in ogni luogo ed è oggi un fattore significante. La domanda estera è numericamente meno significativa.

Tuttavia molti degli sforzi per combattere lo sfruttamento sessuale minorile nei paesi in via di sviluppo si sono concentrati proprio sugli abusi commessi dagli sfruttatori stranieri. Due possono essere le ragioni: la prima è che la forza economica e sociale dello sfruttatore straniero è talmente superiore a quella del fanciullo, da far sì che la forza dell'abuso sia accentuata; la seconda è che lo sfruttatore straniero ha la possibilità di lasciare facilmente il paese dove ha commesso il reato e quindi di sfuggire a possibili provvedimenti contro di lui (219). Contro questa eventualità l'uso della giurisdizione extraterritoriale è stata promossa in molti Stati. La prostituzione minorile è un fenomeno che affligge anche i paesi industrializzati. In Italia in particolare, ogni anno arrivano centinaia di nuove baby-prostitute. Sono sfruttate all'interno del territorio con immensi profitti per i loro protettori, e poi una volta svezzate e rese docili vengono trasportate nelle capitali europee con passaporti falsi. La mafia, in particolare quella albanese, ha sviluppato un incredibile e oliato ingranaggio di distribuzione delle minorenni (220). Oggi è diventato quasi impossibile valutare la portata di questo fenomeno e contrastarlo efficacemente, perché le bambine sono costrette a prostituirsi all'interno di appartamenti, club privati e alberghi, non più solo per le strade. Per ragioni di mercato, e per limitare i rischi di individuazione da parte delle forze dell'ordine, interi gruppi di minorenni si spostano continuamente per l'Italia ogni due o tre settimane. Le stime del CENSIS (221), parlano di un numero di prostitute in Italia oscillante tra le 19.000 e le 28.000 unità, di cui 1.800-2.500 minorenni, come da tabella n. 1. All'interno di questo contingente poi, 1.500-2.300 ragazzine sarebbero minorenni immigrate, 900-1.000 minorenni albanesi e 250-500 minorenni nigeriane.

Stime sulla prostituzione minorile
Totale prostitute in Italia 25.000
Prostitute minorenni 2.200
Prostitute minorenni immigrate 2.000
Prostitute minorenni albanesi 900
Prostitute minorenni nigeriane 300

Fonte: Dati elaborati dal Censis, 1998.

7.4. Le organizzazioni che alimentano lo sfruttamento sessuale e quelle che tentano di combatterlo

In numerosi paesi del mondo, si sono formate delle associazioni contro il turismo sessuale (222). L'obiettivo fondamentale è quello di sensibilizzare l'opinione pubblica su tale problema e sui legami tra prostituzione infantile e turismo, e di sostenere programmi di prevenzione e di riabilitazione di bambini vittime della prostituzione. Nelle zone di confine tra Thailandia, Birmania e Cambogia, si è sviluppata una florida economia che si basa sui traffici di droga e di bambini destinati a rifornire le case chiuse delle note città tailandesi frequentate dal turismo internazionale. Ma ovviamente, il fenomeno della prostituzione infantile non riguarda soltanto i ricchi turisti occidentali. In Brasile, Venezuela e Colombia, esistono bande specializzate nell'acquisto o sequestro di bambine per rifornire i bordelli dei centri minerari in Amazzonia. Il traffico controllato e regolato da organizzazioni criminali dell'ex Unione Sovietica, è un'industria multi milionaria nel solo paese di Israele (223). Le triadi cinesi e vietnamite, la Yacuza giapponese, i cartelli sudamericani, le mafie russe ed italiane sono alcun delle più conosciute organizzazioni criminali. Secondo la International Organization for Migration tali organizzazioni tendono a stringere alleanze strategiche sia a livello intercontinentale che locale.

Simili reti del crimine organizzato usano l'intimidazione e la violenza per controllare le donne ed i bambini che sono stati trafficati ma anche coloro che cercano di occuparsi di questo problema. Per esempio in Albania, è crescente il problema del traffico dei bambini verso e attraverso questo paese, e le associazioni che si occupano di bambini esitano a creare un centro per le vittime, per paura di rappresaglie da parte della mafia albanese (224). Per quanto riguarda i paesi arabi invece, non si dispongono di dati e notizie, anche se secondo molti (225), esiste una "malsana attenzione" nei confronti dei minori. Anche i mille conflitti dell'Africa sono il pretesto per il sequestro di bambini, che diventano prima schiavi sessuali dei vari eserciti e poi, se sopravvissuti, baby-soldati.

A conferma di quanto detto, un'assistente sociale belga, France Botte (226), ha intervistato nei bordelli di Pattaya o di Manila, baby-prostitute di 8-10 anni con i corpi martoriati dalle bruciature di sigarette o addirittura con piccole mutilazioni sessuali. In Brasile, il giro della prostituzione infantile si alimenta con i meninos da rua, i bambini di strada che a migliaia si aggirano senza fissa dimora nelle metropoli del paese (227). Qui è facile trovare bambine di otto anni che si prostituiscono sotto il controllo di "protettrici" dodicenni. Questi bambini spesso non risultano censiti all'anagrafe, vivono una breve vita d'inferno, presto consumata da malattia e violenze; la loro scomparsa, per l'assenza anagrafica, non viene spesso nemmeno registrata. Troppe volte, purtroppo, l'unica via di fuga per questi piccoli è la droga dei poveri: la colla da bricolage o da calzolaio e il crack (228).

Negli ultimi anni, la sensibilità dei paesi di provenienza dei pedofili è largamente aumentata, sia per i casi riportati dalla stampa internazionale, sia per le campagne di prevenzione e di tutela promosse dalle istituzioni e talvolta coordinate dall'ECPAT. L'Europa, dal canto suo, punta sull'informazione, ritenendo che la pratica della pedofilia nei paesi terzi sia causata non solo da problemi patologici individuali, ma anche da un diffuso atteggiamento di disprezzo più o meno conscio verso gli abitanti dei paesi più poveri (229). I pregiudizi negativi, che descrivono tali società come instabili, dove tutto è permesso a chi dispone di soldi, finiscono per legittimare azioni che nessuna persona "normale" si azzarderebbe mai a compiere nel proprio paese (230). Nonostante le cifre ed i fatti facciano pensare che non ci sia più speranza, non tutto è perduto.

L'organizzazione "Contro lo Sfruttamento dei minori quale nuova forma di schiavitù" mette in evidenza anche il lavoro delle molte persone che operano senza tregua in tutto il mondo nel tentativo di combattere lo sfruttamento sessuale di bambini a fini commerciali. Persone che lavorano individualmente o come soci di associazioni, in un ufficio governativo o in un tempio di un villaggio, che possono monitorare Internet alla ricerca di siti pedopornografico o perlustrare le strade nella speranza di trovare bambini bisognosi di un riparo. «Indipendentemente da chi siano o da cosa facciano - sostengono i soci ECPAT - hanno un obiettivo comune e la convinzione che la situazione dei bambini schiavi dello sfruttamento sessuale non è senza speranza» (231). In realtà ogni singolo essere umano può contribuire a questa guerra, a partire da coloro che hanno un rapporto con i bambini, che sia professionale, morale, parentelare.

8. Il fenomeno virtuale: la pedopornografia

Cogliendo i tuoi occhi azzurri luminosi nel fermo immagine li ho visti così tante volte che mi sento come se dovessi essere il tuo migliore amico... Ritorno a casa la sera per accenderti, controllare ogni fotogramma, la moviola mi sostiene andando avanti e indietro, avanti e indietro con il suono e il colore sotto controllo... U2, "Baby face"

8.1. L'ingresso della pedofilia nelle reti informatiche

Internet è una rete globale, che permette la trasmissione e la condivisone di informazioni tra entità diverse e distanti in ogni parte del pianeta ed in ogni istante. È una risorsa enorme ed una grande opportunità di sviluppo per chiunque. Chiunque può, più o meno liberamente, creare un proprio sito o scambiare dati sulla natura dei quali difficilmente è possibile porre limiti o vincoli. La natura stessa di Internet (e probabilmente la sua fortuna) è fondamentalmente ed imprescindibilmente connessa a questa libertà. Ne consegue, da una parte la possibilità di realizzare siti e condividere informazioni, notizie, corsi e di fare ricerche trovando una quantità di informazioni inimmaginabile, dall'altra di sfruttare l'assenza di regole, di mezzi di controllo (più o meno totale), di vigilanza, di repressione... di sfruttare la libertà assoluta per commettere una serie di atti difficilmente realizzabili seguendo altre strade, e con risultati imparagonabilmente migliori (in quanto a costi ed a possibilità di diffusione).

La diffusione della pornografia On Line, ad esempio, è evidentissima ed assume le forme più oscene, volgari, innaturali e vergognose che possiamo immaginare. In rete però, accanto alla "tradizionale" pornografia se ne associa un'altra, una che prende bambini come merce di scambio, che spinge alla ricerca di foto e di video di bambini, che passa dalla fiaba di Babbo Natale e finisce in un valzer con l'uomo nero. È una realtà innegabile e viene comunemente definita pedo-pornografia. L'anonimato che la rete è in grado di fornire, può favorire soggetti con pedofilia che, spacciandosi per coetanei dei "piccoli", possono ottenere foto, raccogliere informazioni e, a volte, organizzare incontri con le potenziali vittime. (232)

Dall'Italia, arrivano dati allarmanti: dodici milioni di fotografie di bambini stuprati, mezzo milione di filmini, oltre due milioni di bambini coinvolti di età compresa tra 0 e 12 anni, il 90% di razza bianca, l'80% europei, il 70% femmine, il 30% maschi. Settantamila siti pedofili già denunciati da Telefono Arcobaleno. (233)

La pedo-pornografia è nascosta nelle reti di Internet, tra linee telefoniche che si sovrappongono, in hard disk di server collocati chissà dove, in stanze scure e logore, in famiglie povere, in viaggi esotici, nella mafia russa, nel portafoglio di insospettabili uomini d'affari, nascosta nella mente perversa di centinaia di persone e nella mente violata di migliaia di bambini. Il vicepresidente dell'ECPAT (End Child Prostitution in Asian Tourism), l'associazione internazionale che da circa 10 anni si batte contro la prostituzione e la pornografia infantile nel mondo, Françoise Barner, dichiara che negli ultimi tempi sono aumentate vorticosamente le segnalazioni di siti sospetti.

Le segnalazioni vengono poi passate alla polizia postale e delle comunicazioni che dal 1996 s'impegna a perseguire i reati via telematica. (234) L'attività investigativa ha infatti permesso di individuare soggetti che avvicinano i minori in chat e li conducono a un confronto su tematiche sessuali o addirittura tentano di avvicinarli e incontrali direttamente nel mondo reale e non più solo in quello virtuale (235). Talvolta, attraverso Internet, i pedofili cercano di ottenere un contatto con un bambino già oggetto d'abuso (e magari di ricatto) da parte di un altro pedofilo. La diffusione di Internet infatti, ha indotto alcuni pedofili a operare al di fuori di una sfera familiare, consentendo operazioni di Polizia che hanno portato alla luce traffici che altrimenti, con grande probabilità, non sarebbero mai stati scoperti. Nonostante questo, il numero dei siti web che contengono davvero materiale pedofilo e che sono stati oscurati è esiguo (236). Ognuno può aprire un sito pornografico illegale (e chiuderlo subito dopo), in un "mare di connessioni", e i professionisti di questa nuova forma di criminalità collocano pressoché sempre i loro Server in nazioni con normative tolleranti o tendenzialmente poco propense alla cooperazioni investigative internazionale. (237)

8.2. Le tipologie di impiego

Sono diverse le tipologie di manifestazioni dei reati informatici che concernono la pedofilia. Con diverse caratteristiche, diverse vittime, diverse dinamiche, anche se, a prescindere dalla loro diversificazioni, i computer-crimes hanno tutti in comune, un alto livello di tecnologia e capacità informatica, un adescamento della vittima non violento e difficilmente smascherabile e una percezione della vittima stessa come "spersonalizzata" e astratta. All'interno dei crimini informatici gioca inoltre un ruolo rilevante l'insorgenza di razionalizzazione che precede il crimine e che, in sincronia con le altre dinamiche, causa diminuzione del senso di responsabilità, sottostima dei danni provocati alle vittime e annullamento o limitazione del senso di colpa e del rimorso. (238)

I siti pedofili possono essere suddivisi in quattro tipologie:

  1. commerciali, che presentano immagini pornografiche e violente;
  2. di associazioni pedofile, con messaggi che giustificano la pedofilia e forniscono indirizzi di medici e avvocati che ne sostengono la causa;
  3. di singoli pedofili, contenenti fotografie di bambini rubate, con sofisticati teleobiettivi, al mare, ecc.;
  4. di ricerca, attraverso videogiochi con i quali potersi collegare e giocare con altre persone e spazi appositi per mandarsi lettere e foto; sono i siti più pericolosi perché il pedofilo potrebbe adescare direttamente i bambini. (239)

Una volta che è riuscito ad ottenere l'incontro, il pedofilo, potrebbe adottare le seguenti modalità comportamentali:

Da una ricerca presentata al Convegno nazionale intitolato Nuovi media e disagio psichico. Comunicazione, identità e relazione nell'area digitale (242) realizzato a Palermo il 15 aprile 2000, si può notare come in tutte le conversazioni analizzate i pedofili tendono sempre a cercare di mantenere un ruolo molto diretto con chi comunica, mostrandosi apparentemente soddisfatti di tale ruolo. Le ipotesi in ordine a ciò che sembra provochi piacere ad un cyberpedofilo, risultano così formulabili:

  1. stare in relazioni complementari di tipo Up-Down in posizione di dominanza/superiorità (le minori simulate rispondono alle sue domande, eseguono i suoi ordini, raccolgono le sue sfide, reagiscono ai suoi incitamenti, si dimostrano sensibili alle sue strategie;
  2. sentirsi competente, ritenere di conoscere e saper fare cose di cui il bambino ha poca o nessuna esperienza (il pedofilo cerca di stupire il bambino con il racconto di certe sue esperienze).
  3. avere a che fare con persone tendenzialmente incapaci di ingannare (il pedofilo gradisce che il bambino esegua i propri ordini), di offendere (coloro che hanno comunicato con il pedofilo, simulando un comportamento verosimile per ragazzini, non rispondono mai con parole scurrili né lo insultano quando propongono temi o azioni sessuali), di reagire in maniera brusca e violenta alle sue molestie (quando gli adulti che si fingono bambini, assumono l'identità di minori timorose o diffidenti che si rifiutano di seguirlo e adottano, come reazione più estrema, quella di interrompere il collegamento).

8.3. Pedofilia e pornografia

Il materiale pedopornografico, che costituisce grande attrazione per i pedofili ha normalmente tre origini (243):

  1. Produzione amatoriale: si tratta di bambini fotografati dal pedofilo durante le sue attività di molestia, in famiglia o dopo adescamento in altri luoghi. In alcuni casi vengono ricercati e fotografati bambini nudi sulle spiagge e nelle piscine.
  2. Produzione professionale: è frutto dell'attività di vere e proprie organizzazioni criminali che operano prevalentemente in azioni con alto tasso di disagio minorile e di povertà (Sud America, Asia, Est Europeo). Il materiale fotografico viene collocato su siti web specializzati e quindi venduto direttamente on-line.
  3. Pseudofotografie: il computer è diventato uno strumento ideale per i produttori di pornografia minorile (amatoriali e professionali) in quanto permette di creare immagini di bambini inesistenti (o artefatti), impegnati in comportamenti esplicitamente sessuali, che sono praticamente indistinguibili dalle immagini di bambini reali.

Le indagini della Polizia Postale e delle Comunicazioni hanno recentemente dimostrato che il materiale pornografico viene utilizzato dai pedofili on-line soprattutto come merce di scambio con quanti condividono i loro stessi interessi e, indirettamente, come «lasciapassare telematico» per capire, in pratica, se si sono realmente imbattuti in un loro «simile» o se si tratta, viceversa, di un elemento ostile o semplicemente curioso.

In fondo, il fenomeno della pornografia minorile non si può discostare

da quello della pedofilia di cui anzi, rappresenta una manifestazione complementare e imprescindibile. (244) In conclusione, l'analisi dei dati offerti dal profilo del Cyberpedofilo, indicano che le caratteristiche psicosociale dei pedofili on-line, non presentano delle peculiarità connotative forti. L'età e le condizioni familiari (sistemi-co-relazionali) sembrano essere variabili e tutto sommato, scarsamente significative. La pedofilia on-line si ripropone inoltre come fenomeno transclasse sul piano sociologico, abbracciando soggetti di vario livello economico e di scolarizzazione. La sua diffusione travalica infine le localizzazioni geografiche e la tipologia di centro abitato dove il soggetto risiede stabilmente.

8.4. Cosa possiamo trovare in rete

In rete è facile trovare soprattutto specchietti per le allodole, gli accenni e tanti banner pubblicitari con immagini troncate o solo accennate, mai esplicite, ma tanto chiare che sarebbe impossibile equivocare. Però solo otto o dieci individui in Italia sono sospettati di aver violato la legge Antipedofilia. Il fatto è che al tabù della pedofilia si somma quello della "Internetfobia", quella paura diffusa di un mezzo pericoloso per chi non ha la capacità di intendere il nuovo e di volere il progresso. Esercitare qualche legittima forma di sorveglianza sui contenuti di Internet e perseguire i soggetti che vi commettono reati è giusto, basta comunque permettere che la Rete diventi adulta senza le mistificazioni dei sempre attivissimi Internet-fobici che la popolano.

Ma non è così facile. L'avvento di Internet ha moltiplicato le occasioni di scambio fra i pedofili: esiste, ad esempio, un intermediario finanziario che via Internet vende, de facto, quasi solo materiale pedofilo. Basta digitare su un qualsiasi motore di ricerca i nomi incrociati di BillCards (alias SunBill con sede a Mosca) e, ad esempio, Lolita, per trovarsi davanti una schermata di centinaia di siti pedofili (alcuni denominati "Boys hardcore", "Nasty XXX hardcore", "Virgin city" ecc.) che invogliano a visitare il sito con informazione del tipo "age of children: very young; photos and video: 15.000 exclusive photos, 800 Mb video, real incest: mother and daughter, sister and sister, father and daughter, mother and son, father and son, sister and brother, ecc.". (245) Il sito di BillCards sembra quello di un intermediario finanziario al di sopra di ogni sospetto, anche se non sono così limpide le sue percentuali, visto che BillCards trattiene su ogni transazione oltre il 40% in commissioni. A seguito di un'indagine compiuta da Telepadania nel gennaio 2001 sul traffico di materiale pedofilo via Internet, si è scoperto che lo statuto di BillCards sembra fatto ad hoc per chi voglia fare soldi con traffici non cristallini. Sul sito si legge che non è necessario nessun contratto scritto in caso di transazione che hanno come corrispettivo un certo prezzo (da un minimo di 4,95 a un massimo di 59,95 dollari Usa) e, al punto 7 delle condizioni del contratto, BillCards inserisce che "i siti di chi si iscrive al sistema non devono pubblicare, promuovere né mostrare immagini o video pedofili". Così facendo BillCards scarica la responsabilità giuridica sui "pesci piccoli": i Webmaster che commercializzano materiale pedo-pornografico proprio grazie alla stessa BillCards, che sa ma finge di non sapere. I webmaster spacciano il materiale pedofilo come "nudo artistico" ma, forse per farsi belli di fronte a un'opinione pubblica che comincia a subodorare lo scandalo (basta navigare sul sito americano Red Herring) hanno iniziato a fare donazioni a favore di un ospedale pediatrico moscovita. Non sarebbe meglio, nel dubbio, togliere spazio a criminali travestiti da benefattori o da intermediari finanziari?

In rete esistono dei programmi filtro che impediscono automaticamente l'accesso ai siti erotici e che potrebbero aiutare i genitori ad adottare precauzioni nell'utilizzo di Internet. Fra i molti siti in circolazione esistono:

  1. Net Nanny: permette ai genitori di decidere a quali categorie di siti non deve essere permessa la navigazione;
  2. Cyber Patron: programmi che aiutano i genitori e gli insegnanti a salvaguardare i bambini durante la navigazione a casa ed a scuola;
  3. Surf Watch: interviene proteggendo i bambini dal materiale indesiderabile e facilmente reperibile in rete;
  4. Cyber Sitter: progettano per la casa e per le scuole, ha oltre 30 categorie di filtraggi e permette ai genitori di avere, giornalmente via e-mail, un dettagliato rapporto sulla navigazione on-line del proprio computer.

Secondo Don Fortunato di Noto però, i filtri servono soltanto ad arricchire le grandi società di Software che fanno leva sull'inesperienza dei genitori convincendoli dell'ottimo risultato dei programmi da loro costruiti, mentre, sempre secondo Di Noto, è tecnicamente impossibile che un filtro possa bloccare siti come quelli pornografici. (246) Della stessa opinione la Dott.ssa Livia Pomodoro (247) la quale sostiene non solo l'inutilità dei filtri, ma anche la necessità di una modifica della legge 269/98. Tale modifica dovrebbe concretarsi non tanto sotto il profilo dell'inasprimento delle pene, che sarebbe inutile (248), quanto dal punto di vista dell'apprestamento di mezzi tecnici che possano essere di contrasto a chi i mezzi tecnici ce li ha e li sa usare molto bene. In effetti, i siti possono comparire e scomparire in meno di 24 ore ed è impossibile trovare la prova dell'esistenza, se non esiste una legge che impone che resti traccia di quel sito. Perché per realizzare un'azione di contrasto reale, occorre essere certi del reato commesso e della pena che viene inflitta a queste persone, prima di accendere il rogo, occorre avere prove sufficienti.

8.5. Il progetto STOP-IT

Nel settembre 2002, è stato avviato il progetto Stop-It, un'iniziativa coordinata da Save The Children Italia (249) che si propone di contrastare e prevenire la diffusione di materiale pedo-pornografico in rete. Fra le diverse attività di questo progetto, c'è la creazione di una Hotline (250) che attraverso un sito Internet offre al pubblico l'opportunità di segnalare immagini potenzialmente illegali incontrate sulla rete. La segnalazione può anche avvenire in modo anonimo, sarà poi lo staffi di Stop-It, a svolgere, il lavoro di verifica della E-Mail e dei siti segnalati dai naviganti, nel pieno rispetto delle normative sulla Privacy. Per le operazioni di accesso in rete, lo staff si serve di Hardware, Software, protocolli e sistemi di comunicazioni che non possono in alcun modo essere ricondotti a Stop-It per garantire la sicurezza e l'efficacia del lavoro. La verifica del contenuto potenzialmente illegale, avviene soltanto dopo l'autorizzazioni da parte della Polizia Postale, sulla base di un protocollo operativo (lo staff non ricerca pro-attivamente materiale pedo-pornografico in rete, lascia questo compito alla polizia) (251).

Gli operatori di Stop-It provvedono a redigere e tenere aggiornata una banca dati sulle cifre e le caratteristiche delle segnalazioni ricevute. Stop-It è il primo sito che lavora su scala globale in rete con le Hotline di tutto il mondo attraverso l'associazione internazionale INHOPE (252). In particolare, il rapporto evidenzia come Internet sia cresciuto esponenzialmente negli ultimi cinque anni (253). Questo sviluppo ha fornito nuove potenzialità e nuovi strumenti anche a soggetti che ne fanno un uso criminale, inclusi coloro che sfruttano i minori al fine di produrre e distribuire pedo-pornografia. Nel web i materiali pedo-pornografici sono reperibili in tre tipologie di siti: a) siti commerciali dai quali è possibile acquistare materiale pedo-pornografico; b) siti individuali realizzati da singoli. Spesso hanno breve durata e diffondono immagini Home-Made o rimandano a siti commerciali; c) siti, stanze di Chat, Forum volti a ricerca di contatti con minori che possono contenere spazi dove incontrare bambini o adolescenti. Il rapporto si conclude con un appello di Save the Children in ordine a ciò che ritiene necessario:

8.5.1. I dati forniti dal progetto Stop-It

Il primo rapporto annuale di STOP-IT (254) riporta una serie di dati interessanti: nei primi 10 mesi di vita del progetto, le segnalazioni ricevute sono state 1.876. Di queste, il 38,96% (vedi figura nr. 4), è stato considerato da STOP-IT, come potenzialmente illegale e le relative segnalazioni inviate alle Autorità e alle organizzazioni competenti, mentre il 61,04% delle segnalazioni non è stato considerato potenzialmente illegale e quindi non è stato posto all'attenzione della Polizia Postale e delle Telecomunicazioni.

Rilevazione statistica delle segnalazioni inviate da Stop-It rilevata tra il settembre 2002 e agosto 2003
Figura 12

Fonte: Rapporto Stop-It, Roma, 2003.

Per quanto riguarda la tipologia delle segnalazioni (figura n. 5), il 74,69% riguarda siti web, mentre il 12,17% di quelle potenzialmente illegali sono e-mail indesiderate (il cosiddetto Spamming (255)), il 4,78% riguarda File Sharing (256) e quasi il 4% Newsgroup (257), Chat Line (258) il 1,77% ed altri tipi di segnalazioni per un 2,59%.

Rilevazione statistica delle segnalazioni inviate da Stop-It rilevata tra il settembre 2002 e agosto 2003
Figura 13

La figura 6 esamina, invece, quali sono i paesi dove maggiormente risiedono gli Internet Provider Service (259) che ospitano questo tipo di materiale. (260)

Rilevazione statistica dei paesi dove risiedono i Server che ospitano materiale pedo-pornografico tra il settembre 2002 e agosto 2003
Figura 14

Ciò che si evince chiaramente sfogliando il rapporto Stop-It del 2003, è la difficoltà a quantificare il commercio e lo scambio a fini non commerciali del materiale pedo-pornografico. Finora ci sono stati soltanto studi non sistematici, condotti per ricerche specifiche e occasionali (261). Un ulteriore problema deriva dalla mancanza di una definizione pedo-pornografica che sia omogenea ed univoca a livello internazionale.

Secondo i dati forniti nell'ultima Relazione sullo stato di attuazione della legge 269/98 (262), si possono stimare circa 250 milioni di copie di video pedo-pornografico venduti nel mondo (una quota di significativa delle quali interesserebbe il mercato statunitense), un mercato di un valore di circa 2-3 miliardi di dollari l'anno. Ma sull'estensione del mercato è quasi impossibile dare una risposta (263), perché il mercato è composto da settori commerciali, semicommerciali e non commerciali, nessuno dei quali si presta a una misura accurata; perché il settore commerciale realizza molteplici copie dei suoi prodotti, che però vengono ulteriormente riprodotte sul mercato illegale; perché una volta che un'immagine diventa pubblica, e messa in circolazione, può essere riprodotta in un numero incontrollabile di copie; perché, infine, l'industria pedo-pornografica è soggetta a continui cambiamenti a seguito sia dei progressi nelle tecnologie di riproduzione e distribuzione (Internet, immagini digitali, ecc.) sia degli sforzi per sfuggire ai controlli e alle attività di indagine.

Secondo di dati più recenti Eurispes (264), comunque, in tutto il mondo ci sarebbero circa 70mila siti pedofili, le immagini pedo-pornografiche che circolano nel web sarebbero oltre 12 milioni, per un coinvolgimento totale di due milioni e mezzo di bambini, per un'età che va di 10 giorni a 12 anni. Inoltre, sembra che ogni giorno navigano in Internet circa 25 milioni di bambini in tutto il mondo e si prevede che nel 2005 saranno oltre 44 milioni.

Nel nostro paese, un'indagine Doxa (265) ha rilevato che nel 2002 il 55% dei ragazzi dai 5 ai 13 anni possedeva un PC in casa, e che il 35% fosse connesso a Internet. La percentuale delle famiglie collegate ad Internet sale dal 30% per i bambini di 5-9 anni, al 40% per i ragazzi di 10-13 anni. La percentuale di utilizzatori di Internet, regolari e occasionali, aumenta dal 10% dei bambini, tra 8 e 9, anni al 32% dei ragazzi fra i 12 e i 13 anni. Sempre in tema di dati, il rapporto Stop-It denuncia le somme dei procedimenti per reati di pornografia infantile in Italia, arrivando a contarne 423, mentre 43 sono le persone sottoposte a detenzione o a misure alternative (266). In quattro anni la Polizia Postale e delle Comunicazioni ha monitorato 85.699 siti, 100 dei quali illegali residenti in Italia, 1.683 le persone denunciate e 101 gli indagati sottoposti a provvedimenti restrittivi (267).

Note

1. F. Antolisei, Manuale di diritto penale - Parte speciale I, Giuffrè, 1982, p. 427.

2. F. Antolisei, op. cit., p. 428.

3. Nel dossier di Telefono Arcobaleno, che consta di 300 pagine, è narrata l'attività di gruppi pedofili, e si precisa: «In quelli italiani troviamo i "viziosi" appartenenti al ceto medio-borghese (avvocati, periti, informatici, studenti avventurosi di trasgressioni sessuali, educatori, docenti, pediatri, preti, medici) ma non sono solo soggetti che cercano, acquistano, scambiano, producono materiale pornografico. Molti di questi producono "cultura pedofila", costituiscono associazioni pedofilie on-line volte per lo più al proselitismo di questa coscienza di gruppo. Sono vere e proprie comunità correlate tra di loro a livello locale a nazionale ed internazionale e che invitano i simpatizzanti della pedofilia e gli stessi pedofili a non nascondersi di fronte ad una società repressiva.

4. F. Di Noto, La pedofilia. I mille volti di un olocausto silenzioso, Ed. Paoline, Milano, 2002.

5. R. O'Grady, Schiavi o bambini? Storie di prostituzione infantile e turismo sessuale in Asia, Edizioni Gruppo Abele, Torino, 1995, p. 57.

6. S. Montefiori, Controffensiva dei pedofili su Internet. Il sacerdote che coordina un centro anit-molestie scopre e denuncia alla Polizia il sito che invita i piccoli al silenzio, in Corriere della Sera, 7 dicembre 1997.

7. F. Di Noto, La pedofilia. I mille volti di un olocausto silenzioso, Ed. Paoline, Milano, 2002, pp. 89 e ss.; I. Ormanni e A. Pacciolla, Pedofilia, una guida alla normativa ed alla consulenza, (a cura di), Ed. DueSorgenti, Roma, 2000, pp. 310-311.

8. Ibidem.

9. In tutto il sito del Danish Pedophile Association non si trovava mai il nome dell'autore (o degli autori) per esteso, l'unica pista per conoscere l'identità dello scrivente, avrebbe potuto essere quella indicata nel ricordo di TheSlurp, quando si accennava ad un certo Peano, collaboratore amico di TheSlurp, in uno scritto intitolato "La breve storia del Pedophile Liberation Front così come l'ho sentita e vissuta".

10. Ordinanza nr. 314/04 GIP del 05.03.2004, in appendice.

11. Il test "Sei pedofilo?" è riportato in appendice.

12. Richiesta per l'applicazione di misure cautelari della Procura della Repubblica di Caltagirone (CT) emessa dal Procuratore della Repubblica Dott. Onofrio Lo Re il 19/02/2004, in appendice.

13. Cass. pen. sez. I, sentenza n. 65 del 1970 in Giur. cost., 1970, fasc. 1, pag. 1283.

14. Ibidem.

15. Cass. pen. sez. I, 18 marzo 1983, in Giust. pen., fasc. II, 1984, p. 289.

16. Cass. pen. sez. I, 3 luglio 2001, in Dir. pen. e processo, fasc. II, 2001, p. 1103.

17. Cass. pen. sez. I, 11 giugno 1986, in Giust. pen., fasc. II, 1987, p. 417.

18. Cass. pen. sez. I, 3 luglio 2001, in Dir. pen. e processo, fasc. II, 2001, p. 1103.

19. J. Soto (a cura di), Ernesto Che Guevara. Ideario, Newton & Compton editori, Roma, 1996, p. 97.

20. In appendice è riportato un brano tratto dal sito Danish Pedophile Association in cui P. racconta alcune sue esperienze amorose.

21. Le frasi in corsivo sono quelle tratte dal sito di Don Fortunato di Noto e riportate sul sito Danish Pedophile Association, mentre il commento che segue è quello degli autori del sito danese.

22. I. Ormanni e A. Pacciolla, Pedofilia, una guida alla normativa ed alla consulenza, (a cura di), Ed. DueSorgenti, Roma, 2000, p. 303.

23. Ibidem.

24. Guy Hocquenghem, dalla trasmissione radiofonica Dialogues, France-Culture, 4 aprile 1978.

25. I. Ormanni e A. Pacciolla, Pedofilia, una guida alla normativa ed alla consulenza, (a cura di), Ed. DueSorgenti, Roma, 2000, pp. 307-308.

26. AA.VV. Problematica attuale delle condotte pedofile, a cura di Calmieri e Frighi, Edizioni Universitarie Romane, 1999.

27. R. S. Kempe, C. H. Kemp, The batttered Child Syndrome, in Jama, 18'17, 1962, trad. it: Le violenze sul bambino, Sovera Multimedia, Roma, 1980.

28. E. Rezza, B. De Caro, Fratture ossee multiple in lattante associate a distrofia, anemia e ritardo mentale (sindrome da maltrattamenti cronici), in Acta Pediatrica Latina, 15, 1962, pp. 121-139.

29. Secondo Francesco Montecchi, le ragioni di questo ritardo vanno dal carattere "chiuso" proprio dei nuclei familiari italiani, alla difficoltà di ammettere l'esistenza di un fenomeno tanto imbarazzante e riprovevole. A maggior ragione a causa del fatto che i bambini maltrattati non si trovavano solo nelle famiglie disagiate, ma in famiglie le cui condizioni sociali, strutture coniugali e comportamenti esterni apparivano normali, se non benestanti. G. Martone, Storia dell'abuso all'infanzia, in F. Montecchi, Gli abusi all'infanzia, La Nuova Italia Scientifica, Roma, 1994 p. 28.

30. Nel XIX secolo, poiché aumentava il numero di bambini abbandonati, furono istituiti i brefotrofi, che però non offrivano ai bambini una condizione di vita umana. In questi istituti essi subivano violenze di ogni tipo, con percentuali di decessi altissima. L'intervento di persone o enti per la difesa dell'infanzia fu per molto tempo osteggiato dagli stessi Stati ove vigevano leggi che lasciavano alla famiglia la possibilità di allevare i figli come meglio credeva, anche attraverso l'uso della violenza. A. Gombia, Bambini da salvare, Ed. Red, Novara, 2002, pp. 23- 26.

31. L. de Cataldo Neuburger, La pedofilia, aspetti sociali, psico-giuridici, normativi e vittimologici, Atti e Documenti 14, Cedam, Padova, 1999, p. 243-245.

32. Ibidem, p. 243.

33. G.G. Abel, S.S. Lawry, E. Karlstrom, C.A. Osborn, C.F. Gillespie, Screening test for pedophilia, in Criminal Justice and Behavior, 1, 21, 1994, pp. 115-131.

34. A. Gentilomo, P. Gallina Fiorentini, C. Oggionni, La violenza sui minori. L'approccio definitorio nella letteratura e in un campione di pediatri milanesi, in Rivista di Psicologia Giuridica, 2-3, 1997, pp. 99-121.

35. L. de Cataldo Neuburger, La pedofilia, aspetti sociali, psico-giuridici, normaitivi e vittimologici, Atti e Documenti 14, Cedam, Padova, 1999, p. 243-245.

36. Vedi Capitolo IV.

37. L. De Mause, The history of childhood, Souvenir, London, 1976.

38. G. Gulotta, La scienza della vita quotidiana, Giuffrè, Milano, 1995.

39. Il sito era Danish Pedophile Association.

40. Ibidem.

41. Il sito era Danish Pedophile Association.

42. G. Scardaccione, La tematica dell'abuso sessuale e i principi dell'intervento, Corso di formazione per ausiliari nella testimonianza dei minori, Roma, 2002.

43. D. Finkelhor et al., A Sourcebook on Child Sexual Abuse, Sage, Beverly Hills, California, 1986.

44. V. Andreoli, Dalla parte dei bambini. Per difendere i nostri figli dalla violenza, Ed. SuperBur, Milano, 2003.

45. La Convenzione sui diritti del fanciullo è stata stipulata a New York il 20 novembre 1989 e ratificata dall'Italia con legge 27 maggio 1991, n. 176.

46. M. Del Re, L'abuso rituale dei minori: una forma estrema di aggressione all'integrità psichica, in Riv. it. dir. proc. pen., 22, 1998.

47. E. Caffo (a cura di), Abusi e violenze all'infanzia, E. Unicopoli, Milano, 1982.

48. B. Filoramo, M. Anfossi, La relazione incestuosa, Bollati Boringhieri, Torino, 1996.

49. L. Lanza, Linee interpretative del fenomeno incesto, in Psychopathologia, 3, 237, 1984; M. Martorelli, Maltrattamento, abuso e incidenti nell'infanzia e nell'adolescenza, Unicopli, Torino, 1990; C. Ventimiglia, La differenza negata. Ricerca sulla violenza sessuale in Italia, F. Angeli, Milano, 1987.

50. F. Montecchi, Prevenzione, rilevamento e trattamento dell'abuso all'infanzia, Borla, Roma, 1991; F. Montecchi, Gli abusi all'infanzia. Dalla ricerca all'intervento clinico, Nuova Italia Scientifica, Roma, 1994.

51. F. Izzo, Norme contro la pedofilia, commento alla legge 3 agosto 1998, n. 269, Ed. Giuridiche Simone, Napoli, 1998.

52. Cassazione, Sez. III, 28 novembre 1994, sentenza n. 9191.

53. F. Izzo, Norme contro la pedofilia, commento alla legge 3 agosto 1998, n. 269, Ed. Giuridiche Simone, Napoli, 1998.

54. M.R. Giolito, Linee-guida per operator psico-sanitari, Corso di formazione sulla prevenzione e strategie di contrasto del fenomeno dell'abuso e del maltrattamento dei minori, Firenze, 2001.

55. A. Vassalli, Abuso sessuale sui bambini: definizione, caratteristiche e conseguenze, in M. Malacrea, A. Vassalli, Segreti di famiglia, Raffaello Cortina, Milano, 1990, pag. 18.

56. M. Accorsi, A. Berti, Grandi reati, piccole vittime. Reati sessuali a danno dei bambini, (a cura di), Ed. Erga, Genova, 1999.

57. B. Bessi, Il maltrattamento e l'abuso sessuale in danno dei minori e gli effetti a lungo termine, Corso di formazione per volontarie, Associazione Artemisia, Firenze, 2001.

58. V. Andreoli, Dalla parte dei bambini. Per difendere i nostri figli dalla violenza, Ed. Superbur, Milano, 2003, p. 166.

59. V. Andreoli, op. cit., p. 152.

60. A. Vassalli, Abuso sessuale sui bambini: definizione, caratteristiche e conseguenze, in M. Malacrea, A. Vassalli, Segreti di famiglia, Raffaello Cortina, Milano, 1990.

61. F. Montecchi, Gli abusi all'infanzia, La Nuova Italia Scientifica, Milano, 1994, pp. 18-19.

62. Ibidem.

63. Ivi.

64. R. Luberti, Il maltrattamento e l'abuso sessuale in danno dei minori e gli effetti a lungo termine, Corso di formazione per volontarie, Associazione Artemisia, Firenze 2001.

65. Ibidem.

66. A.H. Green, Child Abuse, in Journal of the American Academy of Child Psychiatry, n. 22 (3), 1994.

67. P. Mari, Nodi Relazionali della famiglia abusante, in Per i derubati del sole. Un percorso formativo nei casi di abuso e maltrattamento infantile, Centro di Aiuto al Bambino Maltrattato e alla Famiglia, Atti del percorso formativo, Roma, 2001, p. 28.

68. R. Gaddini, Incest as Development Failure, in Child Abuse and Neglect, 7, 1983, pp. 357-358.

69. D. Finkelhor, Sexual Victimized Children, The Free Press, New York, 1979; M. Malacrea, A. Vassalli (a cura di), Segreti di famiglia, Cortina, Milano, 1990; F. Montecchi, Gli abusi all'infanzia: dalla ricerca all'intervento clinico, NIS, Roma, 1994.

70. A. Vassalli, Abuso sessuale sui bambini: definizione, caratteristiche e conseguenze, in M. Malacrea, A. Vassalli, Segreti di famiglia, Raffaello Cortina, Milano, 1990, pag. 14.

71. D. Finkelhor, A Sourcebook on Child Sexual Abuse, Sage Publication, Beverly Hills, California, 1986.

72. S. Cirillo, P. Di Blasio, La famiglia maltrattante, Cortina, Milano, 1989.

73. P. Mari, Nodi Relazionali della famiglia abusante, in Per i derubati del sole. Un percorso formativo nei casi di abuso e maltrattamento infantile, Centro di Aiuto al Bambino Maltrattato e alla Famiglia, Atti del percorso formativo, Roma, 2001, p. 29 ss.

74. L. Mastropaolo, L'interazione Consultorio-Tribunale. Strategie sistemiche operative, in Terapia Familiare, n. 17, 1989.

75. P. Mari, Nodi Relazionali della famiglia abusante, in Per i derubati del sole. Un percorso formativo nei casi di abuso e maltrattamento infantile, Centro di Aiuto al Bambino Maltrattato e alla Famiglia, Atti del percorso formativo, Roma, 2001, p. 30-31.

76. L. Cancrini, W Palermo viva, NIS, Roma. 1994; S. Cirillo, M.V. Cipolloni, L'assistente sociale ruba i bambini?, Cortina, Roma, 1994; D. Ghezzi, A. Vadilonga (a cura di), La tutela del minore, Cortina, Milano, 1996.

77. C. Puccini, Istituzioni di medicina legale, 5ª ed., Casa Ed. Ambrosiana, Milano, 1995, p. 285 ss.

78. G. Scardaccione, Effetti della ricerca psicosociale e criminologica sulla legislazione italiana in tema di pedofilia, in Rassegna di psicoterapie, ipnosi, medicina psicosomatica, psicopatologia forense, vol. 5, n. 2, 2000, pag. 56.

79. Ibidem.

80. R. S. Kempe, C. H. Kemp, The Battered Child Syndrome, in Jama, 18'17, 1962, trad. it: Le violenze sul bambino, Sovera Multimedia, Roma (Tivoli), 1989.

81. Ibidem, p. 69.

82. R. S. Kempe, C. H. Kemp, The Battered Child Syndrome, in Jama, 18'17, 1962, trad. it: Le violenze sul bambino, Sovera Multimedia, Roma (Tivoli), 1989, p. 69-70.

83. R.S. Kempe, C. H. Kemp, op. cit., p. 72 ss.

84. Coordinamento nazionale dei centri e dei servizi di prevenzione e trattamento dell'abuso in danno di minori, Dichiarazione di consenso in tema di abuso sessuale all'infanzia, in Minori Giustizia, 4, 1997, pp. 154-158.

85. G. Scardaccione, Effetti della ricerca psicosociale e criminologica sulla legislazione italiana in tema di pedofilia, in Rassegna di psicoterapie, ipnosi, medicina psicosomatica, psicopatologia forense, vol. 5, n. 2, 2000.

86. Centro Studi Investimenti Sociali (CENSIS), Sfruttamento sessuale e minori: nuove linee di tutela. Un progetto contro l'abuso sessuale, c.r. 11641, Roma, 1998.

87. G. Scardaccione, Effetti della ricerca psicosociale e criminologica sulla legislazione italiana in tema di pedofilia, in Rassegna di psicoterapie, ipnosi, medicina, psicosomatica e psicopatologia forense, vol. 5, n. 2, Roma, 2000, pag. 62.

88. A. Gombia, Bambini da salvare, Ed. Red, Novara, 2002, pp.47 - 52.

89. B. Bessi, Il maltrattamento e l'abuso sessuale in danno dei minori, Corso di formazione per volontarie, Associazione Artemisia, Firenze, 2001.

90. L. Baldascini, Le voci dell'adolescenza, Franco Angeli, Milano, 1995.

91. A. Gombia, Bambini da salvare, Ed. Red, Novara, 2002.

92. A. Gombia, op. cit., p. 49-52.

93. Il nuovo Zingarelli, Vocabolario della lingua italiana, Zanichelli, XI Ed., 1986.

94. S. Ferenczi, Confusione delle lingue tra adulti e bambini, Guaraldi, Modena, 1974.

95. C.G. Jung, L'uomo e i suoi simboli, Cortina, Milano, 1983.

96. M. Acconci e A. Berti, Grandi reati, piccoli vittime. Reati sessuali a danno dei bambini, (a cura di), Ed. Erga, Genova, 1999.

97. Ibidem.

98. A. Gombia, Bambini da salvare, Ed. Red, Novara, 2002 p. 51.

99. A. Gombia, op. cit., p. 52-53.

100. C. Fischietti, L'innocenza violata, Editore Riuniti, Roma, 1996.

101. H. Guibert, I miei genitori, Bollati Boringhieri, Torino, 1992.

102. A. Gombia, Bambini da salvare, Ed. Red, Novara, 2002 p. 52-53.

103. C. Fischetti, L'innocenza violata, Editore Riuniti, Roma, 1996.

104. A. Gombia, Bambini da salvare, Ed. Red, Novara, 2002 p. 52-53.

105. H. Guibert, I miei genitori, Bollati Boringhieri, Torino, 1992.

106. A. Lowen, Il linguaggio del corpo, Feltrinelli, Milano, 1968.

107. A. Lowen, Amore, sesso e cuore, Astrolabio, Roma, 1989.

108. I. Ormanni e A. Pacciolla, Pedofilia, una guida alla normativa ed alla consulenza, (a cura di), Ed. DueSorgenti, Roma, 2000.

109. P. Di Blasio, Pianeta Infanzia, Questioni e documenti, Quaderni del Centro Nazionale di Documentazione e analisi per l'Infanzia e l'Adolescenza, Dossier monografico: Violenze sessuali sulle Bambine e sui Bambini, Istituto degli Innocenti, Firenze, 1998.

110. Centro Studi Investimenti Sociali (CENSIS), Sfruttamento sessuale e minori: nuove linee di tutela. Un progetto contro l'abuso sessuale, c.r. 11641, Roma, 1998.

111. Ibidem.

112. Coordinamento italiano dei servizi contro il maltrattamento e l'abuso all'infanzia (CISMAI), Rilevazione del maltrattamento infantile in alcuni centri/servizi CISMAI (dati 1998/1999).

113. F. Di Noto, La pedofilia. I mille volti di un olocausto silenzioso, Ed. Paoline, Milano, 2002.

114. Dati forniti dal Ministero dell'Interno, Dipartimento della Pubblica Sicurezza, Direzione Centrale della Polizia Criminale, Ufficio Affari Generali, 3º Settore, 3º Area, elaborati a cura della Direzione Centrale della Polizia Criminale, Ufficio Affari Generali, 3º Settore, 3º Area, dati aggiornati al 3 settembre 2002.

115. Scuola Romana Rorschach (Centro studi e intervento infanzia violata), La violenza sui minori, Corso di formazione per ausiliari nella testimonianza dei minori, Roma, 2002.

116. A.C. Moro, Erode fra noi, Mursia, Milano, 1988, pag. 30.

117. A.C. Moro, op. cit., pag. 36.

118. C. Pernisco, Violenza ed abuso sessuale sui minori, Corso di formazione per docenti del Servizio Scuola dell'Infanzia, Firenze, 2002.

119. F. Montecchi, Gli abusi all'infanzia, La Nuova Italia Scientifica, Roma, 1994, pag. 144.

120. AA. VV., La violenza nascosta, Raffaello Cortina, Milano, 1986, pp. 47-49.

121. F. Montecchi, op. cit., p. 146.

122. C. Terragni, La violenza sul bambino e sui bambini in Italia dall'analisi delle fonti giudiziarie, in Centro Nazionale di Documentazione e Analisi sull'Infanzia e l'Adolescenza, Pianeta Infanzia 1 - Questioni e documenti (Dossier monografico), Istituto degli Innocenti, Firenze, 1998, pp. 84-114; ricerca effettuata dal Coordinamento italiano dei servizi contro il maltrattamento e l'abuso all'infanzia (CISMAI) e una ricerca condotta dalla Scuola Romana Rorschach (Centro studi e intervento infanzia violata), in La violenza sui minori, Corso di formazione per ausiliari nella testimonianza dei minori, Roma, 2002.

123. C. Pernisco, Violenza ed abuso sessuale sui minori, Corso di formazione per docenti del Servizio Scuola dell'Infanzia, Firenze, 2002.

124. C. Pernisco, Violenza ed abuso sessuale sui minori, Corso di formazione per docenti del Servizio Scuola dell'Infanzia, Firenze, 2002.

125. A.N. Groth, The Incest Offender, in S.M. Sgroi (a cura di) Handkbook of Clinical Intervention in Child Sexual Abuse, Lexington Books, Lexington, 1981.

126. A.A.V.V, Pianeta Infanzia, Dossier Monografico, in Violenze sessuali sulle bambine e sui bambini, Istituto degli Innocenti, Firenze, 1998, p. 81.

127. M. Malacrea, Trauma e riparazione, Cortina, Milano, 1998, p. 15.

128. L'indicatore d'abuso può essere definito come una variazione del comportamento abituale non necessariamente sintomatica. Per esempio, il rifiuto di una bambina di ritornare a casa dal nonno potrebbe essere un capriccio o un comportamento dettato da altri bisogni, ma potrebbe anche indicare un reale disagio che la bambina non riesce a comunicare verbalmente in modo diretto. I. Ormanni, A. Pacciolla, (a cura di) Pedofilia una guida normativa ed alla consulenza, DueSorgenti, 2000, p. 136.

129. G. Gulotta, Metodologia giudiziaria: accusare, difendere, giudicare, in C. Cabras, Psicologia della prova, Giuffrè, Milano, 1996, pp. 1-18.

130. American Psychiatric Association, Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorder, DSM-IV-TR, IV Ed., APA, Washington D.C., 2000 (la V edizione è prevista per il 2007).

131. E. Rotriquenz, La realtà dell'abuso: elementi descrittivi, in G. Mazzoni, La testimonianza nei casi di abuso sessuale sui minori, Giuffrè, Milano, 2000, pp. 66-67.

132. A. Berenson, A. Heger, S. Andrews, Appearance of the Hymen, in Pediatrics, 87, 1991, pp. 458-465.

133. A. Gombia, Bambini da salvare, Ed. Red, Novara, 2002, p.56 - 60.

134. P. Mari, Nodi relazionali della famiglia abusante, in Per i derubati del sole. Un percorso formativo di abuso e maltrattamento infantile, Atti del percorso formativo, Roma, 2001, p. 27-41.

135. L. de Cataldo Neuburger (a cura di), La pedofilia, aspetti sociali, psico-giuridici, normativi e vittimologici, in Atti e documenti 14, Cedam, Padova 1999.

136. C. Roccia, C. Foti, L'abuso sessuale sui minori, Unicopli, Milano, 1994.

137. Vedi nel dettaglio Capitolo I.

138. H. Kunz, Zur Theorie Der Perversionen, in Monat. für Psychiatr., 105, 1, 1942.

139. W. Bräutigam, Teoria della perversione sessuale, trad. it., Sugar, Milano, 1962.

140. A.N. Groth, Man Who Rape. The Psychology of the Offender, Plenum Press, New York, 1979, A. Jaria, P. Capri, La pedofilia: aspetti psichiatrico - forense e criminologici, in F. Ferracuti, Trattamento di criminologia, medicina criminologica e psichiatrica forense, VII Giuffrè, Milano, 1987.

141. B.C. Jr. Glueck, Pedophilia Sexual Behavior and the Law, Thomas Publ. Springfield, Illinois, 1965.

142. A. Jaria, P. Capri, La pedofilia: aspetti psichiatrico - forense e criminologici, in F. Ferracuti, Trattamento di criminologia, medicina criminologica e psichiatrica forense, VII Giuffrè, Milano, 1987.

143. E.F. Hammer, B.C. JR. Glueck, Psycodynamic Patterns in Sex Offender: a Fourfactor Theory, in Psych. Quart., 31, 2, Illus., 1º in Excepta Medica, n. 4654,1958.

144. O. Kernberg, Relazioni d'amore, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1996.

145. C. Roccia, C. Foti, L'abuso sessuale sui minori, Unicopli, Milano, 1994.

146. Ibidem.

147. American Psychiatric Association, Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi mentali, DSM-IV, trad. it., Masson, Milano, 1996.

148. A.N. Groth, Man Rape. The Psychology of the Offender, Plenum Press, New York, 1979.

149. O'Grady R., Schiavi o bambini?, Gruppo Abele, Torino, 1996.

150. O'Grady R., Schiavi o bambini?, Gruppo Abele, Torino, 1996, p. 167-168.

151. L. Lanza Le interferenze degli stereotipi e dei pregiudizi nel processo decisionale, in L. de Cataldo Neuburger (a cura di), Abuso sessuale di minore e processo penale: ruoli e responsabilità, vol. 13, Cedam, Padova, 1997.

152. R. Quinney, The Social Reality of Crime, Little Brown, Boston, 1970; H. S. Becker Labelling Theory Reconsidered, in H. Becker, The Outsiders, Free Press, New York, 1973.

153. T.E. Sellin, M. E. Wolfgang, The Measurement of Delinquency, John Wiley, New York, 1964.

154. M. J. Lynch, Percezione del reato da parte del pubblico, in F. Ferracuti (a cura di), Trattato di Criminologia, Medicina Criminologica e Psichiatria Forense, vol. IV, in Criminologia e società, Giuffrè, Milano, 1987.

155. F. J. Davis, Crime News in Colorado Newspapers, in American Journal of Sociology, 57, 1952, p. 325; D. Bell, The End of Ideology, Free Press, New York, 1962; H.S. Becker, Labelling Theory Reconsidered, in H. Becker, The Outsider, Free Press, New York, 1973.

156. P. T. McDonald, The Impact of Television on the Public's Perception of Crime, 31º Annual Meeting of SP, San Francisco, California, 1982.

157. M. Warr, The Accuracy of Public Beliefs about Crime, in Criminology, 20, 1982; M. I. Marugo, G. B. Traverso, Opinione pubblica e violenza: una ricerca sulla «paura del crimine» in due città italiane, in Medicina Legale-Quaderni Camerti, Anno XVI, n. 1, 1994.

158. E. Mariani, E. Clavanese, La percezione sociale della pedofilia secondo quanto emerso da una ricerca effettuata tra agenti di polizia e studenti universitari della città di Milano, in Rassegna italiana di Criminologia, 2, 2001, p. 261-289.

159. E. Mariani, E. Clavanese, op. cit., p. 261-289.

160. A. Cosuccia, S. Ciappi, F. Ferretti, L. Lorenzi, Presentazione di uno studio pilota sulla pedofilia, in De Cataldo Neuburger (a cura di), La pedofilia. Aspetti sociali, psico-giuridici, normativi e vittimologici, Cedam, Padova, 1999.

161. E. Mariani, E. Clavanese, La percezione sociale della pedofilia secondo quanto emerso da una ricerca effettuata tra agenti di polizia e studenti universitari della città di Milano, in Rassegna italiana di Criminologia, 2, 2001, p. 261-289; A. Cosuccia, S. Ciappi, F. Ferretti, L. Lorenzi, Presentazione di uno studio pilota sulla pedofilia, in De Cataldo Neuburger (a cura di), La pedofilia. Aspetti sociali, psico-giuridici, normativi e vittimologici, Cedam, Padova, 1999.

162. E. Mariani, E. Clavanese, La percezione sociale della pedofilia secondo quanto emerso da una ricerca effettuata tra agenti di polizia e studenti universitari della città di Milano, in Rassegna italiana di Criminologia, 2, 2001, p. 261-289; A. Cosuccia, S. Ciappi, F. Ferretti, L. Lorenzi, Presentazione di uno studio pilota sulla pedofilia, in De Cataldo Neuburger (a cura di), La pedofilia. Aspetti sociali, psico-giuridici, normativi e vittimologici, Cedam, Padova, 1999.

163. R. O'Grady, Schiavi o bambini? Storie di prostituzione infantile e turismo sessuale, Gruppo Abele, Torino, 1995; R. Palombo, La pedofilia oggi: il caso Firenze: i luoghi, i tempi e i modi dello sfruttamento minorile a fini sessuali, in R. Giommi, M. Perrotta (a cura di), Pedofilia. Gli abusi, gli abusati, gli abusanti, Atti del Congresso dell'Istituto Internazionale di Sessuologia, Firenze 1997, Edizioni del Cerro, Tirrenia (PI), 1998.

164. E. Mariani, E. Clavanese, La percezione sociale della pedofilia secondo quanto emerso da una ricerca effettuata tra agenti di polizia e studenti universitari della città di Milano, in Rassegna italiana di Criminologia, 2, 2001, p. 261-289; A. Cosuccia, S. Ciappi, F. Ferretti, L. Lorenzi, Presentazione di uno studio pilota sulla pedofilia, in De Cataldo Neuburger (a cura di), La pedofilia. Aspetti sociali, psico-giuridici, normativi e vittimologici, Cedam, Padova, 1999.

165. L. Blisset, Lasciate che i bambini - «Pedofilia»: un pretesto per la caccia alle streghe, Castelvecchi, Roma, 1997.

166. G. Scardaccione, Classificazione, andamento e distribuzione dell'abuso sessuale sui minori, Relazione presentata al XII Congresso Nazionale della Società Italiana di Criminologia, Infanzia e abuso sessuale, 19-21 novembre 1998, Gargnano sul Garda in T. Bandini, B. Gualco (a cura di), Infanzia e abuso sessuale, Giuffrè, Milano, 2000; D.E.H. Russel, The Secret Trauma: Incest in the Lives of Girls and Woman, Basic Books, New York, 1986.

167. E. Mariani, E. Clavanese, La percezione sociale della pedofilia secondo quanto emerso da una ricerca effettuata tra agenti di polizia e studenti universitari della città di Milano, in Rassegna italiana di Criminologia, 2, 2001, p. 288.

168. E. Mariani, E. Clavanese, La percezione sociale della pedofilia secondo quanto emerso da una ricerca effettuata tra agenti di polizia e studenti universitari della città di Milano, in Rassegna italiana di Criminologia, 2, 2001, p. 287.

169. I. Merzagora, Incesto, in Digesto delle discipline penalistiche, Utet, Torino, 1992, p. 326-331.

170. Paragrafo 1: La violenza presunta ma negata.

171. R. Luberti, Il maltrattamento e l'abuso sessuale in danno dei minori, Corso di formazione per volontarie, Associazione Artemisia, Firenze, 2001.

172. A.C. Moro, Erode fra noi, Mursia, Milano, 1988.

173. I. Merzagora, Incesto, in Digesto delle discipline penalistiche, Utet, Torino, 1992.

174. Ibidem, pp. 329.

175. F. Antolisei, Manuale di diritto penale - Parte speciale, I, Giuffrè, Milano, 2002, pp. 485.

176. I. Merzagora, Incesto, in Digesto delle discipline penalistiche, Utet, Torino, 1992.

177. R. Dolce, Incesto, in Enciclopedia del diritto, XX, Giuffrè, 1970, pp. 973-980.

178. F. Antolisei, Manuale di diritto penale - Parte speciale, I, Giuffrè, Milano, 2002, p. 486.

179. In ordine alla natura del pubblico scandalo è sorta una notevole discussione. L'interpretazione più accreditata in giurisprudenza è quella secondo cui il pubblico scandalo rappresenta un'ipotesi di condizione obiettiva di punibilità. Così considerato non sarebbe oggetto di una volizione da parte degli agenti e pertanto la sua verifica dovrebbe essere causalmente riconducibile alla condotta degli agenti stessi. E. Dolcini, G. Marinucci, Codice penale commentato - Parte speciale, Ipsoa Milano, 1999, pp. 2837-2839. La seconda interpretazione invece, prevalente in dottrina, individua il pubblico scandalo nell'evento di reato e pertanto deve essere voluto (o quanto meno accettato a titolo di dolo eventuale) dagli agenti quale risultato (certa o anche solo probabile) della propria condotta. G. Lattanzi, E. Lupo, Codice penale. Rassegna di giurisprudenza e di dottrina, vol. X, Giuffrè, Milano, 2000.

180. F. Antolisei, Manuale di diritto penale - Parte speciale, I, Giuffrè, Milano, 2002, pp. 487.

181. A. Crespi, F. Stella, G. Zuccalà, Commentario breve al codice penale, Cedam, Padova, 1999, pp. 1482-1484.

182. F. Antolisei, Manuale di diritto penale - Parte speciale, I, Giuffrè, Milano, 2002, pp. 487.

183. G. Lattanzi, E. Lupo, Codice penale. Rassegna di giurisprudenza e di dottrina, vol. X, Giuffrè, Milano, 2000.

184. G.D. Pisapia, Delitti contro la famiglia, Milano, 1953, p. 585; F. Antolisei, Manuale di diritto penale, Pt. sp., I, Milano, 1994.

185. I. Merzagora, Incesto, in Digesto delle discipline penalistiche, Utet, Torino, 1992, pp. 326-331.

186. E. Dolcini, G. Marinucci, Codice penale commentato - Parte speciale, Ipsoa Milano, 1999.

187. F. Antolisei, Manuale di diritto penale - Parte speciale, I, Giuffrè, Milano, 2002, pag. 488.

188. G. Scardaccione, La tematica dell'abuso ed i principi dell'intervento, Corso di formazione per ausiliari nella testimonianza dei minori, Roma, 2002.

189. Vedi sito ECPAT Italia.

190. Nigel Griffiths ritiene che il turismo sessuale nel sud-est dell'Asia abbia una lunga storia. Nel secolo VIII i viaggi portavano i turisti europei in luoghi in cui i costumi sessuali erano più rilassati che nei loro paesi di origine, o dove vi erano più opportunità di intessere relazioni. Oggi, una industria del sesso altamente sviluppata, fornisce opportunità pressoché illimitate. Nigel Griffiths, in Travel Weekly, 1997.

191. A. Luparello, Attenzioni particolari verso i bambini in rete (e non solo)... cosa possiamo fare, rintracciabile sul sito ECPAT Italia.

192. Dati elaborati dal Dipartimento delle pari opportunità, cfr. J. Abate, D. Catullo, L. Levi, C. Vettorello, Una luce nella notte: gli interventi in Veneto per le minori straniere costrette a prostituirsi, in Minori e Giustizia, n. 2/2001, pag. 80-81.

193. L'indagine è stata condotta da J. Abate, D. Catullo, L. Levi, C. Vettorello e I. Casol, vedi I. Casol, Minori che esercitano la prostituzione o vittime di reati a carattere sessuale: una ricerca del Tribunale per i minorenni di Venezia, articolo pubblicato in Minori e Giustizia, 2/2001 pag. 86-95.

194. P. Monni, L'arcipelago della vergogna, turismo sessuale e pedofilia, Edizioni Universitarie Romane, Roma, 2001.

195. Così afferma il Governatore dell'amministrazione del turismo tailandese, Seree Wangpaitchir in A. Memoli, Turismo sessuale: cosa ne pensiamo?, in Travel, 22.02.1999.

196. G. Ledda, L'Exploiter Sexuel, in The First World Congress Against teh Commercial Sexual Explotation of Children, Stoccolma, 1996.

197. V. Musacchio, Profili di diritto penale comparato sul fenomeno della pornografia minorile, in Riv. pen., 2000 (ottobre), fasc. n. 10, pag. 863 - 869.

198. OMS, Organizzazione Mondiale della Sanità, Agenzia delle NU, con sede a Ginevra, Classification International del Maladies, Génèves, 1993, in Noticias, n. 2 maggio 1997: i mezzi di comunicazione hanno etichettato la Thailandia come primo centro mondiale della prostituzione infantile. Questa immagine però non risponde affatto alla realtà. Queste pratiche sono contrarie alle leggi tailandesi e vanno contro i precetti della religione buddista. In Thailandia è stato ora predisposto un corpo di polizia turistica per scoprire e arrestare i turisti sessuali e si sta attuando un programma per aiutare i giovani residenti nelle zone rurali a trovare un lavoro che costituisca un'alternativa al commercio.

199. R. O'Grady, The ECPAT Story, Bangkok, 1996, p. 3.

200. P. Monni, L'arcipelago della vergogna, turismo sessuale e pedofilia, Edizioni Universitarie Romane, Roma, 2001, p. 232-233.

201. R. O' Grady, The Child and the tourist, in Schiavi o bambini? Storie di prostituzione minorile e turismo sessuale in Asia, Edizioni Gruppo Abene, Torino, 1995.

202. C. Camarca, I Santi Innocenti, Baldini & Castoli, Milano, 1998.

203. A. Luparello, Attenzioni particolari verso i bambini in rete (e non solo)... cosa possiamo fare, rintracciabile sul sito ECPAT Italia.

204. Vedi l'indagine esplorativa sul tema realizzata da ECPAT-Italia nel 2001.

205. Centro Studi Investimenti Sociali (CENSIS), Sfruttamento sessuale e minori: nuove linee di tutela. Un progetto contro l'abuso sessuale, c.r. 11641, Roma, 1998.

206. R. O' Grady, The Child and the tourist, in Schiavi o bambini? Storie di prostituzione minorile e turismo sessuale in Asia, Edizioni Gruppo Abene, Torino, 1995.

207. P. Monni, L'arcipelago della vergogna. Turismo sessuale e pedofilia, Edizione universitaria Romane, Roma, 2001.

208. C. Camarca, I Santi Innocenti, Baldini & Castoli, Milano, 1998, p. 21.

209. R. O' Grady, The Child and the tourist, in Schiavi o bambini? Storie di prostituzione minorile e turismo sessuale in Asia, Edizioni Gruppo Abene, Torino, 1995.

210. C. Camarca, I Santi Innocenti, Baldini & Castoli, Milano, 1998.

211. U. Piscitelli, Sessuologia. Teoremi psicosomatici e relazionali, CEDAM, Padova, 1994, p. 256.

212. Ibidem.

213. L. De Cataldo Neuburger (a cura di), La pedofilia Aspetti sociali, psico-giuridici, normativi e vittimologici, Padova, Cedam, 1999, p. 345; Besse F., La repression pènale de la contrefacon en droit Suisse: avec presentation des droits francais et allemande et apercy de droit international, Genève: Droz, 1990.

214. P. Monni, L'arcipelago della vergogna. Turismo sessuale e pedofilia, Edizione universitaria Romane, Roma, 2001, p. 230.

215. L. de Cataldo Neuburger, La pedofilia. Aspetti sociali, psico-giuridici, normativi e vittimologici, (a cura di), CEDAM, Padova, 1999, p, 350.

216. Ibidem.

217. Ivi.

218. Relazione ECPAT Italia: F.A.Q. - Le domande più frequenti.

219. P. Monni, L'arcipelago della vergogna. Turismo sessuale e pedofilia, Edizione universitaria Romane, Roma, 2001, p. 233.

220. Relazione ECPAT Italia: F.A.Q. - Le domande più frequenti.

221. Centro Studi Investimenti Sociali (CENSIS), Sfruttamento sessuale e minori: nuove linee di tutela. Un progetto contro l'abuso sessuale, c.r. 11641, Roma, 1998.

222. In Italia, ad esempio: Gli amici di Raoul Follereau, l'Arci, il Colibrì ecc.

223. Relazione ECPAT Italia: F.A.Q. - Le domande più frequenti.

224. Relazione ECPAT Italia: F.A.Q. - Le domande più frequenti.

225. C. Camarca, I Santi Innocenti, Baldini & Castoli, Milano, 1998; R. O'Grady, The ECPAT Story, Bangkok, 1996. Secondo Monni, il traffico di bambini razziati in Sudan ed esportati come schiavi in Arabia Saudita, Marocco, Egitto si rivela significativo alla luce di certe poesie locali che esaltano il rapporto con gli adolescenti, in P. Monni, L'arcipelago della vergogna, turismo sessuale e pedofilia, Edizioni Universitarie Romane, Roma, 2001, p. 237.

226. F. Botte, La notte dei coccodrilli, Gruppo Abele, Torino, 1991.

227. R. O' Grady, The Child and the tourist, in Schiavi o bambini? Storie di prostituzione minorile e turismo sessuale in Asia?, Edizioni Gruppo Abene, Torino, 1995.

228. Ibidem.

229. G. Martello, Pornografia minorile, in Studium Iuris, 6, 2002, pp. 801-802.

230. P. Monni, L'arcipelago della vergogna, turismo sessuale e pedofilia, Edizioni Universitarie Romane, Roma, 2001, p. 239.

231. Relazione ECPAT Italia: F.A.Q. - Le domande più frequenti.

232. Bove M., Ricerca sul Computer - crime, in Archivio dell'Insegnamento di Criminologia dell'Università di Roma La Sapienza, 2000.

233. Dati forniti di Don Fortunato di Noto, fondatore ed ex presidente di Telefono Arcobaleno (associazione che combatte ogni forma di abuso e di sfruttamento di bambini), parroco di Avola, Presidente di METER, in La pedofilia. I mille volti di un olocausto silenzioso, Paoline Ed., Milano, 2002, p. 68.

234. Orsenigo F., Non aprite quel browser, in AA.VV., Pc World Italia, marzo 2000, pp. 73-75.

235. Strano M., Pedofilia e Internet: quali rischi per i minori, BYTE, ottobre 1998; Strano M., Pedofilia e telematica: la ricerca criminologica sul web, in Cantelmi T., Del Miglio C., Talli M., D'andrea A. (a cura di), La mente in Internet, Piccini, Padova, 1999; Strano M., Computer crime: Manuale di criminologia informatica, Edizioni Apogeo, Milano, 2000.

236. Da dati forniti dal Servizio di Polizia Postale e delle Comunicazioni -novembre 2002- si evince che negli ultimi tre anni l'attività di monitoraggio del web ha condotto ai seguenti risultati operativi:

237. M. Maggi, M. Picozzi, Pedofilia, non chiamatelo amore, Guerini e Associati, Milano, 2003.

238. A. Bonifazi, B. Giambra, Aspetti psicologici e vittimologici dei reati informatici, 1997.

239. R. De Luca, Pedofilia e Internet, in Detective & Crime, n. 2/VII, Emekappa, Gaeta (LT), 2000.

240. C. Camarca, I santi innocenti, Baldini & Castaldi, Varese, 1998, pag. 35.

241. R. De Luca, op. cit.

242. M. Di Giannantonio, M. Strano, A. Verrengia, L'occaso, Alice nella rete delle meraviglie: esperienze di cyberpedofilia, in V. Caretti., D. La Barbera (a cura di), Psicopatologia delle realtà virtuali, Masson, Milano; M. Di Giannantonio, M. Strano, G. Marotta, G. Badalamenti, A. Terrana, C. Capresi, A. Basile, Internet e pedofilia: un'indagine pilota sui rischi per i minori, Relazione al Convegno internazionale Media digitali e psicotecnologie: viaggi nella mente dei mondi virtuali, Erice, Villa San Giovanni, 28 giugno - 1 luglio.

243. C. Serra, M. Strano, Nuove frontiere della criminalità, la criminalità tecnologica, Giuffrè Editore, Milano, 1997.

244. M. Maggi, M. Picozzi, Pedofilia, non chiamatelo amore, Guerini e Associati, Milano, 2003.

245. La denuncia è di Paolo Manzo il cui articolo Così la pedofilia si muove sul web. L'orco si chiama Bill, è stato pubblicato il 7 maggio 2002 su Vita non Profit.

246. Atti del Convegno Chi ha paura dei pedofili. Giornata di riflessione su come prevenire e affrontare la pedofilia, organizzato dalla sezione AVIS e da Studio Rollo, Stra (VE), 7 dicembre 2001.

247. Presidente del Tribunale dei Minori di Milano, Membro della Commissione Nazionale di Bioetica, in Atti del Convegno Chi ha paura dei pedofili. Giornata di riflessione su come prevenire e affrontare la pedofilia, Stra (VE), 2001.

248. La Dott.ssa Livia Pomodoro sostiene che chi ha deciso di commettere questi reati (sia organizzazioni criminali che persone che non riescono a resistere ai loro impulsi) non tiene in nessun conto il fatto che per quel reato la pena possa essere elevatissima o possa essere anche l'ergastolo, senza considerare che il criminale pensa sempre di riuscire a farla franca.

249. Save the Children è un'organizzazione internazionale indipendente per la difesa e promozione dei diritti dei bambini. Opera in più di 120 paesi nel mondo con una rete di 30 organizzazioni nazionali e un ufficio di coordinamento internazionale: la International Save The Children Alliance. Il primo progetto di Hotline, fu intrapreso da questa organizzazione nel 1996 in Norvegia, parallelamente al Primo Congresso Mondiale sul Commercio dello sfruttamento Sessuale dei Bambini tenutosi a Stoccolma nello stesso anno. Attualmente le organizzazioni di Save The Children, che gestiscono Hotline sono sei: Danimarca, Finlandia, Islanda, Italia, Norvegia e Svezia. Stop-it Nella rete. Un anno di lotta alla pedo-pornografia on-line, Primo rapporto di Stop-It, Roma, 2003.

250. Le Hotline operano come sistemi di riferimento e offrono al pubblico l'opportunità di segnalare contenuti potenzialmente illegali incontrati in rete a un archivio centrale, dove il materiale viene analizzato ed inviato alle agenzie di polizia, oppure ad altre Hotline nel paese che ospita l'ISP (Internet Server Provider). Le Hotline infatti, collaborano e si scambiano informazioni sul fenomeno della pedo-pornografia con i centri di polizia investigativa che si occupano di IT-Crimes e collaborano con gli ISP nazionali.

251. Stop-it Nella rete. Un anno di lotta alla pedo-pornografia on-line, Primo rapporto di Stop-It, Roma, 2003 p. 30.

252. INHOPE è l'associazione creata al fine di facilitare la cooperazione tra le diverse Hotline contro la pedo-pornografia in Internet in Europa. La sua missione è quella di eliminare la pedo-pornografia in rete e proteggere i minori da un uso nocivo e illegale della rete. Le principali funzioni dell'organizzazione sono:

INHOPE crede nella libertà di rete, nella possibilità di creare un accordo per un uso positivo di Internet, nella suddivisone della responsabilità per la protezione dei minori tra il governo, gli educatori, i genitori e l'industria di Internet. Gli obiettivi che tale associazione si pone sono: la creazione di Hotline in ogni paese, la formazione e l'aiuto a nuove Hotline, lo stabilimento di comuni per il ricevimento e l'elaborazione delle segnalazioni e delle informazioni ricevute. Stop-it Nella rete. Un anno di lotta alla pedo-pornografia on-line, Primo rapporto di Stop-It, Roma, 2003, pp. 40-41.

253. Stop-it Nella rete. Un anno di lotta alla pedo-pornografia on-line, Primo rapporto di Stop-It, Roma, 2003, pp. 4-6.

254. Stop-it Nella rete. Un anno di lotta alla pedo-pornografia on-line, Primo rapporto di Stop-It, Roma, 2003.

255. Spam-spamming, uso "improprio" di E-Mail (ma anche di mezzi di comunicazione elettronica), che consiste nell'inviare un messaggio a molti indirizzi di posta elettronica e/o in maniera insistente. La parola "spamming" può essere utilizzata anche per descrivere l'attività di includere informazioni "nascoste" sulle pagine web, non coerenti con quanto mostrato "in chiaro", per fare apparire una pagina web ai primi posti nei motori di ricerca. Stop-it Nella rete. Un anno di lotta alla pedo-pornografia on-line, Primo rapporto di Stop-It, Roma, 2003.

256. Il sistema File Sharing permette la condivisione di Files. È quel sistema che consente ad un utente di condividere i propri Files con altri utenti. Il File Sharing è la base di tutti quei programmi che permettono di scaricare Files (MP3, video-programmi, video-immagini), dai computer di altre persone collegati ad Internet. I programmi di File Sharing sono numerosissimi: il precursore è stato Napster, altri esempi sono costituiti da Gnutella, WinMX, Morpheus, Freenet.

257. Newsgroup è un gruppo di discussione. È possibile sottoscrivere un newsgroup che ci interessa e leggere tutti i messaggi "postati" dagli altri iscritti. Si può postare un nuovo messaggio o rispondere a uno già pubblicato, Stop-it Nella rete. Un anno di lotta alla pedo-pornografia on-line, op. cit.

258. Chat deriva dall'inglese chiacchierare. Conversare tramite PC, ma anche tramite telefoni cellulari ecc. In sostanza, significa "parlare" in tempo reale con altri utenti di rete, da qualsiasi parte del mondo, solitamente attraverso la tastiera ma anche attraverso la voce, Stop-it Nella rete. Un anno di lotta alla pedo-pornografia on-line, op. cit.

259. Gli Internet Service Provider, offrono l'accesso in rete e la facoltà di utilizzare funzioni come il Web e l'E-Mail. R. Bovini e G. Boccarello, La responsabilità penale del Provider per i reati contro i minori, in Interlex, 2002.

260. Si tratta di dati molto diversi da quelli pubblicati da Don Fortunato di Noto su: Telefono Arcobaleno - Monitoraggio della Pedofilia in Internet - Rapporto Annuale 2003: totale siti denunciati 17.016, di cui 423 in Italia (ed occorre sottolineare che i dati riportati riguardano, secondo Telefono Arcobaleno, esclusivamente siti con espliciti contenuti/materiali pedofili e pedo-pornografici, con una scrematura già realizzata prima della pubblicazione del rapporto di tutti quei siti con natura dubbia).

261. M. Della Marianna, A. Verrengia, Una ricerca sulla pedofilia in Internet: bambini virtuali in rete, in Psychomedia.

262. Istituto degli Innocenti, Uscire dal silenzio, lo stato di attuazione della legge 269/98, Quaderni del Centro nazionale di documentazione per l'infanzia e l'adolescenza, Firenze, 2003.

263. L. Regan, Rethorics and Realities: Sexual Esploitation of Children in Europe, London, University of North London, in Child and Woman Abuses, Studies Unit, 2000.

264. I dati dell'istituto di ricerca Eurispes sono visitabili sul sito Eurispes.

265. Junior, Indagine sui ragazzi dai 5 ai 13 anni, ricerca presentata dall'istituto per le ricerche Doxa, 2002, in Stop-it Nella rete. Un anno di lotta alla pedo-pornografia on-line, Primo rapporto di Stop-It, Roma, 2003, p. 4.

266. Istituto degli Innocenti, Uscire dal silenzio, lo stato di attuazione della legge 269/98, Quaderni del Centro nazionale di documentazione per l'infanzia e l'adolescenza, Firenze, 2003.

267. Stop-it Nella rete. Un anno di lotta alla pedo-pornografia on-line, Primo rapporto di Stop-It, Roma, 2003, p. 9.