ADIR - L'altro diritto

ISSN 1827-0565

Capitolo 2
Una lettura ideografica del suicidio carcerario

Silvia Ubaldi, 1997

1. Introduzione: le prospettive di studio del suicidio carcerario

Dalla rassegna delle teorie del suicidio in carcere emerge che gli studi medici e gli studi sociologici offrono due opposte prospettive per valutare questo complesso fenomeno multidimensionale. Attualmente però i due approcci non sono più così antitetici.

Il punto di vista delle ricerche mediche sul suicidio in carcere sta mutando. Pur mantenendo ferma la concentrazione sull'effetto patologico del problema, tuttavia emerge, sempre con maggior insistenza, la correlazione tra patologia e fattori ambientali. Le teorie mediche partono dunque da uno studio della patologia come fattore responsabile del suicidio per arrivare alla conclusione che il carcere stesso è patogeno: il percorso procede dall'esame dell'individuo per risalire a quello dell'ambiente.

Nelle teorie sociologiche si parte dallo studio dell'ambiente dell'istituzione totale, per arrivare alla conclusione che, per quanto difficili possano essere le condizioni ambientali non tutti i detenuti reagiscono allo stesso modo, dunque anche la personale predisposizione a compiere gesti autosoppressivi deve avere una notevole importanza.

Negli studi più recenti, come quelli "comunicativi", si cerca di studiare il fenomeno "dell'interazione" tra fattori endogeni e fattori esogeni (senza privilegiare in maniera esclusiva l'uno o l'altro) attraverso l'osservazione del singolo comportamento suicidario. Se il suicidio costituisce un fenomeno sociale, non si può dimenticare che il gesto di autosoppressione del singolo è soprattutto un comportamento individuale. Quindi se l'osservazione sociologica di tipo macrostrutturale, come quella realizzata negli studi durkheimiani, è essenziale per comprendere il retroterra istituzionale del problema, tuttavia, almeno a mio avviso, non è sufficiente per arrivare al fondo della comprensione del suicidio in carcere, che prima di essere un fenomeno sociale è un comportamento umano. È nello studio del singolo comportamento umano che si avverte la rilevanza dei fattori endogeni e di quelli esogeni. Così quando mi propongo di avvicinarmi alla comprensione del singolo episodio di suicidio mi accingo ad uno studio microsociologico di tipo comunicativo.

In conclusione lo studio del suicidio in carcere deve partire dalla comprensione del significato del caso specifico. In questa prospettiva assume primaria importanza il modo in cui l'individuo percepisce l'ambiente e reagisce all'ambiente. Sembra che solo in questa fase sia dato cogliere la più completa interazione dei fattori che contribuiscono alla realizzazione della condotta suicidaria perché è solo nel caso specifico che si apprezza in quale misura pesi la vulnerabilità individuale oppure l'asperità delle condizioni ambientali nella realizzazione del gesto.

Diventa importante, in questa prospettiva, cimentarsi in un'opera di interpretazione del gesto se si vuole comprendere il senso di questa "interazione". Tenendo presente prima di tutto il caso particolare, e assumendo la singola vicenda umana come punto di partenza mi è parso importante imparare a servirsi di tutte le teorie a disposizione senza distinguere tra teorie sociologiche, psichiatriche o psicologiche, purché si possano rivelare di ausilio allo studio del significato del singolo caso di suicidio. Se si vuole capire il significato del suicidio è importante principalmente imparare ad osservare i segni di un comportamento umano per leggerne il significato.

Due sono le operazioni preliminari ad un tentativo di interpretazione del significato comportamentale del suicidio: la prima operazione consiste nell'imparare a leggere il comportamento umano dall'inizio alla fine della sua condotta considerando il suicidio come mezzo di comunicazione; la seconda operazione consiste nel tentativo di applicare le teorie astratte sul suicidio ai casi concreti, per poterle utilizzare come decodificatori degli stessi.

Se è vero, come credo, che è nel significato del singolo suicidio che si ha la rielaborazione di quanto e come il soggetto risponda ai fattori esogeni in base ai fattori endogeni, allora lo scopo della mia ricerca sarà quello di avvicinarmi al senso di ogni atto di suicidio o tentato suicidio seguendo una casistica relativa alle carceri di Sollicciano, di Prato e di Pistoia tra il 1992 e il 1996.

2. L'etichettamento del suicida deviante

L'oggetto principale della mia ricerca è quello di rendere comprensibile il senso dei singoli casi di suicidio e tentato suicidio attraverso una ricostruzione delle notizie riportate in maniera assai frammentaria nei rapporti ufficiali. Questa opera di ricerca del significato del singolo caso biografico non è affatto semplice. Il problema più arduo consiste nella difficoltà materiale di poter accedere ad una fonte attendibile di dati. Pur sapendo che la semplice esposizione dei fatti di cronaca comporta un inevitabile "imbastardimento" della fonte di informazione ho basato la mia ricerca sulla descrizione fatta da altri per lo studio dei casi empirici. Non ho avuto, infatti, altra possibilità di avvicinare i "detenuti suicidi" se non attraverso la lettura dei rapporti disciplinari, che, grazie alla gentile concessione del Presidente del Tribunale di Sorveglianza, il dottor Alessandro Margara, ho avuto modo di consultare presso gli archivi del Tribunale di Sorveglianza di Firenze.

Nella raccolta delle informazioni inerenti ai singoli casi di suicidio o tentato suicidio mi sono resa conto che la cronaca dei rapporti disciplinari non può essere considerata una fonte attendibile di dati e notizie. La contaminazione del materiale informativo, infatti, avviene a più livelli: ad un primo livello si avvera una preliminare interpolazione del fatto di cronaca "originale" tramite la selezione degli elementi della narrazione. La scelta di un elemento piuttosto che un altro nella narrazione dei fatti è una prima manipolazione dei dati.

Ad un secondo livello l'interpolazione della realtà si verifica nel momento in cui si decide in quale ordine articolare la narrazione dei fatti: riportare un episodio o una dichiarazione prima o dopo un altro può determinare un forte condizionamento del senso originario del gesto.

L'ultimo e il più esplicito condizionamento nella ricostruzione del caso si ha quando oltre alle due fasi precedenti si apre una fase dedicata al commento fatto dal personale sulle modalità di esecuzione del suicidio. In questa fase si realizza il vero e proprio etichettamento. La fase dell'etichettamento burocratico elaborato dall'amministrazione penitenziaria è quella che lascia meno spazio ad una successiva interpretazione. Quindi ha luogo l'interpretazione di un fatto interpretato, e si realizza, così, l'interpretazione di una precedente interpretazione. Si rivelerà tanto più difficile la rielaborazione di un fatto (in questo caso del comportamento suicidario) quanto più rigida e elaborata sarà stata la forma di etichettamento precedente.

Page (1) ha prestato particolare attenzione al modo in cui lo staff definisce il comportamento suicidario. L'autore sostiene che l'istituzione penitenziaria risponde in due modi contraddittori alla valutazione del suicidio: "Da una parte si dà una valutazione del suicidio come una breccia nella disciplina e dunque come atto di devianza e di evasione dai luoghi 'normali'. Secondo questa accezione il suicidio consisterebbe in una forma di devianza. D'altra parte quando il suicidio viene inquadrato come l'epilogo di una qualche patologia, si realizza una forma ancora più rigida di etichettamento. In entrambi i casi il labelling si realizza attraverso la registrazione di certificati medici nei quali il detenuto viene qualificato come immaturo o inadeguato o come un soggetto che cerca di richiamare l'attenzione attraverso gesti manipolativi". In base ai suoi studi Page nota che non è concepibile nella mentalità del personale del penitenziario che una persona "normale" arrivi ad uccidersi per il solo effetto della carcerazione. Chi tenta, o peggio, chi compie il suicidio è in ogni caso un deviante: Il "suicida" è un deviante o perché malato di mente, o perché autore di un atto di insubordinazione.

Nel caso in cui l'atto autosoppressivo sia considerato "serio", allora chi lo compie è un malato di mente. Anche secondo l'ordinamento penitenziario italiano le misure che si adottano in questo caso sono rivolte alla tutela della salute mentale del soggetto (assistenza psichiatrica, trasferimento ad un ospedale civile o all'ospedale psichiatrico giudiziario...). Nella circolare Amato (2) si può osservare che il "suicida" viene sempre descritto come un deviante psichico sia in ottica "preventiva", sia in ottica "curativa". In funzione preventiva è uno psichiatra a dover valutare, attraverso un colloquio, se il "nuovo giunto" si presenta come un "potenziale suicida". In funzione "rimediale" secondo tale circolare il detenuto che tenta il suicidio dovrà essere assistito dai servizi sanitari intramurari quando è possibile, oppure "Ove, come statuisce l'art. 11 della legge, siano necessari, cure o accertamenti diagnostici che non possono essere apprestati dai servizi sanitari degli istituti i detenuti sono trasferiti, con provvedimento del magistrato competente, in ospedali civili o altri luoghi esterni di cura".

Nel caso in cui il suicidio è considerato "simulativo", allora, si ritiene che il detenuto strumentalizzi il suo gesto per qualche fine diverso dalla morte che può essere quello di protestare contro l'amministrazione penitenziaria, quello di ricattare al fine di ottenere qualche altro beneficio, oppure quello di vendicarsi delle frustrazioni subite. Quando il suicidio è un gesto "manipolativo" o "strategico", come viene definito nel linguaggio burocratico dell'amministrazione penitenziaria, allora, il gesto suicidario è etichettato come atto di devianza di un detenuto "ribelle". Anche nella circolare Amato del 1986 numerose sono le raccomandazioni tese a scoraggiare atteggiamenti autoaggressivi di carattere "simulativo" sollecitando tutti i medici in generale, che, come si è visto, hanno il compito di intervenire in questi casi, ad un atteggiamento "serio". Si legge nella circolare Amato: "A proposito delle sopraindicate certificazioni sanitarie che danno o possono dar luogo a ricoveri esterni, lo scrupolo sanitario deve conciliarsi con la serietà degli accertamenti, cioè la attenta cura dell'interesse alla salute deve comporsi con la necessità di evitare rigorosamente eventuali strumentalizzazioni e abusi, per i quali, in realtà, le ragioni sanitarie siano nulla più che un pretesto".

La stigmatizzazione del suicida come deviante, che Page ha riconosciuto come peculiare di un atteggiamento dello staff degli istituti penitenziari anglosassoni è evidente anche nelle raccomandazioni che Amato rivolge ai medici penitenziari ed è confermata anche dall'ideologia che ispira l'ordinamento penitenziario. Le misure adottate nel caso che si verifichi un episodio di tentato suicidio sono le stesse che prevede l'art. 14 bis ord. penit. In mancanza di una norma specifica che disciplini questi particolari casi di "devianza" il detenuto, che si rende autore di un atto teso all'autosoppressione viene sottoposto al regime di sorveglianza particolare. Questa misura di solito viene adottata nei confronti di coloro che "con i loro comportamenti compromettono la sicurezza ovvero turbano l'ordine negli istituti, ovvero coloro che con violenza o minaccia impediscono le attività degli altri detenuti o che si avvalgono dello stato di soggezione degli altri detenuti o internati".

Il fatto che vengano assunte nei confronti di chi tenta il suicidio quelle stesse misure che, ai sensi del 14 bis, vengono irrogate nei confronti di quei detenuti, responsabili di turbare l'ordine interno dell'istituto, ci fa pensare che secondo l'opinione dell'amministrazione penitenziaria il suicidio in carcere possa essere considerato come un gesto che turba l'ordine interno e dunque che sia equiparato ad un gesto di insubordinazione (come sostiene Page). Questa stigmatizzazione del detenuto suicida come "deviante ribelle" può essere compresa nei soli casi in cui il suicidio sia un gesto strumentale per ottenere qualche altro fine: per protestare contro la giustizia, per minacciare o ricattare l'istituzione penitenziaria o per ottenere qualche altro beneficio personale oppure semplicemente per vendicarsi dei "mali subiti".

I casi di suicidio e di tentato suicidio relativi al carcere di Prato, Pistoia, e di Sollicciano che ho esaminato, contengono in sé l'etichettamento burocratico tipico dell'Istituzione Penitenziaria che ho descritto sopra. Tuttavia ho tentato di dare un'interpretazione ideale del significato degli episodi attraverso una ricostruzione del caso prendendo spunto dai rapporti disciplinari ufficiali. Piuttosto che cimentarmi nella difficile opera di recupero-restauro dei casi per riportare alla luce l'originale significato che il detenuto voleva attribuire al suo gesto, ho preferito presentare il caso così come è apparso a me, nella scarna descrizione dei rapporti disciplinari. Sull'esempio di Page e Bernheim ho pensato che analizzare e rielaborare i casi attraverso l'etichettamento che risulta dai rapporti ufficiali potesse avere un notevole interesse scientifico. Nel tentativo di presentare una visione globale della casistica delle condotte suicidarie, ho cercato di dare un ordine alla descrizione dei casi. Con questa prospettiva sono arrivata ad una classificazione dei significati ideali del suicidio carcerario, che ho schematizzato in una tabella finendo per elaborare un sistema di tipi ideali.

Il sistema dei tipi ideali, non è così diverso dal fenomeno dell'etichettamento, che configura il suicidio come forma di devianza. La differenza sta nella consapevolezza di creare delle etichette. Se, infatti non si può sfuggire ad un'etichetta, qualunque essa sia e se, come a me pare, nella vita sociale si procede per etichette; allora tanto vale prenderne atto e proporsi di studiare in maniera diretta e approfondita il perché dell'etichetta stessa. Il risultato è quello di studiare le etichette sociali attraverso una tabella di etichette ideali; il mio proposito sarà quello di "decodificare" il senso delle etichette sociali (il così detto Liebling che in carcere avviene con la registrazione dei rapporti ufficiali ad opera del personale dell'Amministrazione Penitenziaria) attraverso l'uso di altre etichette ideali. La diversità tra queste due forme di etichettamento sta nel fatto che gli ideal tipi rappresentano delle etichette non semplicemente classificatorie, ma euristiche, capaci cioè di fornire una interpretazione del significato secondo una dimensione anche sostanziale e non solo formale. Le etichette ideali, intese in questa accezione, affondano le loro radici gnoseologiche in un substrato teorico più profondo. Attraverso la concettualizzazione teorica e attraverso la cristallizzazione di tali concetti in tipi ideali di riferimento è forse possibile avvicinarsi al senso di un comportamento, che altrimenti rischierebbe e, di fatto rischia, di rimanere intrappolato nell'etichetta classificatoria confezionata dall'Amministrazione Penitenziaria. Partendo dai documenti esaminati e dall'etichettamento operato dall'Amministrazione Penitenziaria e alla luce delle più significative teorie sul suicidio ho cercato di costruire una tabella di tipi ideali capace di dare un senso ai singoli atti. Attraverso tale tabella ho realizzato un "etichettamento" che si diversifica e supera quello burocratico in quanto si basa sulle teorie sociologiche e psicoanalitiche del suicidio. Lo stesso procedimento viene seguito dai medici penitenziari ovviamente sulla base di strumenti conoscitivi di tipo medico (in particolare di tipo clinico e psichiatrico).

I casi di suicidio definiti come patologici vengono considerati come il risultato certo di una patologia individuale e la definizione di deviante attribuita al soggetto assume così un carattere patologico. L'etichettamento del suicidio carcerario operato dai medici come devianza psichica è molto più rigido di quello fatto dal personale di sorveglianza. Il medico penitenziario, infatti, a differenza della semplice guardia di sorveglianza, dispone di strumenti conoscitivi molto più capaci ai fini di una definizione del comportamento del "paziente detenuto". Se già il giudizio di un agente di custodia può influenzare una successiva ricostruzione del caso, la definizione patologica, inserita in un più completo quadro clinico, supportata di descrizioni e spiegazioni psichiatriche si rivela così rigida e stringente da non concedere spazio ad alcuna possibile interpretazione alternativa della condotta suicidaria. I medici arrivano a cucire addosso al soggetto una etichetta talmente aderente da non lasciare adito a successive rielaborazioni.

Quando il suicidio viene definito come forma di devianza psichica è molto più difficile mettere in discussione l'aspetto della trasgressione comportamentale contenuta nel gesto autosoppressivo. Questa maggiore forza stigmatizzante propria dell'etichettamento medico è dovuta principalmente alla maggiore autorevolezza degli "artefici" dell'etichetta (3). Una prova dell'esistenza di questa autorevolezza emerge anche dal testo della circolare Amato ove risulta che gli strumenti del "potere stigmatizzante" dei medici, capaci di conferire loro autorevolezza, sono i certificati sanitari, dove si elabora la diagnosi della patologia. Il parere del medico dell'Istituzione Penitenziaria è determinante ai fini di tutta una serie di provvedimenti. Nella circolare dopo aver evidenziato che: "la competenza a valutare se ricorrano le condizioni del ricovero esterno e, in caso positivo, a disporlo, sono, pertanto, del competente magistrato", si precisa che "l'opportunità o la necessità di un ricovero esterno è stabilita sulla base delle certificazioni sanitarie". Così le certificazioni sanitarie si rivelano determinanti per valutare l'opportunità o la necessità di un ricovero esterno che può essere l'ospedale ovvero un altro luogo esterno di cura e nella espressione "altro luogo esterno di cura" si intende ricomprendere anche l'O.P.G.

Il provvedimento che dispone il trasferimento ad un luogo di cura come l'ospedale ordinario o l'ospedale psichiatrico (quale effetto della prima forma di etichettamento patologico, contenuto nella certificazione sanitaria) è in grado di procurare una stigmatizzazione molto forte del soggetto come "deviante psichico". La definizione del detenuto come deviante in quanto autore di un gesto autolesivo è contenuta, quindi, nelle certificazioni sanitarie. Queste, infatti, come risulta dalla circolare Amato, costituiscono il presupposto necessario per un eventuale provvedimento del giudice finalizzato al trasferimento del soggetto.

3. Dalle teorie sulla devianza ad una definizione dei "tipi ideali" di suicidio

Una volta visto che il suicidio è un comportamento socialmente riconosciuto e accettato come forma di devianza sui generis, mi è sembrato interessante estendere anche al comportamento suicidario alcune teorie, che sono nate per descrivere il comportamento deviante in generale. Utilizzerò queste teorie come strumenti interpretativi del suicidio anche se non capaci di spiegare la devianza del suicidio. Mi riferisco in particolare alle teorie di Merton sull'origine della devianza, che mi sembrano in grado di fornirci degli schemi e dei meccanismi di base che, per quanto lontani dal tema del suicidio, si prestano a porre in evidenza alcuni fondamentali aspetti del comportamento suicidario e offrono un valido supporto teorico per formulare alcuni "tipi ideali" del suicidio carcerario.

Weber (4) per primo ha fatto uso delle categorie del "tipo ideale" per la comprensione di un comportamento sociale. Sparti (5) osserva che: "Weber definisce i tipi ideali dei modelli relativamente "vuoti" di contenuto empirico. Sono costruzioni deliberatamente "estranee alla realtà", nel senso che creano una distanza concettuale rispetto alla realtà empirica. Anzi quanto più i tipi ideali si allontanano dalla realtà, tanto meglio adempiono la loro funzione".

Il "tipo ideale" secondo una definizione di Davide Sparti: "è l'accentuazione concettuale di un certo punto di vista, ed ha l'obiettivo di armonizzare un complesso di azioni particolari in un quadro intellegibile, orientando l'osservatore nella costruzione delle ipotesi".

Mi sembra che attraverso "i tipi ideali" si possa arrivare alla migliore comprensione dei comportamenti sociali, perché si prospetta la possibilità di classificare i comportamenti della realtà in maniera abbastanza approssimata, in modo da offrire una rete concettuale in base alla quale osservare il comportamento umano senza la pretesa di disporre di una teoria universale. Il tipo ideale consiste in un modello di comportamento che sulla base di una osservazione di interazione antropologica, si presenta come prevedibile date alcune circostanze di riferimento.

Il comportamento sociale da me descritto non si è rivelato facilmente interpretabile non essendo possibile conoscere direttamente lo svolgersi del caso concreto. Dalla lettura dei rapporti disciplinari è apparso evidente l'etichettamento burocratico attraverso il quale il personale del penitenziario cataloga i diversi casi di suicidio e di tentato suicidio. Mi è sembrato che il miglior metodo di studio fosse quello di partire da questo etichettamento burocratico, senza spogliare il caso di questa forma di stigmatizzazione nel tentativo di cercare ad ogni costo una "verità". Mi è sembrato più interessante e scientificamente più corrette prendere atto e partire da questo etichettamento per elaborare una nuova e diversa classificazione basata sul tipo di devianza per pervenire infine ad un sistema di "tipi ideali". Utilizzando alcune teorie sulla devianza e facendo riferimento a studi di carattere sociologico e psicologico sul suicidio ho cercato di realizzare una "tabella di tipi ideali" realizzando un secondo "etichettamento" di tipo "euristico" più approfondito e funzionale per un processo di decodificazione, teso a cogliere il significato del gesto suicidario nei casi presi in esame.

4. Il suicidio come devianza nella teoria di Merton

Le categorie concettuali che ho utilizzato per la realizzazione della tabella stessa riguardano alcuni tipi ideali di atti suicidari che ho estrapolato dalla teoria di Merton sull'origine della devianza e dalla raccolta delle teorie sul significato del suicidio elaborata da Baechler (6).

I concetti di Merton si prestano bene ad essere utilizzati per descrivere il fenomeno del suicidio carcerario come particolare forma di devianza. Merton (7) assume come perno della propria teoria, il concetto di "tensione". Tale forma di "frustrazione scaturisce dal fatto di vivere in una società, che prospetta un panorama incentrato sul raggiungimento del successo, offrendo però, solo a pochi, i mezzi per conseguirlo".

L'autore studia in maniera specifica l'anomia che si avverte nella società americana; qui la distanza tra "struttura culturale" e "struttura sociale" è più estesa che nelle altre società.

Merton (8) opera una classificazione comportamentale in base al rapporto che intercorre tra mete e mezzi. Mi sembra opportuno, ai fini della nostra discussione parlare solo dei tipi di comportamento che Merton definisce come devianti e cioè: quelli di innovazione, di ribellione e di rinuncia.

Per una maggiore comprensione del suicidio carcerario inteso come forma di devianza, mi sembra particolarmente interessante analizzare i tre tipi di comportamento deviante ideati da Merton.

Sia nel caso della innovazione, che in quello della rinuncia e della ribellione, l'individuo si sente frustrato per il fatto di non poter, con mezzi leciti, perseguire le aspirazioni di successo. Tuttavia, benché in ognuno di questi tre casi si parta da una identica situazione sociale, diverse possono risultare le reazioni:

Nel quadro descritto da Merton, l'individuo sfoga in maniere differenti il carico di aggressività accumulata per la frustrazione (9) derivante dalla inadeguatezza della struttura sociale:

Mi è sembrato utile richiamare i tipi di comportamento deviante indicati da Merton per evidenziare come le categorie del suicidio soprattutto le due categorie di suicidio/ribelle e di suicidio/rinuncia possano trovare una collocazione nella tabella dei tipi ideali del suicidio carcerario. Il ribelle risponde in maniera aggressiva di fronte ad una frustrazione attraverso l'acting out; mentre il rinunciatario risponde in maniera anaggressiva alla frustrazione attraverso l'introversione dell'aggressività. Il suicidio, benché atto materialmente autoaggressivo, può simbolicamente rappresentare un gesto autoaggressivo, oppure eteroaggressivo, a seconda del particolare significato che gli viene conferito.

Il suicidio assume i caratteri di un atto ribelle, per esempio, quando viene realizzato attraverso una forma di autoaggresività "fisica", che in realtà si presenta come la realizzazione di un progetto etero-aggressivo. L'obbiettivo, è quello di colpire, di rivoluzionare la struttura di ordine sociale; spesso, però non esiste una vittima ben identificata fisicamente, essendo molto frequentemente costituita da un'identità astratta. Così, la "vittima" dell'aggressione terroristica e rivoluzionaria, è sempre simbolica, e si identifica spesso in un personaggio rappresentativo, in modo che colpendo lui, si colpisce simbolicamente ciò che rappresenta. Sempre seguendo una chiave di lettura simbolica, anche i suicidi, assumono, in realtà, un significato di "attentato" contro la propria persona. Fuor di metafora, quindi, il suicidio è inteso come martirio, e sacrificio di se stesso; benché si concretizzi con un atto di auto-aggressività, paradossalmente, assume il senso di "violentare" se stessi. Qui veramente potrebbe trovare applicazione la teoria di S. Agostino, secondo la quale, il suicidio (ricondotto nella struttura del peccato) sarebbe in realtà, un omicidio contro se stessi, e l'intenzione è precisamente quella di far ricadere la responsabilità della morte su di una ipotetica "coscienza sociale", che deriva come conseguenza della ingiustizia. Questi gesti devono essere interpretati, come forme di protesta e di denuncia sociale. Non si tratta perciò di condotte suicidarie in senso stretto. La morte non è un fine ma un mezzo, l'autosoppressione, appare come strumentale, per ottenere un cambiamento rivoluzionario dell'ordine sociale.

Si tratta di una tipologia di suicidio che è peculiare dell'ambiente carcerario. Molti degli atti di autolesionismo, le varie forme di sciopero della fame, e molti dei suicidi, sono realizzati, anche in questo complesso combinarsi di elementi di violenza contro gli altri e contro se stessi. Nella tabella degli ideal tipi del suicidio carcerario parlerò genericamente di "suicida ribelle" senza specificare una suddivisione tra il suicida/ribelle e il suicida/innovatore. Il dato rilevante che mi serve per caratterizzare la devianza di questo atto suicida è, infatti, principalmente l'eteroaggressività tipica di questo genere di suicidio. Inoltre mi pare che le caratteristiche della "ribellione" siano più appropriate per la descrizione di questa forma di suicidio poiché riescono a dare immediatamente un'idea del tipo di suicidio col significato di appello/protesta e di delitto/vendetta. Se volessimo dare un'autonoma collocazione ad una ipotetica figura di suicida/innovatore, si possono forse riconoscere gli specifici caratteri della devianza/innovazione nell'ideal tipo del suicidio minaccia/ricatto. Se l'innovazione è un atto deviante teso a raggiungere le mete "innovando nei suoi mezzi" e cioè adottando anche mezzi non leciti, allora, forse possiamo riconoscere gli aspetti del deviante innovatore in quel tipo di detenuto suicida che non ricerca nel suicidio la morte in sé, ma un mezzo per raggiungere un ulteriore fine: un trasferimento, una più adeguata assistenza sanitaria o qualunque altro più generico beneficio. Tutti questi si possono configurare come fini (o mete) legittimi, socialmente approvati, che il soggetto non riesce a perseguire per vie ortodosse, e che cerca, allora di raggiungere "innovando" cioè per vie devianti. In questo senso anche il suicidio può essere interpretato come un atto di devianza particolare finalizzato a raggiungere quelle mete che il detenuto non è in grado di conseguire per vie più ortodosse.

5. I significati del gesto suicida

Associato alla introversione o alla estroversione dell'aggressività della condotta e di conseguenza in corrispondenza con il tipo di atto, ho raggruppato per ciascuna delle due categorie di suicidio un ventaglio dei significati principali, ripresi dalla sintesi di Baechler, che il comportamento suicidario verosimilmente può assumere in quel contesto. Credo che le categorie del significato dell'atto suicida di Baechler si prestino ad essere utilizzate insieme alla griglia concettuale di Merton, ed anzi si potrebbe dire che ne guadagnino in capacità euristica, specie se le si guarda dal punto di vista specifico del suicidio carcerario.

Lo schema di Baechler ci può fornire un utile supporto per poter caratterizzare i possibili significati del suicidio carcerario in corrispondenza delle due categorie di condotta suicidaria, prima presentate. Secondo l'autore esistono almeno otto differenti possibili significati del gesto suicida, che riassumono i punti salienti delle principali teorie psicoanalitiche sull'argomento:

Ognuno di questi significati è associato a fattori causali di differente natura. Dal mio punto di vista è possibile guardare agli otto significati di Baechler secondo le due categorie principali viste prima quelle di devianza passiva da quelle di devianza attiva. Ho separato in due gruppi i significati che può assumere il suicidio di ribellione da quelli che possono verosimilmente riguardare il suicidio di rinuncia. A questo secondo tipo di suicidio "passivo" mi sembrano appartenere i seguenti significati:

I seguenti significati risultano, invece, più adeguati rispetto al comportamento suicidario tipico della ribellione:

Tengo fuori il significato di ordalia e gioco anche se per il carattere di sfida potrebbe entrare nella categoria di suicida/ribelle.

Soprattutto i concetti di suicidio/fuga, suicidio/vendetta, minaccia e ricatto, assumono un significato illuminante nel caso del carcere. Il suicida in carcere attua questi comportamenti nei confronti dell'istituzioni carcerarie e della società che lo ha recluso. Egli col suo suicidio esercita un'azione nei confronti della società, dell'istituto carcerario, del sistema giudiziale. Il suo referente è diverso e per certi versi è più definito di quello di suicida fuori del carcere. In un certo senso ha un referente preciso (come la famiglia nella maggior parte dei casi di suicidio giovanile) e quindi il suo gesto è meglio leggibile. Ecco perché mi è parso logico utilizzare questi concetti e tradurli per comodità in una tabella.

6. Una mappa dei significati del suicidio carcerario

Qui di seguito dispongo in una tabella i concetti precedentemente esposti. Si tratta di una sorta di "mappa generale dei significati" del suicidio (carcerario).

I significati così delineati, non sono rigidi, ma soltanto dei modelli meramente indicativi, per poter organizzare in maniera più ordinata la discussione del singolo caso biografico. In base alla griglia dei tipi ideali così rappresentati, verranno discussi i singoli casi biografici di suicidio o tentato suicidio, verificatisi in alcuni istituti penitenziari della Toscana. Va aggiunto che il carattere della tabella non è classificatorio, ma euristico così un atto suicida potrà rientrare in più di una tipologia e potrà esprimere valenze anche contraddittorie. Come risulta anche dalla tabella rappresentata, le varie figure dell'atto ribelle e di quello rinunciatario, sono da me utilizzate come modelli di riferimento. Costituiscono, nella mia ricostruzione, maschere di un comportamento, che si adattano con una certa aderenza agli eventuali e potenziali comportamenti suicidari in carcere.

Carattere | Emotività Suicidio Aggressivo (eteroaggressivo) Suicidio Anaggressivo (autoaggressivo)
Devianza Attiva Passiva
Tipologia di Atti Ribelli / Innovatori Rinunciatari
Significato suicidio

Eteropunitivo

  • Protesta | Appello
  • Delitto | Vendetta
  • Minaccia | Ricatto

Autopunitivo

Depressione:

  • Castigo
  • Melanconia
  • Lutto

Fuga:

  • razionale
  • irrazionale

7. La descrizione della tabella

Diversamente da una rassegna di possibili significati, la tabella si basa sulla bipartizione che serve a distinguere, prima che il significato, il carattere per così dire emotivo del gesto suicidario:

Il suicidio aggressivo si distingue dal suicidio anaggressivo a seconda della qualità dell'emotività del comportamento. Questa bipartizione si richiama alla distinzione tra devianza attiva e passiva elaborata da Parsons. Adattando la teoria sulla devianza a tale fenomeno il suicidio può essere ricondotto ad una forma di devianza passiva, perché in fondo è un atto che si traduce nella morte di se stessi ed implica la rinuncia più estrema. Può essere considerato, invece, una forma di devianza attiva, quando assume un significato di protesta e, dunque esprime una reazione (attiva) di fronte ad una situazione di disagio.

In relazione all'oggetto dell'aggressività del comportamento suicida si può configurare una tipologia di atti. Tale classificazione è ricostruita sulla falsariga dei comportamenti devianti descritti da Merton insieme ai significati del suicidio secondo Baechler.

Mi pare che questi due modelli di comportamento riescano a dare un'immagine abbastanza netta di come si potrebbero manifestare le opposte, benché non necessariamente alternative, versioni del comportamento suicida, e specificamente in carcere. Le due tipologie di atti suicidi, quella aggressiva, e quella anaggressiva potrebbero non essere nettamente separate l'una dall'altra: nel singolo caso concreto si potrebbe, infatti, realizzare un atto caratterizzato da una forma di aggressività a momenti auto ed eterodiretta o addirittura da forme abbastanza indistinguibili e sfumate circa la direzione dell'aggressività. La figura del ribelle e del rinunciatario, tuttavia demarcano abbastanza nettamente i confini più estremi del comportamento suicidario come tipo di reazione aggressiva, che nasce in risposta ad una generica fonte di frustrazione.

Ognuno dei differenti significati soggettivi del suicidio si può riconoscere in molti episodi di suicidio in carcere. Dato che la tabella sarà lo schema di riferimento per lo studio dei casi empirici esaminati e dato che servirà da decodificatore del loro significato sociale, mi sembra opportuno soffermarci un attimo sulla precisazione delle categorie utilizzate.

Il sistema della tabella si basa sull'idea di presentare approssimativamente ogni possibile comportamento suicidario attraverso un'ipotetica divisione a metà di due aspetti estremi e contrapposti del fenomeno. Se vogliamo delineare un rapido schema del fenomeno si potrebbe semplificare la descrizione dicendo che: la condotta suicidaria costituisce una sorta di risposta ad uno stato di frustrazione (qualunque ne sia la causa). La reazione è comunque aggressiva solo che si distingue il tipo ideale di atto suicidario a seconda che la direzione dell'aggressività sia auto oppure eterodiretta.

8. I suicidi rinunciatari

Suicidio anaggressivo inteso come atto di rinuncia del deviante passivo

Non si evidenzia alcuna forma di aggressività eterodiretta negli atti suicidari di carattere anaggressivo. Si tratta di episodi in cui il soggetto non reagisce affatto di fronte alle avversità: egli non traduce la propria insofferenza in ostilità, così come invece avviene nel caso degli atti ribelli.

Non è detto, infatti, che il suicidio si debba spiegare necessariamente come il risultato di una risposta aggressiva ad una frustrazione che viene poi dirottata verso se stessi. Nella maggior parte di questi casi il suicida subisce passivamente l'aggressività proveniente dall'ambiente esterno assumendo un comportamento tipico della devianza passiva. Con il suicidio, allora, non si reagisce, ma si asseconda, passivamente, l'ondata di ostilità degli eventi. È come se il soggetto volesse assecondare il proprio infausto destino portando a termine la propria vita: egli legge negli avvenimenti esterni dei segni che, secondo la propria interpretazione, gli suggeriscono di darsi la morte, quasi volesse compiacere il proprio "carnefice". In termini freudiani il deviante passivo arriva al suicidio quando nella lotta intrapsichica tra istinto di vita e istinto di morte, prevale l'istinto di morte. Freud (10) sostiene che in tutto il mondo animale, è presente l'istinto di vita, "Eros" e l'istinto di morte, "Thanatos". Thanatos, rappresenta la forza istintuale primaria utilizzata dall'uomo per tornare allo stato di completa inerzia, caratteristica della vita fetale. I due istinti fondamentali si trovano in eterna e dialettica contrapposizione tra loro: Eros e Thanatos. Da questo momento, il conflitto si sposta da un piano esterno all'individuo, ad un piano interiore, tra l'istanza che chiede la vita e ciò a cui essa si oppone.

L'aggressività, da cui deriva anche l'impulso suicida, non deve più essere considerata una perversione dell'istinto sessuale, e dunque non è secondaria all'aggressività rimossa, come era nel caso dei suicidi aggressivi. Non si tratta più di una reazione ad una frustrazione; ma è ora un istinto primario, o meglio una pulsione connaturata all'essere umano. Il suicidio, per l'esattezza trova la sua origine precisamente in questa pulsione. Tabachnick (11), sostiene, riferendosi alla teoria di Freud, che l'istinto di morte, agendo attraverso il Super-io, ha in sé la capacità di condurre l'Io verso l'atto suicida, rompendo l'intreccio che tiene uniti, l'istinto di vita e di morte. La componente legata all'Eros, che spinge l'individuo verso le forme esterne di aggressività e della conquista, soccombe nei confronti della componente Thanatos, che ne sottolinea le valenze autodistruttive. Il suicidio indica la rottura dell'equilibrio a favore dell'istinto di morte. Questa interpretazione teorica di tipo freudiano, mi sembra che ci possa offrire dei validi spunti per la comprensione del suicidio, che in carcere, si verifica, di frequente, come epilogo dello stato depressivo. Fin dal primo momento dell'ingresso in carcere, si osserva un'immediata alterazione, più o meno profonda del normale equilibrio interiore del soggetto. Una volta rotto tale equilibrio, è molto probabile, che nella scissione dei due istinti, prevalga "l'istinto di morte", anche perché, come prima accennato, la possibilità di sfogo verso l'esterno, è estremamente ridotta, per non dire annullata. Perciò, è molto probabile che, data la forte limitazione della mobilità fisica, l'individuo, anche per una "strana" forma di adattamento fisiologico alle particolari condizioni ambientali del carcere, si abbandoni passivamente all'inerzia o in termini freudiani: è possibile che il soggetto si lasci trasportare "dall'istinto di morte".

9. Il suicidio per depressione

Tra i suicidi anaggressivi il primo tipo ideale che mi propongo di definire riguarda il suicidio per depressione. Il carattere dominante di questo tipo ideale di comportamento consiste nello stato disforico costantemente presente: il soggetto subisce il proprio dolore senza reagire compiendo un atto di devianza passiva. Tale passività si verifica, infatti, con un atto sia fisicamente che simbolicamente autoaggressivo (a differenza dei suicidi ribelli ove il gesto è un atto solo fisicamente, ma simbolicamente eteroaggressivo poiché il soggetto uccide se stesso, ma in realtà vorrebbe uccidere un altro). Il suicidio per depressione non è una manifestazione di ribellione, non maschera una aggressione latente, ma si traduce in un atto di rinuncia. Si tratta di una rinuncia alla vita insieme alla rinuncia a combattere. Tuttavia esistono delle caratteristiche comportamentali capaci di contraddistinguere in sottotipi ideali il suicidio anaggressivo per depressione.

Analizzando il tipo ideale del suicidio per depressione si possono distinguere più sottotipi ideali di suicidio: il suicidio/melanconia, il suicidio/lutto e il suicidio/castigo. Traendo spunto dalle teorie di indirizzo freudiano è possibile fare una prima distinzione tra il sottotipo suicidio/lutto e il sottotipo suicidio/melanconia. Nel definire questi due ideal tipi approfondirò le teorie di indirizzo freudiano al fine di comprendere meglio il loro significato euristico.

9.1. Il suicidio/castigo

Il significato che meglio stigmatizza il senso dell'autopunizione è costituito dal suicidio in funzione di castigo. Tutti coloro che hanno riconosciuto il significato di castigo nel gesto estremo di alcuni detenuti, hanno messo in evidenza il senso dell'autopunizione, che diventa perciò la migliore definizione di questo tipo ideale di suicidio.

Spesso il significato di castigo è stato riconosciuto in molti episodi di suicidio verificatosi sia in carcere, che fuori dal carcere. In Italia, per esempio, Ceraudo (12) (come molti altri autori che si sono impegnati nello studio del suicidio nelle carceri italiane) ha messo in luce la componente punitiva del suicidio in carcere che assolverebbe alla funzione di riscatto della colpa. Fornari (13) mette in risalto il tema del "senso di colpa" distinguendo tra suicidio per senso di colpa persecutivo, rispetto al suicidio per senso di colpa riparativo. Entrambe le facce del senso di colpa, sia nella dimensione della persecuzione, che in quella della riparazione, si manifestano di frequente nei comportamenti suicidari in carcere. Specie nel secondo dei due aspetti, suicidarsi significa recuperare l'oggetto d'amore perduto o risarcire l'oggetto d'amore danneggiato, che in carcere può identificarsi in qualunque forma di privazione, proprio a causa del regime detentivo.

Secondo la ricostruzione di Freud il "soggetto melanconico" è incapace di accettare l'idea della separazione dalla persona amata, che ormai ha interiorizzato definitivamente come la più importante fonte d'amore. Egli prende a nutrire sentimenti ambivalenti verso questa persona amandola e odiandola allo stesso tempo. Ama al punto che pur di non rinunciare alla relazione d'amore, preferisce rinunciare alla propria vita. Odia questa persona al punto che quando decide di uccidere se stesso, in realtà introietta e riversa su di sé un'aggressività e una volontà di eterosoppressione che in effetti nutre verso la persona amata, responsabile del rifiuto. A questo punto subentra il Super-io che punisce il soggetto, o meglio punisce l'io del soggetto per aver nutrito impulsi ostili nei confronti di questa persona. Il suicidio si spiega, secondo questa ricostruzione, come la punizione comminata dal Super-io al proprio Io per aver avuto impulsi ostili ed è in questo senso che freudianamente il suicidio assume la valenza di castigo. Il soggetto ubbidisce all'imperativo categorico, che gli comanda di autopunirsi per redimersi al fine di ottenere una riabilitazione. In termini freudiani possiamo dire che in tal caso, un forte Super-io, inteso come (coscienza inconscia) struttura interiorizzata che assoggetta la persona costringendola al rispetto delle norme sociali e morali, trattiene il soggetto dal commettere un "omicidio".

La ricostruzione in base alla quale il suicidio per senso di colpa assolve la funzione di pacificare il proprio Super-io che lo condanna, è stata prospettata anche da Widlocher (14). Egli ha sviluppato la tradizionale teoria freudiana sulla depressione. Secondo questo autore, i meccanismi fondamentali, individuati da Freud in "Lutto e Malinconia" risultano confermati. Widlocher fa proprie tutte le teorie sulla depressione di stampo freudiano circa: l'ambivalenza dei sentimenti, il ruolo della perdita dell'oggetto, l'interiorizzazione di quest'ultimo, sono tutti fattori sicuramente presenti nell'insorgere e nel mantenersi di uno stato depressivo. Tuttavia l'autore prende le distanze dalle teorie di Freud a proposito dei meccanismi di interiorizzazione dell'oggetto libidico perduto.

L'attenzione di Freud era totalmente concentrata sulla situazione in cui l'oggetto perduto è identificato con una parte di se stessi, e contro la quale sarà diretta la propria aggressività. Questo meccanismo, tuttavia, non è l'unico possibile secondo il parere di Widlocher. Il soggetto può anche porre l'oggetto perduto nella posizione di un giudice aggressivo e prodursi vittima di questa aggressione, ritenuta meritata. Un altro tipo di interiorizzazione può consistere nell'identificazione con l'oggetto davanti agli occhi di un terzo e nel mantenere il ricordo di tale oggetto perduto, assumendone le caratteristiche peculiari.

In carcere si può osservare che nella maggior parte dei casi, il recluso è portato alla disperazione perché non riesce più a mantenere la sua famiglia che prima della carcerazione dipendeva economicamente solo da lui. È molto probabile che il detenuto, in queste condizioni, si senta in colpa al punto di pensare al suicidio perché è ormai solo un peso per la sua famiglia. Per capire meglio come il soggetto possa autopunirsi attraverso il suicidio è opportuno richiamarsi agli studi di Durkheim facendo particolare riferimento alla figura del suicidio altruistico. Occorre prestare attenzione a questo tipo ideale di suicidio/castigo, che trae spunto dalla categoria del suicidio altruistico elaborata da Durkheim (15). Per l'altruista, secondo l'autore, la vita ha un senso solo se è utile al gruppo di cui fa parte. L'esperienza del gruppo presta all'individuo l'occasione per ritrovare il senso del proprio valore personale e della propria identità che si fonde con quella del gruppo. Il soggetto riconosce il valore della vita solo quando è convinto di essere un elemento necessario per il suo gruppo (che spesso si identifica nella famiglia).

Secondo la ricostruzione del suicidio altruistico il soggetto è profondamente identificato in un ruolo, parte di un contesto sociale, come quello famigliare. Il suicidio altruistico assume il valore del castigo quando il soggetto punisce se stesso per non essere riuscito ad adempiere le prestazioni inerenti al suo ruolo. Se la vita del soggetto è funzionale a questo ruolo, allora, spezzato il legame funzionale con il "ruolo", è interrotto anche il legame con la vita. Il soggetto punisce se stesso con la morte perché è colpevole di non essere stato in grado di ottemperare ai propri doveri.

9.2. Il suicidio "lutto" e "melanconia"

Le teorie psicologiche di tradizione freudiana studiano il fenomeno della depressione presentando in prospettiva il motivo del lutto e il motivo della "melanconia". Questo tipo di ricerca ha permesso di riconoscere alcuni elementi in comune tra i due fenomeni e soprattutto rivela per quale motivo la depressione può essere considerata come una forma di lutto irrisolto. La prima teoria psicoanalitica sulla depressione, secondo la quale esiste un nesso tra stato depressivo e lutto, è quella espressa da Karl Abraham (16) nel 1912. L'autore ritiene che le due forme di depressione seguono l'esperienza della perdita di un oggetto, fonte di attaccamento libidico. Il vissuto del lutto si differenzia da quello depressivo per il fatto che non è determinato da processi inconsci di rimozione, bensì da una reazione all'effettiva scomparsa della persona amata.

Un parallelo tra lutto e depressione sarà successivamente proposto da Freud (17), che riprenderà, ampliandole, le formulazioni di Karl Abraham. Basandosi sulla teoria delle pulsioni, Freud tenta di mettere in luce i meccanismi psichici comuni del vissuto del lutto e del vissuto depressivo; contemporaneamente cerca di cogliere le fondamentali differenze che li contraddistinguono. Osserva che "le cause occasionali derivanti dalle influenze dell'ambiente, se e quando ci è dato discernerle, sono le stesse" e che "lo studio del lutto ci permette di comprendere la malinconia". Tuttavia esistono anche delle caratteristiche che sono del tutto peculiari della depressione o nel linguaggio freudiano, della malinconia. Nella depressione si manifesta un'evidente diminuzione della propria autostima, non rinvenibile nel lutto, e soprattutto una regressione narcisistica e un'ambivalenza non riscontrabili nel caso della perdita di una persona cara. Tale stato emotivo, nei casi più gravi, può portare al suicidio. Il suicidio può conseguire alla depressione, quando il soggetto non riesce ad accettare l'idea della separazione così che l'individuo offre in sacrificio la parte di sé in cui è interiorizzato l'oggetto libidico perduto, pur di ottenere in cambio la salvezza della relazione d'amore. Per Freud, il suicidio non è un atto rivolto primariamente verso il proprio Io, ma contro l'oggetto d'amore. Freud rifacendosi a Otto Rank, osservava che: "Se la scelta si è attuata su basi narcisistiche, l'investimento oggettuale può regredire al narcisismo se gli si fanno innanzi delle difficoltà. L'identificazione narcisistica con l'oggetto si trasforma in un sostituto dell'investimento amoroso; l'esito di ciò è che, nonostante il conflitto con la persona amata, non è necessario abbandonare la relazione d'amore" (18). Romolo Rossi osserva che alla malinconia fa riscontro la regressione dicendo: "quando l'amore è rifugiato nell'identificazione narcisistica, l'amore cui non si può rinunciare nonostante si sia rinunciato all'oggetto stesso, l'odio si mette all'opera contro quest'oggetto, parte ormai dell'Io" (19). Come scrive Freud, "il lutto induce l'Io a rinunciare all'oggetto dichiarandolo morto, e offrendo all'Io, in cambio di questa rinuncia, il premio di restare in vita". (20) Ma se nel malinconico la separazione e la perdita sono ormai impossibili, essendo l'oggetto introiettato e identificato con il proprio Io, allora, come afferma ancora Romolo Rossi, "il suicidio nasce (...) dal fallimento del lutto e della possibilità di separazione, cioè dall'attacco contro l'oggetto malamente amato che è dentro di sé".

Le teorie psicoanalitiche, descritte sopra, si fondano essenzialmente sull'assunto che lo stato disforico sia il risultato della perdita (reale o semplicemente immaginata) di un oggetto fonte di attaccamento libidico. Partendo da questa premessa Serra mette in evidenza che:

l'ingresso in carcere può comportare la contemporanea perdita di diversi oggetti fonte di attaccamento libidico e, conseguentemente possa determinare l'insorgere di sintomi depressivi. In primo luogo la carcerazione determina la perdita della libertà individuale, intesa come possibilità potenziale di gestire autonomamente la propria esistenza, programmando le attività ed i tempi della loro realizzazione. Dentro il penitenziario, l'utilizzazione del tempo e dello spazio, non può che avvenire, secondo regole eteroimposte, indipendenti dalla volontà, dai desideri o dai bisogni del soggetto detenuto. Tali regole, spesso inducono sentimenti di "spersonalizzazione e crisi di identità". Il venire meno della libertà individuale, rappresenta, con molta probabilità, per la maggior parte dei ristretti, anche una ferita narcisistica, che contribuisce a determinare la sensazione di perdita e ad aumentare lo stato disforico. La ferita narcisistica è da intendersi come diminuzione dell'autostima. In secondo luogo, l'ingresso in carcere, può comportare la modificazione (soggettivamente vissuta come perdita) dell'immagine sociale del detenuto. L'immagine del soggetto, assume spesso, un carattere decisamente negativo, nel momento stesso in cui l'individuo viene recluso e, nella maggior parte dei casi, si mantiene immutata anche dopo la carcerazione ed il ritorno in libertà (21).

9.2.1. Il suicidio/melanconia

Dagli studi teorici di ispirazione freudiana emerge che il sottotipo ideale di suicidio/melanconia può essere definito come il gesto autosoppressivo che consegue alla incapacità di accettare la separazione dall'oggetto d'amore. La perdita dell'oggetto libidico è percepita dal soggetto come un rifiuto; per questo egli non riesce a rassegnarvisi. La depressione nasce da una ferita narcisistica: l'autostima personale regredisce fino all'annientamento. Il soggetto a questo punto, piuttosto che rinunciare alla relazione d'amore preferisce rinunciare alla vita. Il suicidio del melanconico si ha quando la relazione d'amore è a tal punto interiorizzata che l'individuo non è in grado di accettare l'idea della sua "morte". Ecco perché si dice che il suicidio/melanconico nasce dal fallimento del "lutto". Il lutto, infatti, impone al soggetto di accettare la perdita dell'oggetto libidico, o meglio impone di accettare al soggetto la "morte della relazione d'amore.

9.2.2. Il suicidio/lutto

A differenza del suicidio/melanconia, nel suicidio/lutto non si assiste ad una diminuzione dell'autostima, infatti il soggetto non riceve alcun rifiuto. Il soggetto non è stato respinto per aver disatteso le aspettative della persona amata provocandone la sua delusione. Nel lutto l'individuo è effettivamente posto di fronte alla perdita della persona amata per una causa a sè non imputabile. Questo evita al soggetto di perdere la propria autostima. Egli è costretto ad accettare la "perdita della persona amata", perché di fatto questa è defunta. Pare che sia meno difficile accettare la morte fisica, perché questa (la morte fisica) non impedisce al soggetto di mantenere viva interiormente la propria relazione d'amore. In questo caso la separazione dal defunto non viene vissuta interiormente; anzi talvolta è possibile che attraverso il ricordo venga filtrata e mantenuta un'immagine migliore di questa persona che può essere definitivamente interiorizzata e idealizzata al punto di divenire una figura "spirituale" di riferimento.

Si può, allora, concludere che nel parallelo tra gli effetti della depressione dovuta alla separazione della persona amata, e cioè la melanconia, si devono tenere distinti gli effetti della depressione che seguono il lutto. A differenza dei fenomeni depressivi precedenti, nel lutto non si avverte una regressione dell'autostima, poiché in questa ipotesi non c'è stato un rifiuto. Il soggetto addirittura sarà in grado di idealizzare il rapporto con la persona cara deceduta al punto da renderlo una fonte di gratificazione interiore.

Se si volesse definire il sottotipo ideale di suicidio/lutto credo che si potrebbe affermare che il sentimento dominante di tale condotta potrebbe essere il senso di "orfanità" (essere "orfano"). Lo smarrimento che può derivare da questo sentimento di privazione può indebolire fortemente l'equilibrio della persona. In questa ipotesi può accadere che, se al soggetto vengono meno anche altri punti sociali di appoggio, in un momento di sconforto, egli voglia raggiungere queste persone care decedute. Tali figure dell'Aldilà definitivamente idealizzate fanno ormai parte della fantasia del soggetto e costituiscono l'ultimo porto sicuro e l'unico caldo rifugio per scampare alle intolleranti avversità.

Spesso accade che se il sentimento del lutto diventa un elemento dominante della condotta suicidaria tale condotta risulti caratterizzata da un alto grado di letalità. Quando Crepet parla di un alto grado di letalità, credo che si riferisca anche alla capacità di avvicinarsi "all'idea di morte" (22). Il grado di letalità è poi maggiore quando è presente in famiglia un precedente evento luttuoso.

Il suicidio connesso con il lutto può anche tradursi nel concetto di fuga come rifugio in un altro mondo, dove potersi riunire con le figure benefiche di riferimento. L'altro mondo inteso come l'oltretomba può essere quello cristiano, come può essere il nirvana e in generale verrà a coincidere, a seconda delle personali convinzioni religiose o altrimenti metafisiche, con il passaggio in un generico o specifico Aldilà. Nel suicidio/lutto il soggetto concepisce il suicidio per passare ad un luogo, dove poter finalmente appagare il proprio desiderio di riunirsi in un rapporto di fusione benefica.

10. Il suicidio/fuga

Il tipo ideale del suicidio/fuga rappresenta una delle più comuni manifestazioni del suicidio nell'ambiente carcerario. Il detenuto rinunciando a vivere assume un comportamento tipico della devianza passiva, poiché cerca di risolvere i suoi problemi attraverso la forma più estrema di abbandono e di evasione: la morte. Volendo definire questo ideal tipo si può dire, richiamandosi a Page (23), che il suicidio assume il significato di fuga quando il soggetto si uccide per evitare di adeguarsi al sistema di regole etero-imposte nel penitenziario. Per Page il suicidio è concepito dal detenuto come un rifiuto al Total Power (24), e può manifestarsi in forma di evasione o di ribellione. Come accennato secondo Page e Liebling i detenuti, sottoposti ad un pesante stato di stress, guardano al suicidio non come ad un atto che porti alla morte, ma come ad una via di fuga verso un "luogo di pace" in cui potersi rifugiare.

Il senso del suicidio si potrà, così, tradurre nel concetto di fuga come rifugio in un mondo ultraterreno che può essere quello cristiano, come può essere il nirvana, assumendo un significato molto vicino a quello del lutto.

Il suicidio, pur essendo morte, paradossalmente assurge a fantasia di rinascita. Il significato di fuga secondo queste ricostruzioni sfuma in quello di sacrificio. La morte allora diventa il sacrificio di sé per passare ad un mondo migliore. Secondo Fornari (25) addirittura il suicidio si tramuta in un tentativo teso a raggiungere una "presentificazione di vita", e insieme una "presentificazione materna".

Secondo Maltbeger e Buie il suicidio si traduce in "una forma di regressione individuale, magica, onnipotente verso la scelta mistica di una nuova vita" (26). In questo senso il suicidio va inteso come sacrificio per un passaggio ad uno stato migliore. Identica è la posizione di Zilboorg (27), il quale ritiene "il suicidio come un atto primitivo con cui concretizzare fantasie di rinascita". Maltberger e Buie hanno trovato il mito del nirvana un motivo ricorrente di suicidio, come unione dell'anima individuale a quella universale. In questo caso la morte non è intesa come separazione, ma come unione e fusione con la grande madre, fonte di infinita pace. In tutti questi casi il suicidio in senso di fuga assume il significato di passaggio e di trapasso verso un altro luogo. Più precisamente il senso di questo ideal tipo si potrà tradurre nel concetto di evasione o fuga metafisica, che potrà variare a seconda della dimensione spirituale del soggetto. La morte non è considerata come qualcosa che porta "all'annichilimento", ma come una fase solo transitoria che modifica l'esistenza, ma non la porta a termine. Come è sostenuto da Maltberger e Buie (28) "la morte viene immaginata come un'astrazione non definibile, né sperimentabile. Il non-essere arriva ad equivalere ad uno stato dell'essere".

Diversamente da queste interpretazioni del suicidio/fuga in cui la morte è vista come passaggio dalla vita terrena ad un'altra forma di vita, secondo una ottica esistenzialistica, come quella riscontrata in Amery, il suicidio è inteso semplicemente e amaramente come uscita dalla realtà di questo mondo, senza l'illusione di alcun passaggio ad altro mondo. In questo caso il suicidio comporta un salto nel vuoto, nel nulla. La morte è considerata esclusivamente in una dimensione negativa, nel senso dell'esclusione non della diversità: la morte è il contrario della vita, quindi la morte è da intendersi come non-vita e non come vita diversa. L'autosoppressione porta solo alla negazione dell'esistenza, senza presentare prospettive di una vita diversa.

Talvolta si è tentato di avvicinarsi all'idea di morte intesa come "nulla", per esempio equiparandola al sonno eterno. L'idea della morte ha sempre richiamato alla mente il concetto di sonno eterno; da qui il suicidio può essere considerato come fonte di infinita pace, o regressione alla pace onnipotente.

Il suicidio assume il significato di fuga in molteplici direzioni: significa lasciarsi andare, abbandonare le difese; è la resa non importa chi ha ragione o chi ha torto, in questo caso conta solo l'idea della liberazione da uno stress insostenibile e soprattutto da una "situazione che non presenta uno spiraglio di salvezza" (29). Ceraudo ha notato che in carcere il suicidio risponde spesso a esigenze di sollievo e di riposo. Non molto distante è la posizione di Maggini e Sarteschi che hanno messo in evidenza l'aspetto dello sgravio dalle preoccupazioni, dalle disgrazie e dalle difficoltà dell'esistenza che spesso conseguono all'esperienza del carcere. Anche dalle ricerche di Bucarelli e Pintor (30) emerge che il suicidio in carcere spesso si traduce in una fuga definitiva da una situazione ritenuta aberrante. L'aspetto della liberazione da una situazione insopportabile e insostenibile è una caratteristica dominante del tipo ideale del suicidio/fuga. Molti studiosi convalidano con le loro ricerche questa dimensione del tipo ideale del suicidio/fuga.

Liebling e Ward (31) fanno notare che il concetto di suicidio come fuga da una situazione di estrema costrizione trova il migliore supporto teorico nelle interpretazioni di Durkheim a proposito del suicidio fatalistico. Il suicidio fatalistico esprime il senso della fuga e dell'evasione da una situazione di sudditanza e di coazione, perciò non è difficile immaginare che una situazione di coazione, tale da portare al suicidio, come descrive Durkheim, si potrebbe verificare in carcere per opera della disciplina rigida ed inflessibile delle Istituzione Totali. La conferma pratica di queste affermazioni teoriche emerge con particolare evidenza dalla ricerca che Liebling (32) ha condotto con Helen Krarup nelle carceri della Gran Bretagna, che si basa su interviste condotte direttamente con i detenuti. In base alle indagini sostenute risulta che la maggior parte dei suicidi dipende dallo stato di stress che il soggetto non è più in grado di sopportare.

Shneidman (33) osserva che il suicidio spesso diventa l'unica via d'uscita quando le capacità cognitive e reattive del soggetto vengono sopraffatte da un intenso dolore psicofisico, da un alto livello di turbamento (che si registra in base alla intensità dello stress) e infine da un elevato grado di coazione. La novità della riflessione teorica di Shneidman sta nel fatto di essere schematizzata geometricamente secondo il modello, tridimensionale, del cubo; da qui il nome di teoria del cubo. L'autore ipotizza che l'eziologia delle condotte suicidarie sia riconducibile schematicamente alle tre dimensioni di questa figura geometrica, che egli fa coincidere con:

Adottando questa configurazione a cubo, si evidenzia, mettendo in connessione i tre punteggi più negativi, un cubetto del suicidio, che comprende il massimo del dolore, del turbamento, e della coazione, ovvero i fattori di rischio più pericolosi al massimo della loro esponenzialità. Shneidman afferma che nessuno commette suicidio, se non in presenza della combinazione di queste tre componenti interattive. Il suicidio dunque è definibile come una morte causata dall'intreccio composto dall'esplosione di energia psichica (intenso stato di stress), da un dolore psichico acuto e dalla sensazione di essere sopraffatti dalla pressione di eventi esterni.

L'interpretazione di Shneidman sul suicidio si adatta con facilità alla dinamica del suicidio. Il soggetto, infatti, "implode" sotto il peso della coazione (che nel carcere è pressoché istituzionalizzata) quando le capacità di sopportazione del detenuto sono ormai compromesse dalla sofferenza psicologica.

Con riferimento alla teoria del cubo di Shneidman è possibile distinguere due figure di suicidio/fuga a seconda della variabilità del fattore turbamento (del grado di turbamento), che caratterizza lo stato psicologico del detenuto. Quando il soggetto pone in essere il suicidio compulsivamente, perché è sopraffatto dal turbamento, allora si può parlare di suicidio fuga/irrazionale. In tal caso il detenuto non è più in grado di controllare gli impulsi e infatti perde tutta la sua lucidità anche nel concepire e nel realizzare il gesto.

Il suicidio fuga/razionale, invece, si ha quando il soggetto per quanto possa essere sopraffatto dal sentimento di coazione e dal dolore psicologico (poiché anche in questo caso egli arriva a realizzare il suicidio), tuttavia non perde totalmente la propria lucidità. L'aspirante suicida compie un gesto razionale perché, nonostante tutto, riesce ancora a dominare i propri impulsi ed è ancora in grado di controllare lo stato di agitazione interiore. Così il detenuto perviene al suicidio perché "decide" di attuarlo esattamente come per l'organizzazione di un'evasione mantenendo una lucida premeditazione nella preparazione dell'atto.

Senza scendere nel dettaglio della teoria di Shneidman i due sottotipi di suicidio fuga/razionale e di suicidio fuga/irrazionale possono essere differenziati anche più semplicemente in base al grado di razionalità che guida il gesto autosoppressivo: chiamerò il suicidio fuga razionale anche suicidio/evasione, perché presenta molti degli elementi che caratterizzano l'evasione carceraria. Il suicidio fuga/irrazionale, invece, si differenzia dal primo ideal tipo perché deriva dal risultato di un gesto impulsivo. Mi propongo di esaminare singolarmente queste due sottocategorie del suicidio/fuga, perché pur partendo da un tipo ideale comune queste due figure di suicidio mi sembra presentino caratteristiche specifiche talmente diverse da dar vita a sottotipi ideali specifici.

10.1. Il suicidio come fuga irrazionale

Come già detto sia nel caso di suicidio fuga/razionale, che nel caso di suicidio fuga/irrazionale il soggetto tenta di evadere attraverso il suicidio dal rigido mondo del penitenziario. In entrambi i casi il soggetto è compresso in maniera claustrofobica dal senso di coazione e in entrambi i casi il soggetto è vulnerato da un acuto dolore psicologico che lo porta a meditare di uccidersi.

Nel suicidio fuga/irrazionale l'individuo non decide e non è in grado di calcolare gli atti e le conseguenze dei propri gesti dei quali rimane vittima. Il detenuto arriva al suicidio perché non è più in grado di dirimere e controllare la propria emotività con gli strumenti della ragione e commette il suicidio fuga/irrazionale quando ha perso il controllo per un eccesso di turbamento interiore. In particolare il soggetto è come "rapito" dall'impulso improvviso e irrazionale di fuggire con il suicidio a causa dell'elevato grado di turbamento. Così come appare dallo studio di Shneidman, allora, il discrimine tra suicidio fuga/razionale e suicidio fuga/irrazionale può essere individuato nell'ultimo fattore che compare nella "teoria del cubo": il grado di turbamento. È particolarmente interessante valutare il modo in cui Sarteschi e Maggini hanno descritto questo stato emotivo che accomuna molti detenuti: "Il carcere è un momento di vertigine; tutto si proietta lontano: le persone i volti, le aspirazioni, le abitudini, le tensioni, i sentimenti che prima rappresentavano la vita, schizzano d'improvviso in un passato che appare lontano, lontanissimo, quasi estraneo. (...) Vivere la condizione di detenuto significa necessariamente essere in conflitto con una parte di se stessi, e l'influenza sconvolgente che l'ambiente carcerario esercita sull'individuo ristretto è la fonte originaria alla quale bisogna risalire per meglio introspezionare i meccanismi che si susseguono nella mente di una persona scaraventata in un mondo sconosciuto, subdolo, promiscuo, ricco di falsi modelli. È ormai un individuo lacerato in preda alla paura, paura legata alla sensazione forse ancora non pienamente percettibile che qualcosa stia irrimediabilmente rompendo dentro e fuori di se stessi. Si rinchiude in se stesso, rimuginando su ciò che è stato e sulla propria condizione. Da tale premessa di solitudine ramificano flussi essenzialmente negativi, come stati d'ansia, angoscia, depressione, melanconia, destinati a trasformarsi inevitabilmente in stati patologici veri e propri che costituiscono un terreno fertile per il realizzarsi e il configurarsi dei comportamenti suicidari. Con la rinuncia alla vita si afferma nel modo più compiuto la propria impreparazione a far fronte all'inevitabile dolore che essa prospetta." Secondo Ceraudo per esempio "la fuga dalla realtà carceraria, che si presenta come insopportabile può avvenire magari senza nessun esame della realtà stessa, quando il suicidio è reazione immediata, del tutto irrazionale, assolutamente incosciente nel senso di equazione tra coscienza e responsabilità". Tuttavia sono molto rari i casi di suicidi commessi in preda a forme di raptus. Linden sostiene che molti prima e durante l'azione suicida, non riflettano affatto sulla problematica della morte. Egli sottolinea il fatto che nell'attentare alla propria vita il soggetto, sia spinto dal desiderio di provocare un cambiamento, di fuggire, di cercare sollievo e riposo. Da una indagine di Crepet sugli adolescenti risulta che quasi tutti questi soggetti hanno tentato il suicidio non per togliersi la vita, ma per il bisogno di un sollievo da una situazione ritenuta insopportabile.

Ceraudo, Maggini e Sarteschi sono persuasi del fatto che la morte attraverso il suicidio in carcere, significhi: "fuggire la vita. Dimenticare tutto. Non soffrire più. Niente più pensieri, più niente. Tutto ciò prefigura più la fuga dalla vita che la ricerca della morte in sé. Va messa in luce l'importanza di questa concezione dinamica del suicidio in carcere, quale fuga fondamentale, senza necessariamente rappresentazione della morte. Non si tratta per il detenuto suicida di ricercare la morte in sè, concettualmente metafisica, ma piuttosto un cambiamento del proprio stato, una distruzione".

Alessandro Bucarelli e Paolo Pintor (34) (che hanno condotto uno studio specifico sul suicidio nel mondo carcerario per conto dell'Istituto di Antropologia Criminale presso l'Università di Cagliari) convengono con Stengel che il suicidio, in questo contesto può essere letto come ultimo progetto, come fuga definitiva da una situazione aberrante (perdita della propria soggettività, solitudine, isolamento): "nel momento in cui l'unico esserci - è un esserci con se stessi, nel momento in cui il futuro (attesa di giudizio) è improponibile e il presente è dilatato in monotoni gesti ripetitivi, inficiati dai momenti retentivi del "se non" (se non avessi fatto ...se non fossi qui...), ecco che l'unica possibilità d'uscita, di fuga da un mondo vacante, privo di avvenimenti, è quello di proporre l'anticipazione dell'evento stesso, vissuto come ultima e definitiva catastrofe. In questo modo il suicidio è l'ultimo disperato tentativo di integrarsi in qualcosa di concreto, conosciuto e riconosciuto comune a tutti: la morte." (35)

Stengel tende a smentire e vanificare la possibilità di concepire il suicidio come manifestazione stoica di libertà. Egli ritiene che per una realistica comprensione del significato del suicidio, questo debba essere inteso principalmente come fuga liberatoria dal carcere. Dice, infatti, Stengel: "La facoltà che ha l'uomo di togliersi la vita è stata spesso salutata, come una delle più preziose libertà umane. (...) Molti, forse i più, traggono conforto dal pensiero che possono uccidersi se la vita dovesse diventare intollerabile. Questo dà loro l'illusione di essere padroni del loro destino. In effetti - conclude Stengel- la realtà psicologica è molto più complessa" (36).

Tuttavia, secondo molti autori, che si sono occupati del suicidio in carcere, è possibile che, a parità di condizioni ambientali intollerabili, il suicidio risulti da un progetto articolato razionalmente da parte del detenuto proprio alla stregua di una scelta o di una decisione. Può accadere che il suicidio assuma ancora il valore di una scelta razionale preceduta da una lucida premeditazione; il suicidio in carcere, secondo Ceraudo, è inteso soprattutto come: "una protesta ed una sfida contro una potenza sopraffatrice. Il detenuto che si suicida, mette in atto l'ultima e disperata forma di evasione, l'ultima espressione di libertà, e quasi di ribellione..."

10.2. Il suicidio come fuga/razionale

Il suicidio/evasione o il suicidio razionale che può avvenire in carcere, si configura principalmente come una forma di rifiuto di fronte ad una situazione disturbante e, per come viene concepito, si può definire, secondo la terminologia di Baechler, come una vera e propria azione razionale.

La fuga dal carcere è un tema ricorrente nella fantasia di un detenuto e talvolta non solo nella sua fantasia. Talora, per il grado di lucidità e per la razionalità con cui viene gestito l'intero comportamento, questo sottotipo ideale del suicidio/fuga diventa una vera e propria scelta razionale. Il suicidio/fuga/razionale è il suicidio concepito come una singolare forma di evasione. Il suicidio presenta tutte le caratteristiche dell'evasione anche se in questo caso la fuga dal penitenziario si deve avverare paradossalmente attraverso la fuga dalla vita stessa. L'autosoppressione diventa una soluzione razionale alla quale si perviene dopo una ponderata riflessione che tiene conto di tutti i vantaggi e gli svantaggi del gesto in rapporto alle circostanze personali e ambientali in vista soprattutto delle prospettive per il futuro.

Per quanto possa sembrare strano il suicidio può diventare un progetto vero e proprio nel momento in cui esistono i presupposti che evidentemente rendono anche questo gesto una soluzione razionale.

Secondo la teoria di Baechler (37) l'ipotesi fondamentale è che l'individuo, sulla base delle proprie funzioni biologiche e delle proprie capacità di apprendimento, tenda a sviluppare una modalità reattiva propria in rapporto ad alcune specifiche condizioni ambientali. Fondandosi su quest'assunto, Baechler ritiene che vi siano cinque modalità (strategie) di cui l'individuo può avvantaggiarsi per risolvere qualsiasi problema esistenziale:

Secondo tale teoria, il suicidio tende ad essere compiuto in tre situazioni:

Nell'ambito della realtà carceraria si può avverare la simultaneità di queste tre condizioni, se non altro per il semplice motivo che il soggetto non è più in grado di dominare razionalmente (dato che si parla soluzioni razionali) la realtà che lo circonda. È facile intuire che i problemi concreti mettono a dura prova le capacità di sopportazione del soggetto, fino al punto di compromettere irrimediabilmente le capacità vitali dell'individuo.

Baechler ipotizza dunque che l'individuo tenda all'autolesione solo in presenza di una delle condizioni citate. Talvolta in carcere la coazione e dunque la pressione da parte degli eventi esterni può determinare la sensazione (non del tutto immotivata) di aver perso il totale controllo sugli eventi; usando la terminologia di Baechler48, le soluzioni razionali si riducono al minimo livello. Può darsi che, rifiutandosi "di stare al gioco", il detenuto preferisca escogitare qualche forma di reazione forse al limite del "consentito" ma che non si può definire "irrazionale". In questi casi, il suicidio/fuga (come dice Baechler) può divenire l'unica risorsa per rifiutare le "regole del gioco".

11. L'ideal tipo di base dei suicidi ribelli: il suicidio appello/protesta

Definisco il suicidio protesta/appello come ideal tipo di base della categoria dei suicidi ribelli. La caratterizzazione degli altri tipi ideali di suicidio configurati come atti di devianza attiva, sarà fatta ogni volta in relazione a questa figura di riferimento. Il suicidio minaccia/ricatto e il suicidio delitto/vendetta sarà definito in rapporto alla figura del suicidio protesta/appello per individuarne le somiglianze e le differenze. Si verranno così a distinguere come sottocategorie sempre più specifiche, fino a formare una moltitudine di species del più ampio genus rappresentato dal suicidio appello/protesta.

Il suicidio protesta/appello, il suicidio minaccia/ricatto, e il suicidio delitto/vendetta sono tre tipi ideali di suicidio carcerario riconducibili a manifestazioni di devianza attiva. Consistono, infatti, in forme di trasgressione comportamentale, in cui si ravvisa una intenzionalità eteroaggressiva anche se questa aggressività non è materialmente diretta verso gli altri.

11.1. Il suicidio appello/protesta

Il primo modello di comportamento suicidario che sarà preso in esame è il suicidio con significato di appello/protesta. In carcere il detenuto pensa spesso al suicidio come strumento di appello e come espressione di protesta. Questa particolare predisposizione da parte dei detenuti ad usare il suicidio come forma di protesta è stata messa in evidenza da tutti coloro che si sono occupati del suicidio in carcere.

Inteso in questo senso il tipo ideale di suicidio come protesta/appello si ritrova nelle teorie di Adler (38). L'autore, infatti, pone l'accento su alcune concettualizzazioni che definiscono in maniera decisa il tipo ideale del suicidio in funzione di protesta/appello. Secondo Adler il suicidio non è vissuto freudianamente come la reazione ad una perdita; ma viene inteso come uno sforzo teso ad un miglioramento individuale e finalizzato a prevalere sugli altri (o meglio sull'altro per lui più significativo); diventa, perciò, un gesto teso ad affermare la propria superiorità. L'atto suicidario può essere letto, quindi, come richiesta d'attenzione e come protesta virile verso l'ambiente circostante. Questo atteggiamento verso il suicidio ha un senso se poniamo l'attenzione al contesto socio-ambientale in cui vive il soggetto. Adler si è preoccupato di tenere presente, nell'interpretazione del comportamento suicidario, sia la dinamica psichica interiore, che l'inserimento nel contesto sociale. L'autore si sofferma particolarmente sulla valenza interpersonale dell'atto suicidario, affermando che spesso riflette un insufficiente interesse sociale della persona: "L'aspirante suicida - secondo questa ricostruzione - si trova ad occupare una posizione sociale, caratterizzata da un forte contenuto di odio e di ostilità, egli, in questo caso, per aggredire gli altri, ferisce se stesso". (39) Il pensiero di Adler può essere considerato un ponte gettato tra una visione psicodinamica ed una sociologica del problema. Se per Freud ogni atto psichico, ed in particolare gli atti dei nevrotici, vanno letti in una prospettiva causale, Adler propone invece una prospettiva finalistica: egli si chiede per quali ragioni e a quale scopo un individuo attui un tale comportamento.

Se ripensiamo al contesto socio-ambientale del carcere, è facile dare concretezza alla teoria di Adler. Il recluso è inserito nel contesto, più duro, tra gli ambienti accettati, da una società civile, in tempo di pace. Quasi sempre il detenuto capisce di essere rifiutato dalle istituzioni della giustizia e dalla "popolazione libera" (ivi compresi molto spesso anche "i cari" che poco a poco tendono ad abbandonare il detenuto al suo destino). Il soggetto, mai come nel carcere sarà oppresso da un sentimento di odio e di rivalsa verso tutto e verso tutti. In questi casi il suicidio è una esasperata forma di protesta, un tentativo per richiedere l'amore e l'attenzione, un modo per alzare la voce; in ultima analisi è un mezzo disperato per farsi giustizia da sé, anche se, paradossalmente in questa atipica forma di aggressione verso gli altri l'aggressore (cioè l'aspirante suicida) diviene la vittima. Si tratta di un'aggressione psicologica che quindi si manifesta in forma simbolica. L'obbiettivo è quello di "far male agli altri": (i familiari, l'apparato amministrativo statale o qualunque particolare soggetto che si possa ritenere, agli occhi del recluso, responsabile del suo regime detentivo) giocando sull'effetto del senso di colpa, che l'aspirante suicida spera di suscitare nei confronti di chi intende responsabilizzare.

L'effettiva frequenza del suicidio compiuto in carcere in senso di appello/protesta, emerge dalla maggior parte delle indagini riportate in letteratura: così emerge dall'indagine compiuta da Carlo Serra (40) in una casa circondariale del meridione e dalla relazione di Bucarelli e Pintor sui dati epidemiologici del periodo 1985/90, della casa circondariale di Cagliari; risulta inoltre confermata dalle ricerche a cura di Invernizzi e Cazzullo (41) in Toscana. Anche dalla mia ricerca risulta che la stragrande maggioranza dei tentativi di suicidio commessi nel carcere di Prato, di Pistoia e di Sollicciano sono diretti alla rivendicazione personale di qualche diritto. Non c'è bisogno di una grande capacità interpretativa per desumere questo significato dimostrativo: i detenuti denunciano scopertamente lo scopo per il quale protestano attraverso la condotta suicidaria. I motivi di protesta possono essere diversi: spesso si protesta per l'ingiustizia della situazione processuale, per la durezza del regime detentivo, ma anche per conseguenze più indirette ma altrettanto gravi che la carcerazione porta non solo al detenuto, ma anche alla sua famiglia. Accade spesso, per esempio, che il recluso perda il posto di lavoro (in conseguenza della carcerazione), recando gravi problemi di carattere economico anche alla sua famiglia che non di rado dipende economicamente esclusivamente da lui.

I reclusi "ribelli" sono invitati dalle guardie di sorveglianza, a rilasciare dichiarazioni scritte di proprio pugno, da accludere nei loro rapporti destinati ad essere, poi, esaminate dai magistrati di sorveglianza competenti. L'obiettivo principale di molti tentativi di suicidio compiuti con la funzione dell'Appello/Protesta è quello di parlare con il magistrato: si tratta di una sorta di "ricorso di Appello" che avviene per canali extra-legali. Esiste una precisa volontà di mettersi in comunicazione con un interlocutore mirato, come testimonia il fatto che spesso i ristretti, quando scrivono, si rivolgono direttamente al giudice, chiamandolo anche per nome e cognome.

Il suicidio assume un significato di protesta/appello quando il gesto autosoppressivo è espressione e manifestazione decisa della propria opposizione di fronte al sistema penitenziario. Si tratta di un comportamento tipico dell'ambiente carcerario e si caratterizza per il fatto di presentare una duplice dimensione dell'aggressività. Ad un grado più basso di aggressività il detenuto agisce per attirare l'attenzione (42); l'atto acquista il senso di rompere il silenzio e l'indifferenza delle Autorità. Ad un grado più elevato di aggressività il detenuto non vuole solo attirare l'attenzione, ma intende protestare contro l'istituzione. Di qui si capisce la necessità di mantenere l'ambivalenza dell'ideal tipo, perché anche se la figura di riferimento risulterà per questo meno nitida, tuttavia il comportamento relativo a questo tipo di suicidio oscilla costantemente tra l'aspetto dell'appello e quello della protesta.

Alfonso De Deo (43) ha osservato come i detenuti frequentemente si avvalgano del proprio corpo come voce di protesta. Il recluso è come se riscoprisse la propria corporeità facendone un diverso uso. Il suicidio costituisce la forma più estrema di aggressione verso il proprio corpo, che diventa "bandiera" dei propri diritti. Con il suicidio il recluso compie un atto di protesta, che realizza attraverso lo stoico sacrificio della propria vita. Quando l'aggressività è maggiore al detenuto non basta più affermare la propria presenza, ma egli pretende l'attenzione protestando attraverso il suicidio: il detenuto esprime con il proprio gesto la volontà di affermare la propria superiorità. Attraverso il suicidio si dimostra se non altro la propria capacità di autodeterminazione e si da prova del dominio di sé. L'autosoppressione diventa, così, un gesto di emancipazione rispetto ai valori e alle regole eteroimposte della subcultura dell'istituzione penitenziaria così come è stato osservato anche da Page (44). Anche Bucarelli e Pintor (45) insistono sulla interpretazione del suicidio come forma per richiamare l'attenzione su di sé: "Appello perché l'altro si interessi a me, perché mi riconosca come alter ego, anche se non più come socius ..."

11.2. Il suicidio minaccia/ricatto

Il tipo ideale del suicidio minaccia/ricatto si può definire come quella condotta suicidaria compiuta al fine di incutere timore. Come nel caso del suicidio protesta/appello il suicidio minaccia/ricatto ha una struttura finalistica: il detenuto commette l'atto autosoppressivo allo scopo di spaventare l'Istituzione Penitenziaria. Il soggetto prospetta con il suicidio un male futuro, anche se nella fattispecie il male che si minaccia alla "Autorità" (dell'Istituzione penitenziaria") consiste nel male per se stesso e cioè "nell'autosoppressione". Come sottolineano Bucarelli e Pintor il suicidio in carcere molto spesso delinea un ricatto, "una forma di aggressione indiretta: tento di uccidermi così ti punisco, facendo ricadere la colpa su di te (giudice, guardiano, ecc.)" (46).

Il detenuto si serve del suicidio come se fosse un'arma, al punto che quando si registra un grado superiore di aggressività e quando sussiste una più profonda premeditazione il suicidio da minaccia sfocia in un vero e proprio ricatto. Anche in questo caso l'ideal tipo presenta una natura ambivalente poiché, a seconda del grado di aggressività contenuto nella condotta, il significato del suicidio sarà più vicino al senso della minaccia oppure al senso del ricatto.

Se si analizza il comportamento suicidario del detenuto si osserva che: l'autore del ricatto sequestra la propria persona, in effetti si tratta di una "riappropiazione del proprio corpo" dato che questo, dal momento dell'arresto, non è più nella propria disponibilità; perché ormai è entrato a far parte della disponibillità dell'Amministrazione Penitenziaria. Come hanno osservato anche Bernheim (47) e Page (48) il detenuto con il suicidio ricatto riprende possesso del proprio corpo come se fosse un oggetto esterno a se stesso e mantiene in ostaggio questo corpo, fintanto che non riuscirà ad ottenere ciò che vuole. Il fine del ricatto potrà essere di diversa natura: un permesso premio, la somministrazione di cure mediche o di particolari trattamenti ospedalieri che il soggetto non riesce ad ottenere per vie ortodosse, il trasferimento presso un carcere più vicino alla famiglia di appartenenza. In tutti questi casi l'atteggiamento del detenuto presenta sempre una struttura finalistica. Il suicidio è tentato o compiuto per spaventare e nei casi più gravi si spaventa per ottenere qualcosa di preciso. Il gesto suicidario assume così una dimensione squisitamente utilitaristica.

La dinamica del gesto suicidario di minaccia o ricatto è molto simile a quella esaminata precedentemente nel tipo ideale del suicidio protesta/appello, però mentre il suicidio protesta/appello è un atto senza speranza, o meglio senza una speranza tesa ad ottenere qualcosa di concreto, nel caso del suicidio minaccia/ricatto, il gesto assolve una precisa funzione utilitaristica. A differenza che nel suicidio in senso di protesta/appello, in questo caso la minaccia di suicidio diventa l'ultima carta da giuocarsi per poter modificare la situazione a proprio favore, quindi il soggetto ha pianificato i vantaggi e gli svantaggi che potrebbero derivare dal quel comportamento. Tutte le ricerche epidemiologiche condotte negli istituti penitenziari confermano questo dato sintetizzato nella ricerca di Topp (49): il tentativo di suicidio è un vero e proprio strumento, anche se comporta un rischio molto elevato. I casi di suicidio in cui il detenuto si prefigura l'evento della morte, che però non è più un fine, ma è un mezzo per ottenere qualche altro fine spesso si collocano tra i suicidi del tipo minaccia/ricatto.

Per molti autori queste forme di suicidio non possono essere considerate come casi di suicidio vero e proprio, perché, anche qualora si avverasse l'evento della morte, mancherebbe l'intenzionalità ad una seria determinazione di "darsi la morte". Si tratta in realtà di un suicidio mascherato o simulato o parasuicidio (50), dal momento che non si registra una seria volontà autosoppressiva; nel gergo burocratico dell'amministrazione penitenziaria si usa l'espressione di "suicidio manipolativo". Non per questo però tale fattispecie di condotta suicidaria merita una minore attenzione o preoccupazione a meno che si trovi del tutto normale che un individuo arrivi al punto di prendere in considerazione il suicidio come mezzo per ottenere un cambiamento e arrivi al punto di collocare tra i rischi calcolabili l'eventualità di perdere la vita.

11.3. Il suicidio delitto/vendetta

Tra i tipi ideali dei suicidi ribelli il suicidio delitto/vendetta è quello che si presenta quando il detenuto ha raggiunto il massimo grado di carica aggressiva. In questo caso, infatti, l'autosoppressione scaturisce da una vera e propria introversione dell'aggressività, così come descrive Freud in Lutto e Melanconia. Il soggetto è sopraffatto dal peso dell'ostilità che percepisce dall'esterno e si trova completamente in preda all'impulso di ribellarsi attraverso la violenza; tuttavia non essendo in grado di manifestare e di esercitare tale violenza verso gli altri, si trova costretto a ripiegarla e a riversarla su se stesso. Il tipo ideale di suicidio delitto/vendetta presenta gli estremi dell'atto della devianza attiva: il soggetto ha l'impulso di reagire alle frustrazioni che subisce con la violenza, che però non può materialmente esternare ed è perciò costretto a riversare su se stesso, reprimendo e distorcendo la direzione del gesto aggressivo.

Si può allora dire che il suicidio assume significato di vendetta quando il soggetto, pur aggredendo se stesso, in realtà manifesta l'intenzionalità di ledere gli altri per punirli e dunque per vendicarsi. Il detenuto si vendica della propria infelicità, del proprio stato di frustrazione (che dipende dallo stato di reclusione) attraverso l'autosoppressione. Il suicidio si configura in questo caso come un mezzo con il quale ottenere vendetta; infatti, si traduce nella uccisione di sè per uccidere gli altri. Si tratta di un esempio del confine instabile tra omicidio e suicidio. Il suicidio, in questi casi, è un omicidio camuffato. Tale interpretazione teorica del suicidio delitto/vendetta si ricava dalla rielaborazione di numerose teorie di ispirazione freudiana; ne è una prova il fatto che a gettare le premesse sia stato Steckel, allievo di Freud. Al congresso di Vienna del 1910 Stekel pronuncia una frase che influenzerà molti autori post-freudiani: "Nessuno si uccide senza prima aver desiderato di uccidere un altro, o almeno senza aver desiderato la morte di un altro" (51). Dunque, nel caso del suicidio la vittima è semplicemente un oggetto esterno introiettato. La stessa teoria era stata sostenuta anche da Menninger, il quale ritiene che esista nel suicida un forte desiderio di uccidere.

Karl Menninger (52) prende spunto dall'assunto di Steckel contribuendo a offrire un consistente apporto post-freudiano a proposito del suicidio/omicidio. Lo psicoanalista tedesco evidenzia tre aspetti psicodinamici fondamentali della tendenza verso:

Secondo Menninger, nel suicidio, sono presenti tutti e tre questi aspetti, anche se di solito, uno predomina sugli altri: nel penitenziario, il suicidio, può essere motivato dal desiderio di uccidere un "boia fantasmatico", che simboleggi l'Ingiustizia delle Istituzioni verso di lui. Vi può essere il desiderio di essere ucciso; in questo caso il gesto assume un ambivalente significato di punizione. Il gesto diventa autopunitivo, al fine di emendarsi dalle proprie colpe e peccati, nel caso che il soggetto abbia interiorizzato la stigmatizzazione negativa, attribuitagli con la condanna. Allo stesso tempo la condotta suicidaria è eteropunitiva, qualora il detenuto voglia attribuire la responsabilità della propria morte alle Istituzioni. In questi casi viene, dunque, palesata una precisa volontà di martirizzazione e di vittimizzazione di se stesso.

A proposito di questa ricostruzione del suicidio come "omicidio camuffato" Fornari (53) riprendendo e approfondendo temi trattati dagli psicoanalisti si sforza di porre in correlazione gli aspetti intrapsichici con le componenti sociali del problema del suicidio. Fornari, infatti, non nasconde la sua perplessità verso la concezione del suicidio quale "omicidio con rotazione di 180°", come se il melanconico si autocondannasse a morte per i crimini fantasticati nel suo inconscio. L'autore oppone alla concezione freudiana l'idea che si possano distinguere varie forme di suicidio in base al tipo di angoscia dominante. Si soffre per il danno che si può subire nel caso di senso di colpa persecutivo; mentre si soffre per il danno che si produce nel caso del senso di colpa riparativo. Dunque nel primo caso abbiamo un suicidio come omicidio camuffato, nel secondo caso suicidarsi significa recuperare l'oggetto d'amore perduto o risarcire l'oggetto d'amore danneggiato.

Fornari sostiene che: "l'implicazione nella dinamica del suicidio d'impulsi aggressivi ed impulsi amorosi, integratisi in una complessa dialettica affettiva, si struttura diversamente nei diversi casi di suicidio ... Il suicidio, nei modi in cui viene fantasticato nell'inconscio, assomiglia ad un paradossale e magico tentativo di trasformare il male in bene ...- inoltre - ... il togliere di mezzo sé stessi è la forma più radicale del tirare in ballo gli altri". Qui Fornari sottolinea con forza sia il significato relazionale del suicidio sia il suo significato simbolico così come era già stato messo in luce da Madame Sechehaye, secondo la quale l'esperienza clinica evidenzia come "ogni suicida in qualche modo voglia gettare il proprio cadavere sulle spalle di qualcuno di solito sulle spalle della persona la quale è pensata come quella che soffrirà di più alla propria morte".

Nella stessa direzione si pongono Maltberger e Buie (54), che richiamandosi a Steckel, si occupano del suicidio come modo di affrontare oggetti interni ostili. Talvolta secondo Maltberger e Buie (55) il suicidio diventa uno strumento per disfarsi di un nemico e quindi assume il significato di vendetta o punizione. I due autori ritengono che il soggetto intenda uccidere il corpo ma non la mente e che immagini se stesso come presenza invisibile che osserva con gioia l'angoscia dei suoi cari davanti al suo corpo morto. Zilboorg (56) e Menninger hanno descritto questo atteggiamento "sado-masochistico" come "un'erotizzazione della morte".

È interessante esaminare il rapporto tra il suicidio con significato di protesta e il suicidio con significato di delitto/vendetta. La condotta suicidaria, con significato di vendetta, presenta una dimensione causalistica, infatti il soggetto si uccide a causa della persona della quale si vuole vendicare. Anche nel caso del suicidio in senso di protesta, ci si suicida a causa di qualcosa. Le figure del suicidio vendetta e del suicidio protesta si assomigliano sia per lo schema causalistico della condotta, sia per il tipo di reazione, che ne scaturisce. In entrambi i casi esiste un'intenzione eteropunitiva. Tuttavia queste due ideali condotte suicidarie presentano anche alcuni elementi di difformità. La differenza sta proprio nella dinamica attraverso la quale si articola il suicidio.

Nella vendetta il soggetto vuole risolvere un conflitto punendo direttamente colui che si ritiene colpevole, quindi colui al quale si imputa la responsabilità. Nella protesta l'intento punitivo viene esplicato diversamente: si fuoriesce da un rapporto strettamente interpersonale della risoluzione dei conflitti. Il suicidio in senso di protesta, presuppone un certo coinvolgimento nell'ambito di una collettività sociale, perché l'interesse non è semplicemente rivolto a ottenere una soddisfazione personale, ma è finalizzato al raggiungimento della soddisfazione sociale ed il mezzo impiegato consiste nella martirizzazione di se stesso attraverso il suicidio. È evidente come il suicidio protesta/appello sia tanto più diffuso in carcere, dal momento che il conflitto irrisolto dell'aspirante suicida, oltre che intrapsichico è relazionale e in particolare si instaura nei confronti delle Istituzione e della Giustizia. In un ambiente in cui è ormai impossibile dimostrare la propria innocenza, l'unica soluzione per far sentire le proprie ragioni appare quella di rendersi vittima, dato che ci si trova in un contesto in cui per non essere colpevoli si deve necessariamente essere vittime.

Note

1. S. Page, "Suicide and Total Institution", in Deaths in Custody: International Perspectives, Whiting & Birch Ltd, London, 1994.

2. Cfr. Cap.1. pf. 4.

3. Bernheim ha condotto la sua ricerca sul suicidio in carcere esclusivamente sulla base di rapporti ufficiali operati dai medici penitenziari e mette in evidenza nel suo studio la capacità stigmatizzante propria dei documenti clinici.

4. M. Weber, Il metodo delle scienze storico sociali, Einaudi, op. cit., pp. 108-109, Torino, 1967.

5. D. Sparti, Epistemologia delle scienze sociali, La Nuova Italia Scientifica, Roma, 1995, pp. 47-48.

6. A. Baechler, Les Suicides, Galllimard, Paris, 1989.

7. R. K. Merton, Social Theory and Social Structure, Glencoe: The Free Press, 1957.

8. Merton distingue, nella sua teoria, cinque tipi di comportamento a seconda che si possano riconoscere come devianti o non devianti. I primi due il conformismo e il ritualismo, secondo la classificazione di Merton, appartengono alla categoria dei comportamenti "normali", o meglio "non devianti" e quindi ad essi non farò riferimento per la discussione dei comportamenti suicidari. Sono invece interessanti, in questo contesto, gli altri tre tipi di comportamento che caratterizzano la devianza: quelli dell'innovazione, della ribellione e della rinuncia.

9. Questa conclusione, infatti rappresenta uno sviluppo della teoria della devianza, che viene chiamata, "teoria della tensione".

10. S. Freud, Al di là del principio del piacere, Opere, Boringhieri, Torino, 1921.

11. N. Tabachnick, "Theories of self-destruction", American Journal of Psychoanalysis, 32, 1971.

12. F. Ceraudo, "Metodi adoperati in carcere per il suicidio", in F. Ceraudo, Principi fondamentali di medicina penitenziaria, edito dal Centro Studi della Presidenza Nazionale A.M.A.P.I., Pisa, 1988.

13. F. Fornari, op. cit.

14. D. Widlocher, La depressione, Laterza, Roma-Bari, 1985.

15. E. Durkheim, Il suicidio, Utet, Torino, 1987.

16. R. Abrham, Amenothep, IV (Ichnaton), Imago, 1912.

17. S. Freud, Lutto e melanconia, in Introduzione alla psicoanalisi e altri scritti, vol. 3, Boringhieri, Torino, 1976.

18. S. Freud, Lutto e melanconia, op. cit.

19. R. Rossi, L'amore inutile. Il suicidio come fallimento del lutto, in L. Pavan, D. De Leo (a cura di), Il suicidio nel mondo contemporaneo, Liviana, Padova, 1988.

20. S. Freud, cit. da R. Rossi, op. cit.

21. C. Serra, op. cit.

22. P. Crepet, Le dimensioni del vuoto e il suicidio giovanile, Feltrinelli, Milano, 1993.

23. S. Page, "Suicide and Total Institution", pp. 84-85, cit.

24. Il concetto di total power è stato definito come il potere che si esercita nelle Istituzioni Totali per mantenere l'ordine interno.

25. F. Fornari, op. cit.

26. J.T. Maltberger, D.H. Buie, "The devices of suicide", International Review of Psychoanalisis, 1980, pp.61-72.

27. G. Zilboorg, "Suicide Among Civilized and Primitive Races", American Journal of Psychiatry, 1936. Cfr. anche G. Zilboorg, "Consideration on suicide with particular reference to that of the young", American Journal of Orthopsychiatry, n. 7, pp. 15-16, 1937.

28. J.T. Maltberger, D.H. Buie, "The devices of suicide", cit.

29. F. Ceraudo, op. cit.

30. A. Bucarelli e G.P. Pintor, "Morte e detenzione", in Rassegna Italiana di Criminologia, Organo Ufficiale della Società Italiana di Criminologia, Giuffrè, Milano, 1991.

31. A. Liebling, T. Ward, Deaths in Custody: International Perspectives, Whiting & Birch Ltd, London, 1994, p.3.

32. A. Liebling e H. Krarup, Suicide attempts and self-injury in male prisons. A report commissioned by the Home Office Research and planning Unit for the Prison Service, Institute of Criminology, Cambridge, Settember, 1993.

33. E. Shneidman, Definition of Suicide, Jhon Wiley & Sons, New York, 1985.

34. A. Bucarelli, e P. Pintor, op. cit.

35. A. Bucarelli, e P. Pintor, op. cit.

36. E. Stengel, op. cit.

37. A. Baechler, Les Suicides, Gallimard, Paris, 1989.

38. A. Adler, "Suicide", Journal of Individual Psycology, 1958.

39. A. Adler, "Suicide", Journal of Individual Psycology, cit.

40. C. Serra, Il Castello, S. Giorgio e il Drago, Edizioni Seam, Roma, 1994.

41. C. Cazzullo, Le condotte suicidarie, USES, Edizioni scientifiche, Firenze, 1990, pag. 30-31.

42. Secondo Stengel il detenuto pone in essere un'azione per affermare la propria identità. Paradossalmente nel suicidio/appello il soggetto pone fine alla propria esistenza per dimostrare di esistere, per affermare la propria presenza. Questa lettura del suicidio appare più evidente nell'ambiente carcerario. E. Stengel, Il suicidio e il tentato suicidio, Feltrinelli, Milano, 1977.

43. A. De Deo, "La solitudine di un Medico. Crisi di identità.", Medicina Penitenziaria, 1995.

44. Page osserva che il suicidio nel carcere è l'unica occasione che il detenuto ha per sottrarsi al total power in cui si riflette la subcultura dello staff. S. Page, "Suicide and Total Institution", in Deaths in Custody: International Perspectives, Whiting & Birch Ltd, London, 1994.

45. A. Bucarelli, e G.P. Pintor, "Morte e detenzione", cit.

46. A. Bucarelli, e G.P. Pintor, op. cit.

47. J.-C. Bernheim & L. Lorain, Les Complices, Montreal: Quebec/Amerique, 1980.

48. S. Page, "Suicide and Total Institution", in Deaths in Custody: International Perspectives, Whiting & Birch Ltd, London, 1994, p.85-86.

49. D.O. Topp, "Suicide in Prison", British Journal of Psychiatry, 134, pp. 24-27, 1979.

50. A.T. Beck and R. Beck and M. Kovacs, "Classification of Suicidal Behavior", American Journal of Psychiatry, 1985, (132). R. F. W. Diekstra, M. A. Jansen, "Importanza degli interventi psicologici nell'assistenza primaria", in G. Tibaldi (a cura di), Intervento psicologico nella salute, Masson, Milano, 1989. E. Stengel, Il suicidio e il tentato suicidio, Feltrinelli, Milano, 1977. N. Kreitman, A.E. Philip, "Parasuicide", British Journal of Psychiatry, 153, p. 843, 1969. Cit. W. Feurlein, Selbstmordversuch oder Parasuizide Handlung? Tendenzen Suizidalen Verhaltens, Nervenarzt, 42, pp. 127-130, 1971.

51. Citato in S.S. Asch, "Suicide and The Hidden Executioner", International Review of Psychoanalisis, pp. 51-60, 1980.

52. K. Menninger, Man against himself, Harcourt Brace, New York, 1938, p. 207.

53. F. Fornari, "Osservazioni psicoanalitiche sul suicidio", Rivista di Psicoanalisi, vol. 13, n. 1, 1967.

54. J.T. Maltberger, D.H. Buie, "The devices of suicide", International Review of Psychoanalisis, pp. 61-72, 1980.

55. J.T. Maltberger, D.H. Buie, op. cit.

56. G. Zilboorg, "The Sense of Immortality", Psycoanalitic Quarterly, n. 7, pp. 171-199, 1938.